L'Italia sta affrontando una crisi demografica di proporzioni sempre più allarmanti, descritta da alcune testate nazionali non più come un "inverno demografico", ma come una vera e propria "glaciazione". Questo scenario, che vede un progressivo e inesorabile calo delle nascite, è oggetto di analisi approfondite da parte delle principali istituzioni di ricerca e sanitarie del Paese. Le proiezioni attuali suggeriscono che, se l'attuale tendenza in termini di natalità e mortalità dovesse proseguire, l'ultimo italiano potrebbe nascere intorno al 2225. Si tratta naturalmente di una proiezione teorica secondo la quale in uno scenario così prolungato di sotto-sostituzione, la popolazione italiana si ridurrebbe progressivamente fino ad azzerarsi nel giro di due secoli. Tale prospettiva evidenzia la gravità della situazione e la necessità di comprendere a fondo le dinamiche che la sottendono, dalle statistiche più immediate ai fattori socio-economici e culturali di lungo termine.

Numeri e Tendenze Attuali del Crollo delle Nascite
Partiamo dai dati attuali per comprendere la dimensione del fenomeno. Secondo l'ISTAT, nel 2024 in Italia sono nati 370mila bambini, circa 10mila in meno rispetto all'anno precedente, segnando una diminuzione del 2,6%. Questo dato si inserisce in un trend consolidato di contrazione della natalità, che ha visto l'Italia registrare il minimo storico di nascite proprio nel 2024. Il tasso di natalità si è attestato al 6,3 per mille, un valore che riflette una profonda trasformazione della struttura demografica del Paese. Accanto a questo, la fecondità stimata è stata di 1,18 figli per donna, un dato che si posiziona al di sotto del precedente minimo storico di 1,19 registrato nel lontano 1995.
È interessante notare un confronto significativo: nel 1995 - con una fecondità solo di poco superiore, pari a 1,19 figli per donna - nacquero 526mila bambini, ben 156mila in più rispetto al 2024. Questa discrepanza sottolinea come il calo non sia imputabile unicamente a una diminuzione del tasso di fecondità, ma anche ad altri fattori strutturali che hanno modificato la capacità riproduttiva complessiva della popolazione.
La denatalità prosegue anche nel 2025: secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-luglio, le nascite sono pari a 197.956, registrando una diminuzione di circa 13mila unità, pari al -6,3%, rispetto allo stesso periodo del 2024 (che aveva registrato 211.250 nati). Tale andamento decrescente delle nascite prosegue senza sosta dal 2008, anno in cui si era registrato il numero massimo di nati vivi degli anni Duemila (oltre 576mila). Nel 2024, i nati residenti in Italia sono 369.944, quasi 10mila in meno rispetto al 2023. La variazione relativa sull'anno precedente (-2,6%) è in linea con la variazione percentuale media annua registrata dal 2008 al 2023 (-2,7%), confermando un consolidato percorso di declino.

Fattori Sottostanti alla Crisi Demografica Italiana
Spiegare il crollo delle nascite solo come una questione di scelte individuali o culturali è una semplificazione eccessiva di un fenomeno estremamente complesso. La denatalità in Italia è il risultato combinato di fattori strutturali, economici, sociali e demografici che interagiscono tra loro, creando un contesto sfavorevole alla procreazione. Analizzare questi fattori in dettaglio è cruciale per comprendere la portata della sfida.
La Riduzione della Popolazione Femminile in Età Fertile
Un fattore primario e spesso sottovalutato è la riduzione del numero di donne in età fertile. La generazione del baby boom ha concluso il proprio ciclo riproduttivo, lasciando il posto a coorti più giovani, molto meno numerose, che non riescono a compensare. Tra il 1995 e il 2024, la popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni si è ridotta di circa 3 milioni di unità. Questa diminuzione demografica strutturale spiega da sola quasi i tre quarti della contrazione delle nascite nello stesso periodo. Meno donne in età riproduttiva significano, a parità di tasso di fecondità, un numero minore di nati, delineando un circolo vizioso demografico.
