Il dizionario proibito: l'insidia delle parole e la difesa della libertà di espressione

Il dibattito contemporaneo sul linguaggio, spesso imbrigliato nelle maglie della cosiddetta "cancel culture" e del politicamente corretto, trova nel pamphlet di Vittorio Feltri un punto di osservazione irriverente e provocatorio. Il direttore del Giornale si diverte a riabilitare nel suo ultimo libro una serie di vocaboli banditi dal linguaggio comune: frocio, zingaro, vecchio, terrone (per il quale a suo tempo ha passato dei guai) e via discorrendo. L’autore dell’articolo precisa di aver usato questi termini senza alcuna intenzione offensiva, muovendo una critica serrata ai fautori delle censure e delle violazioni della grammatica che vorrebbero creare linguaggi più o meno “inclusivi”. La foga censoria di tanto progressismo bigotto, sebbene spesso irrilevante nella vita reale, rischia di esercitare un’egemonia preoccupante nell’establishment culturale e in tanta editoria mainstream, obbligando a prese di posizione serie. Il pamphlet feltriano rappresenta la versione pop di una polemica contro una deriva censorie che, nel nostro Paese, è giunta con un certo ritardo rispetto al contesto internazionale.

Una metaforica rappresentazione del conflitto linguistico tra libertà espressiva e censure contemporanee

Analisi del termine "negro": tra etimologia e contesto

Il viaggio semantico proposto da Feltri parte da una parola che è stata oggetto di lunghe battaglie legali. Si pensi, in seconda battuta, alla vicenda dell’ex vicesindaco di Cittanova, Fausto Troiani, finito sotto processo per diffamazione perché aveva definito negra l’ex ministra Cécile Kyenge. Non occorreva Carnelutti per capire che negro non è un termine in sé offensivo. Negro, specifica ancora Feltri, non è neppure una parolaccia, visto che è la traduzione del latino niger, che sta per nero.

Per comprendere la natura non intrinsecamente ingiuriosa del termine, si potrebbe guardare al cinema d'autore. Feltri, pur non citando direttamente Quentin Tarantino, punta il dito contro una ipocrisia di fondo. In pellicole come Pulp Fiction o Jackie Brown, l’appellativo "negro" vola ogni due per tre in tutte le accezioni, le peggiori delle quali sono in bocca a Samuel L. Jackson, che non è precisamente uno scandinavo (anzi: ariano). Il contesto, in queste opere, dimostra come la parola sia legata alla consuetudine e al retaggio culturale, svincolandola dall'automatismo dell'insulto razzista.

La fenomenologia dell'orientamento: il caso "frocio"

Vogliamo, per caso, parlare di frocio? Nelle terminologie omosessuali Feltri - che tra l’altro è iscritto all’Arcigay pur essendo etero - sguazza alla grandissima. I gay, argomenta, si definiscono a vicenda o da sé "froci" o "ricchioni" senza che questo suoni offensivo. E cita l’esempio di Paolo Isotta, storica firma del Corrierone, che diceva di sé: «Io non so gay, io so’ ricchione».

Feltri procede per esclusione critica: "omosessuale" fa troppo clinica, "Lgbtquia+" fa troppo burocrazia e mescola, senza riguardi, situazioni diverse (gay e transgender, ad esempio). Noi, invece, le traduciamo e spieghiamo perché non vanno bene. "Frocio", che è la versione romanesca di floscio, sta per molle o effeminato. "Ricchione", invece, non ha derivazioni certe. Secondo alcune fonti potrebbe derivare dal veneziano recion, che designava gli schiavi neri (anzi, negri) adibiti al soddisfacimento sessuale dei carcerati. In particolare, recion indicava il pendaglio a forma di campanella che il povero disgraziato portava alle orecchie per annunciare il suo arrivo. Quindi anche questo termine è troppo legato all’effeminatezza. Nulla di male, intendiamoci: ma usare frocio e basta, quando esistono molti gay dai modi e dall’aspetto virilissimo, è quantomeno limitante.

