L'analisi dei manufatti fittili, ovvero oggetti modellati in terracotta, ci conduce attraverso un percorso che unisce la maestria scultorea del Settecento romano alle radici più profonde del sacro nel Mediterraneo antico. Se da una parte la terracotta rappresenta il momento creativo del "pensiero in divenire" per i grandi maestri del Barocco, dall'altra essa funge, nel mondo antico, da testimone silenzioso di rituali legati alla vita, alla morte e alla rigenerazione.

Il bozzetto per la Fontana di Trevi: un’opera tra arte e disputa storica
Questa terracotta è un bozzetto realizzato dallo scultore fiorentino Filippo della Valle prima di realizzare la monumentale statua della Fertilità per la fontana di Trevi. Nel 1733 il falegname Carlo Camporese, seguendo il progetto dell’architetto Nicola Salvi, approntò il modello ligneo in scala 1:15 della fontana di Trevi "per comodo degli scultori et intagliatori" che sarebbero stati impiegati nella realizzazione dell’opera. Inizialmente le figure monumentali vennero affidate a Giovanni Battista Maini (1690-1752), che però morì prima della conclusione dei lavori riuscendo solo ad approntare dei modelli in gesso. Così gli subentrarono Pietro Bracci e Filippo della Valle (1698-1768) che si occuparono di realizzare rispettivamente la statua di Oceano con i tritoni e i cavalli marini e le due allegorie della Salubrità e della Fertilità.
Proprio a quest’ultima figura si lega la piccola versione in terracotta conservata al Museo di Palazzo Venezia, tanto che la statuetta era un tempo aggregata al summenzionato modello ligneo della fontana, oggi conservato al Museo di Roma. La scultura fittile in scala ridotta è così stata ritenuta fin dall’inizio del secolo scorso un bozzetto per la realizzazione della statua marmorea ed è stata riferita prima a Pietro Bracci e poi, dalla maggior parte della critica, a Filippo della Valle.
Controversie sull'origine del modello
Però, secondo il parere di Armando Schiavo - poi condiviso da Vernon Hyde Minor e da John Pinto - la terracotta sarebbe stata aggregata al modello ligneo solo nel XIX secolo, poiché un libello encomiastico di Erasmo Pistolesi intitolato Modello della Fontana di Trevi ridotto al 15° dell’originale attribuito a Niccola Salvi: esistente nella galleria del conte Zeloni al Palazzo Albani in Roma testimonia che il plastico di Camporese era costituito solo dalla parte architettonica e che fu il nuovo proprietario a fare aggiungere "la scogliera, il bacino o piano acquario, la statua monumentale e le decorative".
Tale conclusione è però in contrasto con le analisi di termoluminescenza che permettono di datare la statuetta entro gli anni settanta del Settecento. Basandosi su tali dati, Cristiano Giometti ha ritenuto la terracotta una copia in scala ridotta destinata al modello ligneo e realizzata da un anonimo scultore romano poco dopo la collocazione della statua marmorea nella fontana, avvenuta nel maggio 1762.
Di recente Camilla Parisi, anche grazie alle indagini di Davide Fodaro e Livia Sforzini, è invece giustamente tornata a sostenere che la piccola figura della Fertilità, così come quella di Oceano, anch’essa al Museo di Palazzo Venezia, e quella della Salubrità - riscoperta dalla stessa studiosa in una collezione privata - non sono altro che i bozzetti approntati da Filippo della Valle e Pietro Bracci per essere inseriti nel modello ligneo della fontana e per offrire al progettista una visione d’insieme dell’allestimento. Ciò consentiva di valutare eventuali variazioni, come è avvenuto per alcuni rilievi fittili ancora oggi inseriti nella struttura di Camporese, che risultano difformi da quelli che ornano la fontana in piazza di Trevi.
La Fertilità, coronata di spighe, che sostiene nella propria destra la tradizionale cornucopia straripante dei frutti della natura, mentre ai suoi piedi, sulla sinistra un vaso rovesciato fa scaturire una fonte d’acqua, mostra assonanze stilistiche con altri bozzetti fittili approntati dallo scultore fiorentino. Come l’Oceano (di Bracci) e come la Salubrità ha il retro piatto, mostra tracce di un’antica coloritura bianca e si trova in discreto stato di conservazione.
