Le parole che ci accompagnano fin dall'infanzia, le rime semplici che popolano i nostri primi ricordi, spesso celano strati di significato inaspettati. Un'immagine evocativa come quella di una "dondola culla sul ramo di pesco," sebbene apparentemente innocente e idilliaca, potrebbe, come tante altre espressioni popolari, custodire al suo interno messaggi profondi, riflessioni culturali o frammenti di un mondo passato. Non sono solo giochi di parole, ma veri e propri messaggi. Le filastrocche, infatti, sembrano leggere, innocenti, quasi senza peso. Le cantiamo ai bambini per farli ridere o addormentare, senza pensarci troppo. Eppure dentro quelle rime si nasconde spesso molto di più: visioni del mondo, paure, regole implicite, piccoli copioni culturali che passano di generazione in generazione. E, a sorpresa, parlano più agli adulti che ai bambini. Questo patrimonio orale e musicale rappresenta una parte fondamentale della nostra cultura, capace di resistere al tempo e di rivelare, a chi sa ascoltare, la complessità delle tradizioni e delle credenze popolari.

La Filastrocca: Un Ponte Tra Generazioni e Significati Nascosti
La filastrocca, nella sua definizione corrente, è un componimento breve, con un ritmo rapido e cadenzato, con rime, assonanze e allitterazioni. Questi elementi la rendono immediatamente riconoscibile e facilmente memorizzabile, contribuendo alla sua diffusione capillare attraverso le generazioni. Ma quale significato dare alle filastrocche di origine popolare, ai non-sense, alle cantilene, alle sequenze di rime che abbiamo conosciuto da piccoli? Perché nascono? Da dove vengono?
Secondo una chiave di lettura diffusa, la filastrocca, e in generale il folklore infantile, assolve una funzione educativa complessiva nell’ambito delle culture popolari. Non si tratta solo di intrattenimento, ma di uno degli strumenti che la cultura popolare, intesa come comunità e come famiglia, ha per relazionarsi con le nuove generazioni, insegnando loro i valori e le regole della cultura popolare di appartenenza. Esse agiscono come veicoli di sapere implicito, di moralità, e talvolta di commento sociale, mascherati da spensieratezza.
Per quanto riguarda l’etimo, naturalmente, su "fila-" gli studiosi concordano, grosso modo, sull’idea del filo o fila, quale serie continua; su "-strocca" le cose si fanno più confuse. Questa incertezza etimologica riflette la natura multiforme e spesso spontanea di queste composizioni. La filastrocca, con il suo significato attuale, è attestata già nel 1470 in uno scritto di Luca Pulci che offre la definizione ancor oggi usata dallo Zingarelli. Da lì a poco, si succederanno cambi sociali tali da far perdere l’ambito consueto di diffusione della filastrocca, ma la sua essenza permane. Oggi la filastrocca letteraria gode di buona fortuna e di buoni autori e quella popolare continua a destare interesse, dimostrando la sua resilienza e la sua capacità di adattamento attraverso i secoli.
I testi delle filastrocche sono semplici, con rare ma solide matrici comuni, e presentano infinite varianti. Da paese a paese, da famiglia a famiglia, da dicitore a dicitore, la stessa rima può assumere sfumature diverse, arricchendo ulteriormente il suo patrimonio culturale. I piccoli, infatti, adorano ascoltare, e anche imparare, filastrocche e canzoncine. Amano il rituale, la ripetizione, la musicalità delle parole in rima, elementi che ne favoriscono la trasmissione e la conservazione.

La Mula di Parenzo: Una Gaffe Involontaria e il Suo Significato Inatteso
La potenza dei significati nascosti nelle filastrocche può manifestarsi in modi sorprendenti, a volte anche imbarazzanti. Tempo fa, si racconta di una terribile gaffe involontaria ai danni di una gentile signora istriana, per colpa di una filastrocca. Avete capito bene, una filastrocca, ovvero una di quelle canzoncine per bambini che ormai cantiamo senza nemmeno rendercene conto. L'autrice del racconto aveva imparato, molti anni fa, la canzone dalla sua cara nonna Italia, che da brava veneta l'aveva cresciuta a tocio e canzonette.
