Malattia di Pompe: Una Panoramica Completa dalla Diagnosi alle Terapie Innovative e l'Importanza della Dieta

I. Introduzione alla Malattia di Pompe

Definizione e Rara Incidenza

La malattia di Pompe, conosciuta anche come glicogenosi di tipo II, è una patologia neuromuscolare rara, cronica e progressiva, ad ereditarietà autosomica recessiva, potenzialmente fatale. Questa condizione debilitante colpisce circa 10.000 individui - tra neonati, bambini e adulti - nel mondo. Si stima che in Italia ne siano affette circa 300 persone. Appartenendo alla famiglia delle malattie rare da accumulo lisosomiale, la malattia di Pompe è caratterizzata dal mancato smaltimento del glicogeno, che rappresenta la riserva energetica dei muscoli.

La malattia di Pompe è una patologia metabolica rara, a trasmissione autosomica recessiva, causata dalla mutazione del gene che codifica per l'alfa-glucosidasi acida (GAA). Questo enzima è responsabile della degradazione del glicogeno, un polimero del glucosio che ne rappresenta la fonte di deposito e riserva nei muscoli. Quindi, in sostanza, è sia una malattia da accumulo lisosomiale, sia una glicogenosi, perché il substrato accumulato è, appunto, il glicogeno. L’incidenza di questa condizione è di un caso su 40.000 nati vivi; tuttavia, il dato che emerge dai programmi di screening neonatale sembra essere maggiore e pari a un caso su 20.000. La prevalenza si stima in circa 10.000 persone affette a livello mondiale e circa 350 in Italia. L'incidenza della patologia appare più alta tra gli afro-americani e presso alcune popolazioni asiatiche, come si osserva con stime di un caso ogni 297.387 nati in Giappone e uno su 62.186 a Taiwan. Se si considera la forma a esordio tardivo, la cifra sorprende ancora di più: uno ogni 17.133 in Pennsylvania. Questi numeri, sebbene diversi, raccontano la medesima storia di una rara glicogenosi.

Origine e Meccanismo Patologico

La malattia di Pompe è causata da un deficit dell’enzima lisosomiale alfa-glucosidasi acida (GAA). Questo difetto enzimatico impedisce il corretto smaltimento del glicogeno, il quale si accumula in maniera eccessiva nelle cellule del corpo, in particolare nei muscoli. Di conseguenza, si verifica un progressivo indebolimento delle fibre muscolari. I pazienti affetti da malattia di Pompe possono non avere del tutto o solo in parte l’enzima GAA. La progressiva degenerazione dei muscoli scheletrici, respiratori e cardiaci è un tratto distintivo di questa condizione. Nelle persone affette da malattie da accumulo lisosomiale, l'organismo non è in grado di produrre quantità di enzimi sufficienti a garantire una normale funzionalità corporea, portando a un accumulo di sostanze che compromettono la normale funzionalità cellulare.

Le Diverse Forme Cliniche della Malattia di Pompe

La presentazione clinica della malattia di Pompe è complessa ed eterogenea, con manifestazioni che variano significativamente in base all’età d’esordio. Si riconoscono principalmente tre forme della malattia:

  1. La forma classica e più grave: Si manifesta subito dopo la nascita. Il quadro clinico è caratterizzato da cardiomiopatia ipertrofica, cardiomegalia, insufficienza cardiorespiratoria, e un significativo ritardo nell’acquisizione o regressione delle tappe motorie. I bambini affetti da malattia di Pompe presentano un’ipotonia grave e progressiva, descritta come “floppy baby” o tipo “bambola di pezza”. Se non diagnosticata e trattata precocemente, questi neonati sopravvivono raramente oltre il primo anno di vita, spesso per insufficienza cardiaca. La malattia di Pompe ad Esordio Infantile (IOPD) si distingue per una debolezza muscolare generale che coinvolge anche i muscoli respiratori e cardiaci (cardiomiopatia), ma il cuore di solito non viene colpito nella forma non classica.
  2. La forma non classica: Con esordio tra il primo e il secondo anno di vita, è caratterizzata da una prognosi variabile. I sintomi comprendono debolezza degli arti inferiori e dell’anca, che può portare a un’andatura instabile e a cadute frequenti.
  3. La forma a esordio tardivo (Late-Onset Pompe Disease: LOPD): Può manifestarsi a qualsiasi età dopo il primo anno di vita. Questa forma è caratterizzata da una progressione lenta e da esiti meno sfavorevoli rispetto a quelli della forma classica. Colpisce prevalentemente i muscoli e generalmente risparmia il cuore. Il graduale indebolimento muscolare e i problemi respiratori sono i sintomi principali. I pazienti possono perdere la capacità di deambulare autonomamente, mentre dal punto di vista respiratorio si realizza un deterioramento progressivo della capacità ventilatoria che, se cronica, necessita il ricorso a una ventilazione assistita o alla tracheostomia. I malati che superano i due anni sono spesso costretti in carrozzina e, nei casi più gravi, devono usare un supporto meccanico per respirare.
    Le tre forme della malattia di Pompe

