Dibattito sull'Aborto a Panama: La Legislazione Attuale nel Contesto Regionale e Globale

Il dibattito sull'aborto, tema complesso e profondamente divisivo, assume forme e intensità diverse in ogni angolo del mondo, riflettendo le specifiche sensibilità culturali, etiche, religiose e politiche di ogni nazione. A Panama, la legislazione sull'interruzione volontaria di gravidanza si inserisce in un quadro di restrizioni che caratterizza gran parte dell'America Latina, pur prevedendo determinate eccezioni. Comprendere la situazione panamense richiede un'analisi approfondita delle sue specifiche normative, ma anche un'attenta contestualizzazione nel panorama regionale e globale, segnato da movimenti di liberalizzazione e da significative regressioni.

La Legislazione Sull'Aborto a Panama: Un Quadro di Restrizioni Condizionate

A Panama, l’aborto è illegale. Nonostante questa criminalizzazione generale, la legge panamense ammette delle eccezioni che ne consentono la pratica in circostanze ben definite. Specificamente, l’interruzione di gravidanza è permessa in caso di malformazioni fetali. Inoltre, è consentita per salvare la vita della madre, evidenziando una priorità della salute materna in situazioni estreme. Un ulteriore caso in cui l'aborto è permesso a Panama è quello in cui la gravidanza è frutto di uno stupro, un riconoscimento, seppur limitato, della violenza subita dalla donna. Tuttavia, l'accesso a questa pratica è condizionato dall'autorizzazione dei genitori, un requisito che sottolinea la complessità del quadro legale e le possibili barriere, soprattutto per le giovani vittime. Questa posizione colloca Panama tra le nazioni dell'America Latina dove l'aborto è consentito soltanto in determinate e limitate circostanze, affiancandosi a paesi come Belize, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Paraguay, Perù, Trinidad e Tobago e Venezuela. In queste nazioni, l'interruzione di gravidanza è solitamente ammessa quando un medico accerta che la vita della donna è a rischio.

Un problema comune in tutto il Centroamerica, incluso Panama e buona parte dell’America Latina, è quello delle gravidanze precoci. Solo a Panama sono state diecimila lo scorso anno, un dato che evidenzia le sfide socio-sanitarie della regione e le conseguenze delle legislazioni restrittive sull'aborto. Il timore che il virus Zika, in rapida diffusione, possa provocare gravi malformazioni cerebrali nei feti ha indotto a consigliare alle donne di tutta l’America Latina di evitare le gravidanze. Ma l’aborto è illegale in buona parte della regione e le possibilità a disposizione delle donne che sono già incinte sono poche. Secondo la guida dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) degli Stati Uniti, Panama è tra i paesi e territori del continente americano dove l’epidemia di Zika è in corso, un fattore che aggiunge un ulteriore strato di complessità alla questione della salute riproduttiva in assenza di un accesso all'aborto sicuro e legale.

Mappa delle leggi sull'aborto in America Latina

Il Contesto Regionale Latinoamericano: Un Mosaico di Diritti e Divieti

In tutta l’America Latina, regione a netta prevalenza cattolica, i movimenti femministi da decenni si battono nel tentativo di ottenere legislazioni meno rigide. Questa lotta ha portato a diverse vittorie significative, ma anche a resistenze e a un quadro legislativo estremamente frammentato. Nonostante i progressi ottenuti, l’interruzione di gravidanza continua a essere stigmatizzata e criminalizzata in molti Paesi dell’America Latina e del Caribe, dove donne e ragazze sono spesso costrette a ricorrere a metodi illegali e pericolosi che mettono a rischio la loro vita e la loro salute. Stando agli ultimi dati disponibili, il 10% delle morti materne nella regione è dovuto a interruzioni di gravidanza clandestine, un dato allarmante che sottolinea le gravi conseguenze di politiche restrittive.