Il giorno della gaffe, era ospite di un pranzo luculliano tra amici. La bella signora istriana in questione faticava a fare conversazione. Poi, a un certo punto, aiutata da un buon bicchiere di vino, ha cominciato a raccontare della sua infanzia in quel di Rovigno, Istria. Appassionata della terra che oggi chiamiamo Croazia, l'autrice non ha potuto fare a meno di tirare fuori tutto l’armamentario di conoscenze sull’Istria in sua dotazione: mare, città, storia, cultura. E naturalmente, una bella filastrocca, "La mula di Parenzo." Non paga, ha cominciato persino a canticchiarla.
Quando il volto della cara signora si è oscurato - sembrava proprio gliela dedicasse - l'autrice si è sentita un po’ imbarazzata. Solo dopo ha capito perché quella reazione. Se non conoscete la storiella, è opportuno recuperarla per intero, così da poter giudicare da voi il contesto e il significato che ne derivano.
Ecco le strofe della filastrocca "La mula de Parenzo," che rivelano la sua natura complessa e i suoi doppi sensi:
"La mula de Parenzo leri-lerà, l’hà messo su bottega leri-lerà e tutto la vendeva, e tutto la vendeva. La mula de Parenzo leri-lerà, l’hà messo su bottega leri-lerà e tutto la vendeva, fora ch’el bacalà perché non m’ami più. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità sul canapè.
La mia morosa vecia leri-lerà, la tengo per riserva leri-lerà e quando spunta l’erba, e quando spunta l’erba. Le me morosa vecia leri-lerà, la tengo per riserva leri-lerà e quando spunta l’erba, la mando a pascolar perché non m’ami più. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità sul canapè.
La mando a pascolare leri-lerà, nel mese di settembre leri-lerà e quando vien novembre, e quando vien novembre. La mando a pascolare leri-lerà, nel mese di settembre leri-lerà e quando vien novembre, la vado a ritirar perché non m’ami più. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità sul canapè.
La mando a pascolare leri-lerà, insieme alle caprette leri-lerà l’amor con le servette, l’amor con le servette La mando a pascolare leri-lerà, insieme alle caprette leri-lerà l’amor con le servette, non la farò mai più perché non m’ami più. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Me piase i bigoî co le luganeghe Marieta damela per carità. Marieta damela per carità sul canapè.
Se il mare fosse tocio leri-lerà e i monti de polenta leri-lerà o mamma che tociade, o mamma che tociade. Se il mare fosse tocio leri-lerà, e i monti de polenta leri-lerà o mamma che tociade, polenta e bacalà perché non m’ami più. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Marieta damela per carità. Me piase i bigoî co le luganeghe, Marieta damela per carità. Marieta damela per carità sul canapè."
La canzone è lunghissima, ma l'autrice ne conosceva appena l’incipit. Qualcuno, vista l’espressione della signora, ha suggerito di fermarsi. La canzone non parla affatto di una giovane e industriosa fanciulla, almeno non nel senso che si potrebbe cantare a una bimba, cara nonnina. Guardando la signora con aria interrogativa, lei, dopo essersi ricomposta, ha detto, piuttosto contrariata: "Ma hai capito cosa vendeva la mula di Parenzo?"
La tradizione popolare racconta i costumi dell’epoca, le tradizioni del lavoro, del tempo libero, della vita sociale. A volte svela anche le nostre debolezze attraverso le canzonette, ridendo un po’ dei nostri difetti. Si chiama ironia. Queste filastrocche (non stiamo parlando delle ninna nanne), per la caratteristica che hanno, ovvero la leggerezza e la semplicità, spesso passano nella consuetudine, nei giochi dei bambini, e sono cose da grandi accessibili anche ai piccoli. Costituiscono una sorta di linguaggio ermetico che dipinge, attraverso detti e non detti, il vero volto delle cose. La domanda che sorge spontanea è: che succede se le cantano i bambini?