II. La Base Genetica e la Diagnosi

Ereditarietà Autosomica Recessiva

La malattia di Pompe è una patologia genetica ereditaria a trasmissione autosomica recessiva. Ciò significa che si trasmette da genitore a figlio e il bambino eredita da ciascun genitore due copie del gene difettoso. Quando entrambi i genitori sono portatori del gene difettoso, esiste una percentuale del 25% che il bambino sviluppi la malattia. La patologia si riscontra in uomini e donne nella stessa misura e in ogni gruppo etnico.

Sfide e Metodi Diagnostici Attuali

La malattia di Pompe può essere difficile da diagnosticare, poiché molti dei suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie. Inoltre, per la rarità dei casi in cui si presenta, può facilmente non essere riconosciuta o erroneamente diagnosticata. I segni e i sintomi possono essere molto subdoli, come un impaccio nel camminare o un aumento dell'enzima CPK (creatinfosfochinasi), che però può manifestarsi anche in chi fa palestra e non è allenato, e possono perciò essere trascurati.

La conferma della diagnosi avviene attraverso un saggio biochimico di misurazione dell’attività dell'enzima GAA. Nei bambini affetti dalla forma classica della malattia, l’attività di GAA è praticamente assente, mentre nelle altre forme si riscontrano diversi livelli di attività residua. Il saggio è generalmente condotto nei linfociti, in colture di fibroblasti cutanei e in biopsie muscolari. La malattia di Pompe può anche essere diagnosticata in epoca prenatale, tramite la villocentesi o l'amniocentesi.

Mappa della prevalenza stimata della malattia di Pompe nel mondo

L'Importanza dello Screening Neonatale

Di recente è stata introdotta la possibilità di fare diagnosi di malattia di Pompe su goccia di sangue essiccata su filtri di carta bibula (Dried Blood Spot). Questo apre la strada all’implementazione dello screening neonatale per la malattia di Pompe: una diagnosi tempestiva è, infatti, di fondamentale importanza, sia per la gravità della patologia, soprattutto nella sua forma classica, sia per la presenza di una terapia in grado di modificarne la storia naturale. La malattia di Pompe, al momento, non è inserita nel pannello dello screening neonatale esteso, se non in Toscana da un mese.

Il dibattito sullo screening è in corso: la prospettiva di includerla potrebbe avere un importante ruolo nella prevenzione primaria e nel ricorso tempestivo a una cura efficace con la terapia enzimatica sostitutiva. Abbiamo a disposizione un esame molto sensibile, che sarebbe sicuramente adatto a individuare le forme gravi, a esordio precoce e a decorso infausto. Tuttavia, bisogna anche considerare che uno screening neonatale sistematico avrebbe la prerogativa di rilevare anche le forme lievi di malattia di Pompe, nella variante adulta che talora si può presentare in età avanzata e teoricamente in alcuni casi può anche essere oligosintomatica. In alternativa, potrebbe essere preferibile un metodo più selettivo: sottoporre a screening neonatale solo nelle condizioni in cui vi siano altri casi di malattia di Pompe in una famiglia.

