Il progresso della medicina, pur offrendo soluzioni a problemi complessi, ha talvolta rivelato sfide inaspettate e conseguenze a lungo termine che hanno profondamente modellato la comprensione della sicurezza farmaceutica. Tra i casi più emblematici figura quello del dietilstilbestrolo (DES), un estrogeno sintetico che, somministrato per decenni a milioni di donne, ha lasciato un'eredità di problematiche di salute che si manifestano ancora oggi, evidenziando la cruciale importanza della farmacovigilanza.

Origini e Diffusione del Dietilstilbestrolo
Il dietilstilbestrolo è un estrogeno di origine sintetica, sviluppato all’Università di Oxford nel 1938 grazie a uno stanziamento dei Medical Research Council inglesi. Per una politica contraria ai profitti ricavati da farmaci scoperti con fondi pubblici, non è mai stato brevettato, il che ne facilitò la diffusione. La Food and Drug Administration (FDA) statunitense autorizzò il suo utilizzo nel 1941 per curare una serie di sintomi della menopausa, per interrompere la lattazione dopo la nascita del bambino e per ridurre gli ingorghi mammari.
Negli anni ‘40 e ‘50, il DES venne ampiamente introdotto, oltre alla ben nota talidomide, come un nuovo farmaco per curare problemi comuni in gravidanza. Moltissimi medici trovarono impossibile resistere all’ondata collettiva di prescrizione, dal momento che numerosi loro colleghi lo usavano e grandi e affidabili aziende farmaceutiche lo promuovevano attivamente. Si diffuse la credenza, sebbene infondata, che potesse prevenire gli aborti spontanei e alleviare le nausee mattutine nelle donne incinte, divenendo una pratica comune.
Tuttavia, già nel 1953, uno studio molto accurato pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology dimostrò che il dietilstilbestrolo non migliorava in alcun modo gli esiti delle gravidanze. Nonostante questa evidenza scientifica precoce, il farmaco continuò a essere ampiamente prescritto per quasi due decenni, a dimostrazione di quanto sia complesso cambiare pratiche mediche consolidate. A poco a poco, nel tempo, tutti i testi di medicina arrivarono a dichiarare che non aveva efficacia.
Le Conseguenze Nascoste: La Scoperta degli Effetti a Lungo Termine
Il primo campanello d’allarme suonò nel 1971 quando dei ricercatori di Boston pubblicarono, sul New England Journal of Medicine, uno studio su una forma molto rara di cancro chiamata adenocarcinoma a cellule chiare della vagina. Un’indagine approfondita rilevò che le madri di sette delle otto pazienti partecipanti allo studio avevano assunto il dietilstilbestrolo (DES) in gravidanza. Le ragazze e giovani donne erano state, quindi, esposte al DES nel grembo materno, ma le conseguenze si erano manifestate soltanto tra i 14 e i 22 anni dopo. Questo ritardo nella manifestazione degli effetti collaterali, a differenza di quanto accaduto con la talidomide che mostrava danni fetali immediati e visibili, rese la correlazione tra DES e malattia molto più difficile da individuare inizialmente.
Adesso si sa che l’esposizione al dietilstilbestrolo (DES) in utero aumenta di quaranta volte il rischio di sviluppare questo genere di cancro. Ma l'adenocarcinoma a cellule chiare della vagina fu solo la punta dell'iceberg di una serie di gravi problemi di salute che emersero a distanza di molti anni e persino decenni.

L'Impatto Multigenerazionale Sulla Salute Riproduttiva e non Solo
Uno studio statunitense, basato sui dati cumulativi di tre studi iniziati negli anni settanta e continuati con il follow-up delle donne le cui madri erano state trattate durante la gravidanza con il dietilstilbestrolo, ha raccolto a distanza di tanti anni informazioni cruciali. Questo studio, pubblicato sul N Engl J Med 2011;365:1304-14 e diretto dal Dr. Robert Hoover presso il National Cancer Institute, ha confrontato i rischi cumulativi incontrati dalle donne esposte al DES in utero (4.653 con madri trattate) con quelli di un gruppo di controllo (1.927 controlli) che non avevano assunto il farmaco. I rischi cumulativi vanno tutti nella stessa direzione, mostrando un significativo aumento di problematiche per la "generazione DES" (F1), ovvero le figlie delle donne trattate.
