Il Figlio Cresciuto e l'Eterologa: Verità, Amore e Costruzione dell'Identità

Quando si effettua un trattamento di Ovodonazione, o più in generale di fecondazione eterologa, il primo dubbio che sorge durante e dopo il trattamento è: bisogna dirlo al proprio bambino? Non esiste una regola assoluta in merito; è una scelta totalmente soggettiva, ma è fondamentale tenere in conto che il bambino prima o poi crescerà, farà domande e avrà dei dubbi. Svilupperà una personalità che lo porterà a sua volta a effettuare delle scelte, a prendere delle decisioni. Ognuno di noi, nel momento in cui viene al mondo, ha davanti a sé un cammino da percorrere e sarà l’autore della propria vita. La questione di dover sapere di essere nato grazie a una Ovodonazione diventa quindi centrale nella costruzione di questa vita.

La Scelta della Rivelazione: Un Dilemma Profondo

Una prima teoria sostiene che se si effettua un trattamento di Ovodonazione, bisogna dirlo al proprio bambino. Le ragioni dietro questa scelta sono molteplici e complesse. La decisione, se nel momento in cui si effettua un trattamento di ovodonazione, bisogna dirlo al proprio bambino, o meno, è principalmente psicologica. Entra in gioco il fattore “bugia” che si potrebbe trasformare in una sorta di rimorso perpetuo. Molti genitori si interrogano con profonde preoccupazioni: "E se un giorno lo scoprisse? E se pensasse che non gli voglio bene solo perché gli ho nascosto la verità? E se scopre che gli ho mentito e mi rifiuta?". Questi interrogativi sottolineano il peso emotivo e le potenziali conseguenze a lungo termine del mantenere il segreto.

genitori che parlano con un bambino in un ambiente sereno

Al contempo, l’ordine degli psicologi e dei sociologi consigliano di parlare apertamente ai nostri figli di come sono nati. Questa raccomandazione non nasce per caso, ma da una profonda comprensione dello sviluppo emotivo e psicologico dei bambini. Tacere, quindi, oltre che ingiusto, potrebbe essere controproducente. La necessità di un dialogo aperto, del resto, è ratificato dalla comunità scientifica. Per rilevare tutto questo, i ricercatori dell’Università di Cambridge hanno seguito 65 famiglie britanniche con bambini nati da riproduzione assistita - 22 da maternità surrogata, 17 da donazione di ovuli e 26 da donazione di sperma - dall’infanzia fino alla prima età adulta. Hanno confrontato queste famiglie con 52 famiglie formate con concepimento non assistito del Regno Unito nello stesso periodo. I loro studi hanno cercato di fornire risposte concrete e fondate.

La Prospettiva del Non Dire: Amore e Oblio

Ci sono poi i sostenitori del no, di coloro che ritengono che non sia necessario dirlo al proprio bambino perché non cambia le cose. Per loro, non cambia l’amore che si prova verso il proprio figlio, non è una “verità” assoluta. Questi genitori non si chiedono cosa potrebbe succedere se in futuro il bambino lo scoprisse, perché sanno che il loro è stato un atto d’amore, perché ricevere degli ovociti è stato un dono. Spesso, molte pazienti arrivano perfino a dimenticare che quel bambino è frutto di un’ovodonazione, perché vedono in lui i propri gesti, le proprie espressioni, un legame profondo che va oltre la biologia. Non temono che il figlio possa non riconoscere il genitore non biologico se viene a sapere la sua vera storia.

Questa prospettiva, tuttavia, si scontra con il potenziale rischio che il bambino corra di venire a conoscenza delle proprie origini per bocca di altri, perdendo così la fiducia nei suoi genitori. Ciò potrebbe porre le basi di una genitorialità fragile, se il "lutto biologico", ossia il dolore per non avere un legame biologico con il bimbo, non si riesce ad elaborare. Il segreto può generare un senso di rifiuto, anche nel caso in cui i genitori omettessero ai figli il modo in cui sono nati. In base all'esperienza di molti specialisti, molti genitori decidono di tacere un trattamento di riproduzione assistita, perché l’hanno vissuto con dolore e temono di far trasparire questo sentimento quando ne parlano. Ma quando si diventa genitore, bisogna scegliere se rimanere figlio dei genitori e dire loro quello che desiderano sapere, oppure essere genitore del proprio figlio e spiegargli quello che ha diritto di sapere. Dopotutto, nessuno è obbligato ad essere padre o madre.

