Il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza in Italia è un terreno complesso, caratterizzato da sfide strutturali e da un persistente disinteresse istituzionale che ne mina l'effettiva accessibilità. La storia di Francesca Tolino, divenuta una figura emblematica in questa lotta, evidenzia con drammatica chiarezza le difficoltà che le donne e le persone con un utero incontrano quotidianamente. La sua esperienza personale, segnata da un aborto terapeutico particolarmente traumatico, ha dato impulso a una campagna di pressione sulle istituzioni e di informazione pubblica denominata "Libera di Abortire", con l'obiettivo di garantire un accesso pieno e consapevole ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza. Nonostante l'esistenza della Legge 194/1978, che ha depenalizzato e regolamentato il diritto all'aborto, la realtà sul campo è spesso ben diversa, un percorso ad ostacoli dove informazione, cura e autodeterminazione sono costantemente messe alla prova.
La Legge 194/1978: Un Compromesso Controverso e la Sua Interpretazione Reattiva
La Legge 194 del 1978, che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia, rappresenta fin dalla sua origine un compromesso denso di condizioni e potenziali ostacoli. Come sottolinea la comparativista Susanna Mancini nel suo "Un affare di donne", il punto di partenza di questa legge è la situazione giuridica del concepito. Per 43 anni, ogni giorno, il principio cardine che ha condizionato le vite e la libertà di scelta delle donne è stato il divieto dell’aborto, e le situazioni in cui esso è permesso sono state costruite normativamente come delle eccezioni. Questo approccio riflette la natura della legge stessa, concepita come "il punto più basso del compromesso storico fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana", secondo la femminista e parlamentare del Partito Radicale Adele Faccio, che votò contro, pur di non accettare quello che definì un compromesso reazionario e controriformista. Per Faccio, una legge di tal genere sull'aborto rappresentava l'ultimo tentativo di un potere conservatore ormai battuto nell'opinione pubblica, come scrive nel suo libro “Una strega da bruciare”.
Sebbene il passaggio dal divieto totale alla concessione ben limitata abbia costituito una conquista contro l'aborto clandestino, di massa e di classe, la 194 ha nondimeno per tanti anni rappresentato una trincea dietro cui arroccarsi per poter parare i colpi assestati a ripetizione dai movimenti "no-choice" nazionali e internazionali. In un contesto globale dove si è delineata, negli ultimi tempi, una vera e propria “seconda guerra mondiale sull’aborto” dopo le lotte degli anni Settanta per contrastare gli aborti clandestini, l'Italia non è un caso isolato. Sono pochi i Paesi nel mondo le cui leggi sull'aborto non nascondono clausole che hanno il solo scopo di limitare il libero accesso delle donne e delle persone con un utero ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza e ai metodi contraccettivi. Questo rende essenziale essere pronti e uniti per affrontare le sfide attuali e future.

L'Obiezione di Coscienza: Un Ostacolo Sistemico che Mina i Diritti Riproduttivi
Uno dei nodi cruciali che impediscono la piena applicazione della Legge 194 e l'effettivo accesso all'interruzione volontaria di gravidanza è l'obiezione di coscienza. In Italia, la percentuale di obiettori di coscienza sull'aborto si è ormai assestata al 70%, un dato che, menzionato così frequentemente, rischia di assuefare l'opinione pubblica. Questo fenomeno non riguarda solo i medici, ma si estende anche ad anestesisti (46,3%) e al personale non medico (42,2%), creando una "obiezione di struttura" più che di singoli, una situazione che, di per sé, risulta illegale.
Le conseguenze di questa diffusa obiezione sono tangibili e drammatiche. In tantissime città d'Italia, non è possibile abortire civilmente, e le donne si trovano a subire violenze fisiche e psicologiche a causa del numero altissimo di obiettori, dell'assenza di informazioni chiare e scientificamente corrette, e delle amministrazioni anti-abortiste. La mancanza di strutture disponibili in intere regioni costringe le donne a spostarsi e ad affrontare un "calvario" per poter accedere a un diritto garantito per legge. Un esempio lampante è l'Abruzzo, una delle regioni con maggiori difficoltà per chi desidera interrompere una gravidanza, dove l'obiezione di coscienza è all'89% e la somministrazione della pillola RU486 è consentita solo in ospedale. Questa situazione evidenzia disuguaglianze di accesso gravi, con alcune donne costrette persino a emigrare all'estero in caso di diagnosi tardiva di grave patologia fetale, come ha osservato Anna Pompili, ginecologa di Amica.
