Parvati e Siva: Simboli di Fecondità e Potere nella Religione Induista

La religione induista, con la sua ricca tapezzeria di divinità e miti, offre un profondo sguardo sulla natura dell'universo e della vita stessa. Al centro di questo universo spirituale si trovano figure divine che incarnano concetti fondamentali come la fertilità, l'amore, la devozione e il potere creatore. Tra le divinità più venerate e influenti spiccano Parvati e suo consorte Siva, la cui interazione simboleggia le forze primordiali che governano l'esistenza.

Parvati: La Dea della Fertilità e dell'Energia Creatrice

Parvati è una delle dee più conosciute e importanti della religione induista, venerata in particolare dalle donne sposate per il suo legame con la fertilità, l'amore e la devozione. La sua figura è intrinsecamente legata al concetto di Shakti, l'energia creatrice universale che permea ogni aspetto della realtà. Parvati simboleggia questa forza primordiale, la cui potenza è inseparabile dalla sua controparte maschile, Siva. Come sottolineato dalla letteratura induista, la forza di Siva sarebbe nulla senza il potere creativo della Shakti, così come Siva stesso sarebbe vuoto senza di essa.

Statua di Parvati

Nella vasta letteratura induista, Parvati assume diverse forme e nomi a seconda dei contesti. È ampiamente riconosciuta come Durga, la dea guerriera dall'invincibile potere; come Kali, la dea oscura e trasformatrice; e come Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità; e come Saraswati, la dea della conoscenza e dell'apprendimento. Questa multiformità riflette la natura complessa e onnicomprensiva della divinità femminile nella cosmologia induista.

Le rappresentazioni iconografiche di Parvati mostrano spesso la dea con due o più braccia, che impugnano vari oggetti simbolici. Tra questi si annoverano una conchiglia, una corona, uno specchio, un rosario, una campana, un piatto, un attrezzo agricolo, una canna da zucchero o fiori come il loto. Questi attributi evocano la sua connessione con la natura, la prosperità, la spiritualità e la sua capacità di dispensare benedizioni.

La mitologia induista narra diverse storie riguardanti Parvati. Una delle più note è quella di Sati, la prima moglie di Siva, che scelse di porre fine alla propria vita immolandosi a causa dell'offesa arrecata a Siva da suo padre. Questo tragico evento spinse Siva a dedicarsi a una vita ascetica, ritirandosi sull'Himalaya. Successivamente, Parvati rinacque e riconquistò l'amore di Siva. Un altro racconto mitologico, presente nel poema epico Kumārasambhava, descrive come il dio dell'amore Kama, nel tentativo di risvegliare Siva dalla sua meditazione profonda per farlo innamorare di Parvati, scoccò una freccia. Siva, disturbato, aprì il suo terzo occhio, incenerendo Kama all'istante e privando temporaneamente il mondo della forza del desiderio sessuale.

A una lettura superficiale, Parvati potrebbe apparire semplicemente come una sposa amorevole e devota. Tuttavia, la sua figura trascende questa interpretazione. È una dea orgogliosa e potente, la cui statura è tale da farla includere nella trinità delle dee induiste, a testimonianza del suo ruolo centrale nel cosmo.

Dewi Danu e Dewi Sri: Le Dee della Fertilità a Bali

L'influenza delle divinità legate alla fertilità non si limita al subcontinente indiano. L'isola di Bali, ricca di miti e leggende affondate nelle sue profonde radici culturali e tradizionali, venera anch'essa dee che incarnano questi principi. Tra le più celebri vi sono Dewi Danu e Dewi Sri.

La leggenda di Dewi Danu, dea associata all'acqua e alla fertilità, narra di un periodo di prolungata siccità che afflisse l'isola, causando carestie e sofferenze alla popolazione. In risposta alle preghiere dei sacerdoti, apparve Dewi Danu, una bellissima dea dall'aspetto saggio e gentile. Si offrì di controllare le acque e garantire la fertilità dei campi di riso, a condizione che le fosse dedicato un tempio e che le persone le dimostrassero rispetto e gratitudine. Fu così eretto il Tempio Ulun Danu Batur sulle rive del Lago Batur, dedicato a Dewi Danu. Il lago divenne il suo regno, e si crede che ella vegli sulle acque e sulla fertilità delle terre circostanti.

Tempio Ulun Danu Batur a Bali

Un altro mito importante, anch'esso collegato alla natura, è quello di Dewi Sri, la dea balinese del riso e della fertilità. Si racconta che la dea apparve in sogno a un sacerdote, rivelando di essere prigioniera di un demone, motivo per cui i campi di riso erano aridi. Solo le preghiere riuscirono a liberarla, donando così prosperità al raccolto.

Il suolo fertile di Bali e il suo clima umido hanno reso l'isola un luogo ideale per la produzione del riso, elemento fondamentale della sussistenza e della cultura locale. La venerazione di Dewi Sri e Dewi Danu sottolinea la profonda connessione tra la spiritualità balinese e i cicli naturali, in particolare quelli legati alla terra e all'agricoltura.