Le conseguenze individuate includono:
- Rischio di infertilità: 33,3% per le trattate rispetto a 15,5% nei controlli (hazard ratio 2,37), un raddoppio del loro tasso di infertilità.
- Rischio di aborto spontaneo: 50,3% rispetto a 38,6% (hazard ratio 1,64).
- Rischio di parto pretermine: 53,3% rispetto a 17,8% (hazard ratio 4,68).
- Rischio di perdita fetale nel secondo trimestre di gravidanza: 16,4% rispetto a 1,7% (hazard ratio 3,77).
- Rischio di gravidanza ectopica: 14,6% rispetto a 2,9% (hazard ratio 3,72).
- Rischio di preeclampsia: 26,4% rispetto a 13,7% (hazard ratio 1,42).
- Rischio di natimortalità: 8,9% rispetto a 2,6% (hazard ratio 2,45).
- Rischio di menopausa precoce: 5,1% rispetto a 1,7% (hazard ratio 2,35).
- Rischio di neoplasia intraepiteliale cervicale di grado 2 o maggiore: 6,9% rispetto a 3,4% (hazard ratio 2,28).
- Rischio di cancro della mammella dopo i 40 anni: 3,9% rispetto a 2,2% (hazard ratio 1,82).
Tutti questi gravissimi problemi di salute non furono individuati prima perché, diversamente dalla talidomide, gli effetti del DES si manifestarono dopo molti decenni, rendendo l'identificazione della correlazione estremamente complessa.
La Sindrome da Dietilstilbestrolo (DES) e le Anomalie Strutturali
La sindrome da dietilstilbestrolo (DES) è una malattia malformativa descritta nella discendenza (figli e nipoti) delle donne esposte al DES durante la gravidanza. È caratterizzata da malformazioni dell'apparato riproduttivo, diminuzione della fertilità e aumento del rischio di carcinoma a cellule chiare della vagina e della cervice nelle giovani donne.
Le malformazioni dell'apparato riproduttivo descritte nella sindrome da DES comprendono l'utero ipoplasico a forma di T e altre anomalie dell'utero e delle tube, che aumentano il rischio di aborto nelle femmine. Tra le anomalie più comuni, come l'agenesia cervicale (assenza completa) o la duplicazione totale, la categoria LB43.Y del sistema di codifica include varianti meno frequenti ma clinicamente rilevanti. Tra queste rientrano l'ipoplasia cervicale (una cervice sottosviluppata), la cervice setta (presenza di un setto fibroso o muscolare che divide il canale cervicale) e altre deviazioni anatomiche che non rientrano nelle classificazioni standard. Una conseguenza storica nota di esposizione in utero al DES è la cervice "a collare" o l'ipoplasia cervicale.
Nei maschi esposti al DES in utero si osservano cisti epididimali, micropene, criptorchidismo o ipoplasia testicolare.
Molte donne con anomalie strutturali della cervice rimangono asintomatiche fino alla pubertà o fino a quando non cercano una gravidanza. Il sintomo più comune legato alle anomalie ostruttive (come un setto cervicale serrato o un'ipoplasia severa) è il dolore pelvico cronico o ciclico. Questo accade perché il sangue mestruale non riesce a defluire correttamente, accumulandosi nell'utero.
Comprendere queste anomalie è fondamentale poiché la cervice svolge un ruolo cruciale sia nella funzione riproduttiva, agendo come barriera protettiva e supporto meccanico durante la gravidanza, sia nel passaggio del flusso mestruale. Questi errori nell’organogenesi sono spesso dovuti a interruzioni durante la sesta e la dodicesima settimana di gestazione, quando i dotti di Müller devono fondersi e canalizzarsi, un processo su cui gli estrogeni sintetici come il DES possono interferire gravemente.
