La storia degli ospedali e quella dei diritti civili si intrecciano in modi spesso inaspettati, rivelando percorsi di progresso sociale e sfide persistenti. L'Ospedale Maria Adelaide, con le sue radici profonde nella filantropia piemontese del XIX secolo, e il dibattito sull'aborto in Italia, esemplificano questa complessa relazione, ciascuno a suo modo un faro di cura e un campo di battaglia per l'autonomia individuale.

Le Origini dell'Ospedale Maria Adelaide: Un Impegno per la Cura Infantile
L’ospedale trae origine da una lodevole iniziativa sociale nata nel 1872 in corso Re Umberto 21: la "Scuola gratuita per ragazzi rachitici", conosciuta anche come Pio Istituto pei rachitici. Questa istituzione fu fondata grazie all'impegno di alcuni nobili piemontesi, tra i quali spiccava Ernesto Ricardi di Netro. L'obiettivo era fornire assistenza e cura a bambini affetti da rachitismo, una condizione debilitante per molti all'epoca. L'iniziativa riscosse ampi consensi, tanto che Gaetano Pini, visitando Torino nel 1873 per studiare l'ordinamento e l'organizzazione della scuola, si ispirò a essa per fondare poco dopo a Milano un analogo Istituto per rachitici.
Il successo e l'espansione dell'opera furono evidenti: nel 1881 le scuole erano già tre, dislocate nelle borgate Dora (via Giulio 15), Monviso (via Assietta 47) e Vanchiglia (via Parole 22). In risposta a questa crescita, nel 1885 fu costruito un nuovo e significativo edificio, progettato dagli ingegneri Angelo Tonso (che tre anni più tardi avrebbe anche progettato l’Ospedale infantile Regina Margherita) e Alfredo Albert. Questa nuova struttura era destinata a ospitare l'Istituto per rachitici lungo la Dora. L'inaugurazione avvenne il 10 giugno 1887, e l'edificio si presentava imponente e funzionale, composto da tre corpi distinti, uniti tra loro da passaggi coperti e comunicanti in un ampio giardino interno.
I tre corpi includevano la palazzina delle infermiere, dotata di sala operatoria, ambulatori per visite e medicazioni, e quattro camere di degenza con un totale di 28 posti letto. Un altro edificio era dedicato alle scuole, con un vasto salone annesso per la ginnastica. Infine, vi era il padiglione della ricreazione. Questi ambienti non erano solo funzionali alle esigenze mediche e didattiche, ma erano anche esteticamente curati, arricchiti da opere di artisti come Placido Mossello e Bassolino. Dal punto di vista clinico, l’istituto venne dotato di attrezzature all’avanguardia, un segno dell'impegno per offrire le migliori cure possibili ai giovani pazienti. Nel 1895, l'istituto fu intitolato alla regina Maria Adelaide, scomparsa nel 1855, in un gesto di omaggio che legò indissolubilmente il suo nome alla storia dell'ospedale.

Nonostante l'eccellenza e l'impegno, l'ubicazione dell'edificio nelle vicinanze della Dora comportò una sfida ricorrente: l'ospedale fu più volte soggetto a inondazioni nel corso degli anni, a partire già dal 1890, un problema che evidenziava le difficoltà logistiche dell'epoca. Le fonti storiche, come quelle citate da Gianfranco Cremona nel suo articolo "Come da una scuola per rachitici nacque l’Ospedale Maria Adelaide" e l'Archivio Storico della Città di Torino, confermano l'importanza e la complessità della realizzazione di questa struttura.
La Tragica Vicenda di Adelaide Croce: Un Ricordo di Vulnerabilità e Ricerca di Verità
La storia ci presenta anche un'altra Adelaide, la piccola Adelaide Croce, la cui vicenda, sebbene non direttamente collegata all'ospedale Maria Adelaide di Torino, risuona come un monito sulla vulnerabilità della vita e l'importanza della sicurezza nelle strutture sanitarie. Questa narrazione ci porta all'ospedale Maggiore di Crema e ci pone di fronte al dolore inimmaginabile di genitori che perdono una figlia in circostanze inattese.