Progressi e Liberalizzazioni:Alcuni paesi della regione hanno fatto passi avanti importanti verso la liberalizzazione dell'aborto. In Argentina l’aborto è stato legalizzato dal 2021, anche se ora c’è il rischio concreto di passi indietro, dal momento che l’attuale presidente Javier Milei l’ha definito “un omicidio aggravato”. La legalizzazione in Argentina è avvenuta soprattutto grazie alla pressione esercitata dal movimento “Marea Verde“, che si è trasformato in un fenomeno di massa capace di rivitalizzare i movimenti femministi a livello globale.La Colombia ha visto una svolta grazie alla Corte Costituzionale che, nel 2022, ha stabilito che le donne possono abortire fino alla 24esima settimana di gravidanza senza dover chiedere alcun “permesso” da parte di medici o avvocati. Il movimento “Causa Justa“, che riunisce oltre 100 gruppi e migliaia di attiviste, ha contribuito in modo decisivo a cambiare sia il quadro giuridico che la percezione sociale dell’aborto nel Paese.Il Messico rappresenta un caso interessante: la Corte Suprema ha stabilito che “la negazione della possibilità di un’interruzione di gravidanza viola i diritti umani delle donne”, depenalizzando l'aborto a livello nazionale nel 2023 e obbligando i singoli Stati federali a rivedere le proprie norme. Tuttavia, alcuni Stati non si sono ancora adeguati alla legislazione federale, creando disparità nell’accesso ai servizi. Nel caso di Città del Messico, è un'eccezione nel Paese, qui l'aborto è legale fino a dodici settimane di gravidanza. Altri Stati del Messico, invece, hanno inasprito le proprie norme negli ultimi anni.In Cile, il presidente Boric ha annunciato pochi giorni fa la presentazione di un testo per legalizzare l’aborto. Anche in Ecuador è stato ammesso l’aborto nei casi di gravidanza frutto di violenza. L’interruzione di gravidanza è consentita senza restrizioni in Uruguay e Cuba, quest'ultimo pioniere della legalizzazione dell'aborto in America Latina. Anche a Porto Rico le attiviste pro-choice hanno ottenuto importanti successi, riuscendo a far respingere quattro proposte di legge in Congresso che miravano a limitare l’accesso all’aborto e a punire le donne che lo praticavano.

Aborto en América Latina hoy: leyes, acceso y la Marea Verde.

Paesi con Legislazioni Restrittive o Proibizioniste:Nonostante i progressi in alcune aree, nel maggior numero delle nazioni l’accesso all’aborto resta estremamente difficoltoso. Oltre al Brasile, l’aborto è consentito soltanto in determinate e limitate circostanze, di solito quando un medico accerta che la vita della donna è a rischio, in Belize, Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panama, Paraguay, Perù, Trinidad e Tobago e Venezuela. Le leggi in questi Paesi prevedono anche pene detentive per chi pratica l'aborto e per il personale che lo assiste.In El Salvador, l'aborto è completamente vietato e, nel 2022, un tribunale ha condannato una donna a 50 anni di carcere. Le disposizioni che prevedevano delle eccezioni, come la necessità di salvare la vita di una donna, sono state abolite nel 1997. L'aborto può essere considerato omicidio aggravato, e la madre, insieme al personale medico coinvolto, rischia pene detentive che vanno dai 30 ai 50 anni di carcere. La situazione è altrettanto severa a Haiti, Honduras, Giamaica, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Suriname, dove l'aborto è criminalizzato in ogni circostanza. In Honduras erano stati approvati nel 1997 degli articoli di legge volti a depenalizzare l'aborto per motivi terapeutici, eugenetici e legali, ma sono stati successivamente abrogati per decreto. Anche il Nicaragua ha vissuto una situazione simile: fino al 2006, l'aborto terapeutico era in vigore da più di 100 anni ma in quell'anno il Paese ha criminalizzato l'interruzione volontaria della gravidanza in tutte le circostanze, fortemente influenzata dalle Chiese cattolica ed evangelica. La Chiesa Cattolica, che ha molto peso in America Centrale, gioca un ruolo essenziale nella campagna per la difesa dei "non nati".

