Il Cognome Materno: Tra Tradizione Patriarcale e Nuovi Orizzonti di Uguaglianza

La questione dell'attribuzione del cognome ai figli, da sempre un pilastro dell'identità familiare e personale, si trova oggi al centro di un acceso dibattito giuridico e culturale in Italia. Per secoli, la consuetudine ha privilegiato l'attribuzione automatica del cognome paterno, radicandosi in tradizioni patriarcali e in un sistema di discendenza considerato prevalentemente patrilineare. Tuttavia, l'evoluzione della società, il mutato ruolo della donna e i principi costituzionali di uguaglianza tra i sessi hanno progressivamente messo in discussione questo schema, portando a importanti interventi giurisprudenziali che stanno ridisegnando le regole e le percezioni legate alla trasmissione del cognome.

Antica pergamena con scrittura manoscritta

Le Radici Storiche dell'Attribuzione del Cognome

L'uso del cognome, come lo intendiamo oggi, affonda le sue radici nella storia antica, evolvendosi attraverso secoli di trasformazioni sociali e giuridiche. Il suo scopo primario è sempre stato quello di "differenziare" le persone, fornendo un elemento identificativo che andasse oltre il semplice nome di battesimo.

Nell'antica Roma, il sistema onomastico era piuttosto complesso e comprendeva tre elementi: il praenomen (l'equivalente del nostro nome di battesimo, spesso trasmesso dal padre al figlio primogenito), il nomen (il nome gentilizio della famiglia, l'elemento più importante che indicava l'appartenenza a un gens) e il cognomen (un soprannome o un elemento caratterizzante che, a un certo punto, iniziò a trasmettersi dal padre al figlio). Questa pratica dei tre nomi andò gradualmente in disuso, ma l'esigenza di identificazione individuale e familiare si ripresentò con forza tra il X e l'XI secolo, in seguito all'aumento demografico che rese necessaria una maggiore specificità nell'identificazione delle persone, registrate in appositi archivi.

L'uso del cognome fu reso obbligatorio in Italia nel 1564, quando il Concilio di Trento stabilì che i parroci dovessero tenere registri anagrafici con nome e cognome di tutti i bambini battezzati. Questa misura aveva scopi pratici, tra cui quello di evitare matrimoni tra consanguinei, ma contribuì a fissare in modo permanente l'ereditarietà del cognome.

La tradizione culturale italiana, come quella di molti altri paesi, ha privilegiato il cognome paterno, riflettendo una concezione della discendenza come patrilineare. Questa consuetudine, sebbene non esplicitamente sancita da una norma nel Codice Civile originario degli anni '40, era desumibile da una serie di disposizioni che prevedevano implicitamente la prevalenza del cognome del padre. L'unico riferimento normativo che poneva un'eccezione era l'articolo 262 del Codice Civile, che disciplinava l'attribuzione del cognome per i figli nati fuori dal matrimonio. Questa norma permetteva che, in assenza del riconoscimento paterno immediato, si potesse mantenere il solo cognome materno o aggiungere quello paterno, senza necessariamente anteporlo. Tuttavia, questa possibilità era preclusa alle coppie sposate, a causa della presunzione di paternità. Questa prassi affonda le sue radici in una concezione patriarcale della famiglia, retaggio del diritto di famiglia romanistico e di una tramontata potestà maritale. L'attribuzione del cognome paterno rispondeva all'esigenza del riconoscimento formale della paternità, basata sul principio che "la madre è sempre certa, il padre mai". Culturalmente e antropologicamente, questa tradizione rifletteva una struttura gerarchica in cui il padre era considerato il "pater familias", guida della famiglia. Assegnare il cognome paterno significava quindi identificare i figli con la famiglia guidata dal padre, sottolineando l'impronta specifica di chi la guidava.

Diagramma che illustra le origini romane dei cognomi

La Sentenza della Cassazione e la Questione di Costituzionalità

La questione relativa all'attribuzione del cognome è da tempo oggetto di discussioni politiche e, soprattutto, di un acceso dibattito culturale e sociale circa la parità dei sessi. Negli anni '80, sono iniziate le prime battaglie legali in Italia sul riconoscimento della pari dignità del cognome materno in relazione a quello paterno.

Un momento cruciale è stato segnato dalla Corte di Cassazione, che ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di costituzionalità relativa alla possibilità di dare al figlio il cognome materno invece di quello paterno. Le motivazioni addotte sono state considerate impeccabili: se si afferma l'eguaglianza tra uomini e donne, e tra i coniugi, allora l'attribuzione automatica del cognome paterno appare come un privilegio maschile, qualcosa che non va al passo coi tempi e che non corrisponde all'odierna sensibilità.

