Il mistero della biologia dei gorilla: fertilità, adattamento e conservazione

Il mondo naturale continua a riservare sorprese che mettono in discussione la nostra comprensione della biologia, della riproduzione e del comportamento animale. Recentemente, un evento incredibile ha sconvolto gli assistenti e i dipendenti di uno zoo e poi tutto il mondo: un gorilla, precedentemente identificato come maschio, ha dato alla luce un cucciolo. La sorpresa è stata totale, poiché il primate, di nome Sully, era giunto nel recinto nel 2019, all'età di otto anni, e fino a quel momento si era creduto fosse di sesso opposto a quello rivelato dal lieto evento.

Un esemplare di gorilla nel suo habitat naturale o in un ambiente protetto che riflette la complessità della sua vita sociale

La sfida dell'identificazione sessuale nei primati

Ma come poteva la struttura non sapere che Sully era in realtà una femmina? E che fosse incinta? I custodi dello zoo hanno spiegato che è estremamente difficile distinguere il sesso di un gorilla quando è giovane perché "non hanno organi sessuali prominenti". Solo quando i gorilla invecchiano e raggiungono dodici anni, diventano sessualmente dismorfici, ovvero sviluppano caratteristiche fisiche che li differenziano nettamente. Il cucciolo di Sully sembra essere in buona salute e la madre dimostra grande cura nei suoi confronti. La squadra veterinaria sta attendendo che si leghino tra di loro prima di avvicinarsi al piccolo. I custodi e i dipendenti dello zoo sperano che questo evento contribuisca a sensibilizzare sulle specie a rischio, evidenziando l'importanza della conservazione di queste magnifiche creature.

La difficoltà nel determinare il sesso di un esemplare giovane non è solo una curiosità gestionale degli zoo, ma riflette la lenta maturazione biologica di questi primati. Il dimorfismo sessuale, che rende così evidente la differenza tra un maschio adulto (il cosiddetto "silverback") e una femmina, è il risultato di anni di sviluppo ormonale e fisico. Quando questo processo è ancora in fase embrionale o infantile, l'osservazione visiva esterna può facilmente indurre in errore, portando a scambi di identità che diventano evidenti solo al raggiungimento della maturità sessuale.

Genetica della fertilità: il legame tra gorilla e uomo

La comprensione dei meccanismi riproduttivi dei gorilla non è importante solo per il benessere in cattività, ma offre spunti fondamentali per la medicina umana. Oltre cento geni potenzialmente legati all'infertilità maschile sono stati individuati analizzando il Dna dei gorilla, i nostri 'cugini' caratterizzati da un apparato riproduttivo di dimensioni ridotte che produce pochi spermatozoi 'pigri'. Il risultato è pubblicato sulla rivista eLife dai ricercatori dell'Università di Buffalo negli Stati Uniti. I gorilla (che condividono con noi il 98% del genoma) hanno attirato l'attenzione dei ricercatori perché detengono il record dei genitali più piccoli tra le scimmie antropomorfe e inoltre producono ridotte quantità di spermatozoi, che non riescono a nuotare velocemente né si legano facilmente all'ovulo.

Diagramma che illustra il confronto genetico tra uomo e gorilla, focalizzandosi sulle aree del Dna legate alla riproduzione

In pratica il loro sistema riproduttivo funziona al minimo indispensabile per un mammifero, probabilmente perché il maschio alfa, che domina il branco in virtù del suo corpo possente, può accoppiarsi con tutte le femmine senza che il suo sperma subisca la competizione di quello dei rivali. Alla luce di queste peculiarità, i biologi hanno pensato che nel Dna dei gorilla potessero celarsi indizi importanti per studiare la fertilità anche negli umani. "Abbiamo una serie di geni coinvolti nella biologia dello sperma che presentano segni di mutazioni dannose nei gorilla. Quindi - spiega il coordinatore dello studio, Vincent Lynch - possiamo osservare quegli stessi geni negli uomini infertili e vedere se presentano mutazioni."

