
Il protrarsi della guerra mossa da Usa e Israele all'Iran sta complicando notevolmente il fronte dei rifornimenti di fertilizzanti a livello globale. Questa situazione di conflitto, che ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una zona di tiro a segno, ha reso critica una situazione già precaria, con impatti diretti sui prezzi e sulla disponibilità di prodotti essenziali per l'agricoltura mondiale.
Lo Stretto di Hormuz: Un Collo di Bottiglia Vitale per il Commercio Mondiale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta un nodo cruciale nelle catene di approvvigionamento globali, non solo per il petrolio e il gas, ma anche per i fertilizzanti. L'alta rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Difesa, Kaja Kallas, ha chiaramente espresso la necessità di trovare un modo per riaprire lo Stretto di Hormuz, proponendo una missione sotto l'egida dell'ONU. Questa soluzione, tuttavia, non trova il favore del presidente Usa Trump, e il segretario generale dell'ONU, António Guterres, è al lavoro per mediare in una situazione di veti incrociati. Il rischio che il conflitto possa protrarsi a lungo senza soluzione è molto elevato. È nel nostro interesse tenere lo Stretto di Hormuz aperto, ha dichiarato Kaja Kallas.
Lo STRETTO DI HORMUZ ancora bloccato: l'animazione del caos tra petroliere e navi da carico IN IRAN
A proposito degli approvvigionamenti di petrolio e gas, Kallas ha osservato che è chiaro che il conflitto in Medio Oriente sta avendo un impatto sul mercato, fa aumentare i prezzi, anche se noi non siamo così dipendenti dalle risorse della regione. Per questo motivo, si stanno discutendo le azioni che l'Unione Europea può intraprendere. Al termine del vertice, Kallas ha confermato il progetto europeo: la creazione di un corridoio di garanzia per il transito delle navi mercantili e delle petroliere nello Stretto di Hormuz sotto l'egida dell'ONU, alla quale dovrebbero partecipare Paesi quali India e Oman.
Secondo i dati del CRU, circa il 35% delle esportazioni globali di urea passa attraverso questa via d’acqua. La rotta gestisce anche il 45 per cento delle esportazioni globali di zolfo, un ingrediente chiave utilizzato per produrre fertilizzanti fosfatici, nonché notevoli volumi di ammoniaca, un ingrediente chiave per i fertilizzanti azotati. Se la circolazione nello Stretto di Hormuz è ridotta quasi a zero, gli esportatori del Golfo entrano in una fase più incerta e devono gestire i rischi. In una fase in cui le rotte commerciali sono diventate meno prevedibili, QatarEnergy ha parzialmente sospeso la produzione dei suoi impianti chimici e petrolchimici, che comprendono le strutture in cui si realizza l’urea e altri derivati.
L'Impennata dei Prezzi dei Fertilizzanti e le Sue Cause
I prezzi dei fertilizzanti sui mercati internazionali continuano a salire. Fino al 27 febbraio, i prezzi FOB dell'urea granulare in partenza dai porti del Medio Oriente rilevati da Cme Group erano ben sotto della linea dei 500 dollari USA alla tonnellata, stazionando intorno a quota 480 dollari. Ma i giorni passano e la fine del conflitto viene sempre rinviata, lo Stretto di Hormuz viene bloccato e i prezzi tornano ancora a salire. Confagricoltura ha evidenziato che la guerra in Medio Oriente ha fatto schizzare i prezzi alle stelle dei fertilizzanti (oltre che dell'energia e dei carburanti), il cui apporto influisce direttamente sulla quantità e sulla qualità dei prossimi raccolti. Da un monitoraggio di Confagricoltura sui territori, dall'inizio del conflitto in Iran, in alcune zone il costo dell'urea (uno degli input dei fertilizzanti) è passato da 55 euro/quintale a 75 euro. A fronte di questi aumenti, uniti a quelli energetici, i costi di produzione diventano insostenibili per un'azienda agricola.

La situazione per i concimi si aggrava anche per alcune politiche europee: il 1° gennaio scorso è entrato in vigore il cosiddetto CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, che ha introdotto un costo aggiuntivo sulle importazioni di fertilizzanti ad alta intensità carbonica. Inoltre, la guerra in Medio Oriente non ha fatto altro che aggravare una situazione già critica a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: i fertilizzanti sono aumentati del 60% dal 2020 al 2025, secondo i dati forniti dal commissario UE all’Agricoltura Christophe Hansen.