III. Strategie Terapeutiche per la Malattia di Pompe

La Terapia Enzimatica Sostitutiva (ERT)

Il trattamento della malattia di Pompe si basa principalmente sulla terapia enzimatica sostitutiva (alglucosidasi alfa e avalglucosidasi alfa), mediante cui l’enzima carente nei pazienti viene prodotto biotecnologicamente e somministrato per via endovenosa. L'enzima somministrato è strutturalmente molto simile all'enzima umano. Nel 2019, per esempio, è stata approvata in Europa la prima terapia enzimatica sostitutiva per la fenilochetonuria, da somministrare una volta al giorno per iniezione e indicata per pazienti con più di 16 anni che non hanno un adeguato controllo della fenilalanina nel sangue. Questa terapia di sostituzione enzimatica (TSE), chiamata in inglese Enzyme Replacement Therapy (ERT), è un procedimento terapeutico in cui l'enzima lisosomiale mancante viene sostituito attraverso infusioni regolari.

Nonostante l'esistenza di questa terapia, un problema significativo è rappresentato dalla ritardata o mancata diagnosi. Attualmente, in Italia, sono diagnosticati 38 bambini e adolescenti con malattia di Pompe a esordio tardivo, eppure, sulla base delle stime epidemiologiche disponibili, i casi pediatrici attesi dovrebbero essere circa 350. Questo dato, proveniente da un’indagine multicentrica nazionale coordinata dall’Università di Torino e pubblicata sulla rivista Orphanet Journal of Rare Diseases, riporta l’attenzione sul problema.

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Il Ruolo Cruciale dell'Attività Fisica e della Fisioterapia

Per ottenere buoni risultati, il programma di attività fisica deve iniziare il prima possibile. Molti pazienti affetti da malattia di Pompe traggono anche giovamento dalla fisioterapia. Grazie alla fisioterapia, i bambini piccoli con debolezza muscolare imparano a muoversi nel loro ambiente e a interagire con esso nonostante le loro limitazioni. Inoltre, i fisioterapisti possono mostrare ai genitori come favorire al meglio la crescita e lo sviluppo del loro bambino.

Con il progredire della malattia di Pompe, gli esercizi fisioterapici possono aiutare a mantenere il più a lungo possibile la mobilità e a contrastare il declino delle forze. Ciò semplifica la quotidianità del paziente e riduce le ripercussioni dovute alle alterazioni patologiche dell'apparato locomotore. I fisioterapisti possono inoltre istruire i pazienti a utilizzare correttamente i vari ausili. Molti pazienti la cui muscolatura di gambe, bacino e tronco è indebolita possono restare relativamente mobili con gli aiuti adeguati. Le ortesi (tutori per caviglia/piede o ginocchio) sono utili per molti pazienti con malattia di Pompe, mentre altri riescono a mantenersi mobili con l'ausilio di bastoni, deambulatori o sedie a rotelle. Alcuni ausili per la casa possono essere un seggiolino per la doccia o un sollevatore per vasca da bagno.

Prima di iniziare con gli esercizi, tuttavia, il medico deve verificare accuratamente la resistenza del paziente attraverso una serie di esami. A seconda degli esiti, viene quindi approntato un programma di esercizi adatto alle necessità e alle capacità del singolo paziente. Il programma consiste, in genere, per lo più di esercizi aerobici leggeri, per esempio sul tapis roulant o sulla cyclette.

Supporto Respiratorio e Prevenzione delle Infezioni

Dato che i muscoli che sostengono i polmoni sono molto indeboliti nei pazienti con malattia di Pompe, il medico può raccomandare una terapia respiratoria. Molti pazienti affetti da malattia di Pompe necessitano prima o poi di un supporto respiratorio che sostituisce parzialmente o totalmente la respirazione naturale. Il respiratore pompa aria riscaldata e umidificata nei polmoni, con pressione variabile. All'inizio, l'assistenza respiratoria è spesso necessaria solo di notte. Con il progredire della malattia, però, molti pazienti ne hanno sempre più bisogno anche durante il giorno.

A seconda delle necessità del singolo paziente e della sua capacità di respirazione spontanea, si possono impiegare vari respiratori e vari metodi di ventilazione. I pazienti che hanno ancora forza sufficiente per respirare autonomamente prediligono spesso un ventilatore meccanico che si adatti alla loro frequenza respiratoria. Se i problemi respiratori peggiorano, generalmente all'inizio viene utilizzato un ventilatore meccanico non invasivo in cui l'aria viene introdotta attraverso una maschera che ricopre il naso, la bocca o entrambi. Un vantaggio delle maschere è che sono pratiche, portatili ed economiche. L'utilizzo deve avvenire secondo le istruzioni fornite dal medico (di solito in ospedale) o dal terapista respiratorio (eventualmente a casa). Solitamente, il terapista monitora il paziente per varie settimane per accertarsi che la maschera aderisca bene e senza perdite e per regolare le impostazioni del ventilatore meccanico in base alle necessità.

