La Madre più Antica del Mondo: Il Mistero di Delia e della Grotta di Santa Maria di Agnano

Il Parco di Santa Maria di Agnano, luogo naturalistico e archeologico di inestimabile valore, si apre come un varco attraverso cui osservare il passato remoto della nostra specie. Le prime tracce di popolamento umano nel territorio di Ostuni risalgono al Paleolitico superiore, un’epoca in cui l’uomo ha iniziato a lasciare segni indelebili della propria presenza e spiritualità. La conferma scientifica dell'età di questi insediamenti è giunta nel 2010 dall’Università di Lipsia, in Sassonia, specializzata nello studio cronologico attraverso l'analisi isotopica dei resti ossei. La scoperta avvenne in una grotta scavata dal mare, un luogo che nel corso dei millenni ha mutato funzione, trasformandosi da rifugio primordiale a luogo di preghiera, fino a divenire, nel tempo moderno, una fonte di conoscenza inesauribile.

Veduta panoramica del Parco Archeologico di Santa Maria di Agnano a Ostuni

Rivivere la storia di Agnano e della sua culla significa resuscitare il passato e proteggerlo con dedizione. Questo è il compito che ha assunto il professor Donato Coppola, archeologo ostunese che ha sviscerato i segreti della grotta, rimanendo profondamente affascinato dalla cura con cui la defunta, seppellita nella gola della caverna, proteggeva il feto di circa 9 mesi custodito nel suo grembo. "Ostuni 1", nome scientifico del ritrovamento condotto nel 1991, è una madre di circa 20 anni morta tragicamente prima del parto.

L'identità di "Ostuni 1": tra scienza e leggenda

Per decenni, il pubblico ha osservato principalmente il calco realizzato sul sito del rinvenimento, raffigurante la donna di quasi trenta millenni fa sepolta in età giovanile con il suo bambino in grembo. La sua collocazione, sul costone che si affaccia sulla pianura verso il mare, richiama fortemente la spiritualità intrecciata con l’arcano della natura dell’uomo paleolitico. Gli archeologi l'hanno battezzata con il soprannome "Delia", un nome divenuto familiare, anche se negli ambienti accademici è nota come Donna di Ostuni o Ostuni 1.

I resti riferibili a una donna di circa 20 anni, databili a 28.000 anni fa e rinvenuti con i resti del suo feto in grembo, sono stati oggetto di una presentazione solenne il 12 maggio 2015 presso il Museo di “Civiltà preclassiche della Murgia meridionale” di Ostuni, situato nella Chiesa di San Vito Martire (Monacelle), nel cuore del centro storico.

Dettaglio della teca museale che custodisce lo scheletro di Delia e del bambino

Il rituale della sepoltura: un gesto d'amore eterno

Quando il professor Donato Coppola e la sua équipe scoprirono la sepoltura, il 24 ottobre 1991, si trovarono di fronte a una scena che sfidava i millenni. La madre era adagiata sul lato sinistro, le gambe rannicchiate e una mano posta sotto la guancia, in una posa che suggeriva un sonno profondo. La mano destra era posata sul ventre, quasi a voler proteggere e coccolare la creatura che portava in sé.

L’integrità dello scheletro e il ritrovamento del feto, praticamente intatto, hanno reso questo rinvenimento uno dei più importanti a livello mondiale nel campo della paleontologia. Le indagini antropologiche hanno rivelato dettagli commoventi: al momento di estrarre le minuscole ossa del feto, si è notato che le falangi della mano erano ancora a contatto con le orbite, segno che il piccolo aveva i “pugnetti” davanti agli occhi, una posizione tipica del feto umano che svela la continuità biologica ed emotiva tra l’uomo di 28.000 anni fa e noi.

Delia, la "dama di Ostuni": una donna del paleolitico superiore

L'analisi scientifica: il sincrotrone e i segreti della crescita

Gli studi condotti sul feto hanno richiesto tecnologie d'avanguardia. Grazie all'ausilio del sincrotrone di Trieste, è stato possibile esaminare i denti del bambino, formatisi durante la gestazione. L'analisi degli anelli di accrescimento dello smalto ha permesso di determinare con precisione che la gravidanza era giunta a circa 31-33 settimane. L'acceleratore di particelle ha rivelato tre episodi di stress vissuti dal bambino negli ultimi mesi di vita, suggerendo che la morte della giovane madre sia avvenuta per complicazioni legate a tale periodo.

La giovane donna, alta circa 1,70 metri, possedeva una dentatura perfetta, sebbene usurata, segno di una dieta basata sulla masticazione di pelli animali, una pratica comune per le comunità di cacciatori-raccoglitori del Gravettiano. Il cranio di Delia presenta una colorazione rossastra dovuta all'uso di ematite, un pigmento che, insieme alle centinaia di conchiglie forate (tra cui cipree e columbelle) che componevano il suo copricapo e i suoi bracciali, sottolinea il significato rituale della sepoltura.

Simbolismo e spiritualità paleolitica

Nella grotta di Santa Maria di Agnano si rinvengono le prime manifestazioni grafiche dell’Homo sapiens, con motivi lineari che rappresentano un vero e proprio linguaggio simbolico. Le conchiglie utilizzate per adornare Delia, in particolare la ciprea, erano per le culture arcaiche simboli di maternità e fertilità, veri e propri archetipi della vita. Il rosso dell'ocra non era solo un ornamento, ma il colore del sangue, emblema della vitalità che doveva accompagnare la defunta nell'aldilà.

La presenza di una piccola statuetta femminile vicino alla nuca di Delia e l'uso di pietre appuntite, forse correlate a rituali di accompagnamento alla morte, fanno pensare che la sepoltura non fosse un semplice rito funebre, ma una divinizzazione della maternità interrotta. La comunità cercava, attraverso questi atti, di propiziare la fecondità e assicurare la continuità del clan.

Dettagli delle incisioni e delle conchiglie rinvenute nel corredo funebre

Il Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale

Oggi, Delia e il suo piccolo sono esposti in una teca trasparente all'interno del Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale. Il museo, ospitato nell'ex monastero carmelitano di Santa Maddalena dei Pazzi, conserva non solo i resti di Ostuni 1, ma anche i calchi di altre sepolture rinvenute nella grotta, come "Ostuni 2" (un cacciatore vissuto circa 30.000 anni fa) e "Ostuni 3" (risalente all'epoca medievale).

La grotta stessa ha visto una frequentazione ininterrotta per millenni, divenendo nel Medioevo una chiesa rupestre, dove ancora oggi è visibile un affresco cinquecentesco della Vergine Maria. Questa continuità d'uso sottolinea come il luogo sia rimasto, nella percezione umana, un punto di riferimento sacro, capace di unire la storia naturale, l'archeologia e la spiritualità profonda dell'uomo.

Il valore del reperto di Ostuni 1 è universale. Come sottolineato dal professor Coppola, la conservazione del DNA di questo individuo paleolitico rappresenta una delle risorse genetiche più importanti conservate al mondo, offrendo una finestra unica sulla storia genetica dell'Europa durante l'Era Glaciale. La storia di Delia non è solo il racconto di una tragedia preistorica, ma una testimonianza tangibile della dignità umana, della cura per la vita e del mistero che accompagna l'uomo fin dall'alba della civiltà.

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