L’evoluzione della condizione femminile in Italia: dal Rinascimento alle conquiste civili

Il percorso storico che ha delineato il ruolo della donna nella società italiana è un intreccio complesso di battaglie intellettuali, rivendicazioni politiche e mutamenti legislativi. L’analisi di questa evoluzione richiede di osservare come il pensiero critico femminile si sia sviluppato nel corso dei secoli, superando barriere culturali e superando modelli imposti, fino ad arrivare alle fondamentali riforme del XX secolo, tra cui spiccano le leggi sul divorzio e sull'interruzione volontaria di gravidanza.

rappresentazione allegorica delle donne nel corso della storia italiana

Radici intellettuali: la "Querelle des femmes" e il Rinascimento

Nel contesto del Rinascimento, anche in Italia si sviluppò un ampio dibattito intellettuale sulla condizione femminile noto come Querelle des femmes (trad.: disputa sulle donne), che prese forma in Europa a partire dal tardo Medioevo. Accanto a queste autrici, la cultura italiana del Quattrocento e del primo Cinquecento aveva già conosciuto autrici di notevole rilievo intellettuale, come Isotta Nogarola, Cassandra Fedele e Laura Cereta, che pur operando in epoche e contesti differenti, contribuirono a elevare il profilo culturale delle donne.

A partire dal saggio di Joan Kelly Did Women Have a Renaissance? (1976), si è aperto un dibattito storiografico sul reale impatto del Rinascimento nella condizione femminile. Alcune studiose, come Margaret L. King, hanno evidenziato come, nonostante l'apertura di nuovi spazi di riflessione, la struttura patriarcale rimanesse saldamente radicata nel tessuto sociale dell'epoca.

La Madonna leggente (1505-10), di Vittore Carpaccio, simbolo dell'erudizione femminile nel Rinascimento

L'Illuminismo e la messa in discussione della subordinazione

Nel Settecento, l’Illuminismo contribuì a mettere in discussione la subordinazione femminile attraverso i suoi ideali di ragione, uguaglianza e diritti naturali. Tuttavia, l’effettiva applicazione di tali principi fu segnata da profonde contraddizioni: molti filosofi continuarono a sostenere l'inferiorità delle donne, fondata su una presunta "natura" biologica.

Nel contesto europeo, accanto a testi come Émile di Jean-Jacques Rousseau (1762) che relegarono le donne alla sfera domestica e al ruolo di mogli e madri, si affermarono voci femminili che rivendicarono l’uguaglianza tra i sessi. Nell'Italia del XVIII secolo una componente significativa del dibattito illuminista fu la riflessione sull'istruzione femminile e sull'ammissione delle donne nelle Accademie, luoghi cruciali della vita intellettuale. Accanto alle accademie, i salotti letterari offrirono un altro spazio significativo per l’espressione intellettuale delle donne.

Negli ultimi decenni del secolo, anche l’editoria cominciò a rivolgersi a un pubblico femminile con pubblicazioni come Il Giornale delle dame e delle mode di Francia (Milano, 1786-1794) e La donna galante ed erudita (Venezia, 1786-1788). Due anni dopo, nel contesto delle repubbliche giacobine, Carolina Lattanzi, autrice dell'opuscolo Della servitù delle donne (1797), nei circoli democratici della Repubblica Cisalpina rivendicò una piena uguaglianza di diritti e una partecipazione attiva delle donne al processo rivoluzionario e alla vita pubblica. Durante l'esperienza della Repubblica Napoletana, Eleonora de Fonseca Pimentel, direttrice del Monitore Napoletano e sostenitrice degli ideali repubblicani, fu figura di rilievo nel processo rivoluzionario.

Il Risorgimento: tra partecipazione attiva e retorica del sacrificio

Il legame tra le aspirazioni risorgimentali e le rivendicazioni femminili si consolidò nel XIX secolo attraverso il ruolo simbolico della donna "madre-cittadina" ed educatrice della nazione. L'impegno delle donne nel processo di unificazione nazionale favorì la nascita delle prime associazioni e movimenti organizzati.

