La Legge 194, che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia, è tornata a essere oggetto di feroci polemiche e di un acceso dibattito pubblico e politico. Questa legge, pilastro della legislazione italiana sui diritti riproduttivi, si trova nuovamente al centro di discussioni che ne mettono in discussione non solo l'applicazione ma, in alcuni casi, anche la sua stessa legittimità e i suoi principi fondanti.
Il Contesto Recente: Un Convegno alla Camera e le Reazioni Accese
Una recente iniziativa alla Camera dei Deputati ha scatenato una bagarre politica, evidenziando le profonde divisioni esistenti sul tema dell'aborto. Martedì mattina, nella saletta stampa di Montecitorio, due ricercatori hanno presentato la prima pubblicazione del Centro studi Machiavelli, intitolata "Biopoetica, breve critica filosofica all'aborto e all'eutanasia". La saletta era stata prenotata dal deputato leghista Simone Billi, eletto nella circoscrizione estera, il quale ha sostenuto di non essere presente all'evento, affermando di trovarsi a Strasburgo in quel momento. Il Centro studi Machiavelli, come si legge nel suo sito, è un think tank che si propone di dare "idee all'Italia sovrana" e «promuove la conservazione dei valori tradizionali unita a proposte innovative e coraggiose». Billi, trasferito in Svizzera dal 2021 e originario di Firenze, conosce questo centro.
Nel corso della presentazione dello studio, curato da Maria Alessandra Varone, ricercatrice all'Università di Roma Tre, e da Marco Malaguti, i due relatori hanno avanzato richieste esplicite affinché la legge 194 venga "riscritta" in senso "restrittivo". Le loro argomentazioni hanno toccato punti particolarmente sensibili. Varone ha citato il caso dello stupro, affermando: «Nulla toglie che questo bambino venga dato in adozione, nulla toglie che questa madre possa portare avanti la sua vita con lui: questo non l'autorizza ad ucciderlo, perché di questo si tratta e bisogna aver il coraggio di usare le parole consone». Queste frasi, riportate dall'agenzia Agi, sono state percepite come un argomento e un linguaggio "forti", con molti che hanno messo in discussione se parlare di una donna che "uccide" sia un linguaggio "consono" e "coraggioso" o, al contrario, semplicemente violento, specialmente trattandosi del caso di una donna che ha subito uno stupro. È vero che un aborto è una vita recisa, e che se la donna violentata abortisce le vittime diventano due, la donna e lo stesso figlio incolpevole, ma è altrettanto vero che nel dramma esiste uno spazio privato, riservatissimo, in cui non si può entrare se non in punta di piedi. La verità si può dire in tanti modi, ma l'unico sbagliato è quello che colpevolizza le donne. Malaguti ha spiegato che aborto ed eutanasia «afferiscono a quella che è una tematica di valore primario della nostra contemporaneità: il tramonto dei valori», arrivando a paragonare l'atto di interrompere la gravidanza a «quello di uccidere, di rubare, di ferire». In sintesi, secondo quanto sostenuto da Malaguti e Varone, «l'aborto non è un diritto legalmente accettabile», perfino «nei casi più tragici, come quelli di stupro, non è mai giusto». Varone ha definito il caso dello stupro un «finto dilemma morale», sottolineando che «non c'è uno che perde e l'altro che guadagna: il feto perde e la madre guadagna, in termini puramente logici».