In altri casi, la ventilazione viene avviata solamente quando si rende necessario un ricovero ospedaliero a causa di insufficienza respiratoria. In tali casi critici, normalmente il paziente viene intubato introducendo un tubo attraverso la bocca o il naso direttamente nelle vie aeree. Questa forma più invasiva di ventilazione meccanica prevede l'introduzione di aria arricchita di ossigeno direttamente nei polmoni. Non appena la respirazione si è nuovamente stabilizzata, si inizia con il cosiddetto "svezzamento" dalla ventilazione. Sebbene non esistano delle linee guida ben precise in merito, talvolta, nei pazienti per cui la ventilazione meccanica completa è stata necessaria a lungo, si ricorre a una tracheotomia. In questo intervento chirurgico, le vie aeree vengono aperte in modo permanente a livello della laringe e viene introdotta una cannula attraverso cui l'aria entra nei polmoni. La maggior parte delle cannule tracheali moderne sono dotate di una valvola fonatoria che consente al paziente di parlare anche durante la ventilazione.

Un'altra forma di terapia respiratoria è la respirazione a pressione positiva intermittente (Intermittent Positive Pressure Breathing, IPPB). La IPPB può essere eseguita da un terapista respiratorio in ospedale, in una clinica ambulatoriale oppure a casa. Durante una seduta terapeutica, che dura tra i 10 e i 15 minuti, il paziente inspira attraverso un boccaglio mentre il dispositivo IPPB forza l'aria nei polmoni per dilatarli. Il paziente trattiene il respiro per qualche secondo, quindi espira lentamente. Questo procedimento viene ripetuto più volte, fino al termine della seduta terapeutica.

Anche la prevenzione delle infezioni fa parte integrante del piano terapeutico della malattia di Pompe. Dato che la maggioranza dei pazienti affetti da malattia di Pompe presenta problemi respiratori più o meno marcati, tali pazienti sono particolarmente predisposti a sviluppare polmoniti (infezione ai polmoni). Ogni infezione deve essere trattata immediatamente per evitare che progredisca fino a uno stadio critico.

IV. La Dieta come Strumento Terapeutico e le Sue Implicazioni

Gestione del Peso e Nutrizione nei Pazienti con Malattia di Pompe

Molti pazienti affetti da malattia di Pompe hanno problemi a mantenere un peso normale poiché per loro è difficile alimentarsi. Spesso, pertanto, il medico ordina una dieta speciale per questi pazienti, mirata a supportare il loro stato di salute generale. La malattia di Pompe è un serio disturbo neuromuscolare in cui avviene il deterioramento dei muscoli scheletrici, respiratori e cardiaci. Essa è attribuibile a mutazioni nel gene GAA, che causano una carenza o l’assenza totale di un enzima specifico, e questa carenza porta all’accumulo di glicogeno nei muscoli, compromettendo ulteriormente le loro capacità funzionali.

Regimi Dietetici Specifici: Dieta Ricca di Proteine e Povera di Carboidrati

Una dieta ricca di proteine e povera di carboidrati si rivela in molti casi efficace per i pazienti con malattia di Pompe. Questa misura può aiutare a gestire la patologia, sebbene le misure dietetiche, tuttavia, non portino sempre al raggiungimento del risultato auspicato. Per alcune malattie genetiche rare, una dieta speciale può rappresentare una terapia salvavita. L’impatto sulle famiglie e in particolare sulle mamme, però, può essere pesante. La necessità di organizzare per un figlio una dieta speciale, dalla quale non si può sgarrare, impatta come uno tsunami sulla vita familiare e sociale, e lo fa tanto più intensamente quanto più la dieta è restrittiva e particolare.

Nutrizione Artificiale nei Casi Necessari

Per poter garantire un introito calorico adeguato per mantenere un peso corporeo sano, talvolta è necessario ricorrere alla nutrizione artificiale con un sondino. Questa misura può essere adottata in presenza di difficoltà di deglutizione o in pazienti sottoposti a ventilazione meccanica. Se eseguita a breve termine, la nutrizione artificiale può avvenire mediante un sondino naso-gastrico; se invece è a lungo termine, si ricorre a una sonda gastrica. Spesso la nutrizione artificiale si rende necessaria nei pazienti che si ammalano nella prima infanzia, dato che in questi casi la debolezza muscolare è particolarmente pronunciata. Il medico o un dietologo possono stabilire quante calorie siano necessarie per il paziente giornalmente.