Il caso di Francesca Tolino illustra vividamente come l'obiezione di coscienza possa trasformare un percorso già difficile in un'esperienza traumatica. Lei stessa ha impiegato dieci giorni per trovare un medico disposto a prendere in carico il suo caso, sottolineando che "non serve avere un medico non obiettore se intorno tutto il sistema obietta", riferendosi alla necessità di avere l'intero staff sanitario non obiettore, inclusi anestesisti e infermieri. Questo ambiente ostile contribuisce a far sì che le donne "non siano formate (oltre che informate) rispetto alla gestione dei propri diritti riproduttivi", il che è il principale scopo dei movimenti "no-choice" in Italia, che si inseriscono nelle pieghe della legge 194 per minare, giorno dopo giorno, la cittadinanza femminile.
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Il Calvario di Francesca Tolino: Una Testimonianza che Riscrive la Prassi
La storia di Francesca Tolino è diventata il catalizzatore e il volto della campagna "Libera di Abortire", rivelando le criticità sistemiche che affliggono l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Francesca ha vissuto in prima persona un aborto terapeutico al sesto mese di gravidanza nel settembre 2019, a causa di gravi malformazioni al cuore del feto, un’esperienza che descrive come un "calvario" reso ancora più traumatico dalla prassi ospedaliera. Il suo percorso è iniziato ancor prima del ricovero, con dieci giorni di ricerche per capire a chi rivolgersi, tanto che il suo ginecologo le aveva suggerito di andare a Londra, un'assurdità data la spesa di decine di migliaia di euro e la lontananza da casa per un diritto garantito in Italia.
Durante la sua degenza, Francesca ha incontrato specialisti che, invece di fornirle un quadro scientifico della situazione, hanno tentato di farla sentire in colpa e farle cambiare idea, dandole anche informazioni false. Solo dopo l'autopsia, è emerso che il feto in ogni caso non avrebbe raggiunto l'ottavo mese di gestazione. Per tre giorni, Francesca è rimasta nell'incertezza, senza sapere come sarebbe stato condotto l'aborto o quando. Le sono state somministrate "pasticche colorate" di cui ignorava il contenuto, e ha subito diverse ecografie "al solo scopo di farmi vedere il viso della bambina". Quando finalmente è stata trovata una ginecologa non obiettrice, l'unica su "non so quanti piani di ospedale", questa era impegnata con altri parti e non è mai entrata nella sua sala. Inoltre, l'intero staff sanitario - ostetriche, infermieri e anestesista - era obiettore, lasciandola "per ore senza anestesia", perché, come sottolinea Tolino, "in questa città si permette che un anestesista possa decidere quanto una donna debba soffrire".
Il parto è stato un'esperienza di violenza ostetrica: "Sono stata malissimo, ho urlato per ore e nessuno da fuori interveniva, nemmeno la dottoressa non obiettrice da cui mi sarei aspettata assistenza". Anche il colloquio psicologico previsto per legge in caso di aborto terapeutico si è rivelato un tentativo di dissuasione. La psichiatra, anch'essa obiettrice, ha cercato di farla cambiare idea. Sulla sua cartella clinica, Francesca ha poi scoperto di essere stata descritta come una "donna sotto effetto di psicofarmaci non atta a fare la madre", con un'enfasi sul rischio per la sua salute psichica piuttosto che sulla grave malformazione fetale. Questa testimonianza, "la fotocopia di tantissime altre", dimostra che la sua non era una storia sfortunata, ma una prassi. Molte donne si sono rivolte a lei con storie simili, raccontando di essere trattate in un modo tale da uscirne "distrutte", tanto da non riuscire più a parlarne.

