
La figura di Giovanni Ciucci emerge dalla storia italiana con un'eco duplice, legata a contesti storici e personali profondamente diversi. Due distinti individui, omonimi, hanno inciso il loro nome nelle cronache, uno come protagonista delle rivolte antigiacobine di fine Settecento, l'altro come figura complessa e controversa degli anni di piombo, capace di una sorprendente rinascita personale. Questa bicefala narrazione offre uno spaccato delle trasformazioni sociali e politiche che hanno attraversato l'Italia in due epoche cruciali.
Il Capitano Ciucci: Ribellione Antigiacobina ad Ascoli
Nel tumultuoso panorama di fine Settecento, Giovanni Ciucci si distinse come capitano degli insorti ascolani, un'epoca segnata dalle rivolte antigiacobine e dall'occupazione francese. La sua figura è indissolubilmente legata alla liberazione di Ascoli nel gennaio 1799. Ciucci prese parte a una coalizione eterogenea e determinata. Al suo fianco vi erano figure come il famoso brigante Giuseppe Costantini, conosciuto come "Sciabolone", e il prete teramano Donato De Donatis, con le soldataglie al loro seguito. Questa alleanza, sebbene insolita, si dimostrò efficace nel contrastare l'occupazione francese.
La strategia adottata, unita all'ampio sostegno della popolazione locale, fu decisiva. Le truppe napoleoniche, assediate e sentendo il peso della resistenza popolare, abbandonarono la città per evitare uno scontro diretto. Questa vittoria, sebbene temporanea, rappresentò un significativo successo per gli insorti e per la popolazione ascolana che, con il suo appoggio, dimostrò la sua insofferenza verso il dominio straniero. Tuttavia, il trionfo fu di breve durata. Pochi mesi più tardi, i contingenti del generale D'Argoubert, in transito verso il Regno di Napoli, rioccuparono la città, costringendo i briganti alla fuga verso le montagne. Questo episodio, seppur conclusosi con un ripiegamento, rimane una testimonianza della ferocia e della complessità delle dinamiche politiche e militari dell'epoca, dove le sorti dei conflitti potevano cambiare rapidamente.
Giovanni Ciucci: Dagli Anni di Piombo alla Nuova Vita

Un altro Giovanni Ciucci, una figura ben diversa e distante temporalmente, è deceduto all'età di 61 anni, dopo una lunga battaglia contro una terribile malattia, a Lucca. La sua morte ha suscitato grande commozione non solo a Nodica, ma in tutta la città, dove era molto conosciuto. Ciucci, affettuosamente chiamato "Nanni" dai suoi numerosi amici, è stato per lungo tempo il direttore generale della cooperativa TerraUominiAmbiente, un percorso che lo ha visto affermarsi in un contesto sociale e lavorativo molto apprezzato.
La storia di questo Giovanni Ciucci è quella di una sorprendente rinascita. Aveva 62 anni quando è morto, ed era riuscito a emergere da un passato turbolento, segnato dal coinvolgimento nelle Brigate Rosse e dal rapimento del generale americano James L. Dozier. Questa esperienza lo aveva portato a fare delle scelte che aveva pagato duramente, ma dalle quali era riuscito a risollevarsi, anche contro il pregiudizio. Prima del suo coinvolgimento con le Brigate Rosse, Ciucci lavorava come ferroviere ed era un rappresentante sindacale, godendo di un notevole consenso e ottenendo un gran numero di voti durante le elezioni. Il suo passaggio verso le Brigate Rosse avvenne dopo la fine dell'esperienza di Lotta Continua nel 1977.
Ciucci finì per far parte del commando che rapì il generale Dozier, un evento che fu considerato una sorta di "canto del cigno" delle Brigate Rosse. Un dettaglio significativo di questo episodio riguarda il momento del blitz di liberazione di Dozier. Gira una frase, pronunciata dai responsabili dei NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) prima dell'irruzione: "Facciamo irruzione quando è di turno il toscano (così lo chiamavano quelli dei reparti speciali, ndr), perché è uno che non spara". E, in effetti, Ciucci non sparò. Dopo l'arresto, fu licenziato dalle ferrovie. Ricominciare non fu né semplice né scontato, ma Giovanni Ciucci dimostrò una forza incredibile e una straordinaria capacità di ripartenza.
