Il Canto del Cuore: Testo e Significato delle Ninne Nanne nel Dialetto Andriese e Oltre

Nel panorama variegato e ricco della cultura popolare italiana, le ninne nanne rivestono un ruolo di primaria importanza, fungendo da ponte tra le generazioni e da scrigno prezioso di tradizioni linguistiche e sentimenti più profondi. La loro analisi offre una lente privilegiata per esplorare l'identità e il carattere delle nostre genti, rivelando una vera e propria storia nazionale intessuta nelle pieghe degli idiomi locali. Un tale studio, specialmente in contesti dialettali specifici come quello andriese, permette di apprezzare quanto sia in pregio l'arte e il sapere che si celano dietro queste semplici, eppure potentissime, espressioni di affetto.

Mappa dei dialetti italiani

Le ninne nanne, al pari di altre forme di letteratura popolare, attingono alla sfera più intima e quotidiana della vita, quella dei sentimenti, e proprio in esse si può spiegare il fenomeno dell'identità linguistica e culturale di un territorio. La ricchezza dei dialetti italiani, dal Friuli alla Sicilia, dalla Sardegna alla Puglia, offre un campionario sterminato di canti, raccontini e filastrocche che, pur nella loro specificità locale, condividono un medesimo intento: quello di cullare, tranquillizzare e, inconsciamente, educare i bambini, facilitando lo sviluppo di quelle tenere menti. Ogni parola, ogni suono, ogni melodia racchiude in sé chi concetti e significati alla stessa parola, che si trasmettono di madre in figlio, intessendo un legame indissolubile con il mondo che lo avvolgeva.

Le Voci dell'Infanzia: Origini e Sviluppo del Linguaggio Neonatale

Il linguaggio che i genitori adottano per comunicare con i neonati e i bambini molto piccoli è un campo di studio affascinante e complesso, in cui si manifestano fenomeni linguistici peculiari. Fin dalla più tenera età, le creature innocenti si trovano immerse in un universo sonoro in cui le voci indistinte, i suoni inarticolati e confusi, assumono progressivamente un significato specifico. Si tratta di un processo graduale, spesso inconscio, che prepara il bambino all'acquisizione della lingua adulta, la lingua d’uomo che appella lingua sciolta, o in altri contesti, la lognela intera.

In questa fase iniziale, le parole e le espressioni sono spesso semplificate, adattate alle capacità fonetiche limitate del bambino. Ad esempio, è comune osservare sostituzioni fonetiche come la labiodentale 'f' al posto di 'fior' (e.g., 'foffo per fiore'), o la soppressione di consonanti, come in 'tea per terra'. È un'esperienza segnata dal fatto che, nel tentativo di rendere il linguaggio più accessibile, spesso la consonante si ripeto sempre, creando raddoppiamenti che ai nostri volghi sono familiari e che accendono il cuore di tutti. Questo adattamento, pur essendo naturale e istintivo, solleva anche interrogativi importanti: non dovremmo domandarci se poscia i bimbi siano obbligati a disimparare queste forme semplificate, o se tali memorie fonetiche faremo dimenticare? In realtà, questo primo contatto con un linguaggio semplificato è fondamentale per l'intelligenza precoce degl’italiani, e per lo svolgimento dell’ingegno in altri popoli. Le parole come "bua" o "bumba," conosciute pel loro significato universale di "male" o "pappa," non attendono forse la capacità di pronunciare correttamente, ma vengono comprese pur nei loro trastulli?

Etimologie e Denominazioni Affettive: "Papà", "Mamma" e "Ninna"

Le parole più elementari e cariche di affetto, quelle che per prime vengono apprese da un bambino, spesso affondano le loro radici in etimologie antiche e trasversali alle culture. Termini come "papà", "mamma" e "ninna" non sono eccezioni, ma rappresentano piuttosto un microcosmo linguistico che riflette la profondità delle connessioni umane e familiari. Analizzando questi vocaboli, si scoprono risonanze che attraversano secoli e geografie diverse, delineando un patrimonio lessicale comune che arricchisce la nostra comprensione della lingua.