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L'Importanza del Momento: Quando e Come Parlare ai Figli

Molti psicologi consigliano di parlarne in età precoce, specificamente tra i 4 e i 6 anni. In questo momento, infatti, i bambini sono particolarmente ricettivi, e più il bambino è piccolo, maggiore sarà il tempo a disposizione per elaborare e integrare le informazioni ricevute. Un’importante ricerca, condotta dall’Università di Cambridge, suggerisce allo stesso tempo che raccontare ai bambini le loro origini biologiche in anticipo, prima che inizino la scuola, può essere vantaggioso per le relazioni familiari e una sana accettazione di sé. I risultati, pubblicati sulla rivista ‘Developmental Psychology’, suggeriscono che l’assenza di una relazione biologica tra figli e genitori non interferisce con lo sviluppo di connessioni positive tra di loro o con l’adattamento psicologico in età adulta. Questi risultati sono coerenti con le precedenti valutazioni effettuate all’età di uno, due, tre, sette, dieci e 14 anni.

La domanda sorge spontanea quando il bambino ha 4 o 5 anni, ponendo le sue prime domande sul “modo in cui si fabbricano i bambini”. A questa età, l’unica domanda che interessa al bambino sono le sue origini. La maggior parte dei genitori che avevano rivelato il ricorso alla scienza per concepire il loro bambino, lo ha fatto attorno all’età di 4 anni e ha riportato che il piccolo ha preso bene la notizia. Il lavoro ha messo in luce un elemento importante: le madri che hanno iniziato a raccontare ai propri figli le loro origini biologiche negli anni della scuola materna avevano relazioni più positive con loro, come valutato dalle interviste effettuate poi all’età di 20 anni, e mostravano livelli più bassi di ansia e depressione.

La Ricerca Scientifica a Supporto della Rivelazione Precoce

Lo studio ventennale dell'Università di Cambridge ha fornito dati significativi a sostegno della rivelazione precoce. Nella fase finale di questo studio, le madri che avevano rivelato le origini del loro bambino anche all’età di 7 anni hanno ottenuto punteggi positivi nel questionario relativo alla qualità delle relazioni familiari, all’accettazione dei genitori e alla comunicazione familiare. Ad esempio, solo il 7% delle madri che hanno rivelato le origini al bambino entro i 7 anni ha riportato problemi nelle relazioni familiari, rispetto al 22% di quelle che lo hanno fatto dopo i 7 anni.

Viceversa, i giovani adulti a cui erano state raccontate le proprie origini prima dei 7 anni hanno ottenuto punteggi leggermente più positivi nel questionario di accettazione dei genitori (la percezione da parte del giovane adulto dei sentimenti della madre nei loro confronti), comunicazione (la misura in cui si sentono ascoltati, sanno cosa sta succedendo nella loro famiglia e ricevono risposte oneste alle domande) e benessere psicologico. Erano anche meno propensi a segnalare problemi nel questionario sui rapporti familiari; mentre il 50% dei giovani adulti informati dopo i 7 anni ha riportato tali problemi, questo era vero solo per il 12,5% di quelli informati prima dei 7 anni. Sembra esserci un effetto positivo nell’essere aperti con i bambini quando sono piccoli - prima che vadano a scuola - riguardo al loro concepimento. Gli esperti raccontano che le famiglie che sono ricorse alla procreazione assistita funzionano bene e se hanno notato qualche differenza positiva, è nel gruppo delle famiglie che avevano rivelato subito come i bimbi sono venuti al mondo.