Il suo mondo si trasferì a Castelnuovo Garfagnana, dove iniziò a lavorare come operaio presso la cooperativa Terra Uomini Ambiente. Grazie alla sua "marcia in più" e alla sua determinazione, in vent'anni scalò le gerarchie, diventando direttore generale della cooperativa. Sotto la sua direzione, la cooperativa crebbe in modo significativo, arrivando a offrire 400 posti di lavoro, un traguardo che testimonia la sua abilità e il suo impegno. La sua storia è un esempio di come, anche dopo esperienze estreme e scelte difficili, sia possibile ricostruire una vita e contribuire positivamente alla società.
Gli anni di piombo - Una cospirazione italiana SENZA CENSURA
Il Contesto degli Anni di Piombo: Violenza e Repressione
Il percorso di Giovanni Ciucci è indissolubilmente legato al complesso e doloroso periodo degli anni di piombo in Italia, un'epoca caratterizzata da un'escalation di violenza politica. I dati forniti a gennaio 1988 dal Ministero dell'Interno rivelano la gravità della situazione, computando in Italia, tra il 1º gennaio 1969 e il 31 dicembre 1987, un totale di 14.591 episodi di violenza a carattere politico contro individui o beni. Questa cifra comprende un'ampia gamma di azioni, dalle aggressioni squadristiche agli omicidi, fino agli attentati con bottiglie incendiarie ed esplosivi.
Tra il 1976 e il 1980, i cinque anni di maggiore intensità del fenomeno terroristico, furono registrati 9.673 episodi di violenza, con una media superiore ai cinque atti di violenza al giorno. Il bilancio in termini di vite umane fu tragico: 419 morti e 1.181 feriti. L'anno più drammatico fu il 1980, con 125 morti e 236 feriti, di cui ben 85 morti e 177 feriti derivanti dalla strage alla stazione di Bologna.
Eventi Significativi degli Anni di Piombo
Il periodo fu costellato da eventi che scossero profondamente la società italiana. Alcuni esempi includono:
- Al liceo Parini di Milano, il giornale studentesco "La zanzara" pubblicò un articolo sulla sessualità degli studenti, generando un acceso dibattito.
- A San Martino di Casies (BZ), un commando di terroristi separatisti sudtirolesi ferì i finanzieri Salvatore Cabitta e Giuseppe D'Ignoti.
- A Viareggio, una manifestazione studentesca contro la riforma scolastica "Piano Gui" degenerò in tafferugli, e uno studente fu ferito dalla polizia.
- A Roma, una manifestazione contro la guerra in Vietnam, di fronte all'ambasciata statunitense in via Veneto, fu repressa con la forza dalla polizia.
- Alla stazione ferroviaria di Trento, l'esplosione di un ordigno su un convoglio fermo provocò la morte del brigadiere Filippo Foti e della guardia scelta Edoardo Martini.
- A Roma, manifestazioni di protesta si verificarono in occasione della visita di Richard Nixon in Italia.
- Nello stand FIAT della Fiera Campionaria di Milano, una bomba esplose ferendo cinque persone.
- Otto bombe, posizionate in diversi treni italiani, provocarono 12 feriti, mentre altri due ordigni inesplosi furono ritrovati nelle stazioni di Milano Centrale e di Venezia Santa Lucia.
- A Padova morì, cadendo dalla tromba delle scale, Alberto Muraro, testimone del caso Fachini-Juliano.
La strage di piazza Fontana, avvenuta a Milano, segnò un punto di non ritorno: un ordigno esplose nel salone centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura, causando la morte di 17 persone e il ferimento di circa 90. Successivamente, l'anarchico Giuseppe Pinelli morì precipitando dalla finestra del quarto piano della questura di Milano durante l'interrogatorio condotto dal commissario Luigi Calabresi nell'ambito delle indagini sulla strage. L'inchiesta sulla morte di Pinelli, chiusa nel 1975 dal giudice Gerardo D'Ambrosio, sostenne che morì a causa di un malore che lo fece cadere dalla finestra, prosciogliendo tutti gli indiziati. Fu accertato che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli.
Altri eventi di rilievo includono:
- A Genova, durante un comizio di Giorgio Almirante, il militante missino Ugo Venturini fu colpito alla nuca da una bottiglia piena di sabbia.
- A Pecorile (Reggio Emilia), in un convegno che sancì la fine dell'esperienza di Sinistra Proletaria, un gruppo di militanti dell'estremismo di sinistra, tra cui Renato Curcio, Lauro Azzolini, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Margherita Cagol, decise di passare alla lotta armata.