Le parole disperate di Antonio Croce, 30 anni, agente di commercio di Romano, “Adelaide il 23 aprile aveva compiuto un anno e proprio ieri aveva fatto i suoi primi tre passi. Quando stamattina l’abbiamo portata qua in ospedale per un esame considerato di routine, stava bene; ora invece non c’è più”, esprimono un dolore e un'incredulità laceranti. La mattina di mercoledì 14 maggio, insieme alla moglie Claudia, commessa anche lei trentenne, e alla suocera Clara, Antonio aveva accompagnato la piccola Adelaide all'ospedale Maggiore di Crema. La bambina doveva sottoporsi a un esame di routine, una “esofagogastroduodenoscopia”. Ciò che doveva essere una procedura standard si trasformò in tragedia.
Intorno alle 11.15, dopo quattro ore di angoscia e incertezza, durante le quali i genitori avevano appreso di complicazioni a causa dell’anestesia e che la loro piccola era in arresto cardiaco, giunse la notizia più terribile: Adelaide non ce l'aveva fatta. Il direttore medico dell'ospedale Maggiore di Crema, Roberto Sfogliarini, avrebbe in seguito confermato che, nonostante due ore di manovre di rianimazione cardiorespiratoria, in collegamento con i centri di riferimento pediatrico di Pavia e Bergamo, "non vi è stato nulla da fare".

Il padre di Adelaide, Antonio, tenne a sottolineare un punto cruciale: “mia figlia è entrata in questo ospedale sana. Ieri sera è stata visitata dal pediatra curante di Romano che l’aveva trovata nelle condizioni di salute ideali per sostenere l’esame. Il tutto è riportato su un certificato medico che parla chiaro”. Questo dettaglio amplifica la sensazione di inspiegabilità e la necessità di risposte. I genitori, appresa la tragedia, chiesero immediatamente l’intervento dei carabinieri della stazione di Crema per far luce su quanto accaduto nella sala operatoria del reparto di Chirurgia generale I.
L'esame per il quale la piccola era stata ricoverata richiedeva anestesia e intubazione. Sfogliarini spiegò che "Nei pazienti adulti non si procede con l’anestesia totale, mentre per i bambini è prevista dai protocolli, in modo da consentire le operazioni necessarie". Il problema, tuttavia, si manifestò proprio dopo la sedazione: Adelaide iniziò a soffrire di tachicardia, seguita da un arresto cardiaco. L'ospedale garantì l'apertura di un'inchiesta interna e la stesura di una relazione dettagliata sull'intera procedura, "Dalla diagnosi iniziale, sino alle manovre di rianimazione", affermando che "È prima di tutto nostro interesse capire cos’è successo". La vicenda di Adelaide Croce, pur tragica e dolorosa, sottolinea l'impegno costante delle strutture sanitarie e delle famiglie nella ricerca della verità e nella garanzia della sicurezza dei pazienti più vulnerabili.
L'Aborto in Italia: Storia, Legge 194 e Sfide Attuali
Il tema dell'aborto, o interruzione volontaria di gravidanza (IVG), è un altro ambito dove la cura medica e i diritti individuali si incontrano, spesso generando dibattiti accesi e profonde riflessioni etiche. In Italia, la storia del diritto all'aborto è relativamente recente e segnata da significative conquiste civili, ma anche da persistenti difficoltà nella sua piena attuazione.
Prima della Legge 194: Un Reato e le Sue Conseguenze Drammatiche
Fino al 22 maggio 1978, l'aborto in Italia era considerato un reato, una pratica illegale e pericolosa. Questa situazione portava a una proliferazione di aborti clandestini, spesso eseguiti in condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e da personale non qualificato. Le donne che cercavano di interrompere una gravidanza indesiderata si affidavano a metodi improvvisati e strumenti impropri, come i ferri da calza, mal sterilizzati, rischiando lacerazioni interne, danni permanenti alla capacità riproduttiva e, in molti casi, la propria vita. Il film "Dirty Dancing", ambientato negli anni '60, offre un'illustrazione drammatica di questa realtà, con il personaggio di Penny che rischia la vita a causa di un aborto clandestino. Molte donne non ebbero la stessa fortuna di Penny. Coloro che potevano permetterselo economicamente si recavano all'estero per abortire in cliniche private, mentre la maggior parte delle donne, meno fortunate, era costretta a rischiare la vita.

