Don Andrea Gallo, presbitero con un passato da partigiano, figura emblematica della fede cattolica che coniugava ideali comunisti e pacifisti, è stato un sacerdote di strada, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto a Genova, sua città natale. La sua è stata una vita dedicata agli ultimi, un cammino segnato da un impegno civile incondizionato e da un amore sconfinato per la Chiesa cattolica, pur non esitando a redarguirla per quelle che riteneva posizioni retrive. Le sue prese di posizione, spesso considerate 'scomode' all'interno della Chiesa, hanno riguardato temi complessi come la legalizzazione delle droghe leggere, i diritti degli omosessuali e, in maniera particolarmente incisiva, la delicata questione dell'aborto. Questo articolo esplora il pensiero di Don Gallo su questi argomenti, in particolare sul suo approccio all'aborto, delineando la sua teologia di strada e i conflitti che ne sono scaturiti con le gerarchie ecclesiastiche, pur rimanendo fedele alla sua missione fino alla sua scomparsa, il 22 maggio 2013.
La Voce Scomoda di Don Andrea Gallo: Un Ritratto del "Prete di Strada"
La vita di Don Andrea Gallo è stata un continuo esempio di coerenza e dedizione verso i più emarginati. Nato in una casa di umili ferrovieri, conobbe un'infanzia con mezzi appena sufficienti per condurre una vita dignitosa, povera ma non miserabile. La sua educazione all'amore incondizionato per il prossimo, per gli immigrati e per i poveri, la cui sola colpa era «venire dalla fame», gli fu impartita dalla madre, una donna semplice ma portatrice di una profonda saggezza popolare. Era lei, infatti, a ripetergli sovente: «Andrea, te lo sei scordato quando siamo andati via noi dalla fame? Che non hai conosciuto tuo nonno perché è dovuto partire per l’America? Siamo noi, adesso, quelli fortunati». Questa consapevolezza delle radici e delle sofferenze del popolo lo ha plasmato fin dalla giovinezza.
La sua vocazione, scaturita dai vent’anni, dalla scuola della Marina e dalla lotta partigiana, lo portò a essere ordinato sacerdote nel 1959, dopo un periodo di studi teologici in Brasile, interrotto dalla dittatura. La sua esperienza lo spinse presto a lasciare la congregazione salesiana, ritenuta troppo istituzionalizzata, per entrare nella diocesi genovese, con l'intento di vivere con pienezza la propria vocazione sacerdotale. Nel 1964, dopo una breve parentesi come cappellano nel carcere di Capraia, fu destinato all’incarico di vice-parroco nella chiesa del Carmine. Qui rimase fino al 1970, anno in cui il suo approccio "partigiano con il Vangelo in mano", capace di radunare attorno a sé i ragazzi della generazione beat predicando «con il Vangelo in una mano e il Manifesto nell’altra», lo rese "scomodo". La Curia genovese, infatti, nutriva tutto l’interesse nell’allontanare quel sacerdote, ormai divenuto un punto di riferimento per i militanti della nuova sinistra, che puntava il dito contro la Chiesa stessa, accusandola di essersi trasformata in nient’altro che un’istituzione ipocrita e borghese.
Nonostante le accorate proteste dei fedeli, il "prete rosso" venne allontanato dalla parrocchia del Carmine e posto in attesa di un trasferimento che, concretamente, non sarebbe mai arrivato. Questa separazione lo spinse a fondare la Comunità di San Benedetto al Porto, un'oasi di solidarietà per chiunque fosse in difficoltà, dagli "scartati delle notti genovesi" ai tossicodipendenti, dalle prostitute ai disadattati. Don Gallo amava definirsi "prete di strada", un titolo che preferiva a qualsiasi altro riconoscimento accademico o ecclesiastico. Era proprio sulla strada, come amava ripetere, che avvenivano gli incontri più significativi, l'incontro della vera sofferenza, ma anche di chi "ha ancora tanta speranza e allora guarda, attende".
Il suo carisma, la sua capacità di tendere l'orecchio "oltre le ristrette mura della nostra angusta cerchia dei soliti noti", lo hanno reso un simbolo, un "prete da marciapiede", "prete rosso", o "prete no-global". Ruvido, allegro e perennemente schierato con i più deboli, Don Andrea Gallo in vita poteva vantare un’amplissima collezione di soprannomi, eppure era sempre "prete da marciapiede" quello con cui amava maggiormente essere chiamato. Credeva fermamente che «quando allargo le braccia, i muri cadono», e si chiedeva: «Io, come cristiano, come faccio a non essere accogliente?». Questo approccio empatico e non giudicante era la sua cifra distintiva, la base del suo agire. Egli ha sempre cercato di dare un nome e una dignità a chi non li possedeva, o, ancor più, a chi se li era visti negare.