Paolo Galiano - La pedagogia della fiaba e della filastrocca - 3/3
Tra Civette sul Comò e Altri Esempi: L'Ermetismo del Folklore
Il fenomeno dei significati celati nelle filastrocche non si limita a un singolo esempio, ma è una caratteristica intrinseca di molta parte del folklore infantile. Un altro, famosissimo, esempio è la filastrocca "Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore, il dottore si ammalò, ambarabacciccicoccò." L'incongruenza è evidente e suscita interrogativi: "Tre civette??? Che fanno l’amore con la figlia del dottore (??) che poi si ammala. E per giunta sul comò." Siamo al limite di un gioco erotico piuttosto spregiudicato, un contenuto ben lontano dall'innocenza che superficialmente si attribuirebbe a una rima per bambini.
Questo dimostra come le filastrocche, per la loro leggerezza e semplicità, riescano a passare nella consuetudine e nei giochi dei bambini, rendendo accessibili ai più piccoli concetti e allusioni originariamente destinati a un pubblico adulto. Esse fungono da linguaggio ermetico che, attraverso detti e non detti, dipinge il vero volto delle cose, spesso con un'ironia sottile o un umorismo più esplicito.
Il contrasto tra la semplicità della forma e la complessità del contenuto si ritrova anche nella poesia d'autore, come dimostra la sublime poesia di Guido Gozzano. Ce lo insegna la sua opera; provate a rileggere, o a leggere per la prima volta, l’ode "Le golose." Il poeta racconta di come ami tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie. Anche qui il messaggio è implicitamente sessuale, veicolato da immagini allusive:
"Un’altra, con bell’arte, sugge la punta estrema: invano! ché la crema esce dall’altra parte!L’una, senz’abbadare a giovine che adocchi, divora in pace. Gli occhi altra solleva, e paresugge, in supremo annunzio, non crema e cioccolatte, ma superliquefatte parole del D’Annunzio."
Questa è una poesia che, pur con eleganza e raffinatezza, gioca con doppi sensi e allusioni, proprio come le filastrocche popolari, ma a un livello di consapevolezza artistica diverso. Se poi si desidera immergersi completamente nella poetica del Gozzano, è consigliabile ascoltare quest’ode così come recitata da un attore amato da molti e purtroppo non più tra noi, Paolo Poli, cui era stato dedicato un post tempo fa. Lui fa parte dei grandi artisti amati.

La Cultura Popolare: Tradizione Orale e Resistenza del Linguaggio
Poesia e filastrocche sono la riprova che la cultura popolare può produrre un significato capace di scavalcare i tempi, gli anni che passano, i costumi che cambiano e resistere fino a noi oggi. Ciò permette di comprenderne il senso e assaporarne i suoni e i colori di un mondo che non è più. Anche questa è cultura, quella che oggi chiameremmo cultura popolare o "pop," di cui queste filastrocche, queste tracce di storia, fanno assolutamente parte. E i bambini di oggi e di allora, avevano mai fatto caso a questi doppi sensi?
I modi di dire sono frutto soprattutto della tradizione orale e risalgono a un comune fondo culturale che mescola lingue, costruzioni sintattiche, parlati e dialetti. Ancora oggi permangono detti e frasi di uso comune nell'ancora misterioso parlare del delta del Po e, nonostante le avversità, vengono difesi dai cittadini, ancora vivi protagonisti di questo tramandare. Lo studioso Girardi paragona la lingua parlata nel delta del Po all'abito di Arlecchino: “ognuno si esprimeva a modo suo, secondo la provenienza e la cultura, apportando nuovi accenti e colori.” Mescolando lingue, costruzioni sintattiche, parlati e dialetti, i più disparati, ne è nata nei secoli una lingua comune che ancora oggi, pure minata e incalzata da altre lingue, resiste e si tramanda in forma orale.
Di curiosità da segnalare ce ne sono molte nel contesto linguistico del Delta del Po: non esistono i superlativi, ma questa sensazione è sempre espressa ricorrendo all'uso di comparativi. Non esistono persone o eventi "bruttissimi," ma "bruti fa," seguito dal secondo termine di paragone. Sempre nel loro parlare, i bassopolesani hanno goduto nell'esprimersi preferibilmente per immagini, creando detti, proverbi, frasi fatte, entrate nell'uso comune, tanto da costituire quasi la metà dell’intero glossario. Questo dimostra la ricchezza e la specificità di queste tradizioni orali. Non a caso, alcuni alunni hanno voluto realizzare una ricerca sui modi di dire ancora presenti nella loro cultura, segno di un vivo interesse per questo patrimonio.
