
L'immagine della dea, un simbolo potentissimo e profondamente radicato nella storia umana, apparve in un vasto territorio che si estende dai Pirenei al lago Baikal in Siberia, forse 20.000 anni e più fa. Queste figure sacre emersero in un periodo di profondi cambiamenti ambientali e sociali. Quando i ghiacciai che avevano ricoperto gran parte dell’Europa e dell’Asia cominciarono a sciogliersi, tra il 50.000 e il 30.000 a.C. (sebbene non scomparvero del tutto fino al 10.000 a.C.), apparve un essere umano col quale è possibile provare affinità: l’Homo sapiens. Prima di allora ben pochi animali potevano vivere sul terreno ghiacciato, eccetto il mammut lanoso, i rinoceronti e le renne. Più avanti, tra il 20.000 e il 15.000 a.C., le praterie lasciarono il passo a fitte foreste e le mandrie si spinsero a est, seguite dai cacciatori. Alcune tribù rimasero indietro, come quelle del sud-ovest della Francia, che si insediarono nelle grotte delle fertili valli della Dordogna, del Vézère e dell’Ariège.
È in questo contesto che si collocano le affascinanti scoperte di oltre 130 statuine, giacenti sulle rocce o al suolo, tra le ossa e gli attrezzi delle popolazioni paleolitiche. Queste statue, generalmente piccole, erano sempre nude e spesso gravide. Alcune sembravano semplici donne, ma la maggior parte apparivano madri, come se tutto ciò che in esse vi era di femminile fosse focalizzato sul soverchiante mistero della nascita. Molte icone erano cosparse di ocra rossa, il colore del sangue vivo, e spesso si restringevano in un punto privo di piedi, come se un tempo fossero state conficcate verticalmente nel terreno per uno scopo rituale. Queste figure, lungi dall'essere semplici rappresentazioni, portano con sé un profondo significato culturale e spirituale, che ha attraversato millenni e continua a stimolare la ricerca e l'interpretazione.
La Venere di Willendorf: Un'Icona della Fertilità Paleolitica

La Venere di Willendorf è una statuetta di poco più di 10 cm d’altezza, scolpita in pietra calcarea e originariamente dipinta in ocra rossa. La Venere è rappresentata in posizione eretta con le piccole braccia poggiate sui seni, il volto non è visibile; il capo sferico è ricoperto da un motivo decorativo a trecce sovrapposte. Il corpo è del tipo steatopigo, ossia con gli attributi femminili molto enfatizzati, in particolare seni e glutei. Tali caratteri rimandano al tema della prosperità, mentre il colore rosso costituiva in età paleolitica un simbolo di vita, di morte e di rinascita.
La Venere di Willendorf, esposta al Museo di Storia Naturale di Vienna, non è speciale solo in termini di design, ma anche per il materiale con cui è stata realizzata. Per rendere l’idea, le altre “Veneri” del Paleolitico sono state create in avorio oppure in osso, mentre quella di Willendorf è stata scavata in un’oolite, una roccia sedimentaria ben conosciuta che nasce in bacini di acque tropicali calde e basse. Questo materiale non è presente in un raggio di 200 chilometri intorno a Willendorf. Questa statuetta di quasi 11 centimetri, risalente al Paleolitico, fa parte della collezione di “Veneri”, una trentina, scoperte in varie parti d’Europa e che richiamano alla devozione di una “dea madre” per i riti di fertilità umani. I simboli sono tanti, dal seno e i genitali molto pronunciati, al viso coperto, fino al colore rosso col quale era stata dipinta.
Riassunti di Storia. Venere di Willendorf
Le Nuove Scoperte sulla Provenienza della Venere di Willendorf
Per oltre cent’anni dal suo ritrovamento, non si è mai saputo da dove provenisse la roccia della Venere di Willendorf, anche perché le analisi erano state fatte solo all’esterno del manufatto, sotto il profilo artistico-archeologico. Ma da dove proveniva quindi? I ricercatori viennesi lo hanno scoperto grazie all’aiuto di tomografie ad alta risoluzione, attraverso le quali hanno individuato che il materiale con cui venne scolpita la Venere proveniva con ogni probabilità dal nord Italia.
Un gruppo di ricerca guidato da Gerthard Weber dell’Università di Vienna e dai due geologi Alexander Lukeneder e Mathias Harzhauser, oltre che dal preistorico Walpurga Antl-Weiser del Museo di storia naturale di Vienna, ha utilizzato un nuovo metodo per dare una risposta, esaminando l’interno della statuetta: la tomografia microcomputerizzata. Prima un frammento di conchiglia fossile identificato nella testa ha permesso di migliorare la datazione della Venere, che sarebbe risalente al Giurassico. Poi, durante diversi passaggi tecnici dello studio, gli scienziati hanno ottenuto immagini con una risoluzione fino a 11,5 micrometri.