Negli eventi bellici, il ruolo delle donne fu fondamentale nell'assistenza ai feriti e nell'organizzazione di ospedali da campo, come nel caso di Jessie White Mario, infermiera e pubblicista legata a Mazzini e a Garibaldi e Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che a Roma organizzò un corpo di infermiere volontarie. Furono inoltre attive nella propaganda e nella sensibilizzazione attraverso la poesia, il teatro, la musica, la stampa clandestina.

Nel Meridione poetesse come Laura Beatrice Oliva e le componenti del Circolo delle poetesse Sebezie promossero ideali patriottici attraverso la loro produzione letteraria; Antonietta De Pace fu protagonista nel coordinamento dei comitati meridionali durante le imprese garibaldine. La partecipazione femminile ai moti del 1848 fu particolarmente intensa in diverse città italiane. Durante le Cinque Giornate di Milano, nelle barricate di Roma o nella difesa di Venezia, le donne furono attivamente presenti, partecipando alla resistenza e alle attività di soccorso. L'esperienza della Repubblica Romana (1849) vide un coinvolgimento significativo di donne nell'organizzazione civile e nella difesa armata.

Nonostante questa ampia partecipazione le donne furono escluse dal diritto di voto nei plebisciti che sancirono l'annessione dei vari stati italiani al Regno di Sardegna, evidenziando il loro confinamento a ruoli di supporto senza diritti politici. Nel processo di costruzione della memoria risorgimentale, il contributo femminile venne in gran parte rielaborato in chiave simbolica e retorica. La nazione fu spesso rappresentata come una figura femminile - madre dolente, martire, ispiratrice - mentre alle donne reali fu attribuito un ruolo ancillare, morale, domestico.

L'Italia post-unitaria e l'ascesa del primo femminismo

Dopo l’Unità, la condizione giuridica, sociale e culturale delle donne rimase fortemente subordinata. Sul fronte dell'istruzione, la Legge Casati del 1859, applicata su scala nazionale dopo il 1861, aprì alle donne la professione di maestra elementare, una delle prime forme di impiego pubblico femminile, anche se marginale e sottopagato: a parità di titolo lo stipendio risultava inferiore di un terzo di quello dei colleghi maschi.

Negli ultimi decenni del secolo le maestre - circa 20.000 contro 1323 maschi nel 1898 - divennero la spina dorsale del sistema scolastico italiano e l'adesione alle associazioni degli insegnanti consentì loro di acquisire esperienza nell'organizzazione e nella tutela della propria condizione lavorativa. Tra le donne impegnate nelle associazioni emancipazioniste o nelle Leghe professionali, si contavano moltissime maestre.

Le università iniziarono ad accettare studentesse nel 1876; dal 1877 al 1900 si laurearono 257 donne. Per tutto il secolo il maggior numero di occupati si concentrò nell'agricoltura, dove nel 1871 la percentuale di donne rappresentava il 35,5% della forza lavoro. Tra le figure più importanti del primo femminismo italiano spicca Anna Maria Mozzoni (1837-1920), considerata una delle pioniere del movimento. Nel 1864 pubblicò La donna e i suoi rapporti sociali in occasione della revisione del codice italiano, denunciando le disuguaglianze del diritto di famiglia.

Donne italiane impegnate nei lavori agricoli intorno al 1900

Il rapporto tra femminismo e socialismo fu articolato. Alcune esponenti, come Anna Maria Mozzoni, cercarono un'alleanza con il movimento socialista, ritenendo che la liberazione femminile dovesse passare anche attraverso una trasformazione delle strutture economiche e sociali, ma espressero nel contempo le loro critiche nei confronti di un socialismo che spesso marginalizzava la questione di genere. Un ruolo cruciale fu svolto dalla stampa emancipazionista, che divenne il veicolo principale per la diffusione delle idee e la creazione di una rete tra le attiviste. Uno dei primi periodici, La Donna di Gualberta Alaide Beccari, fondata nel 1868, rappresentò uno strumento fondamentale per la circolazione di idee emancipazioniste e per il collegamento con le esperienze del femminismo internazionale.

