Comprendere dove fosse possibile partorire a Pavia in un anno specifico come il 1952 richiede un’immersione nella storia delle sue istituzioni mediche e nella continua evoluzione delle pratiche ostetriche. Sebbene il dato preciso sul numero e la tipologia di strutture attive in quel particolare anno non sia esplicitato puntualmente, è possibile ricostruire un quadro affidabile basandosi sulla ricca storia dell'Ateneo pavese e delle sue cliniche, così come su testimonianze che, pur riferendosi a periodi successivi, offrono una prospettiva sull'ampio spettro delle esperienze di nascita nella provincia.

Il Centro per la storia dell’Università di Pavia promuove e coordina lo studio sistematico dell’Ateneo pavese dalle sue origini ai giorni nostri, fornendo la lente attraverso cui analizzare l'evoluzione della medicina e dell'ostetricia locale. In Italia, la fondazione di scuole dedicate a insegnare l’ostetricia “minore” alle aspiranti levatrici risale al XVIII secolo. A Pavia, la scuola ostetrica aprì i battenti nel 1818, segnando un passo fondamentale nella formalizzazione dell'assistenza al parto. All’esordio, non mancarono problemi logistici e organizzativi, che i docenti affrontarono cercando sostegno nelle istituzioni universitarie, politiche e civili.
L'Eccellenza Ostetrica Pavese e le Sue Radici Storiche
La traiettoria della scuola ostetrica pavese è stata caratterizzata da un percorso di costante miglioramento. Nel primo cinquantennio post-unitario, la scuola raggiunse livelli di eccellenza, un risultato ottenuto grazie all’opera instancabile di docenti di spicco. Figure come Edoardo Porro, Alessandro Cuzzi e Luigi Mangiagalli furono determinanti in questo processo, in quanto modernizzarono la clinica secondo i principi della nuova cultura igienista. Questo periodo di innovazione e professionalizzazione gettò le basi per le strutture e le pratiche che avrebbero caratterizzato l'assistenza al parto anche in decenni successivi, inclusi gli anni '50 del secolo scorso. La loro influenza si estese ben oltre i confini dell'Università, plasmando l'approccio alla maternità e alla nascita in tutta la regione.
Contestualmente, inizia anche una trasformazione socio-culturale nelle allieve della scuola. Queste provenivano soprattutto dai ceti urbani di Pavia e dintorni, dal sud della Lombardia e dal vicino Piemonte orientale, riflettendo una crescente consapevolezza dell'importanza di una formazione qualificata per un ruolo così vitale. A partire dagli anni Novanta del XIX secolo, le ex allieve, diventate libere professioniste o assunte nelle condotte ostetriche, divennero più consapevoli del proprio ruolo sociale. Si organizzarono e discussero sulla stampa di settore e nei Congressi i problemi della categoria, contribuendo a elevare il prestigio e l'autonomia della professione.

Con le riforme introdotte durante il Ventennio fascista, la formazione si fece più lunga e approfondita. Nonostante ciò, si assistette a un assottigliamento del numero delle iscritte, un fenomeno che potrebbe essere stato influenzato da diverse variabili socio-economiche dell'epoca. Tuttavia, la figura dell’ostetrica uscì definitivamente dal cono d’ombra del sospetto e del secolare disprezzo verso un mestiere tradizionalmente legato al sangue e al sesso. Questo cambiamento di percezione fu cruciale, garantendo che le ostetriche fossero professioniste rispettate e indispensabili all'interno delle strutture sanitarie e nella comunità, anche negli anni '50.
Nel 1952, la città di Pavia, forte di questa tradizione accademica e clinica, avrebbe offerto alle future madri l'opportunità di partorire in ambienti istituzionalizzati. Sebbene il testo non elenchi esplicitamente gli ospedali o le cliniche attive in quel preciso anno, l'esistenza di una scuola ostetrica di eccellenza e la modernizzazione delle cliniche indicano chiaramente che il parto in ospedale o in clinica era una realtà consolidata. Grandi strutture pubbliche, come l'allora Ospedale San Matteo, che oggi fa nascere più di 1600 bambini ogni anno, avrebbero quasi certamente rappresentato un punto di riferimento primario per i parti. Anche cliniche private, eredi di quella tradizione che vedeva il "comfort alberghiero" come un valore aggiunto (come si evince dalla descrizione di un contesto più contemporaneo), erano probabilmente presenti e operanti.