A quel punto i ricercatori si sono procurati campioni comparativi: per realizzare il confronto sono stati prelevati ed esaminati frammenti di roccia dalla Francia all’Ucraina orientale, dalla Germania alla Sicilia. Sono stati così contrassegnati, misurati, schedati migliaia di grani attraverso programmi di elaborazione delle immagini ma anche manualmente. Fino alla scoperta appena pubblicata: i campioni della statuetta erano identici a quelli provenienti dal nord Italia, precisamente dal lago di Garda. Questa scoperta significa che negli anni, o più probabilmente nei secoli, la Venere ha percorso un viaggio dal sud al nord delle Alpi, fino a Vienna, non lontano dalle sponde del Danubio, dove si trova appunto Wachau.
Lo studio getta così nuova luce non solo sulla cultura e sulle competenze artistiche delle popolazioni che allora vivevano la nostra provincia, ma anche sulla notevole mobilità che le caratterizzava. Un viaggio del genere avrebbe potuto richiedere anche diverse generazioni. La gente nel Gravettiano, la cultura paleolitica diffusa da 29.000 a 20.000 anni fa in gran parte dell’Europa, cercava e abitava luoghi favorevoli. Quando il clima o la situazione delle prede cambiavano, si spostavano, preferibilmente lungo i fiumi. Creata sulle sponde del Garda, modellata con la roccia del lago, e poi trasportata negli anni, forse nelle generazioni, nei secoli, su al Nord, oltre le Alpi, fino al Danubio, dove venne ritrovata all’inizio del secolo scorso, nel 1908, a Wachau. La Venere di Willendorf, uno dei più importanti esempi di arte antica in Europa, era stata creata con ogni probabilità sulle sponde del nostro lago, in epoca primitiva, circa 25mila anni fa.
Altre Manifestazioni della Dea Madre: Un Confronto Geografico e Simbolico

Le “Veneri” paleolitiche non si limitano alla Venere di Willendorf, ma includono una serie di figure che condividono tratti comuni e, al contempo, presentano significative peculiarità. Queste scoperte archeologiche, sparse in diverse regioni d'Europa, offrono uno spaccato affascinante sulla percezione della femminilità, della fertilità e della sacralità nelle società preistoriche.
La Signora di Laussel: Sopra un riparo roccioso a Laussel, in Dordogna, a poche miglia dalla grande caverna di Lascaux, la figura di una donna, alta 43 centimetri, un tempo guardava la valle. Gli scultori paleolitici la cesellarono su una roccia calcarea con strumenti di selce e le posero nella mano destra un corno di bisonte a forma di falce di luna, con tacche simboleggianti i tredici giorni della fase crescente e i tredici mesi dell’anno lunare, mentre con la mano sinistra indica il suo ventre rigonfio. Questa statua, con il suo ricco simbolismo lunare e gestuale, suggerisce un profondo legame tra la figura femminile, i cicli naturali e il tempo.
La Signora di Lespugue: Centosessanta chilometri a sud, nelle colline alla base dei Pirenei, in un posto chiamato Lespugue, sommersa in un canalone di fango, giacque per millenni la delicata statuina della Signora di Lespugue. Intagliata nell’avorio di un mammut, è alta solo 14 centimetri. Non ha mani né piedi, e le gambe che si restringono in un punto fanno pensare che fosse fissata nel terreno o nel legno per poter rimanere in piedi e mostrarsi. Le braccia poggiano sui larghi seni cadenti che si fondono col ventre rigonfio e pieno, le natiche e le cosce sono sproporzionatamente ampie, come se contribuissero all’atto di dare la vita. Seni e natiche danno l’impressione di quattro grandi uova contenute nel nido del suo corpo gravido. Dieci linee verticali sono state incise dall’estremità delle natiche al retro delle ginocchia, suggerendo che le acque della nascita devono cadere dall’utero copiose come pioggia. Questa figura evoca potentemente il tema della nascita e della fecondità, con un'enfasi visiva sui simboli riproduttivi.
La Signora di Brassempouy: La più antica scultura di Dea, più o meno del 22.000 a.C., è quella che sembra più moderna. Di lei ci resta solo la minuscola testa. Alta appena tre centimetri e mezzo, era stata scolpita su un avorio di mammut con fattezze fini e delicate, il collo slanciato incorniciato dai lunghi capelli dritti, il naso e le sopracciglia davvero peculiari, e ancor più particolare il disegno di una rete precisamente cesellata per tutta la lunghezza dei capelli. La raffinatezza dei dettagli in questa piccola scultura suggerisce un'attenzione all'estetica e alla simbologia che va oltre la semplice rappresentazione fisica.