L'Impatto della Crisi Economica e Sociale
Un secondo determinante fondamentale è la crisi economica, le cui ripercussioni si sono fatte sentire in maniera acuta sulle famiglie e sulle giovani coppie. L'instabilità del mercato del lavoro, la precarietà dei redditi e la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare rappresentano ostacoli significativi. A questi si aggiungono la carenza di servizi per l'infanzia, che rendono la gestione dei figli più onerosa e complessa, e l'alto costo della vita, che erode il potere d'acquisto e le possibilità di investimento nel futuro dei figli. Questi fattori disincentivano concretamente la scelta di avere figli, trasformando un desiderio in una decisione spesso rimandata o rinunciata.
Oggi, per la maggior parte delle persone, diventare genitori è una scelta consapevole, tutt'altro che scontata, che necessita di condizioni favorevoli per potersi realizzare. Più che in passato, è necessario che questa scelta sia sostenuta da un riconoscimento esplicito di valore all'interno della comunità, non solo a parole ma con azioni concrete. Non si tratta semplicemente di convincere ad avere figli, quanto piuttosto di costruire un ecosistema favorevole alla libera scelta di farlo, rimuovendo le barriere economiche e sociali che attualmente la ostacolano.

L'Aumento dell'Età al Primo Figlio e le Sue Conseguenze Biologiche
Un terzo fattore chiave è l'aumento progressivo dell'età al primo figlio. In Italia le donne partoriscono in media a 32,4 anni, con quasi il 10% delle nascite che avviene oltre i 40 anni. Questo ritardo, spesso legato alla ricerca di una stabilità economica e professionale, ha conseguenze dirette anche sul piano biologico. L'età femminile, infatti, governa la fertilità e la qualità degli ovociti si riduce al crescere dell'età. La fertilità, che esprime la capacità di donne e uomini a riprodursi, è fortemente influenzata dall'età. In particolare, per la donna, le cui cellule riproduttive (gli ovociti) diminuiscono di numero già a partire dai 32 anni e diventano meno efficienti, con maggiore probabilità di manifestare problemi genetici, questo aspetto è critico. La causa maggiore d'infertilità femminile è, infatti, proprio l'età materna avanzata. L'uomo, pur avendo la capacità di produrre spermatozoi durante tutta la vita, vede il loro numero, la concentrazione e la qualità peggiorare dopo i 40 anni, con un aumento delle anomalie di origine genetica.
Questo fenomeno di posticipazione aumenta il rischio di infertilità e, di conseguenza, il ricorso - non sempre efficace - alla procreazione medicalmente assistita. La decisione di fare un figlio ad un’età più avanzata rischia di avere importanti risvolti sul successo riproduttivo.
L'Assenza di Politiche Pubbliche Strutturate e l'Esempio Europeo
Infine, un elemento cruciale è l'assenza di politiche pubbliche strutturate a sostegno della natalità e della famiglia. Troppo spesso la natalità è stata affrontata in modo episodico o ideologico, mancando di una visione di lungo periodo e di un approccio sistematico. Eppure, come dimostrano esperienze in Francia e Svezia, dove l'indice di fecondità è significativamente più alto, politiche familiari solide, servizi accessibili per l'infanzia e un'elevata occupazione femminile possono fare la differenza, creando un ambiente più favorevole alla genitorialità. La Germania è un caso particolarmente interessante: ha recentemente invertito la tendenza, combinando politiche familiari mirate con una gestione efficace dei flussi migratori in età lavorativa e riproduttiva, dimostrando che un intervento mirato può produrre risultati. La carenza di politiche e di attenzione pubblica rafforza l'idea che la nascita di un figlio non rappresenti un valore sociale, ma solo un costo e una complicazione a carico dei genitori. Ed è ciò che sta avvenendo in Italia, con conseguenze profonde sul tessuto sociale ed economico del Paese.