- A Genova, il Gruppo XXII Ottobre sequestrò Sergio Gadolla, figlio di uno degli industriali più noti della città.
- A Reggio Calabria, nel corso di scontri tra forze dell'ordine e manifestanti durante i moti di Reggio, Antonio Bellotti, agente della Celere, fu colpito al capo da un sasso.
- Otto bombe incendiarie furono collocate allo stabilimento Pirelli di Lainate.
- Per la strage di piazza Fontana, il giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz emise tre mandati di cattura nei confronti di Franco Freda, Giovanni Ventura e Aldo Trinco.
- A Roma, si aprì il primo processo per la strage di piazza Fontana, ma dopo poche udienze la corte dichiarò la propria incompetenza.
- Nell'ambito dell'inchiesta per gli attentati del 1969 e della strage di piazza Fontana, fu arrestato Pino Rauti, con l'accusa di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista.
- A Milano fu assassinato il commissario dell'ufficio politico della questura Luigi Calabresi.
- A Peteano (GO), l'esplosione di un'autobomba in un agguato premeditato provocò la morte di 3 carabinieri e il ferimento di altri due.
- A Napoli, il militante del Partito Comunista Marxista-Leninista, Vincenzo Caporale, fu ferito da un candelotto durante un corteo contro la legge sul fermo di polizia.
- A Milano, nel corso degli scontri tra forze dell'ordine e militanti del MSI, una bomba a mano uccise l'agente di polizia Antonio Marino e ferì altri 12 poliziotti.
- Il rogo di Primavalle a Roma, l'incendio della casa di Mario Mattei, segretario della locale sezione del MSI, causò la morte dei suoi figli Virgilio e Stefano, di 22 e 8 anni.
- A Lido di Camaiore, il simpatizzante di sinistra Franco Poletti fu ferito gravemente da tre pugnalate mentre stava diffondendo il giornale "L'Unità" all'altezza del bar Versilia, da alcuni giovani simpatizzanti di Avanguardia Nazionale.
- Il venticinquenne militante missino Emanuele Zilli fu aggredito a Pavia da esponenti dell'estrema sinistra.
- Le Brigate Rosse rapirono a Torino il direttore del personale della Fiat Mirafiori, Ettore Amerio, il loro primo sequestro di lunga durata.
- Un attentato terroristico palestinese all'aeroporto di Roma-Fiumicino causò l'uccisione di 32 persone e il ferimento di altre 15.
- A Catanzaro, iniziò il processo per la strage di piazza Fontana.
- A Genova, le Brigate Rosse rapirono il magistrato Mario Sossi, PM nel processo al Gruppo XXII Ottobre.
- Una bomba in piazza della Loggia a Brescia, durante una manifestazione antifascista, provocò otto morti e un centinaio di feriti.
- A Pian del Rascino (RI), i carabinieri scoprirono un campo d'addestramento neofascista.
- Un ordigno ad alto potenziale esplose sul treno Italicus all'uscita di una galleria, nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, causando dodici morti e quarantotto feriti.
- A Torino, durante un controllo casuale, la polizia arrestò i brigatisti Prospero Gallinari e Alfredo Buonavita.
- Iniziò a Catanzaro il terzo processo per la strage di piazza Fontana.
- Iniziò a Roma il processo per il rogo di Primavalle, con imputati i militanti di Potere Operaio, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo.
- Le Brigate Rosse sequestrarono, nei pressi della sua villa di Canelli (Asti), l’industriale vinicolo Vittorio Vallarino Gancia.
- Le elezioni amministrative registrarono una netta avanzata del PCI e la contemporanea sconfitta dei partiti di governo, DC e PRI.
- Benigno Zaccagnini fu eletto segretario nazionale della Democrazia Cristiana.
- Proteste in tutto il paese contro la fucilazione avvenuta in Spagna di 5 antifranchisti.
- A Roma, vicino la sua abitazione in via Aurelia, fu gravemente ferito assieme a sua moglie, Bernardo Leighton, oppositore della dittatura cilena, che si trovava in esilio.
- Ucciso, all'Idroscalo di Ostia (Roma), lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini.
- A Milano, un gruppo di neofascisti accoltellò tre militanti di sinistra.
- A Torino, si aprì il primo processo al nucleo storico Brigate Rosse: ventitré terroristi alla sbarra, undici dei quali detenuti.
