Nascere di nuovo: Il significato profondo di un cammino di trasformazione

La vita ci chiede continuamente di cambiare. Le stagioni ci ripropongono ciclicamente un nuovo inizio: la scure torna a essere posta alla radice dell’albero e il grano prima o poi dovrà essere vagliato. La vita ci chiede di generare, di portare frutto, ci chiede di cambiare. Tuttavia, ogni vero inizio richiede un cambiamento. Iniziare un cammino, un viaggio, una relazione, vuol dire scomodarsi, tagliare, rischiare. Forse è per questo che i nostri inizi sono spesso finzioni; sono inizi immaginari. Iniziare vuol dire cominciare a cambiare. E la concretezza dei segni ci aiuta a riconoscere questo cambiamento in noi.

Un sentiero tortuoso che si apre in un paesaggio naturale, simboleggiando l'inizio di un nuovo cammino spirituale.

Il cambiamento come atto di conversione

Ignazio di Loyola, per esempio, comincia la sua esperienza di conversione cambiando il suo vestito. Da cavaliere si fa pellegrino. In una singolare veglia d’armi, nel santuario di Monserrat, Ignazio depone le sue vesti di uomo di corte scambiandole con quelle di un mendicante. L’abito dice chi sono. Anche la prima parola di Gesù nel Vangelo è un invito al cambiamento: metanoeite, ovvero cambiate modo di pensare. Abbiamo tradotto in genere questa parola con "convertitevi" e abbiamo dato a essa un’accezione morale: eppure Gesù intende dire che i cambiamenti morali sono vani e inefficaci se non presuppongono un cambiamento nel modo di pensare.

Cambiate modo di pensare perché Dio (il Regno dei cieli) è vicino: finora hai pensato di doverti sforzare, migliorare, fortificare la volontà per raggiungere la perfezione di Dio. Cambia questo modo di pensare perché in verità è Dio che ti viene incontro. Abbandona i luoghi del potere, dell’istituzione e del sacro. Figlio del sacerdote Zaccaria, Giovanni abbandona le vesti sacerdotali della sua stirpe. Come in un gioco dell’oca, Giovanni si riposiziona nel punto di partenza. Torna nel deserto, vicino al Giordano. Il deserto infatti è il luogo in cui è iniziata la relazione di Dio con il suo popolo: è il luogo dell’intimità, del dono della Legge, della paura e della scoperta.

La resistenza al cambiamento e il rischio del nuovo

Ricominciare, soprattutto quando le relazioni si spezzano, non è mai un automatismo. A volte per ricominciare occorre avere il coraggio di ascoltare la parola dura che ci rimanda nella casella numero 1. La parola di Giovanni è una parola dura perché vuole scuotere dall’illusione di voler ricominciare senza un vero cambiamento. Farisei e Sadducei siamo noi quando ci opponiamo al cambiamento che Cristo viene a suggerire alla nostra vita. E spesso è la rigidità che ci impedisce di cambiare, l’attaccamento ai rituali, la volontà di preservare la comodità o i privilegi. "Si è fatto sempre così!" è il rigido rituale che spegne sul nascere il desiderio di Cristo di scuoterci dal nostro torpore.

Come direbbe Jung, «ciò a cui opponi resistenza persiste». Un nuovo inizio è sempre una sfida, un rischio, una sorpresa. Neppure Giovanni sa esattamente dove porta la strada che invita a spianare. Nel seguito del Vangelo lui stesso resterà sorpreso dalla novità di Gesù. Se davvero vogliamo partire, allora prepariamo la strada. La volontà di cambiare è reale se ci diamo da fare concretamente per preparare il terreno dove mettere i piedi. Spesso il desiderio di riconciliazione in una relazione resta una parola o un pensiero senza nessun segno di concretezza. Il battesimo segna un inizio, una volontà di camminare, perciò non può essere ricevuto se non si ha alcuna reale intenzione di cambiare.