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Uno Sguardo Dettagliato alle Nascite in Italia
Il quadro della natalità italiana è ulteriormente arricchito dai dati dettagliati forniti dal Rapporto sull’evento nascita in Italia, realizzato dall’Ufficio di Statistica del Ministero. La rilevazione, istituita dal Decreto del Ministro della Sanità 16 luglio 2001, n. 90, offre una fotografia approfondita delle caratteristiche dei parti e delle madri in Italia.
Luogo del Parto e Cittadinanza delle Madri
Nel 2023, la quasi totalità dei parti è avvenuta in strutture sanitarie. Il 90,1% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 9,8% nelle case di cura e solo lo 0,13% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc.). Questo indica una forte centralizzazione dell'assistenza al parto in ambito ospedaliero.
Un dato rilevante riguarda la cittadinanza delle madri: nel 2023, circa il 20,1% dei parti è stato relativo a madri di cittadinanza non italiana. Le aree geografiche di provenienza più rappresentate, che contribuiscono a mantenere un certo livello di natalità, sono quella dell’Africa (29,6%) e dell’Unione Europea (17,9%). Questo evidenzia l'importante ruolo delle comunità straniere nel contenere il calo demografico complessivo.
Livello di Istruzione e Condizione Professionale delle Madri
L'analisi del livello di istruzione delle donne che hanno partorito nel 2023 mostra una distribuzione variegata: il 42,4% ha una scolarità medio alta, il 22,0% medio bassa ed il 35,6% ha conseguito la laurea. Questi dati riflettono l'evoluzione del sistema educativo e l'accesso all'istruzione superiore anche per le future madri.
Per quanto concerne la condizione professionale, l'evidenza indica che il 60,1% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 23,7% sono casalinghe e il 14,2% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione. Il fatto che oltre la metà delle madri sia occupata sottolinea l'importanza di politiche di conciliazione lavoro-famiglia per sostenere la natalità.
Modalità del Parto: Il Ricorso al Taglio Cesareo
Un aspetto critico emerso dai dati è il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. In media, nel 2023 il 30,3% dei parti è avvenuto con taglio cesareo. Questo dato presenta notevoli differenze regionali, ma evidenzia comunque una tendenza generale in Italia a un uso della procedura chirurgica superiore alle raccomandazioni internazionali. Il medico di famiglia ha un ruolo fondamentale nella cura delle persone e può fornire supporto e informazioni sul percorso del parto.
Peso dei Nati e Ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA)
Per quanto riguarda la salute dei neonati, si rileva che lo 0,9% dei nati ha un peso inferiore a 1.500 grammi e il 6,1% tra 1.500 e 2.500 grammi. Questi indicatori sono importanti per valutare la salute pubblica e le esigenze di assistenza neonatale.
Un altro dato significativo riguarda l'uso delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA): il ricorso a una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) risulta effettuato in media in 3,9 gravidanze ogni 100. Questo dato, che sarà approfondito in seguito, riflette le crescenti difficoltà naturali nel concepire.
La Medicina della Riproduzione e la Prevenzione dell'Infertilità
Di fronte alla costante diminuzione delle nascite e all'invecchiamento della popolazione, la medicina della riproduzione emerge come un campo sempre più cruciale. L'infertilità rappresenta una sfida crescente, e l'investimento in prevenzione e assistenza riproduttiva è fondamentale per tentare di invertire l'attuale trend.
L'Infertilità in Italia: Dati e Sfide
L’infertilità, definita come l’incapacità di concepire dopo un anno di rapporti non protetti, coinvolge circa il 15% delle coppie in età riproduttiva. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, questi dati sono destinati a crescere fino a raggiungere il 19%. Con un tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa, pari a 1,18 figli per donna, e un calo delle nascite del 35% dal 2008, il Paese affronta un progressivo invecchiamento. La pandemia ha probabilmente accentuato il calo della natalità, che però è anche correlato alla difficoltà di molte coppie di procreare per vie naturali, a causa di problematiche legate alla fertilità maschile o femminile. Quella dell’infertilità maschile è una problematica misconosciuta e poco discussa ma di grande importanza.