Il Caso Brasiliano: Un Esempio di Regressione Legislativa

Le ultime notizie dal Brasile non sono incoraggianti, evidenziando una decisa regressione nel dibattito sui diritti riproduttivi. Migliaia di manifestanti, donne e non soltanto, si stanno riversando nelle strade e nelle piazze delle principali città del paese, a partire da San Paolo (ma anche a Rio de Janeiro, Brasilia, Recife, Manaus), per protestare contro un disegno di legge, presentato dai conservatori al Congresso, che punta a equiparare all’omicidio l’interruzione di gravidanza eseguita dopo 22 settimane dal concepimento.

Attualmente, in Brasile le leggi sull’aborto sono particolarmente restrittive: è di fatto consentito soltanto in caso di stupro, di malformazione cerebrale del feto (anencefalia) e quando la vita della madre è in serio pericolo. Il codice penale brasiliano prevede una condanna da uno a tre anni di carcere per le donne (e per i medici o per il personale sanitario) che interrompono, al di fuori dei casi citati, una gravidanza. La nuova norma, chiamata Bill 1904, proposta dai legislatori evangelici - la comunità in Brasile è potentissima ed è la “colonna portante” dell’ideologia di estrema destra professata dall’ex presidente Jair Bolsonaro - non soltanto inasprirebbe le condanne da 6 a 20 anni di carcere, ma andrebbe a colpire anche le donne vittime di stupro. Il che ha scatenato le proteste delle associazioni in difesa dei diritti delle donne.

Ana Luiza Trancoso, membro del collettivo Juntas e del Fronte di Stato per la legalizzazione dell’aborto, ha promesso: «Non lasceremo le strade fino a quando questo disegno di legge non sarà accantonato». I manifestanti sono certi che il testo, se diventerà legge, riguarderà soprattutto le bambine vittime di stupro. Secondo il Forum sulla Sicurezza pubblica, nel 2022 gli stupri in Brasile sono stati quasi 75mila: nel 61% dei casi le vittime sono bambine al di sotto dei 13 anni, percentuale che sale al 75% sotto i 18 anni. Trancoso ha proseguito: «Le violenze avvengono spesso in casa (68% dei casi). E le bambine a quell’età non sono ancora pienamente consapevoli del loro corpo, non sanno cosa significhi essere incinte. Ecco perché la scoperta della gravidanza arriva spesso tardi. Inoltre, sappiamo che i servizi di aborto legale pongono sempre degli ostacoli. In alcuni casi, le ragazze hanno dovuto trasferirsi in un’altra città o in un altro stato per abortire, il che fa trascorrere giorni e settimane». Fino ad arrivare al paradosso che la donna vittima dell’abuso sessuale, a prescindere dall’età, rischierebbe una condanna superiore a quella di chi commette il crimine, dello stupratore.

Il disegno di legge sembra quasi una provocazione verso la maggioranza progressista che sostiene il presidente Lula, il quale in campagna elettorale aveva tentato di “conquistare” il voto degli evangelici professando la sua contrarietà all’interruzione di gravidanza. Il promotore della legge è Sostenes Cavalcante, un deputato federale, vicepresidente della Camera e pastore evangelico dell’Assemblea di Dio, membro del Partido Liberal, di estrema destra, dell’ex presidente Bolsonaro. Di fronte al montare delle polemiche, Cavalcante si è limitato a dirsi pronto a proporre un inasprimento delle pene per gli stupratori. Ma nessun passo indietro rispetto al cuore della norma, che ha invece raccolto soltanto critiche, sia dalle istituzioni, sia dalla società civile.