Diagnosi e Trattamento delle Anomalie Indotte dal DES
La diagnosi delle anomalie strutturali della cervice richiede un approccio multidisciplinare e l’utilizzo di tecniche di imaging avanzate. L’ecografia transvaginale 3D è lo standard d’oro iniziale per la valutazione. La risonanza magnetica (RM) pelvica fornisce i dettagli anatomici più precisi, risultando utile per pianificare eventuali interventi chirurgici. L’isterosalpingografia (HSG) è un esame radiologico che utilizza un mezzo di contrasto per mappare la cavità uterina e il canale cervicale, mentre l’isteroscopia è una procedura endoscopica che permette di guardare direttamente all’interno della cervice e dell’utero.
Il trattamento non è sempre necessario, specialmente se la donna è asintomatica e non desidera gravidanze. Dal punto di vista della salute generale, queste anomalie non riducono l’aspettativa di vita. Tuttavia, il decorso dipende fortemente dal tipo di malformazione. Le donne con setti cervicali trattati chirurgicamente hanno spesso gravidanze portate a termine con successo. È importante sottolineare che queste pazienti possono avere un rischio leggermente superiore di sviluppare endometriosi, a causa del possibile reflusso retrogrado di sangue mestruale se il deflusso cervicale è ostacolato. Trattandosi di anomalie congenite, ovvero presenti dalla nascita, non esiste una prevenzione primaria efficace nel senso tradizionale del termine, se non l'evitare l'esposizione a teratogeni noti.
Nuove Scoperte: L'Impatto sulla Generazione F2
Oltre alle dirette conseguenze sulla generazione F1, adesso si sa che esiste anche una correlazione tra l’esposizione a dietilstilbestrolo durante la gravidanza e l’incremento multigenerazionale del rischio di deficit del neurosviluppo, in particolare di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Uno studio di coorte, sviluppato per la prima volta nel 1989, ha seguito un gruppo di infermiere professionali tra i 25 e i 42 anni di età (n=116.686) che hanno risposto a un questionario riguardante stili di vita e fattori di rischio, uso di medicinali e principali disturbi di salute. Le partecipanti, indicate nello studio come generazione F1, erano nate nel periodo in cui il dietilstilbestrolo veniva ancora ampiamente prescritto. Dai dati è risultato che un totale di 861 madri (1,8%) nella generazione F0 (le madri delle partecipanti allo studio) aveva fatto uso di dietilstilbestrolo. Nella generazione F2 (i nipoti delle donne esposte al DES), il tasso di ADHD era più elevato nei nipoti di donne che avevano fatto uso del farmaco (7,7% vs 5,2%, rispettivamente; odds ratio = 1,36). Queste scoperte evidenziano la portata transgenerazionale delle conseguenze del DES, sollevando ulteriori interrogativi sulla sicurezza a lungo termine dei farmaci in gravidanza.
L'esperienza umana della terapia, con Maurizio Andolfi
La Storia della Farmacovigilanza: Una Disciplina Nata da Errori Tragici
Le conseguenze a distanza di tempo dell’uso di alcuni farmaci, come il DES, devono far riflettere e rendere sempre più efficienti i meccanismi di controllo sulla sicurezza prima dell’immissione in commercio di una nuova molecola. Questa è la ragion d'essere della farmacovigilanza.
Definizione e Nascita della Farmacovigilanza
Il termine farmacovigilanza deriva dalle parole greche e latine pharmakon, ovvero sostanza medicinale, e vigilia, ovvero vegliare. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la farmacovigilanza è “la disciplina e l’insieme di attività volte all’individuazione, valutazione e prevenzione di effetti avversi o altri problemi correlati all’utilizzo dei farmaci”.