I Cimiteri dei Feti: Violazione della Privacy e della Dignità
Un'altra drammatica scoperta che ha segnato profondamente Francesca Tolino e ha amplificato la sua battaglia è stata l'esistenza dei cimiteri dei feti, una pratica che, sebbene non isolata al caso romano, si è rivelata particolarmente offensiva al Cimitero Flaminio di Roma. Qui, in un'enorme fossa comune di feti, ha trovato una croce di ferro nuova con il suo nome scritto con un pennarello bianco, al posto del codice della cartella clinica che si usa in tanti altri cimiteri. Questa pratica, che prevede la sistemazione di una croce cattolica sopra la tomba del feto con il nome e cognome della persona che ha abortito, è avvenuta senza che Francesca ne sapesse nulla, nonostante avesse chiesto per tre volte in ospedale cosa ne avrebbero fatto del feto, senza ricevere mai risposta. Qualcuno dall'ospedale si è preso la briga di consegnare il feto a chi lo ha poi congelato, fatto un rito cattolico e infine lo ha seppellito, mettendo il nome di Francesca, il tutto "senza uno straccio di consenso".
Questo rappresenta una "violazione della privacy enorme", poiché chiunque può chiamare il cimitero e chiedere informazioni su altri, senza controllo. L'impatto è stato "tremendo" per Francesca e per tutte le donne che si sono ritrovate davanti a quello che lei definisce "schifo", senza nemmeno sapere se sotto la croce c'è il feto di riferimento o meno. La questione è stata ulteriormente complicata dal fatto che, a Roma e al Flaminio, hanno deciso di agire in questo modo, mentre altrove la prassi è differente. "Nasce un figlio e metti il cognome del padre, ma per il feto sepolto c'è quello della madre", aggiunge Tolino, sottolineando lo stigma che accompagna sempre l'interruzione di gravidanza. Anche se, dopo le denunce, il suo nome è stato rimosso e sostituito dal numero della cartella clinica, resta il fatto che nessuna autorizzazione alla sepoltura era stata chiesta e data.
Di fronte a questa prassi abusiva, Francesca Tolino e i Radicali Italiani, insieme all'associazione Libera di Abortire, hanno agito legalmente nel marzo 2021 contro AMA (società che gestisce raccolta e smaltimento dei rifiuti della Capitale), ASL Roma 1 e l'Azienda Ospedaliera San Giovanni per contestare queste pratiche indebite. La prima udienza al Tribunale di Roma si è tenuta a settembre. La vittoria in questo processo chiarirebbe una volta per tutte che è solo la persona che ricorre all'aborto a dover essere informata per scegliere. Un importante risultato è stato raggiunto il 4 novembre, quando l'Assemblea Capitolina ha approvato una delibera secondo cui può essere solo la donna o un suo delegato a chiedere l'eventuale sepoltura o cremazione del feto. Sebbene accolta con ottimismo, Francesca Tolino ha sottolineato che "la strada è ancora lunga e che la palla, ora, è nelle mani della Regione", poiché ad oggi nulla è scritto e obbligatorio per gli ospedali.

"Libera di Abortire": La Campagna per l'Autodeterminazione e la Conoscenza
Dalla consapevolezza che per scontrarsi ad armi pari con l'internazionale integralista, capace di riunire l'estrema destra evangelica statunitense, i poteri reazionari della Russia di Putin e la Chiesa Cattolica, fosse necessario lanciare il cuore oltre l'ostacolo, è nata la campagna "Libera di Abortire". Questa iniziativa è un grido di risveglio dal torpore e dall'insensibilità dell'opinione pubblica, un tentativo di superare le divisioni che hanno caratterizzato il fronte femminista e la paura di scivolare indietro qualora si tentasse di toccare il compromesso della legge di 40 anni fa.
La campagna, promossa da Radicali italiani, UAAR, IVG Ho abortito e Sto Benissimo, Non è un veleno, i Giovani Democratici Abruzzo e Milano, Si Può Fare, TAKE… ACTION! e aperta a tutte le associazioni e le persone convinte che non possano esistere intere strutture dove non si pratica l'aborto o che siano tollerate violenze psicofisiche senza che nessuno sia mai ritenuto responsabile, ha come obiettivi principali la pressione sulle Istituzioni e l'informazione pubblica. L'intento è garantire a tutte le donne e le persone con utero il libero accesso all'aborto, la cura, il libero e pieno spazio di autodeterminazione e scelta, ma anche la prevenzione, diritti che attualmente vengono negati.