Il giorno dopo il convegno, le proteste delle opposizioni si sono scatenate, accusando la Lega di posizioni "oscurantiste sull'aborto". La capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, ha dichiarato: «Non vi permetteremo di fare dell'Italia un Paese del Medioevo e della barbarie civile e umana. L'aborto è un diritto anche per le vostre compagne, anche per le vostre figlie». Ha inoltre chiesto: «È inaccettabile che venga negato in Parlamento e da un partito di governo. Meloni, da donna, cosa dice?». Raffaella Paita, coordinatrice nazionale di Iv, ha aggiunto: «Altro che Medioevo. Qui siamo oltre l'oscurantismo. Il deputato leghista Billi promuove un convegno alla Camera in cui si rimette in discussione la legge 194 e in cui si nega che l'aborto sia un diritto». La senatrice del Partito Democratico Ylenia Zambito ha ribadito su X: «Dopo Pillon arriva Billi. A destra cambiano i volti ma non i programmi: non si fermano la propaganda contro i diritti delle donne e le affermazioni aberranti. Allora ripetiamolo: l'aborto è un diritto sancito dalla legge, con buona pace degli esponenti leghisti». La deputata Pd Ilenia Malavasi ha commentato: «Può sembrare paradossale, ma ringrazio il collega Billi e il gruppo Lega per aver organizzato questo convegno. Li ringrazio perché l'esercizio di chiarezza è sempre una buona cosa e, in tutti questi mesi, la maggioranza si era sempre nascosta dietro ad ammiccamenti, smentite, arrampicamenti sugli specchi. Così, invece, diventa chiaro qual è la loro posizione rispetto ai diritti, alle donne, alla loro possibilità di autodeterminarsi e di scegliere. Non che ci fossero molti dubbi, in realtà». Elisabetta Piccolotti dell'Alleanza Verdi Sinistra ha denunciato che «è quello che hanno sostenuto gli organizzatori di un convegno sull'aborto ospitato dalla Lega affermando che l'interruzione di gravidanza sarebbe "un uso improprio della libertà e della responsabilità" e ancora che andrebbe riconosciuto al padre 'un pari diritto decisionale' rispetto alla madre». Ha concluso: «Un'aberrazione, una posizione inaccettabile […] Ci aspettiamo che tutte le donne della destra prendano le distanze dal loro collega della Lega Billi e che lo faccia al più presto anche la Presidente del consiglio Meloni». Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel Mondo, ha sottolineato: «l'interruzione volontaria di gravidanza è un diritto delle donne, conquistato con anni di battaglie per cancellare la piaga dell'aborto clandestino e sul quale non permetteremo che si faccia un solo passo indietro».
Lo stesso deputato Billi è stato costretto a intervenire per chiarire che quelle espresse dai rappresentanti del Centro studi Machiavelli non sono le sue posizioni né quelle della Lega, che «da sempre si è battuta per la libertà di espressione delle donne». Ha ribadito: «Personalmente credo nella libertà di scelta e, soprattutto, le donne vittime di violenza non possono essere utilizzate e strumentalizzate. Ribadisco ancora una volta che le donne devono poter decidere autonomamente. Io non ero presente al convegno e, se fossi stato presente, avrei sicuramente portato avanti le mie tesi». Il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, ha provato a difenderlo, dicendo: «AVRÀ PRENOTATO la sala ma non era consapevole di quelle posizioni: io non credo che Billi la pensi così». Anche la responsabile del dipartimento Pari opportunità della Lega, Laura Ravetto, ha aggiunto: «Come Lega siamo e saremo sempre per la libertà di scelta, soprattutto su un tema personale come l'aborto su cui sono proprio le donne ad avere l'ultima parola».

La Legge 194/1978: Struttura e Finalità
Per comprendere appieno la portata di queste discussioni, è fondamentale ripercorrere i cardini della Legge 194. La legge n. 194 è stata approvata il 22 maggio 1978 ed è composta da 22 articoli, rappresentando una delle conquiste fondamentali del femminismo in Italia e un baluardo contro gli aborti illegali che in passato causavano gravi complicazioni e la morte di tantissime donne. Nel 1981, un referendum abrogativo per eliminarla, promosso dal Movimento per la vita, vide quasi il 70 per cento dei votanti dichiararsi a favore dell’aborto, confermando così la validità della legge e impedendone la modifica.
Attualmente, la legge 194 permette di interrompere volontariamente una gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari». L’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) può essere effettuata con metodo chirurgico negli ospedali e nelle strutture sanitarie abilitate, oppure con metodo farmacologico, disponibile anche nei consultori e praticabile fino a nove settimane dopo il concepimento. Negli ultimi quarant’anni, il numero di aborti effettuati in Italia è calato di oltre il 70 per cento, passando dai 234 mila interventi del 1983 ai circa 66 mila del 2020. Questo calo è attribuibile anche al miglioramento dell’accesso alla contraccezione. Nel 2020, in particolare, l’aborto farmacologico è stato eseguito nel 35,1 per cento dei casi di Ivg, con grandi differenze tra le Regioni: dall’1,9 per cento del Molise a oltre il 50 per cento in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata. L’impiego dell’aborto farmacologico è aumentato di quasi 13 punti percentuali dopo la riforma Speranza, passando dal 31,3% dei casi di gennaio-marzo 2020 al 44% di ottobre-dicembre 2020.