Nascere Fuori Dalle Mura: Storie di Parto "On the Road" e l'Eroe Inaspettato
Accanto ai parti programmati all'interno di strutture ospedaliere o cliniche, la realtà del parto a Pavia, anche nel 1952 e nei decenni successivi, ha sempre incluso situazioni di emergenza che sfidavano la pianificazione. La storia del Dottor Cicogna è emblematica di questo aspetto e offre uno spaccato delle nascite che avvengono "on the road", anche se i suoi aneddoti si collocano in un periodo molto più recente.
Ahmad Rashid Abdalla Saleh, medico del 118 di origini palestinesi in forza all’ospedale di Vigevano, ha salvato centinaia di vite in tutta la provincia di Pavia, oltre a quelle che ha fatto nascere. La sua storia inizia proprio nell'anno che ci interessa, in un luogo lontano: nato nel 1952 a Shweikeh, in Cisgiordania, a pochi chilometri da Tulkarem, a 14 anni scappò dalla Palestina occupata con la sua famiglia per salvarsi la vita. La sua città adottiva divenne Pavia, dove frequentò la facoltà di Medicina e ottenne la specializzazione in Malattie Infettive. Il suo percorso, sebbene non legato ai parti a Pavia nel 1952, incrocia la città e la medicina in modo profondo, diventando un simbolo di dedizione e di nascita in circostanze straordinarie.
Sarà stato il caso o la provvidenza, ma ogni volta che alla centrale operativa arrivava la chiamata di una donna che aveva fretta di mettere al mondo un figlio, di turno sull’automedica più vicina c’era sempre lui. I suoi parti d’urgenza on the road hanno emozionato tutta Italia. Per lui, racconta, solo fiocchi rosa. I maschietti venivano alla luce in sala parto, le femmine no, tra le sue mani strada facendo. Nel 2002, in soli sei mesi, fece nascere ben quattro bambine in ambulanza o direttamente «sulla porta di casa» della mamma. Da questo momento in poi, per tutti è diventato il Dottor Cicogna, e il numero delle nascite, esclusivamente in rosa, è più che raddoppiato.
Il dottor Saleh condivide ricordi toccanti del suo lavoro: «A Vigevano una ragazza egiziana alla sua prima gravidanza stava rischiando di provocare lesioni alla nascitura - ricorda -. Non parlava italiano e tratteneva le spinte; io, parlandole in arabo l’ho farla partorire sul posto, scongiurando il peggio». Questi episodi, sebbene posteriori al 1952, illustrano come la necessità possa dettare il luogo del parto, e come la professionalità e l'adattamento siano sempre stati elementi chiave nell'assistenza ostetrica, sia in contesti istituzionali che di emergenza.
La vita del Dottor Cicogna a Pavia fu anche segnata da una lunga e complessa lotta per la cittadinanza. Tanti anni a servizio della collettività, di giorno e di notte, e quasi venti anni di lotte per diventare cittadino italiano. Due domande, nel 1992 e nel 2000, per ottenere la cittadinanza, ma nulla di fatto. «In reparto non potevo professare perché non avevo la cittadinanza italiana, ma solo il permesso di soggiorno - racconta Ahmad Saleh appena rientrato dal turno in ospedale -. Io e mia moglie pensavamo che fosse quello il motivo: non mi davano la cittadinanza perché avevo fatto volantinaggio per le strade di Pavia». Credevano che il diniego fosse dovuto alla sua partecipazione a manifestazioni a sostegno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, insieme a migliaia di altri studenti, negli anni ’70, quando era universitario. «La prima volta che mi hanno negato la cittadinanza sostenevano che non svolgessi un lavoro socialmente utile, la seconda che non avevo un reddito idoneo a vivere dignitosamente in Italia». Un medico stimato da tutti e riconosciuto come tale, almeno dalla sua città. Nel 2004, a Vigevano, per quel Dottor Cicogna si fece addirittura una petizione; il caso finì in consiglio comunale e la giunta della Lega Nord diede al dottore dei «parti on the road» la cittadinanza onoraria. «Quel giorno ero felicissimo - racconta divertito -. Pensate che bel messaggio antirazzista: il medico palestinese amato dai leghisti…questa sì che è integrazione». Positività, vocazione e un personale record hanno ispirato anche la moglie di Ahmad Saleh, Clara Viarenghi, che l’anno scorso ha dedicato un romanzo alla storia del marito, «Écoute, da Shweikeh a Vigevano, l’avventura di un medico palestinese». I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla casa di produzione «Socialmovie» e gran parte del film sarà ambientato proprio a Vigevano. La storia del Dottor Cicogna diventa un film.