grafico che mostra l'impatto della rivelazione precoce sulle relazioni familiari

Riflettendo sui propri sentimenti riguardo alle loro origini biologiche, i giovani adulti sono risultati piuttosto indifferenti. Come ha affermato un ragazzo nato attraverso la maternità surrogata: “Non mi turba davvero, le persone nascono in modi tutti diversi e se sono nato così, va bene, lo capisco”. Un altro giovane adulto nato attraverso la donazione di sperma ha detto: “Mio padre è mio padre, mia madre è mia madre, non ho mai veramente pensato che possa esserci qualcosa di diverso, quindi non mi interessa davvero”. Alcuni giovani hanno affermato che il modo in cui sono stati concepiti li ha fatti sentire speciali: “Penso che sia stato fantastico, penso che l’intera cosa sia assolutamente incredibile”. Questi esempi dimostrano come la verità, se ben gestita, non solo non è dannosa, ma può rafforzare il senso di unicità e di valore del bambino.

Tuttavia, i ricercatori hanno raccontato che le madri che sono ricorse alla donazione di ovociti riportavano relazioni familiari meno positive rispetto alle madri che hanno utilizzato sperma donato, suggerendo che ciò potrebbe essere dovuto alle insicurezze di alcune donne sull’assenza di una connessione genetica con il loro bambino. Questo però non corrispondeva ad alcun sentimento negativo da parte del figlio o della figlia. Il team ha anche scoperto che i giovani adulti concepiti con donazione di spermatozoi riportavano una comunicazione familiare più scarsa rispetto a quelli concepiti con donazione di ovuli. Ciò potrebbe essere spiegato dalla maggiore segretezza che aleggia più spesso sulla donazione di sperma rispetto alla donazione di ovuli, a volte guidata da una maggiore riluttanza dei padri rispetto alle madri a rivelare al proprio figlio che non sono il genitore genetico, e una maggiore resistenza a parlarne una volta che lo hanno rivelato. Infatti, i ricercatori hanno scoperto che solo il 42% dei genitori da donazione di sperma ha parlato di questo con il proprio figlio entro i 20 anni, rispetto all’88% dei genitori da donazione di ovuli e al 100% dei genitori da maternità surrogata.

Identità e Origini: Costruire Se Stessi con la Verità

Narrare le origini ai bambini nati da PMA, aiuta questi figli a costruire la propria identità. Una identità che esiste e si fonda su un evento doloroso, quello della diagnosi di infertilità, ma che racconta un viaggio di resilienza che dovrebbe rendere genitori e figli fieri di quella diversità che portano con loro. La narrazione, al contrario, serve per rafforzare l’essenza e le origini dei propri figli. Serve alla costruzione della propria identità. Tisseron suggerisce di affrontare la questione delle origini in tenera età, quando il bambino ha tra 4 e 5 anni. Secondo questo rinomato ricercatore francese, risposte chiare e adeguate alla capacità di comprensione del bambino lo aiuteranno a costruire la propria personalità senza complessi né segreti.

Il bambino è un po’ come una casa in costruzione. Qualsiasi casa ha bisogno dei pilastri. Se questi pilastri non sono ben saldi, la costruzione è fragile. Oggi con la diversificazione dei metodi di riproduzione assistita e di accesso ai nuovi modelli di famiglia, la costruzione del bambino non si ottiene sopra un unico pilastro, ma su tre pilastri complementari: il primo è il pilastro biologico, costruito dai genitori che sono di sesso diverso. Il secondo consiste nello status legale del bambino, come è registrato nel certificato di nascita e nello stato di famiglia. Il terzo pilastro è costituito dalle persone che ne assicurano l’educazione. Quando il genitore lo spiega è come se facesse nascere il figlio una seconda volta… Lo fa nascere con la verità delle sue origini. Ovviamente, nell’adolescenza, il bambino nato da gameti che non sono quelli dei genitori ufficiali avrà voglia di conoscere questo lato di se stesso, ma ciò non rappresenta un modo di voler meno bene a chi gli ha voluto bene e l’ha cresciuto. I genitori che hanno questa idea si sbagliano. Come se una madre che rifiutasse di rivelare al figlio l’identità del padre per timore che le volesse meno bene!

