La vicenda umana, fin dalle sue origini più remote, è stata profondamente segnata dalla complessa questione dell'abbandono dei figli non voluti. Questa pratica, dolorosa e intrisa di disperazione, ha attraversato epoche e culture, rivelando una considerazione della vita nascente che, in passato, era spesso molto diversa da quella attuale. I bambini, in particolare i neonati, erano talvolta considerati come oggetti, una visione che consentiva, in alcune società, l'abbandono o persino la vendita di figli illegittimi, pur non permettendo l'uccisione diretta. Questo sguardo, crudo e pragmatica, ha plasmato il destino di innumerevoli vite, lasciando un'eredità di storie celate e di sofferenze inespresse.

Le Radici dell'Abbandono e i Primi Tentativi di Protezione
Le popolazioni antiche, come testimoniato da reperti storici e narrativi, hanno praticato l'abbandono di figli non voluti in tutte le epoche e presso tutte le civiltà. I neonati venivano considerati, in molte circostanze, alla stregua di oggetti, un'idea che, sebbene non sempre contemplasse l'infanticidio, apriva la strada all'esposizione o alla vendita dei figli illegittimi. Nell'antica Roma, un esempio emblematico di questa pratica era la "columna lactaria", un luogo