Il Nodo dell'Obiezione di Coscienza: Un Ostacolo All'Accesso?
Uno degli elementi più discussi e controversi della legge 194 è la possibilità, concessa dall’articolo 9, per i ginecologi di ricorrere all’obiezione di coscienza e di rifiutarsi di effettuare un aborto, per esempio per motivi etici o religiosi. Sebbene il diritto all’aborto dovrebbe essere sempre garantito, di fatto l’alto tasso di obiettori crea una stortura e complica per molte donne l’effettiva possibilità di accedere alla procedura. La legge stabilisce che le strutture sanitarie debbano comunque «assicurare» la possibilità di abortire, ma questo non sempre accade.
Due anni fa, l’Ivg era praticata nel 63,8 per cento delle strutture autorizzate, anche in questo caso con differenze rilevanti nelle diverse regioni, dal 100 per cento della Valle d’Aosta al 28,6 per cento di Bolzano. Secondo i dati dell’indagine del 2022 “Mai Dati, Dati aperti (sulla 194) - Perché ci servono e perché ci servono per scegliere”, sono 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza. A livello nazionale, il Ministero della Salute ha riportato che gli obiettori sono il 64,6%, con percentuali che variano notevolmente da regione a regione: si va dall’84% della provincia autonoma di Bolzano al 25% della Valle D’Aosta (hanno oltre l’80% di obiettori anche Abruzzo, Molise, Basilicata e Sicilia, mentre sono oltre il 70% Umbria, Marche, Campania e Puglia).
Per le autorità italiane, ufficialmente, questo non è considerato un problema: da oltre quarant’anni il Ministero della Salute, nella sua analisi annuale dei dati, conclude puntualmente che l’alto tasso di obiezione non pregiudica l’applicazione della legge 194. Tuttavia, istituzioni super partes sono giunte a conclusioni diverse. In due occasioni, nel 2014 e nel 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali (un ente del Consiglio d’Europa) ha stabilito che l’Italia viola i trattati internazionali perché non garantisce il diritto all’assistenza sanitaria per quanto riguarda l’aborto, visto che il servizio è di fatto limitato dalla presenza di un numero troppo alto di medici e personale sanitario obiettore. Anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2017 ha criticato le difficoltà di sottoporsi alle IVG legali in Italia a causa della diffusione dell’obiezione di coscienza, soprattutto in alcune zone del Paese.
Uno studio della professoressa Letizia Mencarini, demografa dell’Università Bocconi di Milano, conferma le difficoltà per le donne che devono abortire in Italia, soprattutto nelle zone ad alto tasso di obiettori tra ginecologi e altro personale ospedaliero. Mencarini e i suoi coautori (Tommaso Autorino e Francesco Mattioli) hanno analizzato un milione di IVG praticate tra il 2002 e il 2016, mettendole in relazione con il tasso di obiezione nella provincia di residenza, il numero di IVG fatte lontano dalla provincia di residenza e i tempi di attesa. Hanno osservato che più è alta l’obiezione di coscienza, più le donne si spostano fuori provincia e fuori regione e hanno tempi di attesa più lunghi per abortire. Questa mobilità è maggiore di quella che si riscontra per altri tipi di assistenza sanitaria e permane nonostante il fatto che il tasso di aborto in Italia sia molto basso rispetto agli altri Paesi europei e in diminuzione sia tra le donne italiane che straniere. Va da sé che l’obbligo di spostarsi è gravoso soprattutto per le donne più povere. Ad esempio, «in Emilia Romagna, dove i ginecologi obiettori sono il 45%, il 90% delle IVG viene fatta entro due settimane, mentre solo l’1% ha tempi di attesa più lunghi, oltre le quattro settimane. In Sicilia, dove i medici obiettori sono l’82%, gli interventi in tempi brevi sono solo il 64%, quelli in tempi lenti il 6%» spiega la professoressa Mencarini. In un tipo di intervento in cui i tempi sono fondamentali (il limite ordinario per l’aborto è di 90 giorni dall’inizio della gravidanza) tali differenze possono avere un impatto significativo.