- A Sesto San Giovanni (Milano), il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bazzega furono uccisi durante uno scontro a fuoco seguito a una perquisizione nella casa del brigatista Walter Alasia, anch'egli colpito a morte.
- A Genova, le Brigate Rosse sequestrarono l’armatore Pietro Costa.
- A Catanzaro iniziò il quarto processo per la strage di piazza Fontana.
- A Torino, fu ucciso in un agguato il brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta.
- A Roma, due militanti dei Nuclei Armati Proletari uccisero l'agente di polizia Claudio Graziosi.
- A Roma, il nappista Antonio Lo Muscio fu ucciso in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine.
- A Tradate, due esponenti di Prima Linea assaltarono l'armeria di Luigi Speroni e dopo essersi impossessati di alcune armi si diedero alla fuga.
- A Torino, agguato delle Brigate Rosse contro Carlo Casalegno, vicedirettore de "La Stampa".
- A Roma, fu assassinato nei pressi della propria abitazione Angelo Pistolesi, impiegato di 31 anni e militante del Msi-Dn.
- A Roma, un commando dei Nuclei Armati di Contropotere Territoriale aprì il fuoco contro l'ingresso della sezione del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larentia, uccidendo due giovani militanti, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.
- Il governo varò il decreto legge 59/1978 che, nell'articolo 2, offriva significativi sconti di pena a chi, dissociandosi dagli altri, si fosse adoperato per la liberazione di un ostaggio sequestrato a scopo terroristico o eversivo.
Il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e il suo tragico epilogo furono eventi che segnarono profondamente la coscienza nazionale. Durante i 55 giorni di detenzione, le Brigate Rosse resero note ai giornali tre lettere di Aldo Moro, e distribuirono il quinto comunicato in cui affermavano: "Nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosto al popolo!". Infine, Aldo Moro fu assassinato. A Roma, nella sua abitazione, fu assassinato Gianpiero Caciani, di 32 anni. A Seregno (Milano), l'esplosione di un ordigno collocato da terroristi davanti all'abitazione del locale sindaco provocò il ferimento del giovane Roberto Girondi, di 18 anni. A Napoli, lo studente e consigliere del WWF Claudio Miccoli fu aggredito e bastonato da un gruppo di militanti neofascisti.
Le Controversie sulla Repressione e il Caso Dozier

Il rapimento del generale James L. Dozier, in cui fu coinvolto Giovanni Ciucci, divenne un simbolo della controversa lotta al terrorismo e dei metodi impiegati per la repressione. La vicenda si svolse con modalità brutali: quattro uomini travestiti da idraulici entrarono nell'appartamento veronese, immobilizzarono la donna sotto la minaccia di una pistola e uscirono con l'ostaggio nascosto in un baule, caricandolo su un pulmino. Durante il rapimento, uno dei sequestratori parlava uno "slang" americano, suggerendo, secondo i cronisti dell'epoca, il coinvolgimento di una rete terroristica europea che includeva le BR, la RAF tedesca, l’ETA basca e l’IRA. La foto del sequestrato diffusa dalle BR-PCC era un fotomontaggio, alimentando l'ipotesi che Dozier si trovasse già all'estero.
Nella Questura di Verona, Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS, convocò la squadra del Viminale, con l'ordine di usare "qualsiasi mezzo" per trovare Dozier. Arrivò a Verona Nicola Ciocia, specialista, con la sua squadra dei "cinque dell’Ave Maria", delle sevizie utili a far parlare. Le centinaia di telefoni messi sotto controllo non portarono a nulla. La vicenda prese una piega oscura con l'uso della tortura. Nazareno Mantovani fu interrogato e picchiato per prepararlo alla vera e propria seduta di tortura affidata a Ciocia e alla sua squadra, in un villino affittato dalla questura.
Le testimonianze raccolte evidenziano l'uso sistematico di violenze. Paolo Galati mise i poliziotti sulle tracce di una militante, Elisabetta Arcangeli, nella cui casa fu trovato anche Ruggero Volinia, nome di battaglia "Federico". Separati, furono interrogati e torturati: Arcangeli fu legata e subì violenze come tirate ai capezzoli e un manganello nella vagina, mentre Volinia fu percosso.
