Il panorama politico italiano è stato recentemente scosso da un acceso dibattito che mette in discussione la legge 194 del 1978, pilastro del sistema sanitario e baluardo dell’autodeterminazione femminile. Le recenti posizioni espresse durante convegni parlamentari e le dinamiche legislative sollevano interrogativi profondi sulla tenuta del diritto all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia.
La controversia sulle posizioni politiche
“L’aborto non è un diritto legalmente accettabile”, e “anche nei casi più tragici, come quelli di stupro, non è mai giusto”. Sono solo alcune delle considerazioni choc emerse durante il convegno organizzato martedì 23 gennaio dalla Lega alla Camera dei deputati. In quest'occasione si è arrivati a mettere in discussione la legge 194, che dovrebbe garantire l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione.
Il convegno è stato organizzato dal Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, che mira a promuovere i valori tradizionali. Marco Malaguti, ricercatore del centro, sostiene che aborto ed eutanasia “afferiscono a quella che è una tematica di valore primario della nostra contemporaneità: il tramonto dei valori“. In un passaggio della rivista Biopoetica. Breve critica filosofica all’aborto e all’eutanasia, si arriva a paragonare l’atto di interrompere la gravidanza a “quello di uccidere, di rubare, di ferire”.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. La deputata Pd Ilenia Malavasi ha sottolineato come l'esercizio di chiarezza sia sempre una buona cosa: “Così, invece, diventa chiaro qual è la loro posizione rispetto ai diritti, alle donne, alla loro possibilità di autodeterminarsi e di scegliere”. Italia Viva ha rincarato la dose, definendo quanto accaduto come "oltre l’oscurantismo". Dal canto suo, il deputato Simone Billi, organizzatore dell'evento, ha cercato di smarcarsi dalle polemiche, negando che tali posizioni rappresentino il suo pensiero o quello del partito, ribadendo che “la Lega, da sempre, si è battuta per la libertà di espressione delle donne”.

La Legge 194: storia e significato di una conquista
La legge 194 festeggia i suoi quaranta anni e si pone come parte integrante di una vera stagione riformista della sanità. Fino al 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata un reato. Nel “codice Rocco” erano previsti una serie di reati tra cui “l’aborto di donna consenziente” e l’attenuante della “causa d’onore” che permetteva la diminuzione delle pene per chi commetteva i reati previsti per l’aborto per “salvare l'onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.
La legge 194 è stata sottoscritta all’unanimità da forze politiche molto diverse ed è stata promulgata dopo un dibattito dirompente. La spinta per questa riforma arrivò da diversi fattori, tra cui il movimento femminista, il disastro ambientale di Seveso e l'influenza internazionale della sentenza statunitense Roe vs Wade. È importante sottolineare che la legge 194 non riconosce formalmente l’autodeterminazione come diritto assoluto, ma sposa un’impostazione di carattere sanitario, subordinando l’aborto a condizioni specifiche.
Il nodo critico dell'obiezione di coscienza
Uno degli elementi più discussi della legge 194 è la possibilità, concessa dall’articolo 9, per i ginecologi di ricorrere all’obiezione di coscienza. Il diritto all’aborto dovrebbe essere sempre garantito, ma di fatto l’alto tasso di obiettori crea una stortura e complica per molte donne l’effettiva possibilità di accedere alla procedura. Secondo i dati dell’indagine del 2022 Mai Dati, sono 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza. Ciò pone serie difficoltà di accesso alle procedure abortive e un'evidente intolleranza all’utilizzo delle procedure farmacologiche.

Consultori e il ruolo delle associazioni pro-vita
La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, strutture istituite per assistere le donne, i bambini e gli adolescenti nella sfera della salute fisica e mentale. Tuttavia, l'attuale governo ha proposto misure restrittive, tra cui l'inserimento delle associazioni antiabortiste nei consultori pubblici. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha difeso la legge, rimarcando che “dove la legge viene applicata, il trend è positivo”.
Nonostante misure come quelle dell’ascolto del battito fetale e l’inserimento delle associazioni antiabortiste nei consultori siano state presentate come necessarie a garantire una reale scelta consapevole, in realtà sortiranno l’effetto opposto. La proposta di garantire diritti legali dal momento del concepimento cambierebbe radicalmente lo status giuridico del concepito, equiparando l'aborto all'omicidio. Questo approccio è criticato da chi ritiene che la definizione dello status morale del concepito debba essere diritto della donna incinta e non definita a prescindere dalla legge.
Rischi e conseguenze per le donne
Privare le donne del proprio diritto all’autodeterminazione non significa colpire solo la sfera femminile, ma significa mortificarne la libertà. Restrizioni all’accesso all’aborto non solo limitano il diritto di autodeterminazione, ma possono portare le donne a cercare l'interruzione della gravidanza in strutture non autorizzate o attraverso procedure improvvisate, aumentando il rischio di complicazioni o di ricorso al "turismo medico".
Legge 194: Che cosa vuole una donna
Inoltre, il mantenimento del diritto all’aborto è essenziale per contrastare le disuguaglianze socioeconomiche. La mancanza di opzioni accessibili aumenta la pressione finanziaria e lo stress per le donne, colpendo la loro partecipazione equa alla forza lavoro. È fondamentale ricordare che, nella storia, si è sempre abortito; a fare la differenza è la modalità: in sicurezza o rischiando la propria vita. In un mondo che cambia, le sfide per la piena attuazione della legge 194 rimangono aperte, richiedendo una vigilanza costante per tutelare i diritti riproduttivi come pilastro fondamentale di una società democratica e laica.