In questo contesto di grave emergenza sanitaria e sociale, figure come Emma Bonino, Maria Adelaide Aglietta e Adele Faccio, esponenti del Partito Radicale, insieme allo psicologo Luigi De Marchi, furono pioniere nella battaglia per il diritto all'aborto legale. Nel 1973 fondarono il Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (CISA), con l'obiettivo di assistere le donne che intendevano abortire. Emma Bonino, in un atto di disobbedienza civile mirato a sensibilizzare l'opinione pubblica, praticò ella stessa aborti clandestini utilizzando la cannula Karman, un metodo allora rivoluzionario e relativamente sicuro se praticato in condizioni igieniche appropriate. Il suo arresto volontario fu un catalizzatore, basato sul presupposto che, legalmente riconosciuto o meno, le donne in situazioni disperate avrebbero comunque cercato di abortire, mettendo a rischio la propria salute e la propria vita. Era quindi imperativo trovare una soluzione legale e sicura.
La Legge 194: Una Svolta Storica
La battaglia per il diritto all'aborto, come molte altre per i diritti civili, si scontrò con la morale cattolica, che in Italia ha sempre avuto un peso significativo, considerando la vita embrionale "vita" fin dal momento della fecondazione. Nonostante le resistenze, il 22 maggio 1978 entrò in vigore la legge "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza", universalmente nota come Legge 194. Questo fu un momento storico: da quel giorno, in Italia, abortire non era più un reato. La legge garantiva la possibilità di ricorrere all'IVG in modo anonimo e gratuito, presso una struttura sanitaria pubblica.
Prima della Legge 194, sia la donna che aveva abortito sia chi aveva praticato l'aborto rischiavano pene da 2 a 5 anni di reclusione. Con la nuova normativa, non solo l'aborto divenne legale, ma furono anche stabiliti criteri chiari per l'accesso e i doveri dei medici e delle strutture sanitarie. Lo Stato si impegnava a garantire il diritto alla "procreazione cosciente e responsabile", un principio che riconosce la riproduzione come un atto consapevole e volontario, che implica l'assunzione di responsabilità. La Legge 194 istituì anche procedure e servizi, come i consultori e gli sportelli informativi, per evitare che l'aborto fosse utilizzato come metodo di controllo delle nascite, promuovendo invece una scelta informata e supportata.
I Diritti Attuali e le Difficoltà di Attuazione
Oggi in Italia, il ricorso all'Interruzione Volontaria della Gravidanza (IVG) è possibile in una struttura pubblica, sia in ospedale che in ambulatorio, entro i primi 90 giorni di gestazione. Per le donne maggiorenni, è possibile rivolgersi al proprio medico curante o al ginecologo di fiducia. Per le minorenni, è richiesto il consenso dei genitori (o del tutore legale o di chi esercita la potestà). Se i genitori non dovessero essere d'accordo, la minore sarebbe costretta a portare avanti la gravidanza.
Oltre i Primi Mesi: Aborto Terapeutico e Limitazioni
Tra il quarto e il quinto mese di gravidanza, è possibile accedere all'aborto terapeutico, ovvero l'interruzione per gravi motivi di salute fisica e mentale, qualora la prosecuzione della gravidanza mettesse in pericolo il benessere o la sopravvivenza della donna. La soglia massima per l'aborto terapeutico è fissata a 22 settimane, poiché oltre questo termine il feto, in linea di massima, non riuscirebbe a vivere autonomamente fuori dall'utero. Una problematica significativa emerge quando una grave malformazione del feto viene diagnosticata dopo le 22 settimane: in tali circostanze, non esiste un modo legale per abortire in Italia. L'unica opzione, per chi ne ha le possibilità economiche, è recarsi all'estero, ad esempio in Francia, e sottoporsi all'intervento in una clinica privata.