Il significato di padre, ad esempio, è spesso espresso con suoni che presentano una sorprendente universalità. In greco, si diceva "póppa", e in latino, come attestato da Plauto, il termine era "Mamma", pur indicando la madre. Tuttavia, i Latini dissero "Tata" per padre, una consuetudine che si ritrova in altre culture e dialetti. Nel vocabolario aretino, ad esempio, "Tato" vale fratello e "Tata" sorella, ma questa distinzione non è sempre uniforme, evidenziando la fluidità e le variazioni locali. Nel giorgiano, padre si dice "marna", mentre alcuni documenti storici, come antichi manoscritti, riportano "Tata-padre e madre", e "papai" per indicare il padre. Il termine "Papus", invece, nell'antichità, significava "nutritore, chi provvede la pappa", sottolineando il legame intrinseco tra la figura paterna e il sostentamento del figlio. Questa ricchezza etimologica non fa che confermare la ragione per cui tali parole sono così centrali nel lessico infantile, poiché esprimono pensieri fondamentali e universali.

Le parole del papa - Alessandro Barbero (Casale Monferrato, 16 settembre 2024)

Similmente, il termine per "madre" presenta una storia ricca. Mentre "Mamma" è largamente diffuso, l'uso di "Nona" nel provenzale, o "nonne" nel francese, come riportato da Diez nel suo Dizionario Etimologico, aggiunge ulteriori sfumature a questa denominazione. Non è un caso che in greco "xr.xx 07" significasse "avo", e nei Latini "pappus", dimostrando come i termini parentali possano migrare e evolvere nel loro significato. La parola "mamma" stessa, in georgiano, può significare madre, indicando una diffusione transcontinentale di suoni simili per concetti affini. Questi sono tutti aspetti che contribuiscono a una comprensione più profonda della ratura nostra popolare, di come essa si rivolge de. ai nostri volghi, non solo attraverso le fantasie popolari ma anche attraverso la struttura stessa del linguaggio.

Passando al termine "ninna", esso è intimamente legato all'atto del cullare e al sonno. Presso i Latini, si diceva "Lalhu" e "Lailare" per indicare il ninnare, mentre gli Eolii usavano "Saniarlsma" e "CullabU". In sardo, si trovano varianti come "ninnolila" in campidanese e logudorese, e "ninnia" in sassarese e tempiese. In friulano, "nin" vale "poco", e "Ninin" significa "minuzzolo, carino", evidenziando come la radice fonetica possa generare significati correlati all'infanzia e alla tenerezza. Nello spagnolo, "nmo" è il "bimbo", e tali assonanze fonetiche non possono derivare se non da un'origine comune, forse da "mimus", che denota un suono inarticolato e confuso, ma che nel contesto della ninna nanna diventa un richiamo al sonno e alla protezione. Questo studio comparativo sarebbe monco senza un'attenta considerazione di queste variazioni, poiché solo così si può comprendere appieno il proprio valore e il proprio carattere di queste espressioni, in lingua nazionale che serve da prototipo, e di più aìolo-jicì, confinato.

Il Dialetto Andriese e la Tradizione della Ninna Nanna

Nel contesto specifico del dialetto andriese, la ninna nanna si inserisce in una tradizione orale ricca e significativa, che, pur non essendo esplicitamente documentata con testi completi nell'informazione fornita, può essere compresa e apprezzata attraverso il prisma delle osservazioni generali sulle ninne nanne popolari italiane. L'Andriese, come molti altri dialetti della Puglia, custodisce espressioni e melodie che hanno il potere di accendere il cuore di tutti, rievocando sentimenti e consuetudini di altri tempi. La difficoltà di raccogliere e catalogare questi canti, specialmente nei villaggi e nelle campagne, dove certamente la forma differisce, è stata a lungo insuperabile per molti studiosi.

Bambino addormentato nella culla

Tuttavia, il valore di queste tradizioni è immutato. La ninna nanna in dialetto andriese, come quelle beneventane, veronesi, marchigiane o sarde, è un veicolo di affetto, un richiamo alla serenità che accompagna il bambino nel sonno. Essa contribuisce allo sviluppo di quelle tenere menti, legandole indissolubilmente alla cultura e alla lingua nativa di esse. Le espressioni dialettali per indurre il sonno, quali "fa la nanna", "a' docci" (Padova) o "anninnia" (Logudoro, Sassari, Tempio), trovano sicuramente un corrispettivo affettuoso e ritmico anche nell'andriese, riflettendo la medesima funzione di conforto e di legame. La mamma, attraverso queste parole, crea un ponte emotivo, un rito quotidiano che fortifica l'identità del bambino e lo introduce, passo dopo passo, alla complessità del proprio patrimonio linguistico.