Il Ruolo dei Genitori: Elaborare il "Lutto Biologico" e il Timore del Giudizio

La questione delle origini assume un valore particolare in quelle famiglie che hanno concepito grazie alla riproduzione assistita. Un altro studio rinforza l’importanza di narrare le loro origini ai figli nati da PMA e da fecondazione assistita con donazione di gameti. Questa è la conferma di quello che le ricerche dicono da anni. Tuttavia, esiste un “ma”: per narrare in maniera adeguata la storia delle proprie origini è importante che i genitori abbiano fatto un percorso di elaborazione di quello che viene chiamato il “lutto per l’infertilità” e il “lutto biologico” in chi esegue una tecnica che richiede l’entrata di un donatore e/o di una donatrice nel proprio percorso. Se infatti il lutto biologico, ossia il dolore per non avere un legame biologico con il bimbo, non si riesce ad elaborare, ciò potrebbe porre le basi di una genitorialità fragile. Al contrario, se si riesce a comprendere che la genitorialità si basa principalmente sull’intenzione di prendersi cura e di stare in relazione con un altro essere umano, quel legame biologico perde di significato e il legame si basa sulla storia di narrazione che lo compone.

Purtroppo, in Italia sono ancora troppe le famiglie che hanno il timore di dire ai propri figli che sono nati con queste tecniche. Specialmente i genitori da donazione di gameti hanno paura del giudizio e di come i figli potrebbero essere visti o accolti all’esterno. Tuttavia, la psicanalisi ci ricorda che i figli sono soprattutto figli di buoni accoppiamenti mentali e che i genitori, madri e padri, sono tali a partire dalle loro funzioni. Molti, però, hanno il timore delle reazioni che quella diversità potrebbe portare, senza pensare che non c’è nulla di male ad essere diversi. I figli nati da PMA sono nati in maniera diversa, ma diverso non significa inferiore, significa semplicemente diverso. Se il genitore non è in grado di accogliere quella diversità è fondamentale fermarsi perché sentiranno una sorta di rifiuto, che si manifesterà anche nel caso in cui omettessero ai figli il modo in cui sono nati. Gli studi che hanno approfondito le motivazioni del mantenimento del segreto delle origini - oltre a essere il risultato di una cultura del segreto sulla fecondazione dura da sradicare - hanno evidenziato che parte delle titubanze è dovuta al timore che la rivelazione possa compromettere la relazione genitoriale. Indicativo dello stigma sono anche le differenze nelle percentuali di coloro che decidono di parlarne: uno studio nel Regno Unito segna un 27,8 % tra coloro che hanno praticato l’inseminazione artificiale e un 40,6% tra coloro che hanno fatto ricorso alla donazione di ovociti.

due genitori si tengono per mano guardando il loro bambino, con un'atmosfera di serenità

La Somiglianza e il Legame Affettivo: Oltre la Genetica

Nei percorsi di Fecondazione Eterologa, la somiglianza è un aspetto che solleva numerosi dubbi. Quali caratteristiche si possono trasmettere? Se si instaura una gravidanza, a chi assomiglierà il nascituro? Prima di entrare nel merito degli aspetti scientifici, è opportuno soffermarsi su una riflessione preliminare: quanto è importante davvero la somiglianza? Studi attuali dimostrano che la somiglianza tra genitori e figli non dipende da un singolo fattore, ma deriva dall’interazione di più variabili (genetiche e ambientali). Il patrimonio genetico è cruciale per la determinazione di alcuni tratti fisici, come il colore degli occhi, il colore e la struttura dei capelli, l’appartenenza etnica, i lineamenti del volto e la corporatura.

Tuttavia, la somiglianza tra genitori e figli non si riflette soltanto sull’aspetto esteriore. Numerosi studi condotti nel campo della Psicologia dello Sviluppo mostrano che i bambini tendono, nel tempo, a “somigliare” ai genitori che li crescono. In ogni percorso di Fecondazione Eterologa, il tema della somiglianza tra genitori e figlio è affrontato con la massima attenzione. Una tappa fondamentale nella ricerca della gravidanza è il matching delle caratteristiche genetiche e fenotipiche, vale a dire la ricerca di una corrispondenza tra la coppia ricevente e il donatore (o i donatori). Nella Fecondazione Eterologa, così come in quella Omologa (in cui si utilizzano i gameti della coppia), non è possibile garantire a priori una somiglianza forte tra genitori e figlio. Anche nelle gravidanze omologhe, può accadere che tra genitori e figlio non ci sia una somiglianza così marcata. Tutti i donatori di gameti si sottopongono ad esami genetici ed infettivologici rigorosi e a valutazioni psicologiche approfondite, in conformità con le Direttive Europee, garantendo sicurezza e qualità.