Il Ruolo Cruciale dei Consultori Familiari
La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, strutture istituite da una legge del 1975 in cui operano varie figure professionali, tra cui i ginecologi, le ostetriche, gli psicologi e gli assistenti sociali, per assistere le donne, i bambini e gli adolescenti nella sfera della salute fisica e mentale. Secondo la legge 194, tra le altre cose, i consultori dovrebbero assistere (art. 2) le donne in gravidanza informandole sui loro diritti e cercando di risolvere i problemi che potrebbero portarle a decidere di abortire. Essi offrono servizi di sostegno psicologico, educazione affettiva e sessuale, e si occupano anche di contraccezione e Ivg che, come abbiamo visto, dovrebbe essere resa disponibile con metodo farmacologico.
Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere presente un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma la realtà è diversa: secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità relativa al periodo 2018-2019, i consultori attivi sono in media uno ogni 35 mila abitanti, evidenziando una carenza strutturale che incide sulla piena applicazione della legge.
Roma: Legge 194, problematiche sulla sua applicazione
Le Politiche Regionali e gli Ostacoli all'Accesso
Nonostante la Legge 194 sia una normativa statale, la sua applicazione può variare notevolmente a livello regionale, spesso influenzata dalle maggioranze politiche locali. Negli ultimi due anni, alcune regioni amministrate dal centrodestra si sono mosse in modo tale da rendere meno agevole l’accesso all’aborto. È il caso, per esempio, dell’Umbria e delle Marche, esempi di come le scelte politiche regionali possano incidere direttamente sulla disponibilità dei servizi.
Nell’estate 2020, aveva fatto discutere la decisione della presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei (Lega), di revocare la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico in regime di day hospital, cioè senza necessità di ricovero ospedaliero. Teoricamente, le linee guida dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) vigenti in quel momento, risalenti al 2010, richiedevano che le donne restassero in ospedale per almeno tre giorni, fino alla completa espulsione del «prodotto del concepimento», ma lasciavano alle regioni la possibilità di organizzarsi diversamente. Tuttavia, ad agosto 2020, il Ministero della Salute ha aggiornato le direttive, stabilendo che l’aborto farmacologico deve sempre essere possibile anche in regime di day hospital, con il quale le donne possono recarsi nella struttura sanitaria per assumere il primo farmaco, tornare a casa e ripresentarsi due giorni dopo per completare la procedura. Nella stessa occasione, il ministero aveva esteso la possibilità di effettuare la procedura farmacologica anche nei consultori, oltre che in ospedale. La riforma Speranza ha esteso la possibilità di effettuare aborti farmacologici fino alla nona settimana (come succede in Francia) e ha abolito la prescrizione del ricovero, oltre a permettere di somministrare le pillole in ambulatori e consultori familiari riconosciuti dalla Regione. Quest’ultima modifica aumenta il numero di ginecologi che possono somministrare la pillola: non più solo quelli ospedalieri ma anche quelli delle nuove strutture autorizzate. L’adozione delle linee di indirizzo nazionali dipende però dalle singole Regioni.
Un altro esempio emblematico è quello delle Marche, regione amministrata da settembre 2020 da Francesco Acquaroli, eletto con Fratelli d’Italia e sostenuto anche da Lega, Forza Italia e da alcune liste civiche. A inizio 2021, la giunta Acquaroli ha eliminato la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico nei consultori, costringendo quindi le donne interessate a fare riferimento agli ospedali di Urbino, San Benedetto del Tronto o Senigallia. Al tempo avevano fatto particolarmente discutere le affermazioni di Carlo Ciccioli, capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, che in una riunione del consiglio regionale del gennaio 2021 aveva definito la difesa del diritto all’aborto come «una battaglia di retroguardia, senza dubbio», citando anche il pericolo di una presunta «sostituzione etnica» come motivazione per incentivare le donne italiane a fare figli e risolvere il problema della natalità. Di recente, le Marche sono state indicate dagli oppositori politici di Meloni come l’esempio di quello che succederà in tutta Italia dopo un’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia alle elezioni. Gli ultimi dati disponibili sulle Ivg in Italia sono riferiti al 2020, e quindi non riflettono ancora le conseguenze delle scelte della giunta Acquaroli sull’accesso all’aborto nella regione.
Piemonte, Umbria e Marche (tutte regioni governate da giunte di centrodestra) hanno deciso di non applicare le nuove linee di indirizzo, ribadendo il regime preferenziale del ricovero per gli aborti farmacologici ed escludendo di somministrarli in consultorio. Al luglio 2021, secondo gli ultimi dati resi noti dal ministero, solo Toscana e Lazio (entrambe con una giunta di centrosinistra e un governatore del Pd) hanno iniziato a somministrare le pillole per gli aborti farmacologici in strutture extra-ospedaliere. L’Emilia Romagna ha poi comunicato di volerlo fare entro il 2022.