Il 28 gennaio 1982, sette uomini del NOCS irruppero nell'appartamento di via Pindemonte. I brigatisti furono immobilizzati e, rifiutando di rivelare le loro identità e nomi di battaglia, subirono calci e pugni. Le due militanti donne ricevettero un trattamento ancora peggiore. Frascella, interrogata, fu denudata e subì strappi ai peli del pube e compressioni ai capezzoli, fino a cedere e parlare di "Federico". Anche Emilia Libéra fu costretta a restare in ginocchio per ore, e subì pugni, schiaffi, compressioni ai capezzoli e calci sul pube, oltre alla minaccia di violenza sessuale. Savasta fu picchiato e gli furono spente sigarette sulle mani, mentre sentiva le urla delle compagne. I "giustizieri" minacciarono di ucciderlo con una pistola puntata alla tempia. Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci, malridotto e incapace di camminare, decisero di collaborare, fornendo le prime informazioni quella stessa notte.
Cesare Di Lenardo fu l'unico a non cedere alla tortura, nonostante i poliziotti lo avessero avvertito: "Nessuno sa del tuo arresto, sei solo un sequestrato e possiamo fare di te quello che vogliamo". Subì percosse ai piedi, alla testa contro il muro, scariche elettriche sui genitali, calci ai fianchi, bruciature alle mani e tagli al polpaccio. Nonostante le violenze estreme, Di Lenardo rimase irremovibile. Successivamente, fu sottoposto a simulazioni di esecuzione e all'annegamento.
Le rivelazioni sulle torture furono pubblicate da Pier Vittorio Buffa de “L’Espresso” e Luca Villoresi de “La Repubblica”, grazie a fonti interne alla Polizia. Queste pratiche, si scoprì, erano diffuse anche a Mestre, Roma e Viterbo. Magistratura Democratica fu l'unico gruppo di giudici a denunciare apertamente i metodi di contrasto al terrorismo.
Il processo veronese al gruppo dirigente e ai militanti delle BR-PCC proseguì con le testimonianze dei "pentiti" e dei funzionari di polizia. Umberto Improta raccontò che Ruggero Volinia "Federico" aveva collaborato subito, indicando un covo a Mestre e fornendo informazioni sul covo di via Pindemonte. Le uniche voci dissonanti furono quelle di Cesare Di Lenardo e Alberta Biliato, che denunciò le torture subite.
Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci consegnarono un memoriale al Tribunale, pur mantenendo la loro scelta di pentimento, affermando che il trattamento riservato loro era stato identico a quello subito dagli altri compagni. Scrissero: "Quattro lunghissimi giorni che non ti fanno restare dentro neanche la dignità di disprezzare chi ti ha torturato, che hanno un fine ben più ambizioso delle informazioni immediatamente estorte, poiché perseguono l’annientamento della tua identità politica".
Il dibattito sulla violenza della repressione raggiunse la Camera dei deputati, dove il Ministro dell'Interno rispose alle interrogazioni. I poliziotti democratici di Venezia del SIULP sostennero che tali pratiche erano state "tollerate o, addirittura, incoraggiate da direttive dall’alto e infine sostenute dal tacito consenso di una opinione pubblica condizionata dall’incalzare sanguinaria e folle di un terrorismo".
Le Brigate Rosse, il 18 marzo 1982, diffusero un comunicato in cui lanciavano la parola d'ordine della "ritirata strategica", analizzando la pratica della tortura come "un nuovo livello di scontro". Vittorio Borraccetti, sostituto procuratore padovano, dimostrò che le violenze non erano un'invenzione, e nel giugno 1982, il giudice istruttore Mario Fabiani firmò mandati di cattura contro alcuni responsabili, tra cui Salvatore Genova. La Camera dei deputati, nel 1986, rifiutò l'autorizzazione a procedere contro Genova, nel frattempo eletto deputato. Nel processo padovano, il Capitano Lucio De Santis fu arrestato in aula per falsa testimonianza e condannato.
La sentenza padovana fu l'unica degli anni '80 a riconoscere la responsabilità di pubblici ufficiali per violenze commesse contro arrestati per terrorismo. Tra il 2007 e il 2012, il commissario Salvatore "Rino" Genova raccontò ai giornalisti Matteo Indice e Pier Vittorio Buffa cosa fosse realmente accaduto, descrivendo le torture, confessando il suo ruolo e quello dei suoi colleghi, e confermando che i vertici del Viminale avevano impartito la linea della tortura. Le sue parole, "Non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro", non scatenarono reazioni veementi, ma aprirono delle crepe nel fronte di chi negava le violenze. Fainelli, pur negando la tortura di Volinia, ammise di averlo condotto insieme a Umberto Improta e altri colleghi la notte del 26 gennaio '82.