Molte pazienti arrivano perfino a dimenticare che quel bambino è frutto di un’ovodonazione, perché vedono in lui i propri gesti, le proprie espressioni, a conferma che il legame affettivo e educativo trascende la pura genetica. I nostri figli, genetici e non, cresceranno in un’epoca in cui il vincolo tra concepimento e genitorialità non sarà più obbligatorio. Questo è un altro elemento a conferma della tesi - sostenuta fin dagli albori della sociologia e della psicologia - per cui la famiglia non è un fenomeno naturale ma una costruzione sociale e affettiva.

La Fecondazione Eterologa nel Contesto Italiano e Internazionale

Cos’è la fecondazione eterologa? La fecondazione eterologa prevede l’utilizzo di gameti esterni alla coppia e può riguardare solo uno dei due partner (ovociti o spermatozoi) oppure entrambi. La fecondazione eterologa con donazione di gameti viene indicata, previa valutazione medica in un centro specializzato, per diverse ragioni cliniche che possono riguardare uno o entrambi i partner. È possibile richiedere anche ulteriori approfondimenti genetici per escludere figli con patologie genetiche di rilievo. Dopo il 2014, con l’abolizione del divieto di fecondazione eterologa sancito dalla Legge 40, solo in Italia i nati da fecondazione eterologa sono sempre di più. Secondo il report nazionale dell’attività di PMA, riferito però al 2023, circa il 25% dei nati vivi deriva da tecniche di fecondazione di tipo eterologa, che si tratti di singola donazione (solo ovocita o seme) o doppia donazione. I costi della fecondazione eterologa sono variabili da regione a regione, a seconda che la struttura sia privata o convenzionata con il Servizio sanitario nazionale.

Il tema dei "figli di un padre anonimo" o di una donatrice anonima è ricorrente. Dr.ssa Granato, "io non so cosa significhi essere padre biologico, non l’ho mai provato e non potrò mai. Nel crescere, educare e amare figli di un padre anonimo", questo è il pensiero più comune. Il 28% dei pazienti manifesta fantasie sul donatore o sulla donatrice. Tuttavia, in contesti come la Spagna, considerata il centro nevralgico e scientifico delle tecniche di eterologa, l’art. 5 della legge sulle tecniche di riproduzione umana assistita del 26 maggio del 2006 dichiara che la donazione è totalmente anonima e che si deve garantire la confidenzialità dei dati d’identità dei donatori. Solo in casi eccezionali, in circostanze straordinarie di pericolo certo per la vita o la salute del figlio un giudice può richiederne l’identità e l’apertura del caso. Le prospettive genetiche future (mappatura del genoma etc…) rendono più probabile che un soggetto conoscendo i polimorfismi del DNA possa aver più o meno bisogno dell’anamnesi familiare. Ciò solleva questioni sull'equilibrio tra diritto alla conoscenza delle origini e anonimato del donatore.

Strumenti Narrativi per la Verità: Fiabe e Storie

Se si decide di raccontare la verità sulla nascita, a quale età e con quali modalità può essere comunicata? Si può iniziare con una favola, dunque fin da piccolini. Una favola può fare da ponte, creando uno spazio di dialogo tra adulto e bambino. Martina Mele lavora anche a un interessante progetto editoriale per i bimbi nati con la PMA e le loro famiglie: si tratta della prima favola personalizzabile sulla riproduzione assistita, un libro illustrato per raccontare ai bambini l’avventura attraverso la quale sono venuti al mondo. Il suo libro è uno strumento utile e ameno, affinché i piccoli capiscano una realtà che potrebbe risultare difficile da comprendere. Tutti i libri illustrati che parlano delle origini sono dei supporti eccellenti. Il libro offre molteplici vantaggi.