La Dieta Terapeutica in Altre Malattie Rare: Esempi e Principi

Ci sono diverse malattie genetiche rare per le quali la dieta funziona come un farmaco: una forma di medicina di precisione che permette di aggirare gli effetti dannosi del difetto genetico, pur senza correggerlo.

Fenilchetonuria e Dieta a Basso Contenuto Proteico

In genere si tratta di malattie metaboliche come la fenilchetonuria, causata da un difetto enzimatico che provoca un accumulo dell'amminoacido fenilalanina nel cervello. Tale accumulo è a sua volta responsabile di una compromissione dello sviluppo del sistema nervoso centrale e dunque di grave disabilità intellettiva. La soluzione dietetica sta nell’evitare fin dalla nascita l'assunzione di fenilalanina, grazie a una dieta povera di proteine, magari integrata con miscele speciali di amminoacidi privi di fenilalanina.

Difetti del Ciclo dell’Urea e Controllo Proteico

Anche nel caso di malattie dovute a difetti del ciclo dell’urea il problema è rappresentato dalle proteine. Questi difetti riguardano enzimi necessari per l'eliminazione dell’ammonio, un derivato del metabolismo proteico tossico per il cervello, attraverso l’urina. Se questi enzimi non funzionano bene e l’assunzione di proteine non è controllata, l’ammonio si accumula nel cervello, con danni irreversibili. A venire in soccorso è quindi una dieta a ridotto contenuto di proteine, associata a farmaci specifici. Tuttavia, non si tratta di limitarsi a ridurre il numero di bistecche o frittate: il controllo deve essere molto più preciso e spesso la quantità di proteine concessa è davvero limitata, magari a pochi grammi al giorno. Per intenderci, un singolo uovo contiene 13 grammi di proteine e ce ne sono 6-7 grammi in 50 grammi di pasta e più di 20 grammi in un etto di petto di pollo.

Sindrome da Deficit di Glut1 e la Dieta Chetogenica

Per la sindrome da deficit di Glut1 la dieta salvavita è quella chetogenica, a elevato contenuto di grassi e bassissimo contenuto di zuccheri. La sindrome è caratterizzata dalla carenza di una molecola che trasporta il glucosio al cervello e da manifestazioni di vario tipo e gravità che possono comprendere difficoltà motorie e cognitive, crisi epilettiche, disturbi del sonno e del linguaggio. Il principio alla base della dieta chetogenica, diventata piuttosto di moda negli ultimi anni anche come dieta dimagrante, è quello di ricorrere ai grassi come fonte energetica principale per il cervello: in questa dieta i grassi arrivano a costituire circa l'80-90% dell’apporto calorico totale, contro il 30% circa in un'alimentazione mediterranea. In queste condizioni cambia tutto il metabolismo, portando alla produzione di sostanze chiamate corpi chetonici che possono essere utilizzate come fonte energetica alternativa al glucosio. La dieta chetogenica è proposta anche per alcune malattie mitocondriali e per il deficit di piruvato deidrogenasi, che comporta acidosi lattica e danni anche molto gravi o fatali al sistema nervoso. Infine, è utilizzata per malattie genetiche rare caratterizzate da manifestazioni epilettiche, come la sindrome di West e la sindrome di Lennox-Gastaut, e più in generale per forme di epilessia resistenti ai farmaci, il 30% circa delle epilessie. In questi casi il meccanismo d'azione è diverso da quello che si verifica nelle malattie metaboliche. Per quanto poco noto, si sa che porta a una stabilizzazione delle cellule nervose attenuando l'innesco delle crisi epilettiche.

infografica dieta chetogenica

Come per la dieta a basso contenuto di proteine, anche per quella chetogenica impiegata a fini terapeutici non si tratta di mangiare qualche porzione di salmone, olio o mascarpone in più del normale. Al contrario, ogni pasto deve prevedere una combinazione ben definita di ingredienti dosati al grammo, senza mai sgarri o sospensioni, secondo il principio guida che il cibo si trasforma in farmaco, con la necessaria precisione che ne deve derivare.