L'arte di essere fragili - il cortometraggio

L'itinerario di guarigione di Gaetano Piccolo

Scava nella coscienza, interrogandola e scuotendola, l’illuminante libro di Gaetano Piccolo Nascere di nuovo. Un itinerario di guarigione, dedicato alle persone che si sentono bloccate e sfiduciate, ma che, al contempo, non si arrendono e vogliono cominciare di nuovo a camminare. Gesuita, l’autore - che insegna Metafisica presso la Pontificia Università Gregoriana - sottolinea, nell’introduzione, che per avviare un itinerario che porti a prendere decisioni nella vita, «occorre creare le condizioni». Il libro mira a rispondere proprio a questa esigenza che riveste un’importanza nevralgica.

«Ognuno di noi - scrive Piccolo - si porta dietro inevitabilmente una storia ferita, eppure possiamo riprendere in mano la nostra storia e ricominciare a camminare. Ogni cammino in fondo è un invito a non rimanere attaccati al proprio lettuccio di malattia e di lamento. Il Vangelo ci annuncia una buona notizia: la vita può ricominciare, possiamo sempre nascere di nuovo». Nel comporre questo libro, Piccolo è stato accompagnato e coadiuvato dalla lettura di Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro, che racconta un evento tra i più duri che un genitore possa sperimentare: la perdita di una figlia piccola. E a quel punto l’esistenza rischia di perdere senso.

La dinamica del seme: morire per rinascere

Uno degli atteggiamenti più difficili da assumere è scomparire. Di solito preferiamo occupare la scena, essere visibili, contare qualcosa. Ci sono però dei tempi in cui, per portare frutto, bisogna anche imparare a togliersi di mezzo. Quando il seme viene gettato nella terra, il contadino vede solo una distesa brulla e piatta. Non c’è niente. Occorre saper aspettare con pazienza. Il seme deve accogliere la zolla che lo schiaccia, deve rimanere al buio nel freddo della terra. Il tempo lo farà morire fino a spaccarsi e quello è il momento in cui la vita comincia a germogliare.

La dinamica del seme è anche quella dell’uomo adulto. E forse è il motivo per il quale tante persone rimangono adolescenti senza arrivare mai a generare. Diventare adulto infatti significa lasciarsi trasformare dalla vita, significa sapersi mettere da parte, scomparire quando è necessario. L’adulto accetta di entrare in un processo che è irreversibile: quando il seme muore, non può più tornare indietro. Il nemico dell’uomo moderno diventa allora il tempo, l’incapacità di accettare la direzione di processi che sono per sempre. Attraverso l’esempio del chicco di grano, il Vangelo di Giovanni ci presenta un’immagine di Gesù: è lui l’adulto per eccellenza, il seme che accetta di morire, di scomparire per dare vita.

Un chicco di grano che germoglia dal terreno scuro, metafora di crescita attraverso il sacrificio.

La domanda di Nicodemo e il mistero della rigenerazione

Queste son le domande che Nicodemo poneva al Signore: “Come può un uomo nascere quando è già vecchio?” E anche “come possono avvenire queste cose?”. Ma chi era Nicodemo? Anche se fariseo, egli fu attratto dal carattere e dai miracoli di Cristo e aiutò perfino Giuseppe d’Arimatea a seppellire il corpo di Gesù. Perché nascere di nuovo? “Quel che è nato dalla carne è carne”. Questa è ancora la domanda che molti oggi si pongono: perché per ereditare il regno di Dio bisogna nascere di nuovo? Non basta forse partecipare a funzioni religiose, riunioni, cantare inni, essere un bravo figlio di credenti, partecipare alla Scuola Domenicale, appartenere a una chiesa?