A partire proprio dal presidente Lula, che non è immediatamente intervenuto, ma che dal recente G7 in Italia ha dichiarato: «Io, Luiz Inácio Lula da Silva, resto contrario all’aborto. Ma dal momento che l’aborto è una realtà, dev’essere considerato come un problema di salute pubblica. E penso che sia una follia voler punire una donna con una pena superiore del criminale che ha commesso lo stupro». Il presidente della Camera, il progressista, Arthur Lira, dopo un iniziale tentennamento ha detto che non ha alcuna intenzione di mettere ai voti, in tempi brevi, la proposta in seduta plenaria, e che si aspetta che il testo venga modificato. E comunque l’approvazione della legge sarebbe tutt’altro che scontata nell’ulteriore passaggio al Senato, dove i conservatori sono meno “forti”. Peraltro il presidente del Senato, Rodrigo Pacheco, ha già detto che il disegno di legge dovrà essere discusso in commissione prima di un eventuale voto. E in ultima istanza, prima di diventare legge, serve in ogni caso la firma del presidente Lula.

Il ministro per i Diritti Umani, Silvio Almeida, ha espresso con più nettezza la sua contrarietà alla proposta di legge: «È difficile credere che la società brasiliana, con i numerosi problemi che ha, stia discutendo in questo momento se una donna stuprata e uno stupratore abbiano lo stesso valore per la legge. O peggio: se uno stupratore possa essere considerato meno criminale di una donna stuprata. Questa sarebbe una debacle… Il testo è vergognosamente incostituzionale, viola i diritti umani fondamentali e sottopone le donne stuprate a un’umiliazione inaccettabile». La ministra per le Donne del governo brasiliano, Cida Gonçalves, porta altri numeri sui quali riflettere: «I dati del Sistema Sanitario Unificato rivelano che, in media, ogni giorno in Brasile 38 ragazze di 14 anni, o meno, diventano madri. Che si tratti di disinformazione sui diritti e su come accedervi, o a causa della scarsità di servizi di riferimento e di professionisti qualificati, il Brasile delega la maternità forzata a queste ragazze stuprate, danneggiando non solo il loro futuro sociale ed economico, ma anche la loro salute fisica e psicologica. In altre parole, perpetua cicli di povertà e vulnerabilità, come l’abbandono scolastico».

Manifestazione contro il Bill 1904 in Brasile

Implicazioni Umanitarie e di Salute Pubblica

La negazione del diritto d’accesso a un aborto sicuro è da considerarsi una violazione del diritto alla salute, del diritto alla privacy e, in alcuni casi, del diritto alla libertà da trattamenti crudeli, inumani e degradanti. In quest’ultimo caso, la negazione del diritto è frequentemente legata a questioni di discriminazione e violenza di genere. A tal proposito si è espressa la Commissione per l’Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne, spiegando come l’inosservanza del diritto alla salute riproduttiva della donna - frequentemente concretizzata in una criminalizzazione dell’aborto o nella prosecuzione forzata della gravidanza - sia una forma di violenza di genere assimilabile alla tortura o al trattamento inumano. Già nel 1967 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riconosceva l’aborto non sicuro come un serio problema di salute pubblica, e nel 2003 sviluppava apposite linee guida tecniche e politiche in sua opposizione, compresa la raccomandazione agli Stati del mondo di disciplinare in merito alla protezione della salute delle donne. Sulla stessa linea, nel 1994 - durante la Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo - ben 179 governi firmarono un programma d’azione nel quale veniva sancito un impegno formale alla prevenzione dell’aborto non sicuro.

Il Center for Reproductive Rights, l’unica organizzazione globale di difesa legale al mondo che si occupa della promozione dei diritti riproduttivi, stima che in tutta l’America Latina e i Caraibi circa l’83% delle donne in età riproduttiva vive in paesi con legislazioni restrittive sull’aborto; che l’80% delle vittime di violenze sessuali hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni; e che le ragazze sotto i 15 anni hanno quattro volte più probabilità di morire durante la gravidanza o il parto rispetto a una donna adulta. Indiana Jiménez, direttrice delle comunicazioni della ONG dominicana Profamilia, ha spiegato in un'intervista che: «In molti di queste nazioni il diritto all’aborto non è nemmeno tra le priorità assolute per le donne, che devono quotidianamente affrontare altri problemi quotidiani, come l’accesso all’acqua, al cibo, al lavoro, o come contenere la brutale violenza domestica». Tuttavia, il tema dell’aborto sta tornando di prepotenza al centro del dibattito politico, non soltanto in America Latina, ma anche nel Nord America e in Europa.