In questo contesto, la medicina della riproduzione rappresenta una risposta non solo clinica ma anche sociale ed economica. A Roma, la Fondazione Benessere Donna e Italian Health Policy Brief, con il contributo non condizionante di Merck, hanno promosso l'evento "Prevenzione della Fertilità e Medicina della Riproduzione", a dimostrazione della crescente attenzione su questo tema. «Oggi parlare di fertilità e salute riproduttiva significa guardare oltre l’ambito sanitario: significa interrogarsi sul futuro della nostra società - spiega Maria Rosaria Campitiello, Direttore del Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute -. In Italia la natalità continua a calare e sempre più donne posticipano la maternità, come se il tempo fosse un bene prezioso da gestire con attenzione. Questo cambiamento ha effetti concreti: una società con meno nascite rischia di indebolire il proprio tessuto sociale, economico e demografico».
Politiche e Interventi a Sostegno della Fertilità
Di fronte a questa emergenza demografica, il Governo ha avviato alcune iniziative. «Il Governo ha destinato 3,5 milioni di euro a una campagna nazionale sui test di riserva ovarica, garantendo informazioni affidabili, scientificamente fondate e prive di false aspettative sulla possibilità di concepire a qualsiasi età», ha dichiarato Campitiello. Questo tipo di campagne è fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla fertilità femminile, un tema complesso e affascinante, ma anche sulla fertilità maschile.
Inoltre, per sostenere concretamente le coppie e garantire pari opportunità sul territorio nazionale, il Servizio Sanitario Nazionale garantirà, dal 2025 e finalmente su tutto il territorio nazionale, l'accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita. «E i dati dicono che lo scorso anno sono stati 17.235 i nuovi nati grazie a queste tecniche», ha aggiunto Campitiello. Questi piccoli semi di vita ci ricordano ogni giorno che preservare la fertilità e promuovere la medicina della riproduzione non è solo una scelta sanitaria, ma è un investimento sul futuro del Paese. Dal 30 dicembre 2024, le coppie italiane avranno nuove opportunità di accedere alla Procreazione Medicalmente Assistita, un passo importante verso una maggiore equità nell'accesso alle cure. Il pick-up ovocitario è una tappa fondamentale nel percorso di procreazione medicalmente assistita e nella Medicina della riproduzione operano figure professionali estremamente specializzate.

La Preservazione della Fertilità: Oltre le Pazienti Oncologiche
Un aspetto cruciale riguarda la preservazione della fertilità. È fondamentale garantire alle donne con condizioni cliniche che compromettono la fertilità l'accesso a procedure di preservazione, non limitandosi solamente alle pazienti oncologiche. «Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ammette e copre interventi di preservazione della fertilità solo per le pazienti oncologiche - osserva Nicola Colacurci, Presidente della Fondazione Benessere Donna e già Ordinario di Ginecologia ed Ostetricia presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli - mentre dovrebbero essere prese in considerazione anche le maggiori condizioni cliniche ad alto impatto sulla capacità riproduttive delle donne». Su indicazione medica bisognerebbe estendere le tecniche di preservazione anche alle patologie ad alto rischio di infertilità, come l’endometriosi, una condizione in cui la qualità ovocitaria risulta peggiore e tende a deteriorarsi più precocemente. La crioconservazione degli ovociti (social freezing) è una tecnica ormai consolidata per preservare la fertilità, ma è importante anche capire cosa ne sanno le giovani donne su queste possibilità. Anche l'azoospermia, un tempo sinonimo di sterilità, oggi non è più così, non sempre, grazie ai progressi della medicina riproduttiva.