Aborto: Diritto Assoluto o Trattamento Sanitario? Il Dibattito Concettuale
Il tema dell'aborto come diritto assoluto è altrettanto controverso quanto la sua applicazione. Posto che si tratta sempre della negazione di una vita, è più corretto dire che l'interruzione volontaria di gravidanza è un trattamento sanitario previsto e garantito da una Legge dello Stato a determinate condizioni, specificate dalla 194. Che non si tratti di un diritto assoluto non lo dicono solo i cattolici, ma anche una parte del mondo femminista, ad esempio quello "storico", che negli anni Settanta ha fatto della battaglia per l'aborto legale la sua ragion d'essere.
Luisa Muraro, in occasione di un'intervista per i 40 anni della Legge 194 nel 2018, affermò: «Tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto invece è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita». Questa prospettiva evidenzia come la questione non sia meramente legale o morale, ma tocchi la sfera più intima dell'esperienza femminile, qualificando l'aborto come una scelta dolorosa e spesso non desiderata, piuttosto che un diritto da rivendicare con leggerezza.
Le posizioni emerse nel convegno della Camera, che hanno equiparato l'aborto a un "omicidio" e negato la sua legittimità anche in casi drammatici come lo stupro, riflettono una visione che considera la vita fin dal concepimento come inviolabile, talmente inviolabile da superare il diritto all'autodeterminazione della donna anche in condizioni di violenza subita.
Le Posizioni Politiche e le Prospettive Future
Durante la campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 2022, la politica è tornata a confrontarsi sul tema dell’aborto, e in particolare sulla legge n. 194. A parole, nessuno dei partiti principali ha dichiarato di voler modificare o abrogare la legge, ma è emerso che, dopo le elezioni, potrebbe cambiare il modo in cui questa viene applicata. La coalizione di centrodestra è stata accusata di voler cambiare questa legge, ma sia la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sia il segretario della Lega Matteo Salvini hanno respinto questa ipotesi.
Vediamo quali sono le posizioni dei principali partiti sul tema:
- Partito Democratico (Pd): Il programma del Partito Democratico sostiene «Il pieno riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne, garantendo l’applicazione della legge 194/1978 in ogni sua parte sull’intero territorio nazionale e rafforzando la rete di consultori». Il Pd vuole per esempio garantire «l’applicazione della legge 194/1978 in ogni sua parte sull’intero territorio nazionale» e «rafforzare la rete di consultori».
- Fratelli d’Italia (FdI): Nel programma di partito di Fratelli d’Italia si sostiene la «Piena applicazione della Legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza, a partire dalla prevenzione. Istituzione di un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza». La presidente di Fratelli d’Italia ha spiegato che un suo potenziale governo non vorrebbe «modificare» la legge, ma «applicarla, quindi aggiungere un diritto», fornendo un’alternativa valida alle donne che non vedono altre possibilità oltre all’aborto, per esempio perché sono in una situazione di difficoltà economica o perché non hanno un compagno. Quando parla di piena applicazione della legge 194, FdI allude alle misure che possono scoraggiare il ricorso all’aborto (la legge 194 del 1978 stabilisce invero che le istituzioni promuovano «i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite» e che i consultori familiari contribuiscano «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza»).
- Lega: Il tema non compare nel programma della Lega. Tuttavia, il segretario Matteo Salvini ha detto in un comizio a Pontida che bisogna «tutelare la vita», aggiungendo che «l’ultima parola spetta sempre e solo alla donna».
- +Europa: Il programma di +Europa propone «Che sia davvero garantito l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, con almeno una presenza minima di medici non obiettori di coscienza in tutti i presidi ospedalieri, e che il Ministero della Salute fornisca dati aperti e disaggregati al fine di verificare la reale applicazione della Legge 194. È inoltre necessario favorire la convenzione con cliniche private al fine di estendere il servizio a tariffe agevolate, nonché sollecitare le regioni a recepire le nuove linee di indirizzo sull’aborto farmacologico emanate dal Ministro della Salute a luglio 2022 e monitorare la garanzia del servizio». Il diritto a interrompere una gravidanza non voluta e l’uso dell’aborto farmacologico sono battaglie storiche del partito radicale (cioè di +Europa) che pure non esprime nessun governatore di regione.