L'Industria dei Fertilizzanti nel Golfo Persico: Un Settore Strategico
L'industria dei fertilizzanti del Golfo Persico, da cui dipende quasi metà della produzione alimentare mondiale, si è ritrovata sotto pressione. Sebbene sia rimasta a lungo un'attività secondaria per molti paesi nella regione, oggi la produzione di fertilizzanti si è trasformata in un comparto strategico, con un ruolo centrale per la sicurezza alimentare globale. All’inizio, il gas naturale era solo un sottoprodotto della produzione di petrolio, e spesso veniva bruciato e in buona sostanza sprecato, spiega Charlotte Hebebrand, direttrice della comunicazione e degli affari pubblici dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) di Washington. Poi ci si è resi conto che il gas naturale poteva diventare una materia prima chiave per i fertilizzanti azotati.
In molti paesi del Golfo, il settore dei fertilizzanti ha cominciato a prendere forma verso la fine degli anni Sessanta. Negli anni Settanta e Ottanta, la produzione di fertilizzanti nel Golfo dipendeva quasi interamente dalla disponibilità di gas naturale a bassissimo costo, che veniva usato per produrre ammoniaca e urea, i principali componenti dei fertilizzanti azotati. Con la crescita del settore, i fertilizzanti sono entrati a far parte delle strategie dell'area per diversificare l'economia e affrancarsi almeno in parte da petrolio e gas. Complice una domanda globale forte e costante, il comparto ha riscosso un grande successo.

L’industria dei fertilizzanti nel Golfo ha cambiato passo nei primi anni Duemila, quando ci fu una forte spinta ad aumentare la capacità produttiva, spiega Hassan Abu Arafat, giornalista e analista economico che vive in Qatar. Gli investimenti in infrastrutture e tecnologia furono ingenti e fecero crescere la produzione in modo significativo. Oggi circa il 29% dell’ammoniaca e il 36% dell’urea scambiate a livello globale arrivano dal Golfo, che ormai rappresenta uno dei nodi più critici del sistema alimentare mondiale e, proprio per questo, anche uno dei più esposti.
Tra le principali aziende del settore ci sono la saudita Sabic, la Qatar Fertiliser Company (Qafco), la Gulf Petrochemical Industries Co. (Gpic) dal Bahrain e la Oman India Fertiliser Company (Omifco) in Oman. Anche gli Emirati Arabi Uniti producono fertilizzanti azotati attraverso Adnoc, la compagnia energetica statale e uno dei principali gruppi industriali del paese. L’Arabia Saudita, per esempio, è arrivata a produrre ogni anno tra i 6 e i 7 milioni di tonnellate di ammoniaca, mentre il Qatar ha superato i 3,5 milioni di tonnellate di urea, aggiunge Arafat. Di conseguenza, la quota del Golfo nel mercato globale dell’urea è salita fino a circa il 10-15%, rafforzandone il ruolo di esportatore strategico. Alcuni paesi della regione oggi producono oltre 7 milioni di tonnellate all’anno.
Lo STRETTO DI HORMUZ ancora bloccato: l'animazione del caos tra petroliere e navi da carico IN IRAN
I maggiori esportatori di urea al mondo sono la Russia e la Cina, seguiti da Iran, Arabia Saudita ed Egitto. Qatar e Iran producono insieme il 45% dell’urea mondiale, ecco spiegata la strategicità di questi due paesi. La Russia, il maggior produttore mondiale per via delle grandi riserve di gas, al momento non può vendere. Di conseguenza, è venuto a mancare un altro importantissimo fornitore. Il nostro modello di consumo ne sta risentendo moltissimo. Il problema è che l'urea si forma impiegando grandi quantità di gas naturale per cui se il conflitto paralizza una via di collegamento, magari l’unica, come lo Stretto di Hormuz, la distribuzione diviene molto complicata e la prima conseguenza è l’impennata dei prezzi.
Impatto sulla Sicurezza Alimentare Globale
Non è un’esagerazione affermare che circa la metà della popolazione mondiale riesca a soddisfare il bisogno alimentare grazie all’uso dei fertilizzanti. Stiamo parlando di una sostanza vitale per garantire raccolti abbondanti di grano e cereali, pilastri della nostra alimentazione. Se la situazione dovesse continuare, i consumatori potrebbero vedere prezzi più alti per il pane entro sei-dieci settimane, per le uova entro pochi mesi e per la carne di maiale e di pollo da carne entro sei mesi, stima Raj Patel, esperto di sistemi alimentari presso la Lyndon B.