Il Ruolo delle Istituzioni Religiose e il Dibattito Globale

L'influenza delle istituzioni religiose, in particolare della Chiesa Cattolica e dei movimenti evangelici, è un fattore determinante nelle politiche sull'aborto in molte regioni del mondo, specialmente in America Latina. Questa influenza è spesso visibile nel sostegno a legislazioni restrittive e nella mobilitazione di movimenti "Pro Vita". Il Papa Francesco, sul volo di ritorno da Panama, ha espresso una posizione chiara: «Io, Luiz Inácio Lula da Silva, resto contrario all’aborto». Ha aggiunto: «Non mi stancherò mai di dire che l’aborto è un omicidio, un atto criminale». Tuttavia, ha anche sottolineato la necessità di misericordia e accompagnamento per le donne che hanno abortito, affermando: «Bisogna essere nel confessionale, lì devi dare consolazione e per questo ho concesso a tutti i preti la facoltà di assolvere l’aborto per misericordia». Ha offerto un consiglio alle donne in questa angoscia: «Tuo figlio è in cielo, parla con lui, cantagli la ninna nanna che non hai potuto cantargli». Questa prospettiva evidenzia il tentativo della Chiesa di bilanciare la condanna morale dell'aborto con la compassione per le donne.

Flavia Biroli, politologa e docente di scienze politiche all’Università di Brasilia, sostiene che: «In Brasile c’è un allineamento molto chiaro tra l’estrema destra e le prospettive anti-gender, anti-femministe e anti-diritti umani». Ha aggiunto: «È un’estrema destra che ha tra i suoi membri religiosi molto conservatori, evangelici e cattolici, ma anche poliziotti e militari». Questo allineamento politico-religioso è uno “strumento” che la destra più religiosa e conservatrice utilizza un po’ ovunque, quasi trasformandolo in un cliché per raccogliere seguaci e proponendo sistemi sempre più oppressivi, basati sulla considerazione-cardine che le donne siano incapaci di prendere decisioni autonome su quel che accade nel proprio corpo. La Chiesa Cattolica, che ha molto peso in America Centrale, gioca un ruolo essenziale nella campagna per la difesa dei "non nati".

Papa Francesco e giovani in piazza a Panama

Globalmente si registra una tendenza alla liberalizzazione delle pratiche di aborto: solo tra il 2000 e il 2009 ventinove Paesi del mondo hanno modificato le proprie leggi sull’aborto e tutti (ad eccezione del Nicaragua) hanno ampliato le motivazioni giuridiche che consentono l’accesso al servizio di interruzione di gravidanza. I Paesi più industrializzati sono quelli che offrono maggiori certezze in merito, mentre di norma i Paesi del Sud del mondo oscillano tra garanzie condizionate e negazione totale. Se esaminiamo il globo sotto la lente del diritto all’aborto possiamo identificare cinque categorie di Paesi.

I Paesi che proibiscono completamente l’aborto sono ventisei, tra cui El Salvador, Nicaragua e la Repubblica Dominicana in America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Senegal in Africa, Iraq e Filippine in Asia e Medio Oriente e, in ultimo, Malta e San Marino nell’area europea. Circa trentanove Paesi consentono il ricorso all’aborto solo a condizione che esso sia necessario per salvare la vita della madre, mentre cinquantasei Stati lo permettono unicamente al fine di preservare la salute fisica e mentale della madre. Quattordici sono, invece, quei Paesi in cui l’aborto è possibile su basi sociali ed economiche, cioè in cui il ricorso all’aborto è valutato rispetto all’impatto che una gravidanza avrebbe sulla madre alla luce delle sue condizioni sociali ed economiche e dell’ambiente in cui essa vive. L’India, tra tanti, è uno dei paesi che appartengono a tale categoria e proprio l’India nel 2020 ha visto l’approvazione del Medical Termination of Pregnancy (Amendment) Bill, secondo il quale per praticare l’interruzione di gravidanza per feti fino alle dodici settimane di età è richiesto il parere di un solo medico, riguardo ai possibili rischi che la prosecuzione della gravidanza potrebbe portare alla salute fisica e mentale della madre o al benessere del futuro nascituro. In ultimo, sono ben sessantasette i paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è possibile su richiesta della donna, fatto salvo il limite massimo per la pratica dell’aborto, comunemente fissato a dodici settimane. Circa il 60% delle donne in età riproduttiva vive in uno dei Paesi in cui l’aborto è praticato; di contro, un 40% affronta barriere legali insormontabili, e ciò si ripercuote negativamente sulla salute di più di 700 milioni di donne nel mondo.