Barrafranca. "La materia prende forma" Scultura in terracotta
L'evoluzione della coroplastica: dai riti votivi all'iconografia sacra
Il termine “fittile” riguarda la specifica lavorazione di oggetti, figure o vasi plasmati in terracotta. Le prime figurine furono realizzate in argilla cruda, seccata al sole e risalgono al Paleolitico Superiore e raffigurano personaggi femminili, probabilmente la Dea Madre. Si diffondono progressivamente in tutto il Vicino Oriente e rappresentano figure femminili con corpo naturalistico e viso stilizzato, viso e corpo dipinti con colori e gli occhi indicati da incrostazioni di conchiglia.
Nelle fasi più antiche le terrecotte erano modellate a mano, sino a quando nel VII secolo a.C. si diffusero le matrici. Nei periodi arcaico e classico, i coroplasti tarantini utilizzarono la matrice solamente per la parte anteriore delle statuette, caratterizzate, in genere, da uno scarso rilievo, così da assumere piuttosto l’aspetto di bassorilievi. Un elemento che purtroppo si è perso quasi completamente è la policromia. I colori erano in genere applicati su uno strato bianco di preparazione (latte di calce) o sull’ingobbio (argilla liquida), secondo schemi piuttosto convenzionali. Rosso per le labbra e le guance, nero per gli occhi, rosso, nero o giallo per le capigliature.
Il significato delle statuette antiche
Rimane incerto il significato di queste statuette e l’interpretazione del personaggio: un dio, un eroe o lo stesso offerente? I tipi più antichi hanno volto carnoso e tondeggiante, occhi globosi, bocca sorridente, sproporzione del corpo, caratteristiche che rinviano ai modelli del Vicino Oriente. Durante il Neolitico verranno rappresentate con forme coniche e occhi convessi. In particolare, in Sicilia il rinvenimento di statuette singole o in gruppo che suonano o reggono strumenti musicali in aree sacre dedicate alle divinità, sembrano in relazione con le feste demetriache e con la musica e la danza. Dunque le terrecotte documentano l’importanza di particolari strumenti musicali nell’ambito mitico e rituale di Demetra.
Simbologia del fallo e fertilità: una prospettiva storica
In origine, nelle religioni pagane, il fallo era il simbolo cosmogonico del membro virile in erezione, cui venivano dedicati riti e preghiere, e per secoli è stato oggetto di potere, tabù, mistero. Per l'etimologia pene deriva dal latino penis, coda, poi membro virile, e possiede una energia incontrollabile e misteriosa, in grado di procreare. Nell'antichità si ritrovano in ogni parte del mondo moltissime tracce dell'adorazione del fallo-pene, che non veniva affatto considerato un'"oscenità" come è stato poi dal Medioevo in poi, ma anzi una rappresentazione spesso religiosa.

Tutto ciò che si erige, quindi, sembra essere un riferimento fallico, almeno secondo l'interpretazione di Sigmund Freud, ora confutata su più fronti e da vari autori. Questa energia incontrollabile tramutò completamente all'arrivo del cristianesimo, che affermava la superiorità di Dio sull'uomo. Nell'antichissima religione egizia, il fallo svolge un ruolo di primaria importanza, specialmente nel culto del dio Osiride: quando il corpo del dio dell'oltretomba fu tagliato in 14 pezzi da Seth, questi vennero sparpagliati per tutto il paese, tanto che la moglie-sorella Iside dovette andare a recuperarli uno per uno, con forza formidabile; non ritrovò però il pene del marito, che era stato inghiottito da un pesce.
Il fallo come amuleto e potere generativo
Nell'arte romana, il fallo veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie. Il pene eretto era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio. Inoltre, il culto del membro virile eretto, nella Roma antica era molto diffuso tra le matrone di estrazione patrizia a propiziare la loro fecondità e capacità di generare la continuità della gens. Per questo, il fallo veniva usato anche come monile da portare al collo o al braccio. Onnipresente nella cultura romana, in particolare sotto forma di fascinus.
Nella cultura Yoga il dio Shiva è considerato "Adi Yogi" (colui che ha imparato lo Yoga) e "Adi Guru" (primo maestro); egli è il primo praticante yogin e il primo Guru della scienza yogica. Prove di culti indiani nei confronti di pietre simil-falliche risalgono alla preistoria. Forme di pietra con diverse varietà di "teste" stilizzate o di glande, si ritrovano in molti templi antichi.