Sono molti i mercati che rischiano di subire le ripercussioni della crisi. L’India è il principale importatore, e assorbe circa il 18-20% delle esportazioni del Golfo. Ma anche Brasile, Cina, Marocco, Stati Uniti, Australia e Indonesia dipendono in misura significativa da queste forniture. Se i prezzi dei fertilizzanti restano alti, gli agricoltori potrebbero decidere di usarne meno oppure puntare su colture meno dipendenti da questi prodotti, decisioni che possono ridurre le rese e innescare nel tempo rincari su alimenti di base come mais e riso. In questo momento i prezzi dei raccolti non sono particolarmente alti, quindi gli agricoltori sono sotto pressione, dice Hebebrand.
Il caso della mela è solo un esempio della dipendenza di questi paesi dalle importazioni per nutrire le loro popolazioni. Secondo uno studio pubblicato nel dicembre 2025 dal Ministero dell’Agricoltura francese, i prodotti importati rappresentavano l’85% del consumo alimentare totale nei paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman) nel 2024, tra cui il 90% dei cereali, il 100% del riso e il 60% della carne. Dal lato iraniano, sebbene il Paese produca una parte significativa del suo fabbisogno alimentare, importa quasi 14 milioni di tonnellate di cereali e soia. La decisione di bloccare tutte le esportazioni si spiega quindi con la volontà della leadership di dare priorità all’approvvigionamento della popolazione. Questa sicurezza alimentare è ulteriormente rafforzata dalle riserve strategiche di farina. Tuttavia, gli iraniani soffrono da molti mesi a causa dell’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari.
L'Impatto in Italia e le Prospettive Future

A poco più di un mese dall'inizio del conflitto, le imprese agricole italiane stanno facendo i conti con rincari che, in alcuni casi, arrivano fino a 200 euro per ettaro. A lanciare l'allarme sono le stime del Centro Studi Divulga, diffuse da Coldiretti durante la mobilitazione organizzata al Pala BigMat di Firenze, dove oltre 4mila agricoltori hanno chiesto un intervento immediato dell'Unione Europea. Secondo i dati elaborati da Divulga, fertilizzanti, carburanti, energia e plastiche hanno registrato aumenti superiori al 30 per cento rispetto al periodo precedente allo scoppio della guerra. Il dato più pesante riguarda i fertilizzanti azotati: il prezzo dell'urea è salito fino a 815 euro a tonnellata, 230 euro in più in un solo mese, con un incremento del 40%. Il nitrato ammonico ha raggiunto quota 500 euro a tonnellata, pari a un aumento del 21%.
Anche il gasolio agricolo ha subito una corsa senza precedenti. Secondo le stime rilanciate da Coldiretti, il prezzo è passato da circa 0,85 euro al litro a 1,38 euro, con un incremento superiore a quello registrato dal diesel per autotrazione. Un rincaro che pesa direttamente sulle lavorazioni in campo e sul trasporto delle merci, in un Paese dove l’88% dei prodotti alimentari viaggia su gomma.
La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran e la parziale riapertura dello Stretto di Hormuz non bastano a riportare la normalità sui mercati agricoli. Per il settore dei fertilizzanti, uno dei più colpiti dall'escalation in Medio Oriente, il danno è già stato fatto e le ricadute sono arrivate anche nei campi italiani. Gli analisti escludono un rapido ritorno ai livelli precedenti. Deepika Thapliyal, analista globale dei fertilizzanti per Independent Commodity Intelligence Services, ha spiegato che la riapertura parziale dello Stretto di Hormuz ha ridotto il panico immediato sui mercati, ma non è sufficiente a modificare il quadro generale. Secondo Thapliyal, i carichi continueranno a subire ritardi e i premi assicurativi legati al rischio guerra resteranno elevati. Per tornare a una circolazione regolare potrebbero essere necessarie settimane, se non mesi. La stessa valutazione arriva da Tim Lang, professore di politica alimentare alla City University di Londra. Secondo Lang, le consegne arretrate di carburanti e fertilizzanti richiederanno molto tempo per essere smaltite.