La Parola ci viene in aiuto descrivendo la rigenerazione come quell’aspetto della salvezza che ci fa diventare figli di Dio, nuove creature, introducendoci di diritto nella Sua famiglia. Si tratta di una nuova nascita ottenuta per fede, che proviene dall’Alto, di natura spirituale, una nuova creazione interiore che ci rinnova per mezzo dell’opera dello Spirito Santo. È una vivificazione, innanzitutto nello spirito umano che era morto, che comprende la cancellazione dei peccati e una metamorfosi spirituale, che ci spinge ad essere sempre più simili a Cristo. È una resurrezione, ossia una nuova vita di grande dignità in Cristo, una traslazione, perché con quest’opera interiore, il Signore ci ha trasportati dalle tenebre alla luce.

Vedere la realtà e le sue conseguenze

Non sempre vogliamo vedere come stanno veramente le cose. Forse perché abbiamo paura di portarne il peso, forse perché sogniamo che prima o poi la realtà cambi da sola. Arriviamo a capire che una relazione si è usurata solo quando è troppo tardi, proprio perché non abbiamo voluto vedere quello che stava accadendo. Chiudiamo gli occhi davanti alle ingiustizie o alle situazioni drammatiche del nostro tempo, perché in questo modo ci illudiamo di non esserne responsabili. In effetti, fin dall’antichità vedere e sapere sono sempre stati profondamente legati, addirittura nella lingua greca questa relazione è dentro le parole stesse: «io so» (οἶδα), espressione che troviamo anche nel testo del Vangelo, si esprime in greco usando il perfetto del verbo vedere (ὁράω).

Solo colui che chiude gli occhi e non si lascia distrarre dall’apparenza riesce a vedere veramente come stanno le cose: nell’Edipo Re di Sofocle, solo l’indovino Tiresia, cieco, sa come stanno veramente le cose. Finché Edipo crede di vedere, non si rende conto della realtà e di quello che ha fatto. Vedere la realtà è una grande responsabilità, ha sempre delle conseguenze, e non avviene mai da un momento all’altro. È vero, spesso siamo nelle tenebre, siamo dentro una notte profondamente oscura, ma proprio lì Gesù ci raggiunge. Non cancella la notte, ma si fa luce per accompagnarci. Il male fa parte di questa storia umana, ma è anche il luogo dove emerge la forza di Dio, che trasforma ogni storia di male in una storia di salvezza.

Una lanterna antica accesa nel buio di un sentiero, a simboleggiare la guida spirituale nel percorso di conversione.

Il cammino progressivo del discepolo

Le cose non cambiano da un momento all’altro, gli occhi non guariscono magicamente; l’incontro con Gesù, la conoscenza di Lui, richiede un cammino progressivo. Il testo di Giovanni ci presenta un cammino graduale attraverso il quale il cieco, guarito, arriva a conoscere Gesù sempre meglio. Queste tappe sono rese nel testo attraverso i titoli che il cieco guarito attribuisce a Gesù: all’inizio parla di Gesù semplicemente come un uomo; poi ai Farisei che lo interrogano dice che è un profeta; ma alla fine quando Gesù lo incontra, avendo saputo che è stato cacciato fuori dalla sinagoga, il cieco guarito arriva a fare la sua professione di fede, Gesù ormai è per lui il Signore.

Se è vero che si può vedere sempre meglio, è anche vero che davanti a Gesù siamo chiamati a prendere posizione e a deciderci, altrimenti diventiamo sempre più ciechi. A volte infatti ci ostiniamo nelle nostre visioni della realtà e pur di non ammettere che le cose sono diverse da come le abbiamo immaginate, preferiamo non vedere. Ci rendiamo ciechi per non essere smentiti nelle nostre attese. Ma ci sono anche coloro che non vogliono vedere per paura. Sono coloro che non vogliono compromettersi. Vedere vuol dire scomodarsi, uscire dalle proprie fantasie. Il protagonista di questo testo è immagine di ogni discepolo e del cammino che siamo chiamati a percorrere. Quest’uomo ha visto come stanno veramente le cose ed è disposto persino a pagare il prezzo della verità. Diventa testimone, si compromette e per questo viene buttato fuori dalla sinagoga. Il discepolo deve mettere in conto il rifiuto, l’incomprensione, l’umiliazione.

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