La Signora di Dolni Vestonice: La strana Dea nera trovata a Dolni Vestonice vicino a un focolare, fu scolpita in argilla e polvere d’osso e resa dura, come pietra, dalla cottura. Il suo volto ha due tagli obliqui per gli occhi nella parte superiore, un segno per il naso e in cima alla testa quattro buchi di argilla per contenere fiori, foglie o piume, che scendevano a mo’ di “capelli” o “copricapo” - un’immagine che forse esplora come crescono le piante. Anche qui predomina l’impressione di fecondità: lo dimostrano la forma dei seni cascanti seguiti dalla curva rigonfia dei fianchi e del ventre, e il grande foro-ombelico che enfatizza il cordone ombelicale sostituendosi alla vulva assente. L'uso di materiali diversi e la presenza di fori per ornamenti vegetali suggeriscono un collegamento con la crescita e la vitalità del mondo naturale.
Le Dea di Mal’ta: Spostandoci ulteriormente verso est, in Siberia, precisamente a Mal’ta, vicino al lago Baikal fu scoperto uno straordinario sito funerario, datato intorno al 16.000-13.000 a.C. In questo sito, insieme a quattordici sepolture di animali, c’erano almeno 20 figurine di Dea in avorio di mammut, alte dai 3,2 ai 13,3 centimetri, una di loro apparentemente vestita con una pelle di leone. La presenza di un gran numero di queste statuette in un contesto funerario suggerisce un ruolo significativo della Dea nella concezione della vita, della morte e dell'aldilà.
Il Mistero della Nascita e il Significato della Dea

L'unica cosa di cui possiamo esser certi è di trovarci di fronte a figure femminili. Possiamo interpretarle come rappresentazioni di donne reali o come figure femminili astratte, oppure come donne le cui caratteristiche specifiche hanno un significato rituale, che sono state palesate per trasmettere qualcosa che va oltre quello che ogni donna particolare è o fa. Non sono state trovate figure maschili analoghe. Abbandoniamo la testimonianza e giungiamo all’interpretazione. Il mistero del corpo femminile è il mistero della nascita, che è anche il mistero del non manifesto che diviene manifesto nell’interezza della natura.
Riconoscendo il significato religioso di queste figure, non ci è permesso congedarle come “idoli della fertilità”. Il termine “idolo” rende inevitabilmente triviale la numinosità dell’esperienza religiosa, poiché usato solo per le forme di adorazione degli altri, e la parola “fertilità”, così grandiosa, ignora il fatto che anche ai giorni nostri molti pregano che la Vergine Maria conceda loro dei figli. Allo stesso modo, chiamarle “figurine di Venere” (come vengono solitamente chiamate la Venere di Laussel o la Venere di Lespugue), significa ridurre l’universalità di un principio primo, la Madre, al nome della dea romana dell’amore, che era solo una fra le tante dee soppiantate dal dio Padre come governatore, se non creatore, del mondo.
Pertanto, nel cercare di restituire alle figure paleolitiche la loro dignità originaria, preferiamo attribuire a queste sacre rappresentazioni del potere dell’universo di dare la vita, nutrire e rigenerare, il nome di “Dea Madre”, o semplicemente “Dea”. La Dea, sorgente di vita, era spesso rappresentata anche in modo astratto con la forma di un triangolo o in una marcata divisione delle gambe aperte come ingresso all’utero. Solo nella Francia paleolitica si trovano più di cento immagini della vulva, testimonianza che i racconti della Dea che dà la vita fossero così familiari da essere riconosciuti all’istante. Talvolta le vulve hanno segni e germogli disegnati sopra o accanto; altre recano incisioni che imitano il movimento dell’increspatura dell’acqua, a ricordare che il grembo cosmico era riconosciuto come fonte del mondo vegetale e come acqua di vita.
Il capo curiosamente bulboso della Venere di Willendorf è diviso verticalmente in sette strati, ognuno dei quali è inciso orizzontalmente per tutta la lunghezza, dando la parvenza di sette cerchi. Il numero sette - che rappresenta un quarto del pieno ciclo della luna ed è il numero dei pianeti in movimento - potrebbe essere una coincidenza, ma certamente era il sacro numero del Tutto al tempo dell’Età del Bronzo (3500 a.C.). La statua si colloca all'interno del culto della Madre Terra e del Femminile. La vulva e il seno sono gonfi e molto pronunciati, a rappresentare un significato di prosperità, e anche il colore rosso ocra col quale la statuetta è dipinta rimanda al rosso, colore archetipico della passione, e del sangue mestruale che annunciava la rinnovata capacità della donna di poter dar seguito di nuovo alla vita e mettere così a freno la paura dell'oblio. Alcuni suggeriscono che, in una società di cacciatori e raccoglitori, molto scettici, la corpulenza e l'ovvia fertilità della donna potrebbero rappresentare un elevato status sociale, sicurezza e successo. La pesantezza centripeta del suo corpo - dove seni, ventre e cosce rientrano in un cerchio e le braccia riposano sopra ai seni enormemente turgidi - forma un deciso contrasto con la testa finemente cesellata di simboli.