Tuttavia, si potrebbe controbattere che, se il problema è quello dell'eguaglianza, non si vede perché il figlio debba accettare il cognome che i genitori gli hanno imposto, o il nome. Per quale privilegio essi debbono imporsi al bambino, decidere al suo posto? Come in civiltà del passato, il figlio giunto alla maggiore età dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere lui quale cognome gli aggrada di più, magari anzi confezionarsene uno tutto suo. Se il principio è quello della tutela dell'individuo e dei suoi diritti, è senz'altro la soluzione più razionale, quella ineccepibile. Ma chissà se quei genitori che hanno sollevato il caso sarebbero d'accordo. Loro non hanno chiesto questo, ma che fosse tramandato il cognome della madre. Hanno voluto comunque decidere per lui, e che il figlio fosse riconoscibile come figlio loro, solo non nella linea paterna ma in quella materna. Immagino peraltro che per equità a un altro figlio dovrebbero dare il cognome del padre. Altrimenti si troveranno a sostituire un privilegio, quello femminile all'altro maschile, anzi forse veteromaschilista. E qui sta, mi sembra, il nocciolo del problema. Nel porsi la questione del cognome, secondo una valenza ideologica le cui conseguenze logiche finiscono per essere inarginabili e creare una incertezza sociale non compensata dai vantaggi che ne derivano all'individuo.

Non si dimentichi che già oggi è possibile, raggiunta la maggiore età, chiedere di modificare o cambiare il proprio cognome con una procedura un po' complessa ma alla fine abbastanza lineare. Un famoso italianista d'oggi, Amedeo Quondam, alla nascita faceva «Quondamangeloandrea», un cognome compostosi a un certo momento della storia col ricordo del fu Angelo Andrea, di cui la lunga teoria dei «Quondamangeloandrea» era tutta discendente. Per comodità decise di abbreviarlo, e così è stato. Per non perdere il ricordo dei discendenti di Dante, l'ultima degli Alighieri, se non sbaglio nel Seicento addirittura, aggiunse il proprio cognome a quello del marito, e con tale doppio cognome la famiglia tuttora si presenta. E sono certo che vi siano casi in cui per i motivi più diversi già oggi qualcuno abbia ottenuto di cancellare il cognome paterno e di assumere quello materno. La novità sta dunque nel voler trasformare quella che fino ad ora è stata una scelta, permessa dalla legge e determinata da esigenze particolari, in una affermazione di principio. Incompleta e contraddittoria per di più perché, come si diceva, non tiene comunque conto della volontà del figlio.

La storia e l'evoluzione dei cognomi

L'Intervento della Corte Costituzionale: Verso una Piena Parità di Genere

La Corte Costituzionale ha avuto un ruolo fondamentale nel guidare l'evoluzione giuridica italiana verso una maggiore equità nell'attribuzione del cognome. Il suo intervento ha segnato una svolta significativa, mettendo in discussione un sistema considerato anacronistico e discriminatorio.

Già nel 2006, con la sentenza n. 61, la Corte aveva dichiarato incostituzionale la norma sull'attribuzione automatica del cognome paterno, sottolineando come l'attuale sistema fosse un retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, non più coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna. La Corte osservò che l'attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale. Tuttavia, l'intervento richiesto era considerato di natura manipolativa, esorbitante dai poteri della Corte, lasciando la palla al legislatore per una regolamentazione organica della materia.

La svolta decisiva è arrivata con la sentenza n. 131 della Corte Costituzionale del 31 maggio 2022, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 1° giugno. Questa sentenza segna un’importante svolta, dichiarando l’illegittimità dell’attribuzione automatica del cognome paterno ai figli, dando via libera all’attribuzione del doppio cognome. Secondo la Corte Costituzionale, infatti, ciò viola una serie di articoli della Costituzione in relazione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha stabilito che l'attribuzione automatica del solo cognome paterno è incostituzionale nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. La sentenza ha quindi aperto la strada alla possibilità di attribuire ai figli il doppio cognome, paterno e materno, nell'ordine concordato dai genitori.

La nuova sentenza sancisce che "i figli assumono il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, sempre di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due". Dal 2 giugno sono pertanto operative le nuove regole in materia di attribuzione del cognome, che gli ufficiali di stato civile sono tenuti fin da subito ad applicare. Ciò è stato confermato dal Ministero dell’Interno con la circolare n. 218 del 2022.

