Walter Bonatti: L'Alpinista che Ridefinì i Limiti Umani tra Conquista e Consapevolezza

Walter Bonatti è una figura che domina la scena alpinistica per un quindicina d’anni, un’era che abbraccia gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Questo periodo storico fu caratterizzato da un profondo rinnovamento in Italia e in Europa, un'epoca di ricostruzione e di nuovo slancio. Cortina d’Ampezzo e Courmayeur tornano ad essere mete ambite per le vacanze estive e invernali, segnando un ritorno alla normalità e al desiderio di esplorazione e svago. A Novara viene costruito il primo Autogrill, simbolo della crescente mobilità e della nuova cultura del viaggio. La Fiat 600, icona del "boom economico" italiano, invade le strade del "Bel Paese", rappresentando il progresso e l'accessibilità a un nuovo stile di vita. La Città di Torino, in segno di riconoscimento per l'impresa, regala a ciascuno degli uomini del K2 un'autovettura Fiat, un gesto che sottolinea l'importanza di questi successi per l'identità nazionale.

Fiat 600 su strada italiana

Il 22 dicembre 1959 segna una data cruciale per la percezione del Monte Bianco, la vetta più imponente delle Alpi. Dopo cinque anni di lavori, viene inaugurata la funivia da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, un'opera ingegneristica audace e visionaria, conosciuta anche come "liaison" o "Funivia dei Ghiacciai". Questa realizzazione, definita da alcuni l’Ottava Meraviglia del Mondo, è destinata a stravolgere radicalmente il modo in cui il Monte Bianco viene percepito nell’immaginario collettivo. Milioni di turisti diventano improvvisamente in grado di "toccare quasi con mano" ciò che prima era quasi inaccessibile. Questa democratizzazione dell'alta montagna, tuttavia, porta con sé una nuova pressione sull'ambiente e sulla concezione stessa dell'impresa alpinistica. L'umano osare è costretto a forzare ulteriormente i propri limiti, perché una grande fetta di "impossibile" è stata appena "divorata" dalla nascente civiltà dei consumi.

Vista panoramica dalla funivia dei ghiacciai

La "Funivia dei Ghiacciai" diventa così l'opera simbolo della conquista, ormai quasi totale, del Monte Bianco da parte dell'uomo. Questa maestosa infrastruttura, pur rappresentando un trionfo dell'ingegneria e dell'accessibilità, diventerà in seguito oggetto di manifestazioni di dissenso da parte di diverse organizzazioni ambientaliste. Tra queste, Mountain Wilderness si distingue per la sua ferma opposizione a un'eccessiva mercificazione e antropizzazione delle montagne. In nome di questa associazione, il 16 agosto 1988, a pochi mesi dalla sua stessa fondazione, Reinhold Messner, Alessandro Gogna e Roland Losso issano sul pilone aereo un grande striscione con la scritta "Non à la télécabine - Mountain Wilderness". L'azione, condotta senza interferire con il funzionamento della funivia, ha un forte impatto simbolico. L'immagine di quello striscione giallo e delle cabine rosse della "Funivia dei Ghiacciai" fa il giro del mondo, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dello sviluppo turistico in alta montagna e sul rispetto per l'ambiente alpino.

L'Italia, da sempre terra di profonde contrapposizioni, come ben nota per essere il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, vede emergere nuovi dualismi che polarizzano l'opinione pubblica e il mondo dello sport. Dopo il celebre confronto tra ciclismo con Bartali e Coppi, si assiste a quello tra calcio con Mazzola e Rivera, e poi nel motociclismo con Agostini e Pasolini, e nello sci alpino con Stenmark e Thoeni. Il mondo della montagna non fa eccezione a questa tendenza a creare figure contrapposte, spesso esasperate dai media. Gli articoli del giornalista Franco Rho, con la loro scrittura incisiva, tendono a estremizzare le posizioni, creando narrazioni che mettono in risalto il contrasto tra diverse filosofie alpinistiche. A Cesare Maestri, a cui viene attribuita la frase "La montagna va violentata", Walter Bonatti risponde, o si asserisce che risponda, con una visione diametralmente opposta: "No, bisogna entrare in sintonia con lei". Questo dibattito riflette la crescente consapevolezza ambientale e la diversificazione delle approcci all'alpinismo.