La farmacovigilanza nasce ufficialmente nel 1961 in Gran Bretagna in seguito ai gravi eventi avversi causati dalla somministrazione della Talidomide a donne in gravidanza. Questo evento cruciale segnò l’avvio dell’attività di sorveglianza sui farmaci, ma numerosi sono stati i casi di reazioni sospette precedenti che hanno condotto a questa attività per come la conosciamo oggi.

Eventi Chiave che Hanno Modellato la Farmacovigilanza
Numerosi eventi hanno segnato la storia della farmacovigilanza, portando alla sua costituzione moderna:
1847 - Cloroformio: Il cloroformio venne utilizzato come anestetizzante a partire dal 1847. L’anno seguente, una ragazza di soli 15 anni morì in seguito alla sua assunzione. Questo tragico evento suscitò preoccupazione, spingendo il Lancet Journal a istituire una commissione e a sollecitare i medici inglesi a segnalare casi simili. Si aprì dunque un dibattito sulla sicurezza delle procedure anestetiche e, in seguito a varie segnalazioni, il farmaco cessò di essere utilizzato come anestetico nel 1976.
1937 - Sulfanilamide: Un altro punto di svolta avvenne negli Stati Uniti nel 1937, quando 107 persone, tra cui 76 neonati, persero la vita a causa di una nuova formulazione liquida di Sulfanilamide contenente come diluente il solvente dietilenglicole, causa delle reazioni fatali. Attualmente, questo componente è noto per la sua elevata tossicità ed è utilizzato come liquido antigelo nei motori delle vetture.
1961 - Talidomide: L’evento decisivo per la nascita della farmacovigilanza si verificò nel 1961 quando l’uso della Talidomide in gravidanza causò un aumento del 20% di malformazioni congenite nei neonati. Il farmaco venne sperimentato per due anni su 300 pazienti, senza rilevare particolari effetti collaterali. Considerato dunque sicuro, venne commercializzato a partire dal 1957 in oltre 50 Paesi. La Talidomide veniva utilizzata soprattutto come sedativo, antiemetico e ipnotico nelle donne in gravidanza. La sua somministrazione causò una grave anomalia nello sviluppo del feto: i neonati avevano gravi deformità degli arti, soprattutto quelli superiori, come l’assenza (amelia) o la riduzione delle ossa (focomelia). Nel 1961, segnalazioni su possibili correlazioni tra Talidomide e malformazioni congenite furono pubblicate sulla rivista scientifica Lancet. La svolta avvenne con la lettera del Dottor William Griffith McBride nel dicembre dello stesso anno, in cui suggeriva una connessione tra le malformazioni congenite e l’assunzione del farmaco, rendendo pubblici i primi casi di anormalità fetale legate alla Talidomide. Questa può considerarsi come l’inizio delle segnalazioni spontanee. Si consolidò dunque l’ipotesi della correlazione tra le malformazioni e l’assunzione del farmaco, che venne ritirato dal commercio.
1962 - Emendamenti Harris-Kefauver: Successivamente all’incidente legato alla Talidomide, negli Stati Uniti furono introdotti gli emendamenti Harris-Kefauver, i quali prescrissero la necessità di condurre studi preclinici obbligatori. Solo dopo la valutazione dei risultati di tali studi era consentito avviare la fase di sperimentazione clinica sull’uomo. Inoltre, l’autorizzazione alla commercializzazione dipendeva dai dati ottenuti nelle tre fasi della sperimentazione clinica.
1968 - OMS e PIDM: L’OMS, nel 1968, promosse il Programme on International Drug Monitoring (PIDM), un programma di monitoraggio internazionale dei farmaci volto a centralizzare i dati mondiali sulle reazioni avverse. Vennero inizialmente coinvolti 10 Stati (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Nuova Zelanda, Svezia, Regno Unito, USA; l’Italia aderì nel 1975). Il programma risultò fin da subito efficace: l’anno seguente emerse che il Cliochinolo, un farmaco antimicotico, causava neurite ottica retrobulbare nei Paesi asiatici, rivelando una suscettibilità etnica ai farmaci e ai loro effetti avversi.