Necessità di una Normativa Nazionale Uniforme per la Preservazione della Fertilità
Il tema della fertilità è caratterizzato da molti dubbi e dalla necessità di una maggiore chiarezza normativa. «L’inserimento delle tecniche di preservazione della fertilità nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) consentirebbe una reale prevenzione nei soggetti a rischio di riduzione del potenziale riproduttivo, evitando che restino limitate al settore privato». È inoltre necessario promuovere interventi di formazione e sensibilizzazione rivolti a popolazione e professionisti sanitari sulla tutela della capacità riproduttiva. Attualmente manca una normativa nazionale uniforme: non esiste una regolamentazione centralizzata e alcuni farmaci, come quelli per l’induzione dell’ovulazione, non sono prescrivibili attraverso il SSN in tutte le circostanze. Mentre alcune Regioni come Puglia, Lazio, Basilicata e Lombardia stanno avviando iniziative autonome, in Campania è attivo un progetto pilota di prevenzione con l’Università Vanvitelli e la Federico II, dimostrando l'urgenza di un intervento a livello nazionale.
La prevenzione dell’infertilità significa in primo luogo informare la popolazione sulle sue cause e fare in modo che tutti possano accedere ai percorsi clinici più adatti a tutelare la salute riproduttiva, come ribadito da Ramón Palou de Comasema, Presidente e Amministratore Delegato Healthcare di Merck Italia: «La denatalità è una sfida complessa che va affrontata secondo una visione di lungo periodo e attraverso un impegno comune, a cominciare dalla prevenzione». È perciò importante aver consapevolezza sui fattori che influenzano negativamente la fertilità come il fumo, l’obesità e la sedentarietà.
L'Impatto di Eventi Specifici sulla Natalità
La storia demografica mostra come eventi di grande portata sociale possano influenzare significativamente le scelte riproduttive e, di conseguenza, i tassi di natalità. Il calo della natalità causato da incertezze sociali è caratteristico nella storia, e si possono fare dei paralleli tra altre situazioni di incertezza e il conseguente stop riproduttivo.
La Pandemia di COVID-19 e il Rinvio dei Concepimenti
L'emergenza pandemica da COVID-19 ha avuto un impatto senza precedenti sulla popolazione, creando molta preoccupazione e instabilità. Ciò si è riflettuto anche nella scelta di avere figli: il rinvio del concepimento è evidente dai dati di novembre e dicembre 2020. In particolare, nel Nord-ovest, la zona d’Italia più colpita dalla pandemia durante la prima ondata, a dicembre il calo ha toccato il 15,4%. A gennaio 2021, si è registrata la massima riduzione di nati a livello nazionale, pari al 13,6%.
D’altro canto, è interessante notare l’aumento del 4,5% dei nati osservato a marzo 2021 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente; questo dato è forse riconducibile all’impressione di superamento dell’emergenza vissuto nell’estate del 2020, fase di transizione tra le due ondate epidemiche del 2020. La vaccinazione anti COVID-19 e la gravidanza sono di per sé due temi molto delicati, e la gestione di queste incertezze ha contribuito a un clima di cautela.
Paralleli Storici: L'Effetto Chernobyl
Un esempio storico di come l'incertezza possa influenzare la natalità è rappresentato dalle statistiche riferite agli anni dopo il disastro di Chernobyl del 1986, che documentano come, nove mesi dopo la grande paura per l’arrivo della nube radioattiva, le nascite in Italia abbiano subito un ribasso. Questo parallelismo evidenzia come la percezione di un futuro incerto e di rischi per la salute possa immediatamente ripercuotersi sulle decisioni di procreazione delle coppie.
Variazioni Geografiche e Regionali della Fecondità
Il declino della fecondità in Italia non è un fenomeno uniforme su tutto il territorio nazionale, ma presenta significative differenze regionali e provinciali che meritano un'attenta analisi.
Il Sud e il Nord: Differenze nella Contrazione della Fecondità
La fecondità stimata in 1,18 figli per donna nel 2024 rappresenta un nuovo minimo negativo, inferiore al precedente record di 1,19 figli per donna del 1995. Questa contrazione della fecondità, come sottolinea l'istituto di statistica, riguarda in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Infatti, mentre nel Centro il numero medio di figli per donna si mantiene stabile (pari a 1,12), nel Nord scende a 1,19 (da 1,21 del 2023) e nel Mezzogiorno a 1,20 (da 1,24). Curiosamente, il Sud, pur potendo vantare una fecondità «relativamente più elevata», allo stesso tempo soffre della «flessione maggiore», indicando un rapidissimo deterioramento della situazione anche in aree tradizionalmente più prolifiche.