Uno dei primi passi della campagna è stata la creazione di una rete di associazioni, movimenti e partiti che in questi anni si sono battute per il diritto all'aborto in Italia, una rete di resistenza, ma anche di conoscenza, denuncia e proposta. Il progetto è partito da maggio 2021, prendendo spunto dalla storia di Francesca Tolino - testimonial della campagna - e da quelle di tutte le donne che hanno abortito in Italia, per dimostrare la concretezza dei dati e il disinteresse delle istituzioni per i diritti riproduttivi. La campagna mira a fornire informazioni complete sull'aborto e a contrastare lo stigma che lo accompagna, un tabù che spesso si traduce in condanna e isolamento per le donne che vi ricorrono. Francesca Tolino, con il suo background articolato che intreccia cooperazione internazionale, comunicazione, imprenditoria femminile e pratiche di cura del corpo, porta avanti questa battaglia con determinazione.

La Cruciale Necessità di Informazione e Prevenzione
Uno degli aspetti più critici evidenziati dalla campagna "Libera di Abortire" è la grave carenza di informazioni chiare, scientifiche e laiche sull'interruzione volontaria di gravidanza, soprattutto da parte delle istituzioni preposte. È impossibile accettare passivamente che un'istituzione come il Ministero della Salute ignori la necessità di fornire sul proprio portale informazioni esaurienti su come accedere ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese. Sulla sezione dedicata al tema nel sito del Ministero, a parte uno scarno monito su come l'Italia tuteli sempre e comunque la maternità, si trova poco o nulla di pratico: dove andare, cosa fare, a chi rivolgersi, quali sono i diritti delle donne. Come sottolinea Francesca Tolino, "sul sito del Ministero della Salute non c’è scritto nulla se non che la 194 è una legge a tutela della maternità e che ci sono 7 giorni di ripensamento".
Per sopperire a tutte queste mancanze, la campagna "Libera di Abortire" ha diffuso e realizzato un vademecum informativo, intitolato “Libera di sapere, libera di abortire”, autoprodotto insieme alle attiviste. Questo vademecum, di cui sono state distribuite oltre 10mila copie fuori da scuole e università di tutta Italia, non solo spiega come accedere ai servizi abortivi, ma prepara anche le donne e le persone con un utero a cosa non è (più e mai stato) lecito subire nel loro percorso verso un'interruzione volontaria di gravidanza. Il vademecum è diviso in due parti fondamentali: cosa fare quando si decide di abortire e cosa non è lecito subire, un punto quest'ultimo che "non è mai stato messo nero su bianco" e che include informazioni cruciali anche per le minorenni. Questo sforzo di "informare per formare" è vitale, poiché far sì che le donne non siano formate rispetto alla gestione dei propri diritti riproduttivi è il principale scopo dei movimenti "no-choice" in Italia.
La campagna ha anche lanciato una raccolta firme digitale a supporto dell'appello al Ministro Speranza, a dimostrazione che la battaglia non è più solo una storia individuale, ma di tutta la cittadinanza. Attraverso questa iniziativa, si cerca di sostituirsi alle istituzioni che non adempiono al loro dovere di informare, stampando e distribuendo a proprie spese questo vademecum fuori da scuole e ospedali.

Proposte per una Riforma Strutturale e un Accesso Equo
La campagna "Libera di Abortire", con l'urgenza dettata dalle testimonianze e dai dati, ha formulato proposte concrete per un cambiamento strutturale, rivolgendosi direttamente al Governo italiano e, in particolare, al Ministro della Salute Roberto Speranza. Queste proposte mirano a rendere la Legge 194 effettivamente applicabile e a garantire un accesso equo e dignitoso all'interruzione volontaria di gravidanza in tutto il territorio nazionale.
Tra le principali richieste figura l'urgenza di favorire l’assunzione di medici non obiettori, un passo essenziale per contrastare l'obiezione di struttura che blocca l'operatività di intere strutture sanitarie. Si propone inoltre di prevedere meno finanziamenti alle regioni che non garantiscono le prestazioni, attraverso la creazione di un indicatore specifico che tenga conto dei tempi di attesa, della possibilità di scelta tra aborto chirurgico e farmacologico, e di altri parametri fondamentali per un servizio efficiente.