1971 - Dietilstilbestrolo (DES): Nel 1971 emerse che il Dietilstilbestrolo, un estrogeno di origine sintetica, che veniva somministrato a partire dagli anni ’40 a donne incinte per prevenire aborti spontanei e per alleviare le nausee, causava tumori genitali nelle figlie delle donne esposte a tale sostanza durante la gravidanza. Questo evento, come quello della Talidomide, consolidò la necessità di una vigilanza rigorosa e a lungo termine.
1995 - Agenzia Europea per i Medicinali (EMA): Nel 1995, venne fondata l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), centralizzando la regolamentazione e la sorveglianza dei farmaci a livello europeo.
2012 - PRAC: Con l’istituzione del Pharmacovigilance Risk Assessment Committee (PRAC) nel 2012, il sistema di farmacovigilanza europeo è stato ulteriormente rafforzato, definendo chiaramente ruoli e responsabilità e ponendo un’enfasi maggiore sulla gestione proattiva del rischio.
L'esperienza umana della terapia, con Maurizio Andolfi
Lo Scenario Attuale della Farmacovigilanza
La farmacovigilanza ha fatto progressi significativi, passando da un sistema di monitoraggio passivo che si basava esclusivamente sulla segnalazione spontanea di sospette reazioni avverse a un approccio più proattivo. Quest’ultimo si avvale di strumenti e procedure mirati che includono una pianificazione dettagliata del monitoraggio del rischio (Risk Management Plan). Le normative di farmacovigilanza hanno svolto un ruolo chiave nel regolamentare le attività delle varie figure coinvolte, e gli aggiornamenti legislativi recenti hanno ampliato la definizione di reazione avversa, includendo errori terapeutici, abusi e sovradosaggi, portando così a un aumento delle segnalazioni.
L’evoluzione della farmacovigilanza è stata resa possibile soprattutto grazie al miglioramento sia della quantità che della qualità delle segnalazioni spontanee, coinvolgendo attivamente professionisti e pazienti. Inoltre, sono state condotte attività mirate a perfezionare i metodi di ricerca del segnale e a migliorare la comunicazione con gli operatori sanitari. I sistemi di farmacovigilanza in tutto il mondo stanno subendo cambiamenti significativi in linea con il progresso tecnologico, come il passaggio alle ICH E2B (R3), il recente formato di trasmissione delle schede di segnalazione in formato elettronico (Individual Case Safety Report - ICSR).
Lezioni Apprese e Sfide Contemporanee nella Salute Riproduttiva
La storia del dietilstilbestrolo serba una lezione importante e chiara, che molti hanno imparato nel corso della vita e dell’esperienza professionale: il fatto che tutti facciano una cosa non significa che sia sicura. All’epoca era normale per una donna assumere dietilstilbestrolo e talidomide. Ed era normale per il medico prescrivere questi farmaci. E ai giorni nostri sembra ancora del tutto normale e logico assumere altri farmaci e terapie prescritte da medici e dichiarate sicure sulla base delle cosiddette conoscenze scientifiche del momento. La riflessione su questi eventi storici rimane pertanto un monito costante sulla prudenza necessaria nella pratica medica e nell'approvazione di nuove molecole.
Nel contesto della salute riproduttiva femminile, la storia del DES, con le sue tragiche conseguenze a lungo termine nel tentativo di "prevenire aborti spontanei", offre una prospettiva su quanto complesse e delicate siano le decisioni e le pratiche mediche in questo ambito. Questa complessità si riflette anche nelle sfide che le donne affrontano oggi riguardo alle scelte riproduttive e all'accesso alle cure. L'infertilità femminile, ad esempio, può avere molteplici ragioni eziopatogenetiche, e come dimostrato, l'esposizione al DES è una causa iatrogena di non poco conto.