Tuttavia, la sentenza del 2016 aveva già affrontato la questione dell'attribuzione del cognome materno, basandosi sulla violazione degli articoli 3 (uguaglianza), 29 (uguaglianza morale e giuridica dei coniugi) e 2 (diritti inviolabili) della Costituzione. La Corte aveva stabilito che l'attribuzione automatica del solo cognome paterno è incostituzionale nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. La sentenza ha quindi aperto la strada alla possibilità di attribuire ai figli il doppio cognome, paterno e materno, nell'ordine concordato dai genitori. La circolare della Direzione centrale per i Servizi demografici del Ministero dell’Interno, emanata a seguito della sentenza, stabiliva inizialmente l'obbligo per l'ufficiale dello stato civile di accogliere la richiesta dei genitori che, di comune accordo, intendessero attribuire il doppio cognome. Ma nel giugno 2017, una seconda circolare ha introdotto una limitazione, stabilendo che il cognome materno potesse solamente seguire e mai precedere quello paterno. Questo ha portato alla critica che il "patriarcato esce dalla porta solo per rientrare dalla finestra".

La questione è stata nuovamente sollevata nel febbraio 2021, quando una coppia di Bolzano ha chiesto al Tribunale di poter dare al proprio figlio il solo cognome della madre. La Corte Costituzionale, con un'ordinanza, ha ribadito l'ingiustizia della situazione, evidenziando la violazione dell'articolo 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) sul divieto di discriminazione e dell'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). La Corte ha sottolineato che non è grave solo il fatto che non si possa trasmettere il solo cognome materno, ma anche che in caso di disaccordo tra i genitori, debba automaticamente negarsi l'attribuzione del cognome materno e imporsi solo quello paterno.

Infografica che illustra le sentenze della Corte Costituzionale sul cognome

La Proposta Franceschini e il Dibattito Politico: Un "Risarcimento Storico"?

La sentenza n. 131/2022 della Corte Costituzionale, pur rappresentando un passo avanti fondamentale, non ha risolto del tutto le complessità legate all'attribuzione del cognome. Il dibattito politico e sociale si è ulteriormente acceso, portando alla luce proposte che mirano a ridefinire radicalmente le consuetudini.

Nel marzo 2025, l'ex ministro della Cultura Dario Franceschini ha presentato una proposta di legge che prevede di assegnare per legge ai nuovi nati il solo cognome materno. Questa proposta radicale mira a un "risarcimento storico" per secoli di attribuzione automatica del cognome paterno, definendola un'ingiustizia e una disuguaglianza di genere con valenza non solo simbolica, ma anche culturale e sociale. La proposta Franceschini si inserisce in un dibattito più ampio che vede diverse proposte di legge all'esame della Commissione Giustizia del Senato, le quali puntano principalmente ad affermare la possibilità di attribuire entrambi i cognomi nel rispetto della volontà congiunta dei genitori. La proposta di Franceschini, tuttavia, rompe questo schema introducendo una soluzione netta per ribaltare simbolicamente la dominanza patriarcale.

Le reazioni politiche sono state divise. Mentre alcune forze politiche criticano la proposta come una "provocazione irricevibile" o una "nuova discriminazione", altre, pur condividendo il principio di equità, la definiscono una "boutade". Il dibattito politico evidenzia come la questione del cognome materno sia ancora lontana da una soluzione definitiva e condivisa.

La storia e l'evoluzione dei cognomi

La Situazione in Europa e le Prospettive Future

La disciplina dell'attribuzione del cognome ai figli varia significativamente nei Paesi dell'Unione Europea, riflettendo diverse tradizioni culturali, storiche e giuridiche. Molte nazioni hanno aggiornato le loro leggi per promuovere l'uguaglianza di genere e riconoscere i diritti di entrambi i genitori nella scelta del cognome dei figli.

  • Austria: I genitori possono scegliere tra il cognome del padre, della madre o un doppio cognome. In assenza di accordo, prevale il cognome paterno, ma se i genitori non sono sposati, il bambino assume automaticamente quello della madre.
  • Belgio: Dal 2014, i genitori possono scegliere tra il cognome del padre, della madre o entrambi, nell’ordine desiderato. In assenza di dichiarazione congiunta, prevale il cognome paterno.
  • Danimarca: I genitori possono scegliere il cognome del padre, della madre o un cognome combinato. Se la scelta non avviene entro sei mesi dalla nascita, il bambino assume automaticamente il cognome della madre.
  • Francia: Dal 2005, i genitori possono scegliere tra il cognome del padre, della madre o entrambi, nell’ordine desiderato. In assenza di dichiarazione congiunta, prevale il cognome paterno.
  • Germania: I genitori possono scegliere il cognome del padre o della madre come cognome familiare comune. In assenza di scelta, prevale il cognome paterno. Di recente, è stata approvata una riforma che permette il doppio cognome.
  • Irlanda: Non ci sono restrizioni rigide; i genitori possono scegliere liberamente il cognome del padre, della madre o una combinazione di entrambi. In caso di disaccordo, interviene il tribunale.
  • Spagna e Paesi Latinoamericani: È comune l'uso di aggiungere al cognome paterno quello materno.
  • Russia: Si utilizza il patronimico, ovvero il nome del padre aggiunto al nome proprio del figlio.