Tendenze Controcorrente: Restrizioni e Regressioni:Seppure molti Stati abbiano intrapreso un cammino verso la garanzia di aborto sicuro, altri, invece, hanno deciso per un ampliamento delle restrizioni. La più netta sta avvenendo negli Stati Uniti, dove ormai due anni fa la Corte Suprema, ribaltando la storica sentenza “Roe v. Wade”, ha posto fine al diritto legale all’aborto a livello nazionale. Il 24 giugno 2022, con 6 favorevoli e 3 contrari, è stata annullata dalla Corte Suprema la sentenza Roe v. Wade che, dal 1973, riconosceva alle donne il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza. Nel documento si legge: "La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è implicitamente protetto da alcuna disposizione costituzionale". L'annullamento della sentenza del 1973 lascia dunque i singoli Stati liberi di applicare le proprie leggi interne in materia. Oggi in 14 stati vige un divieto totale o quasi totale sull’aborto: dall’Alabama alla Louisiana, dal Kentucky all’Oklahoma, dal Missouri al Texas. Quattro stati invece (California, Michigan, Vermont e Ohio) hanno sancito il diritto alla libertà riproduttiva nelle loro costituzioni. La questione, quando ormai mancano poco più di 4 mesi alle elezioni presidenziali, continua a dividere gli schieramenti. Secondo un sondaggio della Cnn, pubblicato il mese scorso, circa due terzi degli americani si dichiarano contrari alla sentenza della Corte Suprema. Negli stati in cui l’aborto è oggi vietato, il 52% degli intervistati ritiene che la legislazione sia “eccessivamente restrittiva”. La Cnn scrive: «Il presidente Joe Biden sta facendo del sostegno al diritto all’aborto un punto focale della sua campagna presidenziale».

Un esempio di restrizione è la Polonia, che a inizio anno ha promulgato una nuova legge che aggiunge ulteriori limitazioni alle donne che scelgono di abortire, criminalizzando l’interruzione di gravidanza in casi di malformazione del feto. La Corte europea dei diritti dell'uomo in diversi casi ha constatato la violazione dei diritti umani da parte della Polonia a causa della sua incapacità di garantire l'accessibilità pratica dell'aborto legale. Anche in Europa, l’argomento resta divisivo, nonostante il Parlamento Europeo, lo scorso aprile, abbia votato una risoluzione a favore dell’inserimento del diritto all’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. I voti a favore sono stati 336 (soprattutto deputati di sinistra e centristi), 163 i contrari. Tuttavia, è stato un voto del tutto simbolico: per includere il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE servirebbe il voto favorevole di tutti i 27 stati membri, molti dei quali sono guidati da governi di destra che restano fortemente contrari (a partire dall’Italia).