L'Approccio di Don Gallo alla Questione dell'Aborto: Tra Principio e Realtà di Strada
Una delle questioni più controverse su cui Don Gallo ha espresso posizioni "non allineate" è stata quella dell'aborto, ponendosi in aperto contrasto con le posizioni più rigide della Chiesa istituzionale. Il suo pensiero non si basava su un'accettazione acritica dell'aborto, ma su una profonda comprensione delle drammatiche realtà umane che spesso lo sottendono, in un contesto dove il principio dell'autodeterminazione della donna assumeva un ruolo centrale.
Don Gallo ha sempre dichiarato: «Non riesco proprio a comprendere le troppe crociate e i numerosi silenzi che le gerarchie cattoliche a volte perpetuano contro divorzio, aborto, fine vita». Egli osservava con preoccupazione come le gerarchie ecclesiastiche, a volte, «chiudono le porte delle chiese anche ai suicidi, solo alcuni… dipende dal nome». Questa critica era radicata nella sua convinzione che l'etica cattolica non potesse essere l'unica etica valida: «Sembra che al di fuori dell'etica cattolica non possa esistere alcuna etica, questo non può reggere», diceva il prete dei deboli.
Nel dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza, Don Gallo invitava tutti a sedersi attorno ad un tavolo e a ragionare "con umiltà", senza dimenticare che «al centro di tutto rimane il principio dell'autodeterminazione della donna» e che «la legge 194 è passata attraverso un referendum». Per lui, ignorare la volontà popolare espressa democraticamente era inaccettabile. Non si stancava di affermare: «Buttiamo via pregiudizi ed ipocrisie e chiediamoci, chi l'ha creato questo clima?».
La sua posizione si concretizzava anche in un'azione diretta, spesso giudicata scandalosa dalle autorità ecclesiastiche. Don Gallo stesso raccontava: «Io non rinuncio ai miei principî, so che l'aborto è peccato e cerco di convincere le ragazze a partorire. Ma succede anche che una mi ascolta, ma poi vuole lo stesso abortire. E come clandestina non può presentarsi in una struttura pubblica. E ha il magnaccia che per punizione la prende a calci in pancia: aspetto che finisca l'opera e le faccia perdere il bambino a pedate? Una ragazza così non l'abbandono». In queste situazioni limite, egli ha agito spinto da una profonda misericordia e dal desiderio di proteggere le donne vulnerabili: «Con delle prostitute albanesi l'ho fatto, le ho indirizzate a un medico che ha eseguito l'intervento». Per la Curia di Genova, quando questo racconto-confessione apparve sui giornali, fu subito «sbagliato e gravemente!».
Questa posizione si estendeva anche alla figura del medico: «Un medico che si dichiara obiettore non è un medico completo, non dà al paziente una risposta completa». Per Don Gallo, la Chiesa aveva una responsabilità precisa in questa complessità: «la Chiesa è responsabile della non educazione sessuale». Il sacerdote credeva che «l'educazione sessuale dovrebbe essere un punto centrale» per affrontare seriamente la questione. Per lui, la dignità della donna e l'amore per il prossimo erano principi guida che andavano oltre le rigide interpretazioni dottrinali. «Non c’è scritto da nessuna parte che le donne erano subalterne agli uomini e che gli omosessuali erano emarginati. C’è scritto che Gesù amava tutti», sosteneva, difendendo pervicacemente la dignità della donna, l'uso del preservativo e gli omosessuali.
Don Andrea Gallo e Piero Chiambretti - Salone Internazionale del Libro - Torino, 7 aprile 2004
Il Conflitto con la Chiesa Istituzionale: Obbedienza, Coscienza e Autonomia
Il pensiero di Don Gallo, così profondamente radicato nella realtà della strada e nella difesa degli ultimi, lo ha inevitabilmente portato a scontrarsi con le posizioni ufficiali della Chiesa, in particolare per quanto riguarda l'aborto e la procreazione assistita. Le sue erano prese di posizione che, lungi dall'essere una negazione della sua fede, nascevano da una critica interna e profonda all'istituzione.