Nella continua ricerca di melodie popolari facilmente eseguibili, si possono incontrare le filastrocche popolari. Facendo una ricerca sul web, si trovano molti siti con raccolte interessanti: filastrocche ritmate, filastrocche cantate, ninne nanne, non-sense. Tutte corredate con le molteplici varianti nel testo e nel ritmo che caratterizzano sempre le composizioni di origine popolare. Queste variazioni da paese a paese, da famiglia a famiglia, da dicitore a dicitore, sono la linfa vitale della tradizione orale, che si adatta e si rinnova continuamente.
Esempi di queste rime popolari, trasmesse attraverso la cultura orale e i giochi, includono:
"Fata a penèa, dove sito stà? Da ‘a nona. Cossa gheto magnà? Pan e late."
"Deo deolin, campo marin, persego seco, corno de beco.. Deo deolin, questo va per vin, questo va per acqua, questo fa la fugassa e questo la magna tuta."
"Salto biralto me rompo el naso me rompo el viso…"
"Com'è gaio com'è bello nel camino il fuocherello, rosso giallo a lingue a sprazzi, tutto fiamma tutto razzi. Par che dica: su piccino vieni vieni qui vicino. No no no, che tu bruci ben lo so."
"La storia dell'ucarea la xe corta ma bea con el cappeetto in cro', vuto che te la conta si o no? Non bisogna mai dir de no parchè la storia de l'ucarea la xe curta ma bea con el cappeetto in cro', vuto che te la conta si o no ? Si! Ze anda'impastare I gnochi nonoti popoti dea mostacioti ze anda'impastare I gnochi sul campo del moin li ga fraca massa duri nunuri pupuri dea mustaciuri li fraca massa duri che nessuni poe magnar ne ga magna sette piati nonoti popoti..la bela che 'mpasta i gnochi… innamorar."
Queste brevi composizioni sono microcosmi linguistici e culturali, preziosi per comprendere le radici di una comunità.

Il Fascino della Ripetizione e della Musicalità: La Resilienza delle Rime
Il successo e la persistenza delle filastrocche e delle canzoncine popolari sono strettamente legati a fattori intrinseci che ne facilitano la trasmissione e la memorizzazione. I piccoli, infatti, adorano ascoltare e imparare filastrocche e canzoncine. Amano il rituale, la ripetizione, la musicalità delle parole in rima. Questa predilezione naturale per la cadenza e l'assonanza è un meccanismo potentissimo per la diffusione della cultura orale, rendendo queste composizioni strumenti pedagogici e di intrattenimento quasi universali.
Attraverso la musica e gli spartiti, è possibile raccogliere le filastrocche italiane e anche internazionali. Nel mondo anglosassone, ad esempio, sono conosciute come nursery rhymes, un fenomeno culturale parallelo che condivide molte delle stesse caratteristiche e funzioni. Queste raccolte spesso presentano le molteplici varianti nel testo e nel ritmo che caratterizzano sempre le composizioni di origine popolare, a dimostrazione della loro natura dinamica e adattiva.
La filastrocca è divenuta, nel corso del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, un genere squisitamente letterario, cioè scritto e colto, pur mantenendo una forte radice popolare. Questa evoluzione testimonia la sua capacità di trascendere i contesti e di trovare nuove forme di espressione e apprezzamento. Sebbene, da un certo periodo in avanti, si siano succeduti cambi sociali tali da far perdere l’ambito consueto di diffusione della filastrocca, il suo fascino non è mai venuto meno. Ancora oggi, essa rappresenta un ponte tra il passato e il presente, un modo per mantenere vivi i fili invisibili che legano le generazioni e le comunità. La redazione de La Testata - Testa l’informazione, ad esempio, riconosce e promuove il valore di queste tradizioni, evidenziando come anche i media moderni possano contribuire a conservare e diffondere la cultura popolare. VicenzaToday, per citare un altro esempio, è attenta alla valorizzazione del patrimonio locale e culturale, anche attraverso le sue piattaforme digitali.