La Pillola Abortiva RU486 e i Suoi Limiti Pratici
Dal 2009, l'aborto farmacologico è stato introdotto in Italia con l'assunzione della pillola RU486, utilizzabile entro la settima settimana di amenorrea (49 giorni dal primo giorno dell'ultimo ciclo). Tuttavia, la diffusione di questo metodo è ancora molto limitata. Un fattore cruciale è la quantità di medici obiettori di coscienza: spesso, dal momento in cui una donna scopre di essere incinta a quando riesce a farsi prescrivere la pillola, i 49 giorni utili scadono. Ciò costringe molte donne a ricorrere all'interruzione chirurgica per aspirazione, un metodo più invasivo da effettuare in ospedale, entro i 90 giorni. Anche in questo caso, trovare in tempo una struttura vicina a casa che esegua l'intervento può essere estremamente difficile, come evidenziato da diversi reportage.

L'Obiezione di Coscienza: Un Ostacolo Rilevante
L'obiezione di coscienza è uno degli ostacoli più significativi all'effettiva applicazione della Legge 194. L'ultima Relazione annuale al Parlamento sulla legge 194 rivela che in Italia quasi il 71% dei ginecologi sono obiettori di coscienza. Questo significa che i medici possono rifiutarsi di eseguire interruzioni di gravidanza invocando la propria obiezione di coscienza. La legge 194 tutela sia il diritto dei medici a non eseguire la prestazione, sia il diritto della donna ad accedere all'IVG. In teoria, se un medico si rifiuta, un altro dovrebbe rendersi disponibile. Nella pratica, però, la situazione è ben diversa. In alcuni ospedali, la percentuale di medici obiettori può raggiungere il 100%, rendendo di fatto impossibile l'accesso all'aborto in quelle strutture.
Alcuni ospedali stanno affrontando attivamente il problema, cercando di tutelare il diritto delle donne. Ad esempio, il San Camillo di Roma ha adottato la politica di assumere solo ginecologi non obiettori e, in casi estremi, di licenziare i medici che si rifiutano di effettuare gli aborti. È importante sottolineare che, in caso di emergenza e qualora l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo", ginecologi e ostetrici obiettori sono comunque obbligati a intervenire, come stabilisce l'articolo 9 della Legge 194.
Nel 2015, l'AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) ha inviato una lettera aperta al Ministro della Salute, chiedendo che la pillola abortiva RU486 fosse somministrata nei consultori familiari e nei poliambulatori. L'obiettivo era renderla più accessibile, evitando alle donne di doversi sottoporre a un intervento chirurgico invasivo, con tutti i rischi e le complicazioni che esso comporta, come ospedalizzazione, anestesia, rottura del collo dell’utero o emorragia. È paradossale che, sebbene l'aborto chirurgico con anestesia sia spesso eseguito in day hospital, la legge imponga per quello farmacologico il ricovero ospedaliero fino alla somministrazione del secondo farmaco, un requisito che rende la procedura meno agevole e più burocratica.
Un Diritto Conteso e il Tabù Sociale
Nonostante i progressi della Legge 194, l'aborto in Italia rimane un diritto difficile da esercitare e ancora avvolto da un forte tabù sociale. La scelta di interrompere una gravidanza è spesso accompagnata da giudizio negativo e da un senso di isolamento per molte donne. Movimenti come "Non una di meno" continuano a scendere in piazza per ribadire principi fondamentali: "la sessualità delle donne non è finalizzata alla procreazione, che la maternità non è un obbligo, che l’aborto è una scelta delle donne ma riguarda anche la sessualità maschile". Queste affermazioni sottolineano la necessità di un cambiamento culturale profondo, che riconosca l'autonomia delle donne e de-stigmatizzi una scelta difficile ma legittima. Il dibattito è ancora aperto, e la piena attuazione dei diritti sanciti dalla legge richiede un impegno costante su più fronti, dalla politica sanitaria alla sensibilizzazione sociale.