Questa linea di ricerca apre prospettive innovative per comprendere come alcune variazioni genetiche, apparentemente accettate nel corso dell'evoluzione dei gorilla grazie alla loro specifica struttura sociale, possano tradursi in patologie o difficoltà riproduttive all'interno della popolazione umana, dove le pressioni selettive e le dinamiche di accoppiamento sono profondamente diverse.

L'apprendimento materno e il ruolo degli zoo

Imparare ad essere una buona mamma, dolce e amorevole ma non possessiva, presente ma non troppo. Non è impresa facile, chi ci è passato lo sa bene. Si impara, però, attraverso l’esperienza, l’esempio, i tanti errori. Lo sta scoprendo pure Tumani, la gorilla tredicenne dello zoo di New Orleans, che è in attesa del suo primo figlio e sta cercando di capire «come si fa». Il capo veterinario dello zoo di Audubon, il dottor Robert McLean, è convinto che un addestramento previo può essere d’aiuto nell’impresa e così Tumani da qualche tempo «impara» accudendo una bambola di peluche.

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Oggetti che un gorilla, in una situazione normale, farebbe quasi sicuramente a pezzi, in questo caso il peluche viene invece coccolato teneramente dalle braccia pelose e muscolose della gorilla. La bambola è stata creata ad hoc per Tumani, con le proporzioni e il peso di un gorilla neonato del peso di 1,8 kg. Tumani, come il padre Okpara e le altre femmine Alafia e Praline, è un gorilla di pianura occidentale. La futura mamma di 72 kg nel frattempo si allena a raccogliere la bambola da terra, tenerla sul petto per allattarla, eccetera. Questo tipo di preparazione è cruciale, poiché garantisce che il legame madre-figlio possa svilupparsi correttamente fin dai primi momenti di vita, riducendo i rischi associati all'inesperienza.

Lo stato della conservazione: una corsa contro il tempo

La riproduzione in ambiente protetto, sebbene non possa sostituire la biodiversità del loro habitat, riveste un ruolo vitale per la sopravvivenza della specie. Nel 2016 è stato stimato che nel mondo ne siano rimasti in natura non più di 362mila ma da allora il loro numero continua a calare, di circa il 2,7% all’anno. A un simile ritmo, il loro numero potrebbe precipitare di oltre l’80% entro il 2082. L’International Union for the Conservation of Nature li considera una specie in pericolo di estinzione a causa della perdita del loro habitat naturale ma anche di malattie come il virus di Ebola e la caccia illegale.

Circa 350 gorilla vivono negli zoo, come Tumani. L’ultimo nato in quello di Audubon è stato Praline, che oggi ha 24 anni. «La gravidanza di Tumani è una grande notizia per noi, per ora va tutto bene», ha annunciato nei giorni scorsi il capo veterinario, spiegando che la gravidanza nasce dall’incontro fra la gorilla e Okpara, un gorilla silverback di 26 anni, arrivato appositamente a New Orleans nel 2017 dal Franklin Park Zoo di Boston. Un «matrimonio combinato» che ha dato i suoi frutti. La data prevista per il parto è il 20 agosto.

Mappa delle zone di distribuzione dei gorilla di pianura occidentale e le aree protette dove risiedono i centri di conservazione

Queste dinamiche di gestione, inclusi i trasferimenti mirati per favorire la diversità genetica, rappresentano l'estremo tentativo della comunità scientifica di preservare una specie che, nel suo ambiente naturale, si trova ad affrontare minacce esistenziali. L'attenzione mediatica suscitata da eventi come quello di Sully o dai preparativi di Tumani serve a ricordare al grande pubblico che ogni nuovo nato in uno zoo non è solo un evento lieto per la struttura che lo ospita, ma un piccolo tassello nel complesso mosaico della conservazione globale. La dedizione dei veterinari, lo studio genetico costante e l'osservazione etologica mirata offrono una speranza che va oltre la singola vita del cucciolo, mirando alla salvaguardia a lungo termine del patrimonio genetico di una delle specie più affascinanti del pianeta.

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