Stranamente, la posizione di Bonatti nei confronti dell'azione di Mountain Wilderness non è favorevole. Questo potrebbe essere interpretato come un riflesso del suo giudizio sul grande sud-tirolese, Cesare Maestri. Dopo la conquista dei 14 Ottomila, Maestri rischiava di offuscare tutti gli altri miti dell'alpinismo, compreso quello di Bonatti. Bonatti, dal canto suo, accusa Maestri di essersi venduto al sistema, di fare alpinismo per il business, una critica che riflette la sua profonda integrità e il suo disprezzo per ogni forma di sfruttamento commerciale della montagna.

L'Alpinismo nell'Età del Boom Economico e le Nuove Frontiere

Gli anni Cinquanta sono un decennio di straordinaria effervescenza per l'alpinismo, un periodo che vede l'ingresso in servizio delle prime guide alpine di origine cittadina, un fenomeno che rompe con la tradizione delle guide prevalentemente montanare. Tra queste figure emergenti spiccano l'italiano Walter Bonatti e il francese Gaston Rébuffat, entrambi destinati a lasciare un segno indelebile nella storia di questa disciplina.

Walter Bonatti sulla cresta finale del Gasherbrum IV, 1958

Nello stesso tempo, le fotografie in bianco e nero di Pierre Tairraz, con la loro capacità di catturare la maestosità e la drammaticità del Monte Bianco, iniziano a diffondere la conoscenza di queste vette anche al di là dei confini alpini, raggiungendo persino il giapponese medio. I libri di Gaston Rébuffat, in particolare il mitico "Étoiles et Tempêtes" (Stelle e Tempeste), diventano dei veri e propri best seller, accanto a "Le mie montagne" (1961) di Walter Bonatti. Questi scritti non solo raccontano imprese straordinarie, ma trasmettono anche una profonda passione per la montagna e uno stile di vita che affascina un vasto pubblico. Il maglione a righe e disegni jacquard, spesso indossato dalle guide francesi come Rébuffat, diventa un capo di moda, simbolo di un'eleganza sportiva e avventurosa. Le Calanques, con le loro spettacolari falesie che si aprono nell'azzurro del Mar Mediterraneo, entrano prepotentemente nel mondo della montagna, dimostrando come l'arrampicata possa essere praticata e apprezzata anche in contesti paesaggistici diversi.

È fondamentale calarsi in quel periodo storico per comprendere appieno il contesto in cui si sviluppa l'alpinismo di Bonatti e dei suoi contemporanei. In precedenza, l'entusiasmo indotto dai successi della Prima Guerra Mondiale aveva contagiato la società e alimentato il principio dell'idea nazionale. Il futurismo, l'imperialismo fascista, Gabriele D'Annunzio e anche l'alpinismo avevano rispecchiato il criterio e la concezione del momento. Ciò che si faceva e che si pensava aveva più ragione d'essere se conforme ai criteri utili per esaltare patria e nazione prima e la razza poi. Ne andava del prestigio nazionale. In questo clima, si erano scoperte linee di salita adeguate a esaltare l'eroismo necessario per compierle. Il mito dell'umanamente possibile si era generato da questo humus, fatto di ideologia e tecnica, ed era stato sancito dalla scala delle difficoltà, messa a punto da Willo Welzenbach. L'alpinismo ardimentoso era stato anche "nobilitato" da una dimensione esoterica che Domenico Rudatis non aveva mancato di mettere in risalto. Un intento condivisibile, ma allora inevitabilmente carico di colore politico sciovinista.

Gli eletti, i "sestogradisti", in Italia e Germania non erano acclamati per aver contemplato più di altri il mistero di ciò che ci circonda, bensì per essere i rappresentanti di una presunta razza superiore. Figure impossibilitate a distribuire cultura e ricchezza di spirito proprio perché adunate e compattate dai regimi nazionalisti. Queste sono le circostanze in cui nascono i miti, quello di Hermann Buhl, ma soprattutto quelli di Walter Bonatti e di Cesare Maestri. Il VI grado non è più in discussione, è un dato di fatto. L'uso dell'artificiale è una progressione ormai perfezionata e capace di supportare la concezione stessa di una salita, come dimostrano le imprese di Walter Bonatti al Grand Capucin. Gli scarponi con suola Vibram, le corde in nylon e le imbragature confezionate corrispondono a un'iniezione di fiducia, la più potente delle "droghe" che spingono all'azione.

Quando il boom economico attraversa le regioni occidentali dell'Europa, alla sponda dell'alpinismo approdano sempre più persone. La disponibilità economica, la facilitazione agli spostamenti e la circolazione della cultura si radicano in questi anni. Il fermento e la necessità di avere miti incarnati già prosperano su quella dicotomia che più tardi, nel 1968, sarà evidente a tutti. Il progresso è inarrestabile e si avvale dei mezzi artificiali: ma allo stesso tempo qualcuno avverte che una progressione "artefatta" non può che mortificare l'alpinismo e chi l'adotta.