Le "lampade del Sele": un caso studio di iconografia femminile
Si tratta di un particolare esemplare di lucerna fittile sorretta da figure femminili - con funzionalità di cariatide, ma nello stesso tempo di manico della lucerna - che si stringono i seni; le lampade presentano lungo il bordo superiore delle teste sporgenti che ricordano le antefisse dei templi. Il nome degli esemplari, “lampade del Sele”, venne attribuito perché alcuni esemplari furono rinvenuti all’Heraion alla foce del fiume Sele; recentemente si è avanzata l’ipotesi che fossero invece una produzione originale della polis achea Crotone.
L'iconografia del seno come gesto di nutrimento
L’iconografia della figura femminile che sorregge o stringe i seni (Astarte gesture), con varianti come una mano al seno e l’altra al pube, è inizialmente diffusa in molte culture mediterranee antiche, inclusa l’Africa, e risalgono a periodi che vanno dal Paleolitico superiore al neolitico; si tratta di un tipo diverso dalle rappresentazioni della Dea madre o della Potnia Theron, in quanto si privilegia l’idea della fecondità che si concretizza in una dea della fertilità. Queste rappresentazioni sono considerate eredi dirette degli idoli neolitici e delle Ur-Ishtar dell’arte quaternaria, influenzate da credenze magiche e apotropaiche.
Dall'VIII secolo la forte influenza orientale sulla religione cipriota stava per essere di lì a poco neutralizzata dalla nuova mentalità che cominciò a diffondersi sull’isola attraverso i contatti con i Greci. I Ciprioti abbandonarono definitivamente le fattezze orientali della nuda Astarte e preferirono una dea dall’aspetto più solenne, vestite, e continuavano a tenere le mani sui seni; alcune vestivano abiti molto sottili, tali da mostrare, al di sotto di essi, la nudità dei corpi.
La sacralità e la sfera ctonia nel mondo minoico
Nel periodo prepalaziale la sfera sacra sembra essere relegata nei contesti funerari. La presenza di installazioni particolari, come recinti pavimentati e altari si trova, nel Minoico Antico, nelle necropoli della Messarà e a Mochlos. Si è pensato che nelle necropoli i riti non riguardassero solo il culto dei morti, ma anche culti legati alla fertilità o comunque non in stretta relazione con la morte. L'area pavimentata poteva essere utilizzata per danze, come sembra suggerire un modellino fittile con quattro uomini che danzano.

I rinvenimenti nelle necropoli di simboli della fertilità, come falli di terracotta, vasi a forma di bue e occasionalmente doppie asce cerimoniali, e il fatto che lo stesso culto della fertilità, le doppie asce, la Dea dei Serpenti saranno in seguito trasferiti nei palazzi, sotto l'autorità centrale, sembrano avvalorare questa ipotesi. Tuttavia alcune aree pavimentate fuori dalle necropoli potrebbero essere state sfruttate per culti collettivi, come sembra indicare una tavola per libagioni trovata a Vasilikì; a Creta queste aree anticipano la West Court dei palazzi più tardi.
Verso la centralizzazione palaziale
Durante il Minoico Medio, il palazzo emerge come centro cultuale. Nel periodo protopalaziale il culto era relativamente semplice e si serviva di elementi come la doppia ascia, il toro o il rhytòn a forma di toro, vasi per libagioni, tavole di offerta, ecc. La crescita economica e sociale di Creta durante il Minoico Medio I-II porta ad un aumento dei segni gerarchici e allo sviluppo di santuari extraurbani, soprattutto santuari di vetta, che già esistevano prima della fondazione dei palazzi, ma che ricevono rinnovato impulso dalle nuove élites, con offerte particolarmente ricche (bronzi, armi, gioiellerie, vasi di pietra e di argilla depurata).
Gli oggetti votivi più ricchi sono quelli che si rinvengono nei santuari di vetta e, in base alla loro funzione o alla loro natura, essi sono stati recentemente suddivisi in tre categorie: intrinseci, convenzionali e specifici. I votivi specifici implicano una situazione o un rapporto particolare con la divinità e consistono in oggetti legati alla fertilità umana (figurine di rapporti sessuali, di donne in gravidanza o durante il parto o che allattano, figure di organi sessuali maschili e femminili), alla fertilità della natura (figure di rami di fiori, kernoi per l'offerta delle primizie, statuette di animali), alla salute (soprattutto votivi anatomici), alla guerra (armi, scudi e scudi in miniatura), all'artigianato (attrezzi di lavoro), ai giochi (tripodi, vasi di bronzo, figure di carro).