Le Sfide dello Svezzamento e della Gestione Quotidiana di una Dieta Speciale

Purtroppo, non sempre queste diete hanno effetti risolutivi e a questo limite importante va aggiunto l’impatto sulla famiglia, e in particolare sulla mamma, che può essere “sconvolgente”.

L'Impatto sulla Famiglia e la Responsabilità Materna

Se la diagnosi - e quindi la proposta terapeutica - arrivano nei primi giorni o settimane di vita in seguito all’esecuzione del test di screening neonatale, può essere necessario interrompere un eventuale allattamento al seno. È il caso della fenilchetonuria, mentre in presenza di deficit di Glut1 si può utilizzare latte materno estratto come ingrediente nell’ambito di un’alimentazione chetogenica.

Le difficoltà maggiori, però, arrivano dopo lo svezzamento, con il passaggio a un’alimentazione che non sia più fatta di sole pappe. È il momento in cui soprattutto le mamme si preparano a trasmettere ai figli le abitudini alimentari della famiglia e del contesto sociale. La dieta speciale viene vissuta come un’interruzione della possibilità di condividere le proprie tradizioni, i momenti collettivi della famiglia, la socialità. In più c’è la difficoltà psicologica di pensare che non si possono offrire al bambino tutte le cose buone che si preparano per sé e per gli altri familiari. In realtà molto sarà ancora possibile, anche se con modalità diverse, con tante attenzioni in più (soprattutto fuori casa) e con un impegno maggiore nella preparazione dei pasti. Tra l’altro, molti degli alimenti speciali che mangerà il bambino li potranno mangiare anche i genitori.

Non è opportuno iniziare lo svezzamento prima della fine del 6° mese, se non in alcune situazioni particolari e su indicazione del pediatra. È importante non fissare fin dall'inizio schemi troppo rigidi, per numero, quantità e orario dei pasti. La base per la classica "pappa" è il brodo vegetale, preparando un litro di acqua e verdure di stagione a bollire. Il passato delle verdure utilizzate per preparare il brodo potrà essere aggiunto dopo qualche giorno, oppure fin da subito. Una quota di carboidrati, come crema di riso o farina di mais e tapioca, da 1 a 3 cucchiai in totale, non necessitano di cottura. Una quota di proteine, utilizzando liofilizzati o omogeneizzati di carne o pesce (inizialmente mezza porzione, successivamente la porzione viene adattata alla crescita del bambino) oppure alimenti freschi. Una quota di grassi. Dalle creme si passerà alla pastina e poi alla pasta vera e propria. Dagli omogeneizzati si potrà passare gradualmente alla carne (ad esempio polpette da proporre a piccoli pezzi) o al pesce (cotto al vapore o al forno). Quanto al pesce è bene tener presente che le spine possono essere molto pericolose. Naturalmente la dieta familiare dovrà essere corretta sotto tutti i punti di vista, qualitativo e quantitativo (sarà bene controllarla con il pediatra). È bene anche verificare che vi sia un apporto adeguato di calcio, zinco e di proteine di alta qualità, fondamentali in questa fase di crescita. Questa integrazione è necessaria perché il latte, a partire dai 6-8 mesi, incomincia a perdere gradualmente la sua completezza per alcune vitamine e sali minerali.

Se la dieta prevede l’esclusione di numerosi alimenti o richiede di pesarli, la fatica di stare dietro alla preparazione quotidiana dei pasti è molto elevata. Senza contare la frustrazione quando il bambino non mangia. Non è quella solita delle mamme, sempre preoccupate che i loro bimbi non mangino abbastanza. Qui parliamo di un’alimentazione equivalente a un farmaco: se il bambino non mangia diventa un problema. Pensiamo ai piccoli con il diabete, che fanno l’insulina prima del pasto proprio perché così possono metabolizzare gli zuccheri introdotti. Se però non mangiano, o mangiano la metà di quanto era previsto, rischiano di andare in ipoglicemia, per cui le mamme corrono subito a preparare qualcos’altro. Nel caso della dieta chetogenica la criticità sta nel fatto che il bambino deve mangiare tutto quanto compone ogni singolo pasto, che è costruito in modo da avere una precisa quantità di grassi, zuccheri e proteine. Se un solo ingrediente salta, non è più rispettato il rapporto tra i nutrienti e la dieta non è più chetogenica. Significa che non si può togliere lo sguardo dal piatto del bambino, che bisogna controllare che mangi tutto e che non cada niente per terra e questo va fatto ogni giorno, cinque volte al giorno. Solo così la dieta può avere i suoi effetti terapeutici.