La "gravità delle affermazioni apparse sulla stampa" portò la Curia genovese a preannunciare ufficialmente una censura, che poteva andare dalla semplice ammonizione alla sospensione a divinis. Le colpe in capo al «sacerdote di strada» erano riassunte in una nota diffusa dall’Arcidiocesi, e riguardavano in particolare le sue posizioni sui referendum sulla procreazione assistita e le "precedenti esternazioni irriguardose sul compianto Giovanni Paolo II e sul nuovo Papa Benedetto XVI". Don Gallo era stato addirittura nominato testimonial per il sì ai referendum dal radicale Marco Pannella. Questa posizione, per la Curia, aveva "suscitato non poco sconcerto tra i fedeli" e perfino una "pubblica contestazione" durante una manifestazione in diocesi di Reggio Emilia.
La Curia genovese, evidentemente ispirata dal cardinale arcivescovo Tarcisio Bertone, con una lettera gli richiamò il sacerdote a fare chiarezza su quanto attribuitogli, chiedendogli di «rettificare pubblicamente, anche a mezzo stampa, le affermazioni da lui eventualmente pronunciate o a lui erroneamente attribuite». La Curia sottolineava come il "prete rosso" fosse "recidivo", essendo già stato richiamato in passato per posizioni analoghe.
La replica di Don Gallo non si fece attendere, sebbene con umiltà: egli annunciò che avrebbe fornito per iscritto i chiarimenti richiesti, considerando l'iniziativa «quasi un atto dovuto» poiché il cardinale era stato «sollecitato da lettere dai fedeli». Tuttavia, il suo chiarimento era una riaffermazione dei suoi principi: «In sintesi quello che io ho sostenuto è il rispetto del voto». Spiegò di non aver mai sostenuto le tesi del sì ai referendum, ma di aver «sempre invitato la scienza a riflettere e sostenuto la necessità che il parlamento riprenda in mano la questione, che ascolti gli scienziati, in difesa delle donne che sono le più deboli». Contestò l'idea che la Chiesa potesse imporre un'unica direzione di voto: «Non si può non tener conto della divisione dei ruoli tra la chiesa e lo Stato, non si può trascurare il fatto che molti italiani non condividono molti principi. Io non posso accettare che il mio vescovo mi ordini di non andare a votare». La sua linea era chiara: «il rispetto del voto, affrontiamolo, tastiamo il polso alla nostra società civile».
Il suo conflitto non era solo sulla questione specifica dell'aborto, ma su una visione più ampia del ruolo della Chiesa nella società. Don Gallo denunciava una Chiesa che si era trasformata in una delle «ultime monarchie assolute oggi esistenti» e che esercitava un «gravissimo potere moralistico sulle anime». Critiche severe erano rivolte ai «fasti e le ricchezze del Vaticano, le lotte intestine fra gli uffici di curia e le Conferenze Episcopali, l’abuso di intrusione nelle anime, gli scandali della pedofilia» che avevano fatto crescere il «disgusto nei confronti della Chiesa istituzionale». Per lui, lo scandalo dei preti pedofili era stato, a ben vedere, «una questione di difesa dell’istituzione temporale».
Don Gallo era convinto che «i cristiani possano e debbano entrare pacificamente nell’agorà della politica, e legittimamente perorare le loro cause, ma senza ingerenze o condizionamenti da parte delle gerarchie cattoliche». Sosteneva che «i cristiani non devono imporre nel mondo le proprie leggi, la tristezza, il risentimento e magari persino le armi». La sua "amata Chiesa" era divenuta, a suo parere, «così misogina e sessuofobica», una constatazione che lo spingeva a una critica feroce e incessante del potere ecclesiastico.

La Teologia di Strada: Amore, Misericordia e Bene Comune al Centro
La singolare posizione di Don Andrea Gallo sulla questione dell'aborto e le sue critiche all'istituzione ecclesiale non erano espressione di un allontanamento dalla fede, ma, al contrario, scaturivano da una teologia vissuta e praticata "sulla strada", dove l'amore, la misericordia e il bene comune erano i pilastri fondamentali. La sua spiritualità era profondamente evangelica, incentrata su un Gesù che "stava dalla parte degli ultimi, mai del potere".