La parentesi fascista e la seconda ondata del Novecento

Il fascismo rappresentò una cesura, imponendo un modello femminile incentrato sul ruolo materno e domestico che annullò le libertà e interruppe il percorso delle rivendicazioni precedenti. Al movimento femminista venne inferto un duro colpo nel 1922, quando Mussolini salì al potere; questo periodo è stato generalmente antifemminista, dettando la procreazione come il dovere principale per una donna. Nel 1925, la legge 22 novembre n. 2125 introdusse il voto alle donne per le elezioni amministrative, ma con restrizioni rilevanti.

A partire dagli anni settanta del Novecento, la seconda ondata del femminismo italiano introdusse nuove prospettive teoriche e politiche, spostando l’attenzione dalle sole rivendicazioni giuridiche ed economiche ad una più ampia critica culturale. Nel 1975 il diritto di famiglia venne riformato per rimuovere l'adulterio dagli atti penali perseguibili, così come il fatto che i partner maschili e femminili in un matrimonio venivano di fatto considerati uguali di fronte alla legge.

Il movimento femminista degli anni 70

L'aborto: la lunga strada verso la Legge 194

Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto che alla donna stessa. Il clima in cui si è vissuto fino agli anni sessanta era quello di una scontata immoralità dell’aborto volontario. Con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, la legge sull’aborto in Italia e la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali, che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti.

È con i Radicali e con la loro campagna referendaria che nel nostro Paese si solleva l’onda antiproibizionista. Nel 1975 si autodenunciavano alle autorità di polizia per aver praticato aborti, e venivano arrestati, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli del codice penale riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione e di incitamento a pratiche contro la procreazione.

Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta. Intanto, però, la Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975 aveva consentito il ricorso all’IVG per motivi gravi motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto. Finalmente nel 1978 arrivava la legge 194, ovvero la legge sull’aborto, che da allora consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza).

Manifestazione femminista per il diritto all'aborto e la legge 194

Violenza di genere e diritti civili nell'era contemporanea

Il 1981 vide l'abrogazione della legge italiana che prevedeva la pena mitigata in caso di delitto d'onore. Prima di allora, l'Art. 587 del codice penale prevedeva che chiunque provocasse la morte di un coniuge, figlia o sorella dopo aver scoperto la sua relazione carnale illegittima, nel calore della passione introdotto dalla colpa al suo onore, fosse condannato a una pena ridotta.

Successivamente, il dibattito sui diritti delle donne si è scontrato con pregiudizi radicati nel sistema giudiziario. A Roma, nel 1992, un istruttore di guida quarantacinquenne venne accusato di stupro. La Corte suprema di cassazione annullò la condanna nel 1998 perché la vittima indossava jeans stretti: fu sostenuto che lei avesse dovuto necessariamente aiutare l'aggressore a rimuoverli, rendendo l'atto consensuale. Questa sentenza scatenò una protesta femminista internazionale. Il giorno dopo, le donne presenti nel Parlamento italiano protestarono indossando i jeans e tenendo cartelli con la scritta “Jeans: Un alibi per lo stupro”. Come segno di sostegno il Senato della California ne seguì l'esempio, dando vita a quello che oggi è noto come Denim Day.

L'impegno legislativo si è poi esteso alla tutela contro pratiche violente. L'articolo 6 della legge Consolo (dal nome del senatore Giuseppe Consolo) integra il codice penale italiano con gli articoli 583-bis e 583-ter, che punisce qualsiasi pratica di mutilazione genitale femminile non giustificabile sotto esigenze terapeutiche o mediche con la reclusione da 4 a 12 anni. La legge è applicabile anche qualora il fatto sia commesso all'estero, sottolineando l'importanza di una protezione che travalica i confini nazionali, basata sulla dignità intrinseca della persona.

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