- Alleanza Verdi Sinistra (Avs): «Siamo qui a difendere la legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza e soprattutto la sua possibile e corretta applicazione in tutte le nostre città» si legge nel programma di Alleanza Verdi Sinistra. «Urge inoltre un nuovo progetto per i Consultori Familiari, da anni oggetto di depauperamento progressivo. Il modello assistenziale di cura alla donna è negativamente impregnato di pregiudizi che ostacolano il cambiamento culturale verso scelte consapevoli e autonome in tema di salute femminile riproduttiva e sessuale. Va affrontata la piena attuazione della Legge 194 anche attraverso normative che consentano solo a personale infermieristico e medico non obiettore di partecipare ai concorsi pubblici».
- Impegno Civico e Coalizione di Centrodestra (Programma Comune): Nel programma di partito di Impegno Civico non c’è nessun riferimento alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Nel programma comune della coalizione di centrodestra c’è una sezione, la numero 7, dedicata alla «tutela della salute», ma senza nessun riferimento alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
- Alternativa per l’Italia: L’unico partito candidato alle elezioni che vuole esplicitamente eliminare la possibilità di abortire è Alternativa per l’Italia, una lista nata dallo scorso luglio dall’accordo tra il partito ultracattolico Popolo della famiglia, di Mario Adinolfi, ed Exit, il partito fondato da Simone Di Stefano, già esponente di punta del partito di estrema destra e di ispirazione neofascista Casapound.

Recapitolando: se dopo le elezioni non sembra essere in discussione la possibilità di abrogare o modificare in modo sostanziale la legge 194, potrebbe cambiare il modo in cui questa viene applicata, in particolare per quanto riguarda le politiche di prevenzione e le fasi che precedono l’accesso alla procedura di IVG.
Nel gennaio del 2023, facevano scalpore proprio le dichiarazioni della ministra per le Pari Opportunità e della Famiglia, Eugenia Roccella. In un’intervista concessa a Serena Bortone nel programma di Rai1 “Oggi è un altro giorno” alla domanda della conduttrice: «E l’aborto fa parte di una delle libertà delle donne?» la rappresentante del governo Meloni si lasciò andare a un «purtroppo sì». All’epoca non era la prima volta che Roccella si esprimeva negativamente sul diritto di aborto, in quel caso però lo fece parlando in veste di ministro di un governo la cui premier ha più volte detto che non avrebbero toccato la legge sull'aborto.
Sempre nel gennaio del 2023, si veniva a conoscenza dell’esistenza di un nuovo disegno di legge del centrodestra che puntava a modificare l'articolo 1 del Codice civile sulla capacità giuridica che, per legge, si acquisisce «dal momento della nascita». Il ddl, a prima firma di Roberto Menia (FdI), prevedeva infatti: la «modifica dell'articolo 1 del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica ad ogni essere umano». La proposta, depositata dall'esponente di Fratelli d’Italia il 13 gennaio 2023, si andava ad aggiungere ai provvedimenti in materia firmati da esponenti degli altri gruppi della maggioranza. Quello di Forza Italia a prima firma di Maurizio Gasparri, depositato a ottobre 2022, prevedeva il riconoscimento della capacità giuridica del concepito, e uno del capogruppo della Lega Massimiliano Romeo del 13 ottobre, che prevedeva all'articolo 3 che «il concepito è riconosciuto quale componente del nucleo familiare a tutti gli effetti». Un disegno di legge di Isabella Rauti prevedeva, infine, l'istituzione della «Giornata del nascituro».
Questi DDL hanno generato reazioni, e il ddl a firma Menia costrinse il capogruppo in Senato di FdI Lucio Malan a sottolineare che si trattava di «un'iniziativa personale che rientra nella libertà di espressione del parlamentare» e che «la 194 non si tocca e va pienamente applicata nei suoi principi, enunciati all'articolo 1 e nei suoi contenuti». La stessa Roccella aveva frenato, affermando: «L'iniziativa di Menia, come quella di Gasparri sullo stesso tema, è un'iniziativa più che legittima di un parlamentare e ha un valore culturale. Ma la posizione della maggioranza sulla legge 194 è stata espressa più volte da Giorgia Meloni e da altri e va nella direzione di una piena applicazione e non di una modifica della legge».