Don Gallo credeva fermamente che «l’amore non chiede un contraccambio», e che la vera devozione si manifestasse in azioni concrete di solidarietà e giustizia sociale. Citava i gesti di Gesù come esempi: «Nutrire l’affamato, accogliere lo straniero, visitare l’ammalato sono gesti di restituzione e, dunque, atti di giustizia, ma per Gesù sono anche veri e propri gesti di devozione». Chi li compie, a suo dire, è come se «onorasse e rendesse culto a Dio stesso». Questo approccio pratico alla fede lo portava a considerare insufficiente una bontà limitata al proprio ambito personale: «Uno può anche porsi l’impegno della bontà, ma se non ha l’obiettivo del bene comune sarà buono solo con se stesso o al massimo con i propri familiari e vicini». Per lui, era essenziale «far crescere e maturare il senso civile della collettività e dell’utilità comune. Non basta la bontà».
La sua profonda umiltà lo portava a definirsi, anche a 84 anni, «un peccatore», sentendosi «sempre inadeguato, perché sono un garantito». Nonostante il suo lavoro per i poveri, i precari, i senza-casa, i rom, gli emarginati e i migranti, si percepiva come «un garantito rispetto all’umanità dolente che bussa ogni giorno alla mia porta e cerca aiuto». Questa consapevolezza della sua posizione privilegiata lo spingeva a un impegno ancora maggiore.
Nel suo pensiero, il concetto di peccato mortale, pur riconoscendone la dottrina (materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso), si traduceva in una visione più ampia e inclusiva. «Credo che l’unico vero peccato in cui possiamo incorrere sia la mancanza di amore», affermava. «Quando decidiamo deliberatamente di non amare la vita, il Creato e l’umanità intera, con le sue fragilità, stiamo commettendo il più grave degli errori». Questa prospettiva poneva l'amore al centro di ogni valutazione morale, superando le astratte condanne per abbracciare la complessa realtà umana.
Don Gallo proponeva un cristianesimo non impositivo, ma propositivo e dialogante. «I cristiani non devono imporre nel mondo le proprie leggi, la tristezza, il risentimento e magari persino le armi…». Al contrario, il vero credente deve esprimere la sua fede attraverso la vita e il comportamento, «ascolta prima di parlare, accoglie prima di giudicare, ama il mondo prima di difendersene, si nutre di creatività piuttosto che di paure e annuncia profeticamente invece di accusare». Questo era per lui il senso dell'«autenticità al posto dell’obbedienza», una trasparenza difficile ma necessaria.
La sua visione era quella di un Vangelo "poesia" e "musica che fa volare", una "voce che si ispira agli ultimi", una "brezza non violenta, anticapitalista, antifascista, contro l’empietà di chi si crede razza superiore". In un gesto di profonda sensibilità ecologica e spirituale, Don Gallo suggeriva che al decalogo di Mosè «andrebbe aggiunto un undicesimo comandamento che reciterebbe così: 'Onora la madre terra'». Il suo "Vangelo" non era dogmatico nel senso tradizionale, ma una continua ricerca della "buona novella" anche in contesti inaspettati: «Trovo del cristianesimo negli atei, nelle prostitute, nei miei carissimi barboni. Trovo in loro cioè la buona novella. È evangelista chi mi dà la buona notizia, non chi mi dice no all’aborto, no ai divorziati, no agli omosessuali».

Eco e Contrasti: Il Pensiero di Don Gallo nel Contesto Ecclesiale e Mediale
Le posizioni di Don Gallo, spesso scomode e provocatorie, hanno generato un'ampia eco, suscitando sia ammirazione sia forti critiche, sia all'interno che all'esterno della Chiesa. La sua "direzione ostinata e contraria", di deandreiana memoria, lo ha reso una figura dibattuta, la cui azione è stata interpretata in modi diversi, ma sempre con intensità.
La Curia genovese, come abbiamo visto, non fu l'unica a reagire. Quando il racconto delle sue azioni a favore delle prostitute incinte divenne pubblico, i monsignori misero subito nero su bianco la loro disapprovazione. Tuttavia, non tutte le voci ecclesiastiche erano allineate. Il cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi non si espresse pubblicamente, mentre un altro vescovo, Giuseppe Casale di Foggia, telefonò al "prete messo in croce" per esprimergli «affetto e solidarietà». Questo dimostra come il suo approccio, pur radicale, risuonasse con una parte del clero impegnata con gli "ultimi". Don Luigi Ciotti, del Gruppo Abele, era uno di questi, riconoscendo che «di fronte a simili situazioni, l'affermazione dei principî morali è necessaria, ma spesso appare come impotente».