Le Difficoltà dell'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) in Italia: Un Contesto di Sfide e Contraddizioni
Il dibattito sulla salute riproduttiva si estende fino ai giorni nostri, con particolare riguardo all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), una scelta che, nonostante sia un diritto riconosciuto in molti paesi, è ancora spesso ostacolata da barriere culturali, etiche e logistiche. In Italia, la Legge 194 del 1978 regola le modalità di accesso all'IVG, stabilendo che "l’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico ospedaliero presso un ospedale generale". Questa legge consente l'interruzione di gravidanza solo in circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Di fatto, un medico deve certificare che la paziente ha chiare motivazioni psicologiche o fisiche per abortire. L'interpretazione e l'applicazione di questa legge hanno generato numerose criticità, rendendo spesso difficile per le donne esercitare tale diritto.
Uno dei maggiori ostacoli è rappresentato dall'alto numero di medici e personale sanitario che si dichiara obiettore di coscienza. In Italia, medici e infermieri hanno il diritto di decidere se praticare l’aborto o no, dichiarandosi obiettori di coscienza. Il numero molto alto di personale che si astiene da questa pratica fa sì che molti ospedali, soprattutto nel sud Italia, non pratichino l’IVG e rimbalzino le donne che la vogliono fare in quei pochi centri, come l’ospedale Sant’Anna di Torino, dove il diritto ad abortire è assicurato. Questo fenomeno sovraccarica di lavoro i medici e gli infermieri non obiettori, che finiscono per dedicarsi quasi esclusivamente a questa pratica, con ripercussioni anche sulla loro carriera professionale. Alcuni scelgono l'obiezione non per motivi religiosi o etici, ma per evitare di cadere in una rete che precluderebbe loro possibilità di avanzamento professionale. Di conseguenza, lo stato italiano e il sistema con il quale l’aborto è gestito finiscono per premiare gli obiettori e penalizzare chi applica la legge italiana e assicura alle donne italiane un diritto sancito dalla legge 194.
L'Aborto Farmacologico (RU486) e le sue Barriere
La Legge 194/78 prevede, tra le altre cose, “l’aggiornamento delle tecniche derivanti dai progressi della medicina”. La pillola abortiva RU486 (mifepristone), che è una tecnica molto meno invasiva e pericolosa per le donne, dovrebbe essere introdotta ovunque in Italia per legge. Invece, stato e regioni italiane continuano a boicottarne l’utilizzo, per la paura che questo metodo così semplice e poco invasivo possa rendere l’aborto più appetibile per le donne. In Europa e soprattutto in Francia, dove la RU486 è nata, si fa uso di questa tecnica dal 1988 ed è tutt’oggi il metodo più utilizzato dai medici. Addirittura l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo considera un metodo efficace e più sicuro di quello chirurgico.
L’aborto farmacologico o medico è praticato entro 49 giorni (7 settimane) dall’inizio dell’ultimo flusso mestruale. Al contrario, quello chirurgico (raschiamento o metodo Karman), per abitudine o metodi organizzativi, non è quasi mai praticato prima dell’ottava settimana e quasi sempre dopo la decima. Spesso, però, si cade negli ultimi 10 giorni (il limite ultimo per l’IVG è di 90 giorni) per via dei tempi d’attesa molto lunghi e del limitato numero di personale e di ospedali attivi, con la conseguenza che più si va avanti con la gestazione, più complicazioni possono sorgere. Verso il 90esimo giorno, l’embrione è lungo 15 cm, mentre entro il 49esimo giorno misura 1 cm. Nel caso dell’aborto farmacologico, al momento dell’espulsione, l’embrione è talmente piccolo da non poter essere distinto dal sangue mestruale e dai coaguli.
La RU486 arriva in Italia solo nel 2005, dietro pressione di figure come Silvio Viale, che riuscì a ottenere il permesso per la sperimentazione della pillola nel suo ospedale, il Sant’Anna di Torino. Solo il 30 luglio 2009, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) autorizza la commercializzazione in Italia della RU486: il farmaco deve essere dispensato in ospedale entro il 49° giorno di gravidanza, dopodiché aumentano i rischi rispetto all’aborto chirurgico. In un comunicato stampa del 19 ottobre dello stesso anno, l’AIFA ribadisce che il farmaco ha superato uno scrupoloso iter di verifiche scientifiche, tecniche e legislative e che pertanto ne autorizza l’immissione in commercio. Per quanto riguarda il problema etico, invece, rimanda a stato e regioni eventuali disposizioni per il corretto percorso di utilizzo clinico del farmaco all’interno del servizio ospedaliero pubblico.