Il timore è che la crisi non si esaurisca nemmeno con il raccolto. Un’indagine della National Corn Growers Association mostra che la preoccupazione degli agricoltori americani si sta già spostando sul 2027. Jed Bower, presidente della NCGA, ha sottolineato che i prezzi dei fertilizzanti erano già elevati prima dell’inizio del conflitto e che la chiusura di Hormuz ha aggravato una situazione già critica. Secondo il sondaggio, per ogni agricoltore preoccupato per il 2026 ce ne sono quasi due che temono problemi ancora maggiori nel 2027.
In Italia le conseguenze sono già tangibili. Le colture più esposte sono quelle ad alta intensità di fertilizzanti e di energia. Per l’olivicoltura, il Centro Studi Divulga stima un aumento dei costi pari a 205 euro per ettaro. Nei cereali il rincaro medio oscilla tra 65 e 80 euro per ettaro, ma per il mais si può arrivare fino a 200 euro. Anche gli allevamenti stanno subendo un forte aumento dei costi. Produrre una tonnellata di latte costa circa 40 euro in più rispetto a un mese fa, mentre negli allevamenti suinicoli il maggiore esborso arriva a 25 euro per capo. Nei frutteti i costi aggiuntivi sono stimati in circa 35 euro per tonnellata prodotta.
Anche il vino, di cui l'Italia è leader nelle esportazioni mondiali, rischia di pagare un prezzo elevato. Secondo il focus sul vino elaborato dall’ufficio studi di Sace in vista del Vinitaly, il comparto deve affrontare una crescita dei costi legata non solo ai fertilizzanti, ma anche all’energia, al vetro e agli altri materiali necessari alla filiera. Per un settore che nel 2025 ha esportato 7,8 miliardi di euro e rappresenta una delle principali eccellenze del Made in Italy, il rischio è una riduzione dei margini proprio mentre aumentano le incertezze sui mercati internazionali.
Lo STRETTO DI HORMUZ ancora bloccato: l'animazione del caos tra petroliere e navi da carico IN IRAN
A preoccupare è soprattutto la tenuta delle piccole e medie aziende agricole, che dispongono di minore capacità finanziaria per assorbire l’aumento dei costi. In molti casi i margini sono già stati erosi dagli effetti della crisi energetica e dall’aumento dei tassi d’interesse. Ora la nuova impennata dei fertilizzanti rischia di comprimere ulteriormente la redditività e, in alcuni casi, di mettere in discussione le stesse scelte colturali. Il governo assicura di essere già impegnato al lavoro per contenere i costi per gli agricoltori. Rispondendo in Senato, il sottosegretario al Masaf Patrizio La Pietra ha ricordato che il 14 gennaio la Commissione europea ha sospeso i dazi sui fertilizzanti provenienti dai Paesi terzi, su richiesta dell’Italia, proprio per contenere i costi a carico degli agricoltori. La Pietra ha inoltre rilanciato la richiesta italiana di sospendere il meccanismo europeo del Carbon Border Adjustment Mechanism e di neutralizzare gli aggravi di costo per le imprese. Tra le soluzioni indicate dal governo c’è anche un maggiore ricorso al digestato come alternativa ai fertilizzanti chimici.
Il Digestato: Una Soluzione Sostenibile per l'Agricoltura
L’Italia ha sollecitato un’azione europea per promuovere l’uso del digestato come alternativa strategica ai fertilizzanti chimici. Il digestato è un sottoprodotto della produzione di biogas, ottenuto dalla decomposizione anaerobica di biomasse (scarti agricoli, liquami) e viene utilizzato principalmente come biofertilizzante di alta qualità. Roma ha evidenziato che la combinazione tra guerra in Ucraina, con la chiusura delle importazioni da Mosca (principale esportatore di urea, potassio e fosforo), tensioni nel Golfo Persico e blocco delle importazioni attraverso lo Stretto di Hormuz ha fatto aumentare i costi dell’urea fino a 765 euro a tonnellata a marzo 2026, con una crescita del 55% rispetto all’anno precedente. Secondo l’Italia, la forte dipendenza dell’UE dai fertilizzanti azotati - con importazioni oltre i 4 miliardi di euro nel 2025 - espone il settore agricolo a rischi per redditività, rese e sicurezza alimentare. In questo contesto, il digestato viene indicato come soluzione immediata e sostenibile per sostituire in larga parte i fertilizzanti di sintesi, ridurre i costi per gli agricoltori e migliorare la fertilità dei suoli.