Inevitabilmente, questo diventa fonte di grande stress per le mamme, anche per il timore di sbagliare. Il pensiero delle mamme di bimbi che seguono una dieta chetogenica, per esempio, è che se sbagliano a comporre un piatto, magari usando il latte al posto della panna, i loro bimbi potrebbero avere una crisi epilettica. Sentono quindi una responsabilità molto forte, che le porta a un controllo assiduo di ogni aspetto e a delegare il meno possibile.

Superare gli Ostacoli Sociali e Logistici

Anche lasciare il bambino dai nonni per un week end diventa una complicazione: non solo bisogna portare tutti gli ingredienti speciali della dieta del bambino, ma spiegare accuratamente cosa e come fare e comunque spesso si rimane con la preoccupazione che possa andare storto qualcosa. In effetti sono le uscite in generale a essere piuttosto complicate per le famiglie di bimbi che devono seguire diete speciali. Non si possono improvvisare gite fuori porta, ma bisogna programmare in anticipo e con precisione, provvedendo a tutti i pasti che saranno fatti fuori casa, preoccupandosi di come conservarli, cercando di immaginare come si comporterà il bambino se per esempio la dieta deve essere adattata al suo livello di attività fisica come nel caso del diabete. Anche andare al ristorante non è semplice. Certo, ci sono accorgimenti che permettono di farlo (per esempio portandosi dietro bilancine molto precise per pesare gli alimenti), ma c’è il rischio che si riveli un’esperienza più stressante che piacevole.

Per fortuna, a fronte di tante difficoltà ci sono anche alcune strategie che permettono di attenuarle. Per molte diete terapeutiche esistono alimenti speciali che “simulano” quelli normali (farine aproteiche, per esempio, o alimenti chetogenici a base di fibre, o prodotti privi di glutine e così via) e che semplificano sia la preparazione dei pasti a casa sia la gestione di quelli fuori casa. Anche se non sempre questi alimenti speciali - tendenzialmente costosissimi - sono inseriti nei livelli essenziali di assistenza previsti per le varie malattie e dunque “passati” dal Servizio Sanitario Nazionale.

Il Supporto Psicologico e l'Empowerment

Al di là di queste semplificazioni, rimane fondamentale lavorare con i genitori fornendo formazione e informazioni - il cosiddetto empowerment - perché possano gestire meglio le diete dei loro bambini. Saper fare il conto dei carboidrati in caso di diabete o saper usare l’app per la dieta chetogenica messa a punto dall’Associazione italiana Glut1 in collaborazione con l'Università di Pavia e il Politecnico di Milano, per esempio, permettono di modulare con più facilità i singoli pasti mettendo in relazione i desiderata del bambino con le restrizioni della dieta.

E molto importante è anche il supporto psicologico, specialmente se sono presenti fratelli o sorelle che non devono seguire alimentazioni speciali, per riuscire a trovare strategie per evitare i conflitti tra i bambini o con i genitori (“perché lui sì e io no?”) o sostenere quelli inevitabili. Per lo stesso motivo sono di grande rilevanza i gruppi di autoaiuto tra genitori, per scambiarsi non solo ricette, ma anche frustrazioni e solidarietà. Quando possibile si cerca anche di trasferire l’empowerment sul paziente stesso, sia per allentare la pressione sulla mamma, sia per facilitare il distacco con il bambino, che altrimenti tende a rimanere iperprotetto e limitato nelle sue relazioni sociali.