In molti paesi, come gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, l’aborto farmacologico avviene in day hospital. La prima pillola di mifepristone, che favorisce il distacco dell’embrione dalle pareti uterine, viene somministrata dal medico in ospedale, e dopo 24-48 ore la paziente si autosomministra, a casa, la seconda pillola di prostaglandina (misoprostol). L’aborto avviene dopo circa quattro ore e ha un’efficacia del 92-98%. In Italia, invece, nonostante il farmaco sia autorizzato, la libera interpretazione dell’articolo 7 della legge 194/78, che dice “L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico ospedaliero presso un ospedale generale”, ha portato le regioni a imporre l'obbligo di ospedalizzazione per i tre giorni. L’articolo intendeva solo indicare che l’aborto debba essere effettuato da un medico presso un ospedale pubblico e non in una struttura privata, non certo che l’aborto e l’espulsione dell’embrione debbano avvenire sotto osservazione medica in regime di ricovero. Il trucco dell’ospedalizzazione dei 3 giorni è solo uno dei tanti escamotage che le regioni utilizzano per evitare la diffusione della pillola abortiva.
Il percorso per chi sceglie l’aborto farmacologico è spesso pieno di insidie, rimandi e attese che finiscono per portare la donna oltre il 49esimo giorno, limite utile per praticare l’aborto farmacologico. Una donna si accorge del ritardo solo dopo 28 giorni dall’ultimo ciclo mestruale. Aspetterà qualche giorno prima di comprare un test di gravidanza e magari passa un’altra settimana, arrivando a 35 giorni. A quel punto, bisogna ancora prenotare un appuntamento presso il consultorio o il ginecologo, pratica che può richiedere diverso tempo. Nel più fortunato dei casi, si arriverà intorno al 40esimo giorno. Rimangono appena 9 giorni, tenendo conto del fatto che, una volta in mano il certificato del medico che autorizza la donna ad abortire, per legge non lo potrà usare prima di sette giorni, tempo destinato a un’ulteriore riflessione. A quel punto, sperare di trovare un posto libero in corsia e che sia di turno qualche ginecologo non obiettore è pressoché impossibile. Non dimentichiamo poi il terrorismo psicologico di questi anni, per cui alla RU486 è stato attribuito un tasso di mortalità 10 volte maggiore rispetto all’aborto chirurgico, nonostante tutti i vantaggi.
Eppure, i vantaggi sono notevoli: comporta meno rischi per la donna perché è possibile effettuarlo nelle prime settimane della gravidanza, al contrario di quello chirurgico che necessita che il feto sia più grande. È meno invasivo e non comporta l’uso dell’anestesia. Richiede un numero di risorse inferiori (meno medici, infermieri e posti letto in ospedale), riducendo i tempi di attesa e di conseguenza apportando dei vantaggi anche dal punto di vista economico. Responsabilizza chi abortisce, perché è la donna ad autosomministrarsi la seconda pillola e non il medico. Nonostante tutto questo, in Italia l’uso della RU486 non è a regime. In alcune (poche) regioni, come la Toscana, l’Emilia Romagna, la Puglia e l’Umbria, l’aborto farmacologico viene effettuato in day hospital, mentre per contro ce ne sono altre, come la Sardegna, la Calabria e l’Abruzzo, dove della RU486 non c’è stata traccia in questi anni. Questa situazione evidenzia come, anche di fronte a evidenze scientifiche e a una storia di farmaci come il DES che hanno causato danni irreparabili, le decisioni mediche e l'accesso alle cure siano ancora influenzati da fattori che vanno oltre la mera scienza.
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