Walter Bonatti: Un Eroe di Coerenza e Visione

Walter Bonatti è una figura di spicco assoluto nella storia dell'alpinismo mondiale del Dopoguerra, le sue imprese e, ancor più, la marmorea fedeltà alle proprie idee nel realizzarle, ne fanno un alpinista di eccezionale levatura. Dino Buzzati, scrittore e giornalista, notò che se Bonatti fosse vissuto ai tempi di Omero, le sue imprese sarebbero state raccontate con un grande poema epico, a testimonianza della grandezza e dell'aura quasi mitologica che lo circondava.

Il maglione a righe jacquard di Gaston Rébuffat

Le Grigne, con le loro torri e guglie imponenti, rappresentano un terreno ideale per forgiare personalità forti e determinate. Basti pensare alla figura di Riccardo Cassin, un altro gigante dell'alpinismo italiano, che come Bonatti, ha legato il suo nome a imprese leggendarie. Il 6 agosto 1958, alle ore 12.30, Walter Bonatti raggiunge la vetta del Gasherbrum IV, un successo che testimonia la sua incredibile determinazione e capacità. Le sue prime imprese sono già indicative di un giovane alpinista mai veramente soddisfatto di ciò che ha appena realizzato, perché i suoi programmi sono sempre proiettati ben oltre la realtà appena vissuta. Come arrampicatore, è stato giudicato "freddo, calmo, forse un po' lento". Indubbiamente, al suo tempo, vi sono alpinisti forse più brillanti e persino più dotati di lui, sia in Italia che in Europa. Ma nessuno possiede la sua calma incrollabile, la sua costanza e, soprattutto, la sua forza interiore che lo rende paragonabile a una locomotiva inarrestabile. Di certo, dove altri sono passati, passa anche lui, anche se magari impiegando qualche ora in più.

Dopo neppure due anni, Bonatti è già pronto a travalicare quei limiti che nessuno ha ancora neppure concepito. Il suo concetto di "possibile" comprende progetti che per l'élite alpinistica di allora sono ancora relegati nel campo dell'impossibile. Le sue salite sul Grand Capucin, sulla Est del pilastro del Petit Dru (che, prima di crollare nel 2005, portava il suo nome), rappresentano l'avventura del "mai osato" affrontata con un autocontrollo che non può che essere imitato.

Al campo base del Gasherbrum IV, 1958. Da sin, Riccardo Cassin, cap. A.K. Dar, Giuseppe Oberto, Donato Zeni, Walter Bonatti, Fosco Maraini, Toni Gobbi. In prima fila Bepi Defrancesch e Carlo Mauri.

Mentre pensa alle imprese alpine, Bonatti si allena sistematicamente. È certamente ambizioso e perfezionista. In pratica, riunisce la grande capacità realizzativa di un Riccardo Cassin con l'individualismo sognatore di un Giusto Gervasutti. È alla ricerca dell'avventura perfetta, forse per ottenere quel riscatto agognato da tutti i suoi contemporanei italiani, colpiti nel loro orgoglio da un conflitto mondiale perduto e smarriti in una guerra civile. In una parola, Bonatti diventa un eroe salvifico, un redentore dell'azione, per ridare valore all'uomo. In questa missione, il suo fastidio per le regole e per le restrizioni è palpabile. La grande ricerca di Bonatti è sempre volta al miglioramento dell'uomo, con una grandiosità d'intenti tale da escludere con sicurezza che il suo primo obiettivo sia l'ingigantimento della sua figura.

Purtroppo, tutto ciò non è stato compreso dai più, finendo in un diluvio di critiche, invidie e calunnie. La stampa, in primis, non si rende conto che lo sta deificando, attribuendogli caratteristiche da superuomo. È pronta, però, a farlo cadere dalle stelle alle stalle al primo incidente di percorso. E del resto, così sono sempre stati trattati i provocatori, coloro che sono in grado, con la loro creatività, di dare scossoni positivi a un'umanità dormiente, ma che, alla fine della parabola, vengono giudicati scomodi e negativi, da imprigionare e magari sopprimere.

Le tragedie del Natale 1956 e del luglio 1961, entrambe sul Monte Bianco, sono le rampe di lancio del lungo scontro, quasi cinquantennale, tra Bonatti e la stampa. Da una parte, per le masse Bonatti è unico e irraggiungibile: "tutti cadono e muoiono, ma Bonatti non muore", sintetizza amaramente Gian Piero Motti. Ad ogni attacco segue una nuova impresa, ad ogni nuova impresa seguono le lodi unitamente a nuovi attacchi. Non c'è dunque da stupirsi se Bonatti, per non cadere egli stesso nella schizofrenia dell'informazione, decide di ritirarsi, chiudendo in bellezza con l'ultima stupefacente impresa sul Cervino.

