La nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema degli Stati Uniti ha rappresentato un momento di profonda trasformazione non solo per l’assetto giudiziario americano, ma per l’intero dibattito civile, religioso e politico del Paese. La sua ascesa, avvenuta in un clima di estrema polarizzazione, è stata accompagnata da udienze di conferma in cui la candidata ha saputo destreggiarsi tra il rigore della dottrina originalista e l’evasività strategica su temi sensibili, in particolare quello dell’aborto.

Il protocollo delle udienze: l'arte dell'evasione
Martedì la Commissione giustizia del Senato degli Stati Uniti ha tenuto il secondo giorno di udienze per la ratifica della nomina della giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. La conferma di Barrett è data quasi per scontata, con i Repubblicani che detengono una maggioranza solida in Senato. La sessione di mercoledì è durata quasi 12 ore e uno degli elementi più notevoli sono stati i tantissimi tentativi di Barrett - tutti riusciti - di evitare di rispondere su questioni specifiche.
Questa non è una pratica inusuale: da decenni, i nominati alla Corte Suprema evitano di esprimere opinioni circostanziate su temi che potrebbero diventare oggetto di giudizio. Tuttavia, l'evasività di Barrett è apparsa particolarmente significativa a causa delle aspettative espresse pubblicamente dal presidente Donald Trump, che ha più volte ipotizzato un coinvolgimento della Corte nel risolvere eventuali contestazioni sui risultati elettorali di novembre. Sulla questione, Barrett si è rifiutata di ricusare se stessa, mantenendo una linea di distacco formale.
L'aborto e il concetto di "super-precedente"
L’unico tema su cui la giudice ha espresso un’opinione, seppure limitata, è l’aborto. Rispondendo alla senatrice democratica Amy Klobuchar, Barrett ha affermato di non considerare Roe v. Wade come un "super-precedente", ossia una questione giudiziaria così assodata da essere intangibile. Questa affermazione ha immediatamente sollevato preoccupazioni tra i sostenitori del diritto all'interruzione di gravidanza, poiché suggerisce una disponibilità a riconsiderare il quadro giuridico che ha protetto tale diritto per quasi cinquant'anni.
La giudice, che ha più volte dichiarato che “le decisioni politiche non spettano alla Corte Suprema”, si è detta impossibilitata a rispondere a domande sull’aborto, la causa del razzismo nell’America di oggi, la separazione dei minori al confine e il cambiamento climatico, definendole "questioni controverse al centro di un acceso dibattito politico".
Roe vs Wade, la Corte Suprema e il diritto all'aborto negli USA
La dottrina Originalista come bussola
Durante gli hearings è stata spesso citata la dottrina Originalista, pilastro del lavoro di Barrett. Questa filosofia, che vede la Costituzione come un documento stabile il cui significato è fissato al momento della sua promulgazione, ha tra i suoi massimi esponenti il defunto giudice Antonin Scalia. L'originalismo è presentato come una dottrina che rende più difficile per un giudice anteporre le proprie opinioni politiche all’imparzialità, ma è anche spesso criticata per il freno che pone all’evoluzione sociale, in quanto vincola l'interpretazione a un testo di oltre due secoli fa.
Sotto questa lente, il giudice Scalia si era sempre detto favorevole alla pena di morte e aveva definito la sentenza Roe v. Wade come "decisa erroneamente". Critici sostengono che l’originalismo non sia altro che una facciata utilizzata dai giudici conservatori per portare avanti un'agenda politica, limitando l'operato della Corte alla stretta applicazione testuale e relegando i cambiamenti sociali esclusivamente all'iter, assai complesso, degli emendamenti costituzionali.
Adozione, "safe haven laws" e il dibattito etico
Un punto di rottura nel confronto pubblico è emerso quando Barrett, madre di sette figli di cui due adottati da Haiti, ha suggerito durante le argomentazioni orali che l’adozione possa rappresentare un’alternativa all’interruzione di gravidanza. Questo approccio ha scatenato un'ondata di indignazione, con numerose voci - tra cui quella dell'attivista Angela Tucker - che hanno contestato l'idea che la maternità forzata o la consegna in adozione possano essere presentate come una scelta indolore o semplicemente preferibile all'aborto.
L'avvocato delle cliniche, Julie Rikelman, ha ricordato in sede di dibattito che partorire comporta rischi fisici ben superiori a quelli di un aborto precoce, specialmente per le donne di colore. Il dibattito si è quindi spostato sul piano etico: da un lato, chi sostiene il "diritto alla vita" come pilastro morale; dall'altro, chi vede nel diritto all'aborto un'estensione necessaria dell'autonomia corporea e della libertà di scelta.
Lo scontro tra culture: post-protestantesimo e cattolicesimo
La nomina di Barrett ha sollevato questioni che vanno oltre il diritto, toccando le radici profonde della società americana. Secondo Joseph Bottum, intellettuale e critico culturale, l'America sta vivendo un fenomeno storico poco studiato: il crollo del consenso protestante che per secoli ha dettato la morale nazionale. Il vuoto lasciato dal protestantesimo tradizionale è stato riempito da un "post-protestantesimo" che, pur privo di una struttura teologica cristiana, ne ha conservato l'intransigenza morale, trasformando l'aborto in una sorta di "sacramento laico".
In questo contesto, i cattolici come Barrett, che rimangono fedeli a una visione tradizionale, vengono percepiti da una parte dell'élite culturale come un corpo estraneo o pericoloso. Questo spiega perché la nomina di Barrett sia stata vivisezionata nella sua identità religiosa più di quella di qualsiasi altro candidato in passato.

Una Corte a maggioranza conservatrice
Con l'approvazione del Senato, Amy Coney Barrett è diventata il terzo giudice nominato da Donald Trump, portando la Corte a una composizione di 6 giudici di area conservatrice contro 3 di area liberal. Questo squilibrio ha reso la Corte Suprema lo scenario principale per le battaglie sui diritti civili, con lo stare decisis (il principio del precedente vincolante) messo costantemente alla prova.
La sentenza riguardante il caso del Mississippi, Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, ha confermato i timori dei detrattori, portando a un ribaltamento che, di fatto, rimanda ai singoli Stati la possibilità di criminalizzare l'aborto. Il presidente Biden, commentando la decisione, ha parlato di una "minaccia estrema" ai diritti costituzionali fondamentali, mentre il Paese appare sempre più diviso: tra Stati che garantiscono l'accesso all'interruzione di gravidanza e altri che, forti della nuova maggioranza in Corte, operano per una drastica limitazione. Il futuro del diritto all'autodeterminazione delle donne negli Stati Uniti rimane, dunque, sospeso in un mosaico di leggi statali, in attesa di capire come la nuova composizione della Corte interpreterà la Costituzione di fronte alle sfide di una società in continuo mutamento.