La Commissione europea, ha spiegato Hansen in conferenza stampa al termine del Consiglio Agripesca, sta lavorando intensamente alla stesura di un piano d’azione sui fertilizzanti, previsto per la primavera, e in tale contesto ha convocato una riunione urgente di alto livello con le parti interessate il 13 aprile. L’attenzione si concentrerà su misure strutturali a breve e lungo termine e gli obiettivi sono garantire il supporto alla produzione di fertilizzanti nell’UE per ridurre la nostra dipendenza, ma anche aiutare gli agricoltori a utilizzare i fertilizzanti in modo più efficiente e a sostituire i fertilizzanti minerali con fertilizzanti di origine biologica e a basse emissioni di carbonio.
Il Dazio della Guerra sul Cibo: Rincari sui Campi e sulle Tavole

Il costo della guerra già oggi nei campi (e sulle tavole): un occhio ai rincari. Nonostante in questa fase l'impatto più forte sia ancora a monte, nelle aziende agricole e nella logistica, Coldiretti avverte che l’aumento dei costi di produzione rischia di scaricarsi presto sui consumatori. L'aumento dei costi nei campi è già molto elevato: +205 euro per ettaro per l’olio d'oliva, fino a +200 euro per il mais, +40 euro per tonnellata di latte e +25 euro per capo nei suini. Se questi rincari resteranno strutturali, i primi beni destinati a salire sugli scaffali saranno pane, pasta, latte, carne, salumi e olio. Il comparto più esposto è quello dei cereali. I fertilizzanti azotati sono essenziali per grano e mais e il loro prezzo è aumentato fino al 50%, con l’urea passata in alcune aree da 55 a 75 euro al quintale. Questo significa che le prossime campagne agricole potrebbero produrre raccolti più costosi, con effetti diretti sui prezzi di pane, pasta e mangimi.
L'ultima rilevazione di Ismea (l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), relativa alla seconda settimana di marzo, mostra rincari già marcati sugli ortaggi rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Le melanzane in serra registrano addirittura un +101%. I prezzi menzionati sono quelli medi all’origine, quindi che non includono ancora i costi di trasporto, logistica, intermediazione, né i margini della grande distribuzione. I rialzi per i consumatori risultano quindi ancora più elevati sugli scaffali e, infatti, gli operatori segnalano che il vero rischio si concentra tra l’estate e l’autunno, quando i rincari dei fertilizzanti e dei trasporti si rifletteranno sulle nuove produzioni. Il rischio è quindi quello di una "seconda ondata" inflattiva sul cibo, simile a quella vista dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
La Geopolitica dell'Acqua: Una Nuova Frontiera di Conflitto

La situazione energetica preoccupa gli agricoltori europei ma c’è di peggio: la guerra dell’acqua. Per il Golfo è più preziosa del petrolio. Teheran in risposta ai raid a un dissalatore sull’isola di Qeshm ne attacca uno in Bahrain. Nella penisola arabica ce ne sono 400, dagli impianti di desalinizzazione dipende tra il 70% e il 90% dell’acqua potabile dei paesi dell’area. La montagna, il deserto e la costa: la geografia dell'Iran rende un intervento di terra molto complicato.
Impatti Politici ed Economici Globali
Se continuasse il conflitto in Medio Oriente e con esso le limitazioni all’export di petrolio, gas e fertilizzanti, tutte le strade portano ad un aumento dei prezzi e ad un rallentamento della crescita a livello mondiale, si legge in un report pubblicato sul blog del Fondo monetario internazionale firmato tra gli altri dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas.
La popolarità della guerra all’Iran scatenata da Stati Uniti e Israele rischia di farsi sentire sulle elezioni di midterm americane, in cui l'elettorato rurale è cruciale per senatori, deputati e governatori repubblicani di molti Stati, se il conflitto si protrarrà a lungo. Non è un caso, dunque, che a inizio marzo l’amministrazione Trump abbia revocato le sanzioni sui fertilizzanti venezuelani per attenuare l’impatto sugli agricoltori americani, come ha spiegato la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly.
La crisi nel Golfo Persico sta facendo salire il costo dei fertilizzanti e il conflitto tra Iran, USA e Israele sta colpendo anche il mercato globale dei fertilizzanti. Questo mercato è esposto agli shock geopolitici a causa della sua dipendenza da materie prime come il gas naturale, che viene utilizzato per produrre l'urea. Qatar e Iran, insieme alla Russia, sono produttori chiave di urea, e interruzioni nella produzione o nel transito di queste forniture hanno un impatto significativo sui prezzi globali.
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