Le riflessioni e le inquietudini che il suo caso sollevava non erano isolate nel mondo cattolico. Si ripresentavano dinamiche simili, ad esempio, nel contesto dei vescovi tedeschi e la loro controversia con Roma sulla questione dell'aborto. In Germania, dopo la depenalizzazione dell'aborto a due condizioni - se compiuto nelle prime dodici settimane di gravidanza e se la donna presenta un «certificato di consulenza» emesso da un consultorio autorizzato dallo Stato - la pietra dello scandalo fu che anche i consultori della Chiesa (265 su 1.685) erano coinvolti nell'emissione di tali certificati. Papa Giovanni Paolo II chiese ai vescovi tedeschi di uscire dai consultori di Stato, non accettando che si predicasse contro l'aborto e allo stesso tempo si rilasciasse la «licenza di uccidere». I vescovi, però, tennero duro, sostenendo che solo rimanendo nei consultori potevano incontrare le donne intenzionate ad abortire, per ascoltarle, dialogare e tentare di convincerle a cambiare idea, o comunque per restare loro vicine. Roma, tramite il Papa e i cardinali Joseph Ratzinger e Angelo Sodano, replicò che era «assai grave che la Chiesa, rilasciando il certificato, 'contribuisse all'uccisione di persone innocenti'». Sebbene i vescovi obbedirono aggiungendo una postilla ai certificati e, infine, abbandonando i consultori di Stato su ordine del Papa, molti di loro continuarono a sostenere in pubblico che la loro linea di condotta era la migliore. Questo scenario, rievocato da Olivier Clément, teologo ortodosso, che rimproverò il Papa di mancare di «misericordia» e di predicare principi così alti «che per molti diventano difficili da ascoltare», indicava che «l'aborto è un male, ma può essere un male minore, quasi sempre vissuto come tragedia, in situazioni di estrema miseria o di alta probabilità di generare dei mostri». Questa risonanza internazionale mostrava come il dilemma affrontato da Don Gallo non fosse isolato, ma un conflitto sentito a diversi livelli della Chiesa.
Anche i media, come era prevedibile, si interessarono al "caso Don Gallo", spesso con toni accesi e giudizi polarizzati. Un articolo di Renato Farina su "Il Giornale", intitolato "Quando l'abortista indossa la tonaca", arrivò a dichiarare: «Il caso di don Gallo e' spaventoso» e, addirittura, «mi viene in mente Mengele ad Auschwitz». Don Gallo criticava il giornalismo che si avventurava in campi non di sua competenza, affermando che «il dovere del giornalista è informare e, in qualche caso, l'esprimere opinioni; ma mai in campi - tanto meno dare giudizi - nei quali non si è competenti». E la trasmissione televisiva "Pinocchio", dedicata ai "Preti", mise in evidenza la "diversità di opinioni" su Don Gallo, creando l'impressione che i preti facessero «bellissimi discorsi» ma camminassero «con i piedi per aria e non vanno d'accordo fra di loro». Don Gallo era consapevole che «i media danno apparenze, non realtà».
Nonostante le polemiche, Don Gallo seppe usare anche la sua popolarità mediatica, da lui definita "fenomeno editoriale", non per vanità, ma per sostenere la sua Comunità. Se la sorte lo aveva reso un personaggio pubblico, non doveva «Scacciare le case editrici come i ragazzi che chiedono aiuto, oppure darmi da fare per tenere in piedi la Comunità?». Questo pragmatismo era la chiave del suo operato.
Don Andrea Gallo si spense a 84 anni nella sua casa di San Benedetto, lasciando un vuoto profondo. I ragazzi di San Benedetto, comprensibilmente sperduti senza la loro guida, hanno scelto di non toccare nulla del suo studiolo, lasciando ogni cosa com'era, quasi a veicolare l'affetto e a permettere un ultimo, estremo miracolo. Tutta Genova, dagli uomini di potere agli operai, dagli aristocratici ai senza tetto, dalle prostitute ai drogati, ha pianto la morte di Don Gallo. Era un sacerdote "angelicamente anarchico", un "partigiano della Fede e della Costituzione Italiana", che in ogni modo tentò di dare un nome e una dignità a chi non li possedeva. Mancheranno la sua simpatia contagiosa, il suo entusiasmo quasi fanciullesco, la sua passione inesauribile, la sua energia vigorosa e il suo sguardo luccicante. Qualsiasi persona lo abbia incontrato, anche solo di sfuggita, senza dubbio potrà dire di essersi sentita veramente amata su questa terra, forse solo per un attimo, oppure per un periodo più lungo, anche per tutta la vita.