Paesi con Divieto Totale o Quasi Totale in Europa:Se, infatti, la maggioranza dei Paesi europei rientra nell’ultima delle cinque categorie sopra menzionate, sei di questi hanno ancora norme fortemente restrittive in materia, non permettendo né l’aborto su richiesta né quello su basi socio-economiche: Andorra, San Marino e Malta non consentono l’aborto in nessuna circostanza; il Liechtenstein lo permette solo in casi di rischio per la salute della donna o in casi in cui la gravidanza risulti da uno stupro; Monaco e la Polonia lo consentono nei casi appena citati e con possibilità di gravi anomalie del feto. A Malta l'aborto è illegale. L'aborto in Liechtenstein è illegale in quasi tutte le circostanze, punibile con il carcere per la madre e il medico. L'articolo 96 del codice penale liechtensteinese dichiara illegale l'aborto con l'eccezione di un serio danno per la vita o la salute fisica della donna che può essere prevenuto unicamente con l'aborto o di una donna minore di 14 anni al momento del concepimento non sposata con il padre del bambino. L'aborto è punibile con la reclusione fino a tre anni per il medico e fino ad un anno per la madre.

Esempi di Progressi e Sfide in Europa:A fare da apripista per la liberalizzazione era stata la stessa Francia, che nel marzo di quest’anno (prima nazione al mondo), ha inserito il diritto all’aborto in Costituzione. La deputata francese Manon Aubry, co-presidente del Gruppo della Sinistra (GUE/NGL), ha sostenuto: «Il diritto all’aborto non è una questione di punti di vista. Il diritto all’aborto non è una questione controversa. È una libertà fondamentale. E il diritto all’aborto non uccide. Al contrario, salva delle vite». La depenalizzazione dell'aborto in Francia, la si ebbe sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing e grazie alla sua ministra della salute Simone Veil, che il 17 gennaio 1975 riuscì a far approvare quella che sarebbe poi passata alla storia come la legge Veil. Quasi 50 anni dopo il presidente Emmanuel Macron, preoccupato per la messa in discussione del diritto di aborto in molti Paesi del mondo, è riuscito a far iscrivere nella Costituzione il diritto delle donne a interrompere delle gravidanze non volute.

In Italia, il documento finale del recente G7, a guida italiana (al quale ha partecipato anche il Papa: non era mai accaduto), ha visto “sparire” qualsiasi esplicito riferimento all’aborto, all’orientamento sessuale e all’identità di genere, facendo esultare i sostenitori dei movimenti “Pro Vita”. Oltre al Vaticano naturalmente («Non mi stancherò mai di dire che l’aborto è un omicidio, un atto criminale», ripete il Papa). Ed è utile ricordare che proprio in Italia 7 ginecologi su 10 si rifiutano ancora oggi di praticare l’aborto. Secondo il report Mai Dati nel nostro paese ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza, 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiettori tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS. Sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. La legge italiana che regola l'accesso all'aborto è la legge 22 maggio 1978, n. 194, approvata dal parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e regolamentazione dell'interruzione volontaria di gravidanza da parte del Partito Radicale e del Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (CISA) a seguito al caso Pierobon, che nel 1976 avevano raccolto oltre 700.000 firme per un referendum - patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L'Espresso - per l'abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati d'aborto su donna consenziente, di istigazione all'aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Solo l'anno precedente il referendum sul divorzio aveva mostrato la distanza tra l'opinione pubblica e la coalizione a guida democristiana al governo. La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, consigliare gli enti locali, e contribuire al superamento delle cause dell'interruzione della gravidanza. Il ginecologo può esercitare l'obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l'intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo". Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione referendaria il 17 maggio 1981. Il TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) vieta la pubblicità delle tecniche e dei farmaci abortivi. La legge italiana prevede per le donne il diritto di partorire restando anonime e di lasciare il neonato all'ospedale per l'affido temporaneo a una famiglia di genitori disposta ad adottarlo.