L'Evoluzione dei Punti Nascita: La Situazione Contemporanea a Pavia
La questione di dove partorire a Pavia non è statica, ma in continua evoluzione, influenzata da normative, esigenze sanitarie e dinamiche socio-economiche. Un esempio recente di questa dinamica è la situazione che ha coinvolto la Città di Pavia. Le future mamme che fino a venti giorni prima contavano di partorire alla Città di Pavia si sono aggrappate alla speranza di una petizione. Poi è arrivata la doccia fredda: il servizio di Ostetricia e Ginecologia, e quindi anche la sala parto, chiuderà i battenti il 15 dicembre. Ai primi di ottobre l’azienda aveva comunicato a sindacati e lavoratori la sua decisione inappellabile.

Se non l’avesse fatto l'azienda, hanno spiegato gli amministratori del gruppo San Donato, ci avrebbe pensato a breve la Regione Lombardia che nelle sue “linee di indirizzo per il percorso nascita” ha stabilito la chiusura dei centri con meno di 500 parti all’anno. La clinica di via parco Vecchio non superava i 400. Questa decisione, sebbene relativa a un periodo molto più recente rispetto al 1952, riflette le continue riforme e l'ottimizzazione delle risorse nel panorama sanitario, un processo che, con diverse forme, ha sempre avuto un impatto sulle scelte relative ai luoghi del parto.
Ma dove partoriranno le donne che sono seguite dai quattro ginecologi della Città di Pavia? Alla clinica Beato Matteo di Vigevano, suggeriscono gli amministratori. Quest'ospedale è "gemellato" e gestito, come quello di Pavia, dal gruppo guidato da Giuseppe Rotelli. Oppure, un'altra opzione è il San Matteo che in media fa nascere più di 1600 bambini ogni anno. Tuttavia, sull’opzione di convergere sull’ospedale pubblico si è alzata una levata di scudi da parte delle pazienti della clinica. Non vogliono lasciare il ginecologo di fiducia che le segue da mesi e nemmeno le comodità alberghiere della Città di Pavia.
Chi aveva già partorito in via Parco Vecchio negli anni precedenti faceva leva sulla presenza di «persone qualificate e un’assistenza impeccabile». Si trattava di un reparto ben funzionante grazie al numero ridotto dei letti e all’impegno garantito negli anni dai medici e dal personale che non si è mai risparmiato per continuare a mantenere «standard di sicurezza ed efficienza adeguati». Ma proprio questo era il nodo, ammette qualcuno in clinica: mantenere un punto nascita con gli stessi numeri del personale, che si sono dovuti gestire turni e reperibilità contandosi sulle dita, non è più fattibile. La strada alternativa sarebbe stata il potenziamento, dicono. L’azienda ha fatto altre valutazioni.
Nonostante la chiusura del reparto, nessuno perderà il posto: le ostetriche saranno trasferite a Vigevano, gli oss spalmati sui quattro piani della struttura di Pavia che investirà sulla riabilitazione e l’oncologia. Ma sarà così comodo per tutte le future mamme la trasferta lomellina? «Per le pazienti di Casorate, Motta, Besate, anche Pavia potrebbe essere una scelta possibile - si lascia sfuggire un dipendente - ma per chi viene da più lontano potrebbe essere scomodo. E comunque non hanno senso i pregiudizi che circolano sul San Matteo». Il prossimo anno la sala parto si trasferirà al Dea (Dipartimento di Emergenza e Accettazione). Anche l’aspetto alberghiero, che al momento penalizzava la struttura, è destinato a cambiare. L’ospedale e la clinica Ostetrica-Ginecologica - che sono un centro di terzo livello, in grado di gestire pazienti complesse - stanno già “prendendo le misure” nel nuovo Dea per essere preparati ad assorbire un’eventuale nuova utenza, magari solo parziale rispetto ai 400 totali, che si aggiunga ai suoi 1495 parti effettuati fino all’altro ieri. Questa pianificazione e riorganizzazione costante delle strutture sanitarie a Pavia dimostra come il "dove" si partorisce sia una questione dinamica, influenzata da normative, tecnologie e necessità locali, un continuum storico che da oltre un secolo modella l'esperienza della nascita nella città.