Un altro punto focale è l'incentivo alla telemedicina, una soluzione che potrebbe migliorare l'accessibilità, soprattutto in aree dove i servizi sono più carenti. Si richiede anche l'obbligo di corsi di aggiornamento e formazione del personale sanitario, includendo tali tematiche già all'interno dei corsi universitari di ostetricia e ginecologia, per garantire una preparazione completa e laica.
La campagna sottolinea la necessità di rivedere specifici articoli della Legge 194. Articoli come il 5, il 6 e il 7, che riguardano l'interruzione di gravidanza per grave patologia fetale oltre la 22esima settimana e il periodo di riflessione di sette giorni prima dell'IVG, definito un "lascito di quel compromesso storico", sono considerati obsoleti e limitanti. In particolare, la richiesta di modificare l'articolo 9 è cruciale, poiché non prevede l'obbligo di continuità assistenziale per il medico obiettore di coscienza. Giulia Crivellini, avvocata e tesoriera di Radicali Italiani, spiega che "La 194 risulta in molte delle sue parti violata, come l’articolo 9 che garantisce l’obiezione singola, ma vieta l’obiezione di struttura. Il ministero dovrebbe vigilare, ma questo non avviene". Questa situazione rappresenta una grave restrizione del diritto di autodeterminazione, come rilevato anche dal Consiglio d’Europa, che ha più volte bacchettato l'Italia.
La battaglia per una riforma strutturale, come afferma Francesca Tolino, "passa per il Parlamento o tramite azione popolare o referendaria, se sarà necessario". L'obiettivo è superare la situazione attuale, dove "non basta essere un sindaco donna", ma è necessaria una "città non femminile ma femminista", laica, dove i diritti riproduttivi non siano espulsi dal dibattito civico e dove non ci sia spazio per l'incuria istituzionale o lo stigma sociale.
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Oltre l'Italia: La Battaglia Globale per i Diritti Riproduttivi
La situazione italiana, pur con le sue specificità, non è un fatto isolato nel panorama globale dei diritti riproduttivi. Al contrario, si inserisce in un contesto internazionale dove la lotta per l'accesso all'aborto è in continua evoluzione e, in molti casi, sotto attacco. Come già menzionato, si sta delineando una "seconda guerra mondiale sull’aborto" dopo le lotte degli anni Settanta, e l'Italia non può permettersi di rimanere inerte.
Un esempio emblematico di questa regressione si osserva in Polonia, dove il restringimento dei casi possibili per l'interruzione di gravidanza ha escluso l'aborto in caso di malformazione del feto. Questa decisione ha avuto un impatto devastante, portando l'associazione Aborcja bez granic (Aborto senza confini) a registrare un aumento di oltre 10mila chiamate e richieste di andare all'estero per abortire. Questo dimostra come le limitazioni legali e la negazione dei servizi in un Paese possano avere ripercussioni dirette e drammatiche sulla vita delle donne, costringendole a cercare soluzioni costose e spesso pericolose fuori dai confini nazionali.
La consapevolezza di non essere soli, di far parte di una battaglia più ampia, è un pilastro fondamentale della campagna "Libera di Abortire". Il fronte antiabortista, infatti, si dota di nuovi strumenti finanziari, retorici e di pressione politica a livello internazionale, e per questo è essenziale continuare a unire e fare rete, non solo a livello nazionale ma anche oltre. Questa rete deve essere di resistenza, ma anche di conoscenza, denuncia e proposta, per contrastare efficacemente le forze che, anche in Italia, vorrebbero un passo indietro su questo diritto. Quarant'anni fa, il 17 e 18 maggio 1981, milioni di italiani si recarono alle urne per esprimersi in difesa della 194. Oggi, la battaglia è più subdola: pur avendo una legge scritta nero su bianco, essa è spesso disattesa, e a pagarne le conseguenze sono sempre le donne. La lotta per il diritto all'aborto è mondiale, e dopo oltre quarant'anni, l'interruzione di gravidanza si trova ancora sotto attacco a causa dell'obiezione di coscienza, dello stigma e dei traumi fisici e psicologici, configurandosi come un percorso ad ostacoli che vede le donne sempre più sole.