Il potere della parola nell'evoluzione: in principio era il verbo | Gianluca Ales | TEDxMirandola

Geopolitica dell'insulto: "Terroni" e "Polentoni"

La riflessione si sposta poi su una distinzione geografica che ha alimentato decenni di cronaca: perché "terrone" è offensivo e "polentone" (usato altrettanto spesso e non sempre in maniera innocua) è solo e sempre una parola scherzosa? Feltri, oltre ai propri, cita i guai passati dalla giornalista (ed ex collaboratrice di Libero) Azzurra Barbuto, finita nel tritacarne mediatico e social per aver usato la parola "terroni" in un titolo.

È una riflessione che tocca corde profonde, richiamando alla mente come il linguaggio sia spesso utilizzato come arma di demarcazione sociale o territoriale. Distinguere le reazioni dell'opinione pubblica in base al bersaglio dell'epiteto è un esercizio necessario per chiunque voglia analizzare la reale portata del politicamente corretto.

Declini e plurali: la grammatica come cavalleria

Un rapido accenno va all’obbligo - stigmatizzato alla grande da Feltri - di declinare tutto anche al femminile. Per chi scrive, si può fare finché non genera cacofonie: "avvocata" va bene, "assessora" di meno, "sindaca" molto meno; e si può dire la giudice, la magistrata o la pm, ma non la pubblica ministera, che sfiora l’orribile. Invece, si concorda con Feltri per l’uso dei plurali: basta il maschile per indicare uomini e donne. Distinguere (signore e signori, dottoresse e dottori ecc.) non è grammatica ma cavalleria. Il capolavoro vero Feltri lo fa con "zingaro", che considera un aggettivo carico di significati nobili: amante della libertà, capace di sopravvivere sempre, persino romantico e via discorrendo. Morale della favola: ognuno, ribadisce Feltri, scrive e parla come cacchio gli pare.

Schema illustrativo: l'uso del genere nel linguaggio burocratico italiano tra tradizione e innovazione

Oltre il pamphlet: la deriva democratica e il potere

Già: questo gustosissimo pamphlet non è solo il divertissement di un vecchio. Immaginatevi che sarebbe una società in cui i vari Boldrini e Zan potessero decidere quel che dobbiamo dire e come. È qui che il discorso si allarga a una riflessione sul potere. Che cos'era la P2, anzitutto? Qual era il Piano di rinascita democratica? Non era un documento pubblico, non circolava, non veniva annunciato e proclamato in televisione: oggi invece è stato completamente sdoganato e anzi Gelli, sia a me che a Concita De Gregorio disse che aspettava il copyright da coloro che lo stavano copiando e si chiedeva "perché a me davano del golpista mentre adesso i politici sono dei sinceri democratici".

Dei club, non delle sezioni: non un partito democratico con i congressi. Questo, diciamo, è stato superato. Se voi guardate Forza Italia oggi, se dovessero rispettare questi parametri si svuoterebbe il partito, il Club. Avevamo rimosso tutti, soprattutto la cosiddetta opposizione del Partito Democratico che di P2 proprio non parla.

L'ordinamento giudiziario e le ombre del passato

Sull'ordinamento giudiziario si è discusso a lungo: responsabilità civile per i magistrati, modifiche alle norme sugli accessi alla carriera. Esami psicoattitudinali preliminari: chi li fa? Anche il cosiddetto autogoverno in realtà dipende dal Parlamento, cioè dai partiti. I magistrati selezionati per merito, chi decide chi è meritevole per andare avanti in carriera? Separazione delle carriere: nella bicamerale si andò addirittura al di là con le bozze Boato che tanto erano piaciute a Gelli.