Nel 2024 continuano a diminuire sia i primi figli sia i figli di ordine successivo al primo. I primogeniti sono pari a 181.487 unità, in calo del 2,7% rispetto al 2023. I secondi figli (133.869) diminuiscono del 2,9% mentre quelli di ordine successivo dell’1,5%. La diminuzione dei primi figli riguarda tutte le aree del Paese, con una riduzione minore nel Centro-Nord (-1,8% per il Nord, -2,0% per Centro) e un calo più intenso nel Mezzogiorno (-4,3%). Persistono, quindi, le difficoltà tanto ad avere il primo figlio quanto a passare dal primo al secondo, in particolare nel Sud del Paese.
Le regioni che hanno registrato il calo più intenso nei primi sette mesi del 2025, secondo i dati provvisori, sono l’Abruzzo (-10,2%) e la Sardegna (-10,1%). In entrambe, nello stesso periodo dell’anno precedente, la diminuzione del 2024 sul 2023 era stata decisamente meno intensa (rispettivamente, -1,0% e -0,1%). Tra le altre regioni che presentano una diminuzione del numero delle nascite, si rilevano l’Umbria (-9,6%), il Lazio (-9,4%) e la Calabria (-8,4%). Le sole regioni a registrare un aumento sono, secondo i dati provvisori, la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (+5,5%) e le Province autonome di Bolzano/Bozen (+1,9%) e di Trento (+0,6%).

Età Media al Parto per Regione
Accanto alla riduzione della fecondità, l'Istat fa notare che nel 2024 continua a crescere l’età media al parto, che si attesta a 32,6 anni, con un aumento di 0,1 decimi di anno sul 2023. Il fenomeno della posticipazione delle nascite è di significativo impatto sulla riduzione generale della fecondità, poiché più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale a disposizione delle potenziali madri per la realizzazione dei progetti familiari. L’aumento dell’età media al parto si registra in tutto il territorio nazionale, con il Nord e il Centro che continuano a registrare il valore più elevato: rispettivamente 32,7 e 33,0 anni, contro 32,3 anni del Mezzogiorno. Confrontando le percentuali sulla fecondità per età del 1995, del 2010 e del 2020 si osserva uno spostamento della fecondità verso età maggiori. Rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono cresciuti nelle età superiori a 30 anni mentre continuano a diminuire tra le donne più giovani. Questo fenomeno è ancora più accentuato considerando le sole donne italiane.
Le Regioni con la Fecondità più Elevata e più Bassa
Il primato della fecondità più elevata continua a essere detenuto dal Trentino-Alto Adige, con un numero medio di figli per donna pari a 1,39 nel 2024, seppur in diminuzione rispetto al 2023 (1,43). Come lo scorso anno, seguono Sicilia e Campania. Per la Sicilia, il numero medio di figli per donna scende a 1,27 (contro 1,32 del 2023), mentre in Campania la fecondità passa da 1,29 a 1,26. In queste regioni, le madri sono mediamente più giovani: l’età media al parto è pari a 31,7 anni in Sicilia e a 32,3 in Trentino-Alto Adige e Campania.
La Sardegna invece si conferma la regione con la fecondità più bassa: nel 2024, il numero medio di figli per donna è pari a 0,91, un valore stabile rispetto al 2023, ma estremamente preoccupante per la sostenibilità demografica dell'isola.
Analisi Provinciale della Fecondità
All'interno delle regioni, si osservano ulteriori specificità a livello provinciale. Tra le province, quella in cui si registra il più alto numero medio di figli per donna è la Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen (1,51 contro 1,57 del 2023). Seguono le province calabresi di Crotone (1,36) e Reggio Calabria (1,34) e quelle siciliane di Ragusa, Agrigento (ambedue 1,34) e Catania (1,33). Questi dati provinciali confermano la persistenza di "sacche" di maggiore natalità, spesso legate a fattori culturali, socio-economici o alla presenza di comunità con dinamiche demografiche diverse.