V. Ricerca e Prospettive Future

Progressi nella Ricerca e Sviluppo di Nuove Terapie

Le aziende farmaceutiche investono sempre più nelle malattie rare, e così stiamo assistendo alla messa a punto di farmaci innovativi, con meccanismi d’azione che sono in grado di correggere il difetto genetico o autoimmunitario di queste patologie e cambiarne concretamente la storia naturale. Le buone notizie non mancano. Nel caso della sindrome da deficit di Glut1, invece, si stanno cercando soluzioni in grado di migliorare il trasporto del glucosio a livello cerebrale, anche da parte di ricercatori sostenuti da Fondazione Telethon, come Federico Zara dell'Istituto Gaslini di Genova e Paolo Grumati del Tigem. Sono stati inoltre ottenuti risultati incoraggianti con la sperimentazione preclinica di una terapia genica (in questo caso l'obiettivo è fornire al paziente una versione funzionante del gene codificante per l'enzima difettoso), appena avviata alla sperimentazione clinica.

Il Contributo dei Centri Specializzati e della Tecnologia

La malattia di Pompe è una patologia complessa che richiede competenze altamente specializzate. Il Centro Dino Ferrari (CDF) è un’istituzione specializzata nelle malattie neuromuscolari e offre assistenza ai pazienti affetti da malattia di Pompe, rappresentando uno dei principali centri in Italia con tali specifiche competenze. Il CDF è attivamente impegnato nella ricerca sulla malattia di Pompe da oltre 40 anni e ha contribuito allo sviluppo dei trattamenti disponibili, prendendo in carico i pazienti da oltre 20 anni. Nel tentativo di migliorare la qualità della vita dei pazienti, il centro è anche dedicato a perfezionare le terapie attuali e a svilupparne di nuove. All’interno del CDF, il lavoro collaborativo è strutturato attorno alla ricerca scientifica, alla formazione e, soprattutto, alla cura dei pazienti.

Nella lotta contro questa malattia genetica entra in gioco anche la tecnologia: oggi ci sono test molto precisi in grado di diagnosticarla, e non mancano nuovi strumenti basati su piattaforme digitali. Un esempio è l’app AIGkit, nata proprio a Pisa dalla collaborazione fra l’Associazione Italiana Glicogenosi (AIG) e l’Associazione Italiana di Miologia (AIM). Questa applicazione, che i pazienti possono utilizzare da casa per registrare tutti i dati sull’andamento della patologia, ora entra in una fase successiva e può diventare uno strumento per raccogliere una serie di informazioni utili per costituire registri di malattia e database.

Studi Clinici e l'Evidenza dell'Esercizio Fisico Combinato con la Dieta nella LOPD

Uno studio recente ha approfondito la combinazione di esercizio fisico e dieta nella malattia di Pompe a esordio tardivo (LOPD), una condizione neuromuscolare caratterizzata da accumulo lisosomiale di glicogeno che può compromettere la funzionalità motoria e respiratoria, la tolleranza all’esercizio fisico e, di conseguenza, la qualità della vita dei pazienti. I pazienti sono stati arruolati in due centri: il Centro di Coordinamento Regionale Malattie Rare, Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine e l’Istituto Nazionale Neurologico Carlo Besta di Milano. Sono stati inclusi in uno studio comprendente un periodo di controllo (dieta libera, nessun esercizio) seguito da due periodi di intervento: solo esercizio e combinazione esercizio + dieta, ciascuno della durata di 26 settimane e separati da periodi di washout di 13 settimane. Nell’allenamento fisico erano inclusi esercizi aerobici di intensità moderata su un cicloergometro, esercizi di stretching e di equilibrio, allenamento della forza.

Al termine dello studio, sono stati valutati i risultati di tredici pazienti con età media di 49 ± 11 anni e in corso di ERT (da 6 ± 4 anni). Il picco di potenza aerobica (quantità massima di ossigeno utilizzata nell’unità di tempo) era diminuito dopo il periodo di controllo, mentre era aumentato dopo l’esercizio e in modo più marcato dopo la combinazione esercizio + dieta. I livelli sierici di lattato deidrogenasi (LDH) erano significativamente diminuiti dopo l’esercizio e la dieta; sia i livelli di creatinchinasi (CK) che quelli di LDH erano significativamente ridotti dopo l’esercizio combinato alla dieta rispetto al singolo esercizio. In conclusione, dallo studio è emerso che la tolleranza all’esercizio, valutata attraverso la massima potenza aerobica, tende a diminuire nei pazienti con LOPD in corso di ERT a lungo termine. L’allenamento fisico, soprattutto se combinato con una dieta ad alto apporto proteico, potrebbe invertire questa diminuzione e tradursi in un miglioramento, associato a una migliore qualità della vita.

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