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Siva: Il Dio Asceta, Distruttore e Creatore

Siva, consorte di Parvati, è una delle divinità più complesse e affascinanti del pantheon induista. È una divinità maschile post-vedica, erede di antiche divinità pre-arie come Paśupati e Rudra. La ricostruzione delle origini del suo culto è un compito arduo, che ha generato dibattiti tra gli studiosi.

I sigilli raffiguranti Paśupati, una divinità pre-aria, lo rappresentano in una postura "yogica", con un volto bovino o tricefalo e un'acconciatura a forma di corna. L'erudito D.D. Kosambi ha criticato l'interpretazione di John Marshall, suggerendo che le "corna" potessero essere quelle di un bufalo, sollevando dubbi sul collegamento diretto tra Paśupati e Siva o il suo precursore vedico Rudra, dato che il toro è l'animale associato a queste ultime divinità. Nonostante ciò, Kosambi collega comunque questo proto-Paśupati a Siva, ma attraverso il demone bufalo Mahiṣāsura.

Statua di Siva Naṭarāja

Nel pantheon vedico, Rudra occupa un posto particolare. Viene descritto come un dio imprevedibile, associato alle potenze demoniache e ai luoghi selvaggi. Non ha amici tra gli altri dei, è di pelle scura, con ventre e dorso rossi, e capelli raccolti in trecce. Anche nei successivi Brāhmaṇa, Rudra conserva questo aspetto estremo: è un vagabondo, escluso dai sacrifici, e le offerte a lui destinate vengono gettate per terra.

L'orientalista Alain Daniélou nota che il termine sanscrito śiva (che significa "propizio", "favorevole", "benefico") è proprio di Rudra, il cui nome si aveva timore di pronunciare. Arthur Berriedale Keith e Jan Gonda hanno sempre considerato lo sviluppo religioso e cultuale da Rudra a Siva privo di interruzioni di continuità. Jean Varenne evidenzia l'importanza di Rudra, il cui nome deriva dalla radice verbale sanscrita rud ("ululare", "urlare", "ruggire", "piangere"), collegandolo anche all'aggettivo rudhirá ("rosso" o "rosso sangue"), suggerendo un legame con le nuvole di tempesta e il rumore del tuono. Il "Signore degli animali" pre-ario (Paśupati) diventa nei Veda "Urlatore" (Rudra) e dio degli animali sacrificati.

Daniélou conclude che l'antico culto di Siva riemerge, superando l'ostracismo degli invasori ariani e imponendo le proprie idee filosofiche e tecniche rituali. Nelle Upaniṣad, Siva è descritto come il "signore che tutto governa", "colui dal quale tutti gli esseri nascono e vi ritornano", e il "Sé interiore di tutti gli esseri viventi".

La figura di Siva è caratterizzata da una profonda dualità: è allo stesso tempo l'asceta per eccellenza, padrone dei sensi e della mente, eternamente immerso nella beatitudine, e il distruttore, colui che dissolve l'universo per permettere una nuova creazione. Questa dualità si manifesta in molteplici aspetti.

Siva e la Danza Cosmica: Naṭarāja

Una delle rappresentazioni più iconiche di Siva è quella di Naṭarāja, il Re della Danza. Questa raffigurazione si basa su un antico mito in cui i Ṛṣi della foresta di Tāraka, nel tentativo di distruggere la divinità con canti magici, videro Siva iniziare una danza che trasformava le loro maledizioni in energia creativa. I Ṛṣi generarono allora il nano Apasmāra, personificazione dell'ignoranza, per attaccare Siva. Ma Siva lo schiacciò con il suo piede destro, spezzandogli la colonna vertebrale e liberando l'umanità dal flagello dell'ignoranza, simboleggiando al contempo la salvezza dai legami dell'esistenza con la gamba sinistra sollevata.

Nella sua forma di Naṭarāja, Siva è solitamente raffigurato con quattro braccia. Una mano sinistra, posta davanti al corpo, forma il gaja-hasta (gesto dell'elefante), simbolo di forza. La mano destra è sollevata nel gesto di protezione (abhayamudrā), invitando alla fiducia. La mano destra sollevata regge il tamburo primordiale (ḍamaru), il cui suono genera il creato, mentre la mano sinistra regge il fuoco (agni), simbolo della distruzione. La danza cosmica di Siva, nota come nāṭyaśāstra, simboleggia le cinque attività cosmiche: creazione (il tamburo e il suono primordiale, l'Oṃ), conservazione (la mano che dà speranza), distruzione (il fuoco), illusione (il piede sul suolo) e liberazione (il piede sollevato).