Dinamiche della Natalità da Genitori Stranieri
In un contesto di calo demografico generalizzato tra i cittadini italiani, la componente straniera della popolazione gioca un ruolo nel mitigare, seppur parzialmente, questa tendenza, evidenziando dinamiche complesse e differenziate. La diminuzione dei nati è quasi completamente attribuibile al calo delle nascite da coppie di genitori entrambi italiani, che costituiscono oltre i tre quarti delle nascite totali (78,2%). Infatti, a fronte di un calo complessivo delle nascite di 9.946 unità, i nati da genitori italiani, pari a 289.183 nel 2024, sono diminuiti di 9.765 unità rispetto al 2023 (-3,3%).
Stabilità delle Nascite da Coppie Miste ed Entrambi Stranieri
Nel 2024 il numero dei nati da genitori in cui almeno uno dei partner è straniero resta sostanzialmente stazionario rispetto all’anno precedente. Queste nascite, che costituiscono il 21,8% del totale, sono infatti passate da 80.942 nel 2023 a 80.761. Questo dato sottolinea una relativa resilienza della natalità all'interno di questa componente demografica.
I nati da coppie miste (padre italiano e madre straniera oppure padre straniero e madre italiana) rappresentano l’8,1% del totale dei nati e registrano un lieve aumento sul 2023 (+2,3%), attestandosi a 30.168 unità (contro 29.495 dell’anno precedente). In particolare, l’aumento è dell’1,3% per i nati da coppie miste in cui è la madre a essere straniera e del 4,5% per i nati da padre straniero e madre italiana. Questa crescita, seppur contenuta, evidenzia una maggiore integrazione e la formazione di nuove famiglie.
I nati da genitori entrambi stranieri, che costituiscono il 13,7% del totale dei nati, sono nel 2024 pari a 50.593 (erano 51.447 nel 2023), mostrando un lieve calo ma mantenendo un contributo significativo.
Distribuzione Geografica delle Nascite da Genitori Stranieri
La quota di nati da coppie in cui almeno un genitore è straniero è più elevata nel Centro-Nord, dove la presenza straniera è più stabile e radicata. Nel Nord la percentuale di nati da almeno un genitore straniero sul totale è pari nel 2024 al 30,6%, nel Centro è pari al 24%, quindi al di sopra del valore nazionale (21,8%).
Restringendo l’analisi ai soli nati da genitori entrambi stranieri, la geografia rimane analoga. Le quote dei nati stranieri, nel 2024, sono pari al 19,1% nel Nord e al 15,3% nel Centro. L’Emilia-Romagna si conferma tra le regioni con la più alta incidenza di nati stranieri rispetto al totale (21,9%), seguita dalla Liguria (21,3%). Tra le altre regioni del Nord quasi un nato su cinque è straniero: in Lombardia il 19,3%, seguono il Friuli-Venezia Giulia (18,5%), il Veneto (18,4%) e il Piemonte (17,9%). Questi dati riflettono la distribuzione degli immigrati nel Paese e il loro impatto sulle dinamiche demografiche regionali.
Le Principali Cittadinanze Coinvolte
Per il complesso dei nati con almeno un genitore straniero, al primo posto ci sono i nati da coppie in cui almeno uno dei genitori è rumeno (10.532 nati nel 2024), seguiti da quelli con almeno un genitore marocchino (9.448) e albanese (9.115). In riferimento a queste tre cittadinanze, mediamente, circa il 60% dei genitori sono entrambi stranieri, mentre il 40% sono in coppia mista.
In particolare, esaminando le singole cittadinanze, la quota più elevata di nati da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati con almeno un genitore straniero, si osserva per la cittadinanza nigeriana (91,1% dei casi). Con riferimento alla quota di nati in coppia mista, la percentuale più alta si registra per la cittadinanza ucraina (52,9%, di cui il 48,0% composta da madre ucraina e padre italiano). Questi dati evidenziano la diversità delle dinamiche riproduttive e di integrazione tra le varie comunità straniere residenti in Italia.