Del resto, non c'è soltanto Gelli in circolazione. Ma è una notizia il fatto che faccia notizia. E non è dei piduisti, Gelli, l'unico in attività. Chi l'aveva presentato a Gelli? Fabrizio Cicchitto, tessera 2232, domanda di iscrizione autografa. Ora Cicchitto è capogruppo del Popolo delle Libertà alla Camera e parla tutte le sere nei principali telegiornali. Maurizio Costanzo, tessera 1819 - era a tre posizioni di distanza dalla tessera di Berlusconi - ma lui era di terzo grado: maestro. Donelli Massimo, tessera 2207, grado primo apprendista muratore anche lui. Nella lista di Gelli c'era anche Enrico Manca, un altro socialista. Antonio Martino, è parlamentare di Forza Italia, ex ministro della difesa e ancora prima degli esteri. Rolando Picchioni, tessera 2095, grado primo apprendista. C'era, infine, Giancarlo Elia Valori, fascicolo 0283, che fu espulso per indegnità da Licio Gelli. Un caso più unico che raro, uno ritenuto indegno di stare nella P2. Questo è in pillole il quadro della P2.

Riflessioni sul dolore umano: quando la realtà supera la provocazione

Mentre il dibattito si sposta sui massimi sistemi, la cronaca globale richiama una brutalità che prescinde dalle parole. Un milione e seicentomila profughi vagano nella giungla del Congo orientale senza cibo e senza acqua pulita. Nei prossimi giorni, dopo aver mangiato le ultime provviste rimaste, rischiano di morire. Già in numerose famiglie hanno dovuto seppellire i più deboli, vecchi e bambini. La catastrofe umanitaria non è solo a Goma, circondata dalle forze del generale ribelle Laurent Nkunda. È in fiamme anche il nord, il triangolo dove si incontrano le frontiere di Uganda, Sudan e Congo.

In quell'area ha colpito il Lord Resistance Army, un gruppo di ribelli ugandesi famoso per la sua ferocia. Un missionario ha scritto una lettera al Corriere della Sera: «Gli uomini dell'LRA sono mostri non uomini. Mercoledì mattina, 17 settembre, è stata una giornata di violenze su numerosi villaggi della parrocchia di Duru. Scuole e mercato sono stati i luoghi presi di mira. Paura e tristezza sono nell'animo di tanta gente». L'LRA è diventato famoso perché assaliva i villaggi e rapiva i bambini, costringendoli, Bibbia in mano, ad assalire di nuovo il loro villaggio e ammazzare i genitori.

Mappa delle zone di conflitto nell'area dei Grandi Laghi in Congo

Il peso delle parole in un mondo in crisi

La diplomazia resta attendista. Dopo una breve visita a Goma i ministri degli esteri francese e britannico hanno promesso aiuti umanitari, ma non hanno deciso sulla sull'invio di una forza militare di protezione. I due ministri hanno sollecitato il rafforzamento del contingente di caschi blu che ora conta 17 mila uomini, ma, come ha detto al Corriere l'ex inviato europeo per i grandi laghi, l'italiano Aldo Ajello, «Non è la quantità che conta, ma la qualità. Se in 17 mila non sono riusciti a fermare i 3000 uomini di Nkunda è impensabile che lo possano fare 10 mila uomini in più».

Queste riflessioni ci portano a chiederci: qual è la reale priorità del linguaggio? Siamo ossessionati dalla correttezza formale, dal vocabolario che "offende" i sensibili, mentre in angoli sperduti del mondo la dignità umana viene annientata non dalle parole, ma dalla violenza fisica, dai machete e dalle carestie. La difesa della libertà di espressione contro chi vorrebbe normare il pensiero non è un capriccio, ma una battaglia per mantenere il contatto con la realtà. Le parole, per quanto piccanti o arcaiche, sono lo specchio di una società che riflette sulle proprie contraddizioni, un esercizio di verità necessario anche quando il tono appare sgradevole a un primo ascolto. Ricordarsi di chi non ha voce - come i profughi della giungla o le vittime dei conflitti dimenticati - è il vero antidoto a qualsiasi forma di ipocrisia, sia essa di matrice politica o di linguaggio.

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