Walter Bonatti e Carlo Rusconi ai Piani Resinelli, 1952

Per molti, Walter Bonatti ha rappresentato (e rappresenta tuttora) il maestro che ha forgiato, con le sue imprese e i suoi libri, la nascente e giovanile voglia d'avventura, incanalandola sulle montagne. Tutta la sua vita alpinistica è stata un grande e unico esempio, dalle più audaci solitarie e invernali alle prime di enorme levatura, da imprese quasi ineguagliate come quella al Gasherbrum IV alla pazzesca avventura umana del K2. Un nome noto in tutto il mondo, limpido, cristallino come le sue montagne. Un nome che conferma a un'Italia, in questo momento assai dubbiosa dei propri valori, quanto invece sia ricca di individui di fama planetaria che l'hanno fatta grande.

I Primi Passi e l'Ascesa al Firmamento Alpinistico

Ospite di parenti a Vertova, a nord di Bergamo, Walter Bonatti raggiunge la sua prima vetta significativa, quella del Monte Alben, in Val Serina. Questo evento segna l'inizio della sua straordinaria carriera alpinistica. Favorito da un ambiente alpinistico che, malgrado la guerra, si è conservato assai vitale - si pensi alla costituzione dei Ragni di Lecco e agli ancora ben attivi Riccardo Cassin e Nino Oppio, al contrario dell’ambiente piemontese che ha visto la perdita dei due grandi campioni Gabriele Boccalatte e Giusto Gervasutti - già nel 1949 Bonatti s’impegna in imprese di estrema difficoltà.

Appena diciannovenne, dimostra subito il suo talento ripetendo imprese di alto profilo: la parete nord-ovest del Pizzo Badile, il mitico itinerario di Vitale Bramani ed Ettore Castiglioni; la parete Ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, superata prima della guerra da Vittorio Ratti e Gigi Vitali; e la via Cassin sulla Nord dello Sperone Walker alle Grandes Jorasses. Queste ripetizioni dimostrano non solo la sua abilità tecnica, ma anche la sua audacia e la sua capacità di affrontare vie considerate già di per sé eccezionali.

Walter Bonatti fotografato da Gigi Panei durante un bivacco nel tentativo da loro condotto assieme ad Alberto Tassotti, dal 10 al 13 febbraio 1965 sulla via nuova alla Nord del Cervino.

Il 24 luglio 1950 segna un momento cruciale: Bonatti tenta la sua prima grande via nuova, la parete est del Grand Capucin, una parete di 400 metri di granito rosso nel gruppo del Monte Bianco. È accompagnato dal monzese Camillo Barzaghi, ma una violenta tormenta li costringe a desistere dopo solo poche decine di metri. I due sono costretti a tornare al rifugio Torino, ma bivaccano nei pressi perché non hanno i soldi per il pernottamento, un dettaglio che sottolinea le difficoltà economiche dell'epoca e la determinazione degli alpinisti. Dopo tre settimane, Bonatti riprova la scalata con il torinese Luciano Ghigo, incontrato casualmente al campeggio. Questa volta il tentativo dura tre giorni, ma un'altra tempesta di neve non gli permette di superare un muro liscio di 40 metri, costringendo i due a una ritirata difficilissima.

Con questa scalata, Bonatti balza definitivamente alla ribalta alpinistica. La via che tenta sul Grand Capucin spinge all’estremo il concetto di arrampicata artificiale, una tecnica fino a quel momento in uso più che altro sul calcare delle Alpi Orientali e delle Dolomiti, ma che lui trasferisce con successo sul granito. Sebbene si fossero già visti episodi di arrampicata artificiale, come Vittorio Ratti che vince in artificiale un diedro di 40 metri sulla Ovest della Noire, o i tedeschi Herbert Burgasser e Rudolf Leitz che passano sulla Sud del Dente del Gigante a furia di chiodi, questi erano episodi isolati. I quasi duecento chiodi piantati da Bonatti sulla Est del Capucin rappresentano invece un approccio sistematico e audace all'artificiale su un terreno granitico, aprendo nuove prospettive per l'esplorazione delle grandi pareti. Purtroppo, un triste evento funesta i festeggiamenti per questa sua importante conquista.