In Italia, la situazione attuale è quella di un quadro normativo frammentato, basato su sentenze della Corte Costituzionale e circolari ministeriali, che spesso generano interpretazioni divergenti. La mancanza di una legge organica sul tema crea incertezza e continua a perpetuare, seppur in forme attenuate, una discriminazione di genere.

La proposta di legge di Franceschini, benché controversa, mira a rompere questo stallo. L'obiettivo generale è quello di garantire una piena parità tra i genitori nella trasmissione del cognome, riconoscendo il diritto all'identità personale del minore e il valore della figura materna nella filiazione.

La questione del cognome materno non è semplicemente una questione di "politicamente corretto", ma riguarda il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, padre e madre, e il diritto di ogni individuo a vedere riconosciuta la propria identità nella sua interezza, sia essa legata alla linea paterna che a quella materna. La legge italiana, attraverso l'intervento della Corte Costituzionale, sta gradualmente riconoscendo questo diritto, ma la completa attuazione richiederà un intervento legislativo chiaro e definitivo.

Mappa dell'Europa con evidenziate le diverse leggi sui cognomi

La Complessa Questione del Doppio Cognome e l'Identità Personale

L'introduzione del doppio cognome, o la possibilità di scegliere un unico cognome tra quello paterno e materno, solleva ulteriori interrogativi e sfide pratiche. La sentenza della Corte Costituzionale del 2016 aveva stabilito che i genitori potessero decidere di comune accordo di attribuire ai propri figli il doppio cognome. Tuttavia, la normativa successiva ha creato ambiguità riguardo all'ordine di preferenza e alla possibilità di scegliere un solo cognome materno.

La proposta di legge presentata al Senato nel febbraio 2022, che prevede l'introduzione dell'articolo 143quater nel codice civile, mira a chiarire questi aspetti. Essa stabilisce che i genitori coniugati possano attribuire al figlio o il cognome del padre, o il cognome della madre, oppure il cognome di entrambi, nell'ordine concordato. In caso di disaccordo sull'ordine, i due cognomi saranno attribuiti in ordine alfabetico. Questa proposta rappresenta un passo avanti significativo verso una maggiore equità e libertà di scelta per i genitori.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, è scoppiata la polemica sul possibile "accumulo" dei cognomi nelle future generazioni. Molti si sono chiesti cosa succederà quando due persone con il doppio cognome avranno un figlio, il quale potrebbe ritrovarsi ad avere ben quattro cognomi (che diventerebbero poi 8 nella generazione successiva, poi 16 e così via, con una crescita esponenziale). Questa ipotesi, tuttavia, è da escludere in molti ordinamenti, che prevedono limitazioni per evitare eccessive complessità. In Spagna, ad esempio, la soluzione adottata per evitare di quadruplicare i cognomi per le next generation è stata quella di decidere di comune accordo tra i genitori quale dei due cognomi portare avanti. Non sarebbe stato dunque preferibile stabilire che il cognome venisse semplicemente scelto di comune accordo tra i genitori?

Il cognome non è una semplice convenzione, ma un segno distintivo dell'identità personale, un tratto essenziale della personalità di chi lo porta. È il primo elemento che identifica una persona in ogni rapporto sociale e familiare. La possibilità di scegliere o attribuire un cognome che rifletta la storia sia paterna che materna contribuisce a una più completa e autentica affermazione dell'identità individuale. La giurisprudenza, sia nazionale che europea, ha sempre più riconosciuto il cognome come parte integrante del diritto all'identità personale e alla vita privata e familiare. La possibilità di trasmettere il cognome materno non solo salvaguarda l'unità familiare, ma rafforza l'identità del minore, riconoscendo la sua appartenenza a entrambi i rami familiari. L'evoluzione normativa in materia di cognome riflette un cambiamento culturale profondo, che sposta il baricentro da una concezione patriarcale a una più egualitaria, in cui entrambi i genitori hanno pari dignità e pari diritti nella trasmissione del proprio retaggio familiare.

In definitiva, la questione del cognome materno non è solo una questione di diritto, ma un riflesso di come la società percepisce e valorizza il ruolo di entrambi i genitori. La legge italiana, attraverso l'intervento della Corte Costituzionale, sta gradualmente riconoscendo questo diritto, ma la completa attuazione richiederà un intervento legislativo chiaro e definitivo che possa armonizzare le diverse esigenze e tradizioni. Dicevano i giuristi d'un tempo, "summum jus, summa iniuria", ovvero, per dirla semplicemente, il diritto va maneggiato con buon senso, altrimenti produce più danni di quelli che risolve. Forse è questo un caso in cui sarebbe particolarmente opportuno ricordarsene, e ricordarlo ai giudici e ai legislatori in primo luogo.

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