Temi e Poetiche delle Ninne Nanne Italiane: Un Mosaico di Affetti

Le ninne nanne, al di là della loro funzione primaria di indurre il sonno, sono vere e proprie opere di letteratura popolare, ricche di temi, immagini e metafore che parlano dell'amore incondizionato, delle speranze per il futuro del bambino e delle fatiche della genitorialità. La Signora Carolina Coronodi Berti, il Cav. Vivancl dell’Università di Cagliari, il Cav. Vivenza per alcune cose della sua provincia, il Prof. D’Ancona con una novella veneta, il Cav. Prof. Comparetti di Verona con la fiaba vicentina, e il Cav. Prof. Morandi, hanno tutti contribuito a questa vasta raccolta, evidenziando la straordinaria diversità e la profonda unità di questi canti.

Un tema ricorrente è l'esaltazione del bambino come tesoro, come la più preziosa delle gioie. Ad esempio, nel campidanese si canta: "Vida o consolu miu, a lui penzu d’ogni ora," e "Vida o consolo miu,-fiori bello de amai," che si traduce con "Vita e consolazione mia, a lui penso d'ogni ora. Vita e consolazione mia, fiore bello da amare." Questi versi, dal sapore antico, esprimono un amore così profondo che è destinato a farmi correre rapidamente per il mondo, a pensare a lui ogni momento. Allo stesso modo, in altri dialetti si trovano espressioni come "Fa la nanna, o bambinello, tarda a svegliarti," dove il bambino viene descritto come un "vago norc degno di essere amato," racchiuso con tenerezza tra le braccia della madre.

Bambina che abbraccia la mamma

Un altro esempio commovente, riportato nello stesso luogo dall’egregio Comm. Lughè, recita: "Lughe de su parentadu. Et de domo s’allegria. Anninia, anninia," che significa "Luce del parentado, e allegrezza della casa. Fa la nanna, fa la nanna." Questo sottolinea il ruolo del bambino come fonte di gioia e orgoglio per l'intera schiatta e per la casa. La speranza che il figlio cresca grande, buono, stimato da tutti è un desiderio universale, spesso intessuto nei versi della ninna nanna. In siciliano, si può trovare l'invocazione "Figghiu mio, quanta ti stimu! Quantu Maria e Gfisu Bamminu," che eleva l'amore materno a una dimensione quasi sacra, paragonandolo all'amore per Maria e Gesù Bambino.

La struttura poetica delle ninne nanne è altrettanto varia. Alcune sono composte da distici, ma la maggior parte sono composte di quattro versi togati alternativamente, con rime e assonanze che conferiscono un ritmo dolce e cadenzato, quasi si trasente dal ritmo. Questi canti non hanno indicazione alcuna sulla loro origine temporale, ma fanno parte da tempo assai antico del repertorio popolare, trovandosi, seppur con leggere variazioni dialettali, in quasi tutte le parti dell'isola.

Il Contributo dei Canti Popolari alla Formazione dell'Infanzia

Le ninne nanne non sono solo espressioni di affetto, ma giocano anche un ruolo cruciale nella formazione e nello sviluppo dell'infanzia, fungendo da primi strumenti educativi e di socializzazione. Questi canti popolari, spesso accompagnati da gesti e giochi semplici, come il battere palma a palma ("Tocca maneddas chi beni babbai"), creano un ambiente stimolante per il bambino. Ad esempio, la filastrocca "A quaddu a quaddu, andeus a Santu Brai" (a cavallo a cavallo, andiamo a San Biagio), con l'invito a chiedere "De undi norobonas cus a passai?" (da dove passeremo?), introduce il bambino ai concetti di viaggio e di esplorazione, stimolando l'immaginazione.

Un altro aspetto fondamentale è l'instaurazione di un senso di sicurezza e protezione. Versi come "Dormi I mio ben, dormi la mia speranza" sono emblematici di questa funzione. La madre, attraverso il canto, non solo culla il figlio, ma esprime anche le sue ansie e le sue speranze, creando un legame profondo. "Mamma tribola un ne pò più," o "Mamma tribola co’ figliuoli," oppure "La marna che l’à fato se consuma" sono versi che rivelano la fatica e il sacrificio della maternità, ma anche l'infinita devozione che anima questi canti. La ninna nanna diventa così un veicolo per trasmettere valori, sogni e la consapevolezza dell'amore che avvolge il bambino.