Nel 1953, mentre Ardito Desio inizia a selezionare la squadra di alpinisti destinati a tentare la prima ascensione del K2, la seconda montagna più alta del mondo, Bonatti continua la sua ascesa. Scala con Carlo Mauri, con cui per alcuni anni forma quella che è ritenuta la coppia più forte del mondo, la Nord della Cima Ovest di Lavaredo in prima invernale. A questa incredibile impresa fa seguire, neppure un mese dopo, con Roberto Bignami, un'altra prima invernale di rilievo: la Cresta Furggen del Cervino, con l'apertura di una variante diretta lungo gli omonimi strapiombi.

Walter Bonatti L'Enigma del K2 1954 Featuring Reinhold Messner Erich Abram

Il K2: L'Avventura che Segnò un'Epoca

Nel 1954, Walter Bonatti partecipa alla spedizione italiana diretta dallo scienziato Ardito Desio sulla seconda montagna più alta del mondo, il K2. A soli 24 anni, è il più giovane del gruppo, ma la sua determinazione e la sua preparazione lo rendono una figura chiave nell'impresa. Fino a quel momento, solo tre montagne di 8000 metri erano state salite: l'Annapurna dai francesi, l'Everest dagli inglesi e il Nanga Parbat dagli austro-tedeschi. La spedizione italiana al K2 è destinata a entrare nella storia dell'alpinismo mondiale.

La spedizione, concepita come un'operazione di grande portata, oltre alle enormi difficoltà intrinseche del K2, deve affrontare anche l'aura di leggenda e i precedenti tragici che circondano la montagna. Nel 1939, Dudley Wolfe era morto durante la spedizione di Fritz Wiessner. Nel 1953, la spedizione americana di Charles Houston era giunta a circa 8000 metri quando Arthur Karr Gilkey fu colpito da tromboflebite. I compagni, di fronte alla gravità della situazione, rinunciarono a proseguire per portarlo in salvo. Durante la discesa nella tempesta, Pete Schoening stava assicurando dall’alto il ferito messo su una barella e legato anche a Dee Molinar, mentre altri quattro alpinisti scendevano lentamente in due cordate. George Bell, con le mani congelate, scivolò sul ghiaccio. Lo strattone che diede alla corda fece perdere l’equilibrio anche a Tony Streather che non riuscì a fermarsi con la piccozza. Mentre i due precipitavano senza controllo, la loro corda incrociò quella di Charles Houston, creando una situazione di estremo pericolo per l'intera spedizione. Questi eventi tragici avevano contribuito a creare un'aura di terrore attorno al K2, rendendolo una sorta di "montagna maledetta".

La spedizione italiana, guidata da Ardito Desio, era composta da un team di alpinisti di prim'ordine, tra cui Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Ugo Loria, Walter Bonatti, Cirillo Flaviano, Pino Gagliardone, Mario Fantin, Giovanni Lamberti, Antonio Caretto, Guido Pagani, Ernesto Mauri, Sergio Romagnoli, Adolfo Roccaforte, Camillo Pellissier, e i portatori Hunza e Pakistani. La loro determinazione e la loro preparazione meticolosa furono fondamentali per affrontare le sfide che li attendevano.

La spedizione italiana sul K2, 1954

La scalata del K2 fu un'impresa titanica, caratterizzata da condizioni meteorologiche estreme, dalla difficoltà tecnica della montagna e dalla necessità di un'organizzazione logistica impeccabile. Bonatti, nonostante la sua giovane età, dimostrò una maturità e una capacità di resistenza eccezionali. La sua partecipazione alla spedizione non fu esente da controversie, in particolare riguardo alla gestione delle bombole di ossigeno necessarie per raggiungere la vetta. Tuttavia, la sua determinazione e il suo spirito di sacrificio furono innegabili.

La conquista del K2 da parte della spedizione italiana non fu solo un successo sportivo, ma rappresentò un momento di grande orgoglio nazionale per un'Italia che si stava ancora riprendendo dalle ferite della guerra. L'impresa simboleggiò la capacità italiana di raggiungere traguardi straordinari attraverso la determinazione, l'ingegno e la collaborazione. Per Walter Bonatti, questa spedizione fu un trampolino di lancio per la sua carriera, consolidando la sua reputazione come uno dei più grandi alpinisti della sua generazione. L'esperienza sul K2, con le sue gioie e le sue tribolazioni, contribuì a plasmare la sua visione dell'alpinismo, una visione che poneva l'accento sull'integrità, sul rispetto per la montagna e sulla profonda ricerca interiore.

Ritratto di Walter Bonatti in alta montagna

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