L'interruzione della gravidanza in Svizzera è lecita. Dal 2 giugno 2002 è in vigore il cosiddetto "regime dei termini" previsto dall'articolo 119 del codice penale elvetico: l’interruzione della gravidanza non è punibile se viene praticata entro dodici settimane dall’inizio dell’ultima mestruazione. La donna incinta deve presentare una richiesta scritta e far valere di trovarsi in uno stato d’angustia. Prima dell’intervento, il medico deve tenere con lei un colloquio approfondito e fornirle tutte le informazioni utili. Scaduto il termine di dodici settimane, l’interruzione della gravidanza non è punibile se il medico la reputa necessaria per evitare alla donna incinta il pericolo di un grave danno fisico o di una grave angustia psichica. Prima del 2002 la legge consentiva di interrompere la gravidanza se un pericolo, non altrimenti evitabile, minacciava la vita stessa della madre oppure minacciava seriamente la sua salute in modo grave e permanente. Il medico che praticava l’interruzione della gravidanza doveva ottenere il parere conforme di un secondo medico.

Altri Contesti Globali:In India, l'aborto selettivo impedirebbe la nascita di 500.000 bambine all'anno, secondo uno studio del Lancet. Il governo indiano stima che nel 1991 ogni 1000 uomini nel paese vivevano 972 donne, mentre nel 2001 la media era scesa a 933. Per scongiurare l'aborto di feti femminili il governo insieme al Plan International hanno prodotto anche una soap opera intitolata Nata dall'anima, per raggiungere e sensibilizzare le donne. Per la continuità dinastica si preferisce avere figli maschi, che al matrimonio restano in casa e si occupano degli anziani genitori, piuttosto che una femmina. A tal proposito dal 1994 sono stati vietati gli esami prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro. Tuttavia sono molti i medici disposti ad ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. Anche per questo ha fatto scalpore l'arresto di un medico, Anil Sabhani, che ha praticato nel 2006 un aborto selettivo di un feto di sesso femminile. Il medico ed il suo assistente sono stati condannati a due anni di prigione e a pagare un'ammenda di 5.000 rupie a testa (circa 100 dollari). Si è recentemente tentato di legiferare contro l'aborto selettivo, ma alla fine non si è giunti a nessun risultato: è considerato diritto della donna conoscere il sesso del nascituro.

La legislazione turca consente l'aborto fino alla decima settimana di gestazione, a patto di soddisfare uno dei seguenti casi: minaccia alla salute psico-fisica della donna, menomazione psico-fisica del feto, stupro o incesto, giustificati motivi di ordine economico-sociale. Se la donna è minorenne, è necessario il consenso dei genitori. Se la donna è sposata, è richiesto il consenso del marito. Una differenza sostanziale rispetto all'Occidente è la previsione del consenso preventivo da parte dei genitori del minorenne o del marito della maggiorenne. In altre parole, la scelta di disporre del proprio corpo non spetta esclusivamente alla donna. Nel 2012, il governo Erdoğan propose una legge che voleva introdurre l'obiezione di coscienza per i medici e un periodo di preavviso e attesa obbligatori fra la richiesta e l'intervento di interruzione di gravidanza.

In Albania, il governo di Enver Hoxha adottò una politica demografica espansiva, che scoraggiava l'aborto, portando le donne a praticare l'interruzione illegalmente o addirittura da sole. Numeri dell'ONU stimavano un tasso di mortalità femminile intorno al 50% sul totale di gravidanze. Nel 1989 arrivò una prima apertura alla legalizzazione, limitata ai casi di incesto, stupro e alle minori di sedici anni.

In Canada, nel 1988 la Corte suprema si è espressa in modo contrario a una legge che criminalizzava l'aborto in quasi tutti i casi. Da allora nessun tentativo di legiferare in materia a livello federale ha avuto successo. Negli stati del Nord, già dagli anni '60 era liberamente praticato anche se in teoria illegale.

L'attuale situazione pandemica ha influito in maniera negativa sulla possibilità di effettuare interruzioni di gravidanza: barriere normative sono infatti state progressivamente imposte all’aborto in dodici Paesi dell’area europea (Belgio, Estonia, Irlanda, Finlandia, Francia, Norvegia, Portogallo, Svizzera, Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord). La pratica dell’aborto su consulto telematico è stata utilizzata prevalentemente nei Paesi del Regno Unito e in Danimarca, mentre la Francia e l’Irlanda sono ricorse a uno spostamento del limite per l’aborto domestico a nove settimane.

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