Siva in postura di meditazione

La Dualità di Siva: Ascetismo ed Erotismo

La figura di Siva incarna aspetti apparentemente contraddittori, come l'ascetismo e l'erotismo. L'indologa Wendy Doniger sottolinea che, sebbene questi aspetti possano sembrare opposti, essi hanno un comune denominatore. L'ascetismo (tapas) e il desiderio (kāma) non sono diametralmente opposti, ma piuttosto due forme di "calore": tapas è il fuoco distruttivo o creativo generato dall'asceta, mentre kāma è il calore del desiderio. Tapas, che letteralmente significa "calore", nel Ṛgveda indica "sofferenza" o "austerità religiosa". Nello Yoga classico, tapas è una delle discipline fondamentali, indicando il fervore necessario nel percorso spirituale.

Siva Ardhanārīśvara, il Signore androgino, metà uomo e metà donna, è un esempio della coesistenza degli opposti nella sua figura. Questa unione simboleggia l'interdipendenza dei principi maschile e femminile, essenziali per la creazione e il mantenimento dell'universo.

Siva nella Trimūrti e i suoi Innumerevoli Aspetti

Con la diffusione del concetto di Trimūrti (la triade divina composta da Brahmā, Viṣṇu e Siva), Siva è stato identificato principalmente con il suo aspetto dissolutivo, e quindi rinnovatore. Nella Trimūrti, Siva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto, concludendo i cicli di vita e morte per permettere a Brahmā (l'aspetto creativo) di iniziarne di nuovi. Egli è anche il Signore che distrugge la separazione tra il Sé individuale (jīvātman) e il Sé universale (Parātman).

Nonostante il suo ruolo distruttivo, Siva è anche considerato una delle divinità più benefiche. Numerosi aneddoti mitologici evidenziano la sua magnanimità. Egli è il Signore di tutti gli yogin (Yogiśvara), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine e nel samādhi. In questa forma, egli prende i nomi di Yogiśvara, Sadaśiva ("Siva l'eterno") e Paraśiva ("Siva supremo"), considerate da molte tradizioni la sua forma ultima.

Siva è anche chiamato Hara, che significa "Colui che porta via", "Colui che distrugge". Tuttavia, egli è anche colui che inghiottì il veleno prodotto durante la creazione per proteggere il cosmo, dimostrando il suo aspetto protettivo e salvifico.

La figura di Siva è associata al numero 5, considerato sacro. I suoi cinque volti corrispondono ai cinque elementi grossi e sottili, e ai cinque organi di azione, ognuno associato a un appellativo e a una funzione cosmica.

Templi Tamil in Sri Lanka: Un Assalto ai Sensi

La devozione a divinità come Siva e Parvati si manifesta anche attraverso imponenti strutture templari. In Sri Lanka, il tempio tamil più importante è senza dubbio quello di Matale. La sua struttura è grandiosa e appariscente, con enormi torri a stupa decorate in modo eccentrico ed esuberante con statue ed effigi dettagliate. La torre principale, di un vivido giallo canarino, cattura immediatamente l'attenzione dei visitatori.

L'interno del tempio è ancora più strabordante e stravagante dell'esterno. Ogni centimetro è decorato con stucchi, rilievi e fregi dai colori più vivaci. Al centro si erge il sancta sanctorum, un ambiente angusto dove un santone compie gesti misteriosi intorno a un focolare perenne.

Una caratteristica tipica dei templi tamil in Sri Lanka è il fracasso. Un rumore a volte insopportabile è prodotto da musicisti che si esibiscono in litanie continue, amplificate dalla vastità dell'ambiente. Questa cacofonia sensoriale, unita alla profusione di decorazioni e alla presenza di innumerevoli divinità, umani, spiriti, animali e figure fantastiche, crea un'esperienza immersiva che mira a raffigurare l'intero pantheon induista.

È obbligatoria un'offerta prima di entrare nel tempio, che, sebbene libera, viene rapidamente quantificata da un guardiano. L'interno, dicevo, è se possibile ancor più strabordante, eccessivo, stravagante dell’esterno. Ogni centimetro è decorato fino allo sfinimento con stucchi, rilievi, fregi di ogni colore possibile immaginabile. Al centro sorge un blocco separato, caratterizzato da un arco argentato anch’esso finemente lavorato. E’ il sancta santorum del tempio, all’interno del quale, sorprendentemente angusto, un santone si produce in misteriosi e incomprensibili gesti intorno ad un focolare perenne. Una delle caratteristiche tipiche dei templi tamil di Sri Lanka è il fracasso. Tale rumore, a volte insopportabile, è prodotto da alcuni musicisti che si esibiscono in continue litanie, amplificate in maniera ossessiva dal rimbombo procurato dalla vastità dell’ambiente.

Durante una visita al tempio di Matale, si è potuto osservare un gruppo di famiglie tamil impegnate in rituali. Tra questi, un giovane uomo vestito di bianco si presentava davanti a ogni divinità, giungeva le mani, restava assorto per un minuto e poi passava oltre. Si è compreso che apparteneva alla famiglia di uno sposo, che si presentava al tempio prima della cerimonia nuziale vera e propria.

La complessità e la ricchezza di queste divinità e delle loro manifestazioni culturali offrono una visione affascinante della profondità spirituale e della diversità delle tradizioni religiose che continuano a prosperare e a evolversi.

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