Le parole del papa - Alessandro Barbero (Casale Monferrato, 16 settembre 2024)

I temi delle ninne nanne si estendono anche al futuro del bambino, esprimendo augurii di prosperità e successo. "Puozzi ’scì’ ’nn’auto quanto vai la Luna," o "Puozzi’sci ’nn ’aulo quanto vai lu sole," sono auspici di grandezza e splendore, mentre "Rinaro, sapienza c diposo" (denaro, sapienza e riposo) riassume i desideri materni per una vita felice e appagante. Questi canti, intrisi di speranza, portano la santa pace e il riposo, infondendo nel figlio quieto un senso di sicurezza e benessere. La mamma, con infinite parole, gli dona catinelle r’oro, simboli di un futuro radioso e protetto.

In alcune tradizioni, le ninne nanne includono anche elementi di avvertimento o di fantasia per accompagnare il bambino nel mondo dei sogni, come la figura del lupo: "Lu lupo s’è mangiata a pucurella. Quanno mmocca a lu Lupo te Fedisti?" (Il lupo si è mangiato l'agnellina. Quando la vedesti nella bocca del lupo?). Questi elementi, pur potendo sembrare spaventosi, sono in realtà parte integrante di una narrazione che mira a rassicurare il bambino, mostrandogli che, nonostante le difficoltà, la protezione genitoriale è sempre presente. La ninna nanna diventa così una narica, un racconto intimo che si adatta alle esigenze e alle fantasie del piccolo.

La Tutela del Patrimonio Dialettale e la Ricerca Accademica

La collezione e lo studio delle ninne nanne e della letteratura popolare in generale rappresentano un compito di grande rilevanza culturale e accademica. Come indicato dagli sforzi di studiosi e ricercatori di altri tempi, la conservazione di questo patrimonio è fondamentale per la comprensione profonda della cultura di un popolo. Il eh. Avv. De Renzis di canti veronesi stampati a Verona, il Prof. Imbriani di canti popolari di Geseopa, il Sig. Tassini di canti pubblicati a Venezia, il Sig. Passano con i suoi lavori veneziani riguardo alle nozze, e molti altri, hanno dedicato il loro impegno a raccogliere questi tesori orali.

Tuttavia, queste ricerche hanno sempre dovuto affrontare difficoltà insuperabili, principalmente dovute alla vastità e alla specificità degli idiomi presenti nei villaggi e nelle campagne, dove certamente la pronuncia e le espressioni differiscono significativamente da un luogo all'altro. Questo rende lo studio comparativo, come quello intrapreso per i canti beneventani, un lavoro complesso e meticoloso. Le parole somministratemi dalla S. V., pur preziose, necessitano di essere contestualizzate e confrontate con equivalenti sardi nei quattro principali dialetti dell’isola (campidanese, logudorese, sassarese, tempiese) o con espressioni di altre regioni d’Italia, per ottenere un quadro completo.

Libri antichi e manoscritti

Il lavoro di raccolta è un impegno continuo, come testimoniato dal fatto che, di circa 1000 canti censiti in un'opera, ben 708 erano inediti, a dimostrazione della ricchezza ancora inesplorata di questo patrimonio. Molte delle osservazioni e delle filastrocche che non poterono aver luogo nella mia operetta, testimoniano la vastità del materiale e la necessità di future ricerche. La tavola I e II, con le sue comparazioni tra dialetti come Bari, Benevento, Cagliari, Logudoro, Padova, Sassari, Tempio, Venezia e Verona, offre uno spaccato della complessità linguistica italiana, evidenziando le variazioni nelle denominazioni per "padre" (Papà, Tatà), "madre" (Mamma, Mà), "nonna" (Nona, Nannà) e altre figure o concetti legati all'infanzia.

Questo meticoloso lavoro di documentazione non serve solo agli specialisti, ma contribuisce ad accendere il cuore di tutti, rendendo accessibile e vivo un patrimonio che altrimenti andrebbe perduto. La consapevolezza che ogni dialetto, compreso quello andriese, porta con sé il proprio valore, il proprio carattere, è fondamentale per preservare la diversità culturale d'Italia e per onorare il contributo di generazioni di genitori che hanno tramandato, attraverso il semplice atto di far la nanna, un pezzo inestimabile della nostra storia e della nostra identità collettiva.

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