Qual è l’età massima per accedere alla fecondazione eterologa?

Tisseron, che ha studiato la relazione che instauriamo con le immagini dei media ed è uno specialista del mondo dei fumetti, ha voluto proporre ai genitori un supporto che permetta loro di parlarne con i figli in età molto giovane mediante parole semplici e immagini adatte. Più l’argomento da affrontare è difficile, più è importante trattarlo lateralmente, come hanno sempre fatto le fiabe e i racconti. Se questo “modo diverso” viene presentato in modo chiaro, il bambino riesce a capirlo molto bene. Ma se rimane celato, si corre il rischio che il bambino pensi che è un motivo di vergogna. Di fatto un bambino nasconde le cose di cui si vergogna e tende a pensare che le cose che lo riguardano, e di cui i genitori non gli parlano mai, siano per forza imbarazzanti. È importante evitare di imporre al bambino risposte a domande che lui non si pone, ma, al contempo, bisogna fare in modo che si senta libero di formulare tutte le domande che desidera.

I quattro animali del racconto di Martina Mele hanno un significato simbolico e pedagogico. Il gufo si associa alla saggezza e le sue risposte dimostrano che anche le domande del piccolo Paul erano colme di saggezza. L’elefante, con la sua proboscide come un terzo braccio, gli permette di sorreggere il tubo con cui mescola i semi del papà e della mamma, visualizzando il processo. Il pinguino si occupa dei gameti e degli embrioni congelati, assomigliando un po’ a un bambino stesso, rendendo il concetto più familiare. Martina Mele si dice molto felice dell’iniziativa di EUGIN di offrire il suo libro a tutte le sue pazienti, proprio per fornire un supporto concreto in questo percorso.

Superare i Dubbi: Affrontare il Timore del Rifiuto e Costruire la Genitorialità

Molte delle pazienti di Milano e Firenze che seguo in qualità di ginecologa per la PMA, quando portano avanti una gravidanza eterologa, mi chiedono quanto nella relazione madre-figlio sia necessario e consigliato svelare al bambino la vera natura del suo concepimento, il modo in cui è nato. La domanda è: "Pensi che sia necessario, importante, eticamente giusto comunicare al figlio di essere nato mediante fecondazione eterologa?". D’altronde, essere capaci di chiedere aiuto, e di affrontare un percorso così difficile, implica coraggio, flessibilità, capacità di adattarsi. La scelta è più dovuta a un fattore genetico. Questo però non significa che, in una gravidanza naturale, l’espressione genetica della madre sarà sempre e comunque presente.

famiglia felice e serena all'aperto

I genitori che hanno paura del rifiuto devono essere sereni. Tutti i genitori vivono conflitti e incomprensioni coi propri figli! Ma la ragione non è legata a come sono nati! La frase: "sono un bravo genitore?" è una domanda legittima che ogni genitore si pone. La verità è che all’inizio i bambini non sono pronti per sapere più di quanto chiedono. Non bisogna temere che il figlio rifiuti il genitore. La vita è un dono, sempre, indipendentemente da come si è avuta. L’aiuto di uno specialista può aiutare ad avere una visione più ampia, a fare le giuste valutazioni prima di prendere la decisione. Oggi la nostra società è formata da varie tipologie di famiglie, ma la cosa più importante continua sempre a essere che i figli vengano sempre cresciuti con amore. Il successo e le conquiste dei genitori, nonché la corretta narrazione, sono pilastri fondamentali alla costruzione dell’autostima del bambino. Sembra abbastanza normale che oggi ci siano così tante famiglie create grazie alla fecondazione assistita. Ma vent’anni fa, quando è iniziato lo studio di Golombok, gli atteggiamenti erano molto diversi. Si pensava che avere un legame genetico fosse molto importante e che senza di esso le relazioni non avrebbero funzionato bene. Ciò che questa ricerca vuole dimostrare con i dati scientifici è che avere figli in modi diversi o nuovi non interferisce con il funzionamento delle famiglie. L’evoluzione emotiva e psicologica dei figli sarà una “summa” di ciò che si è appreso negli anni. E quindi larga parte dell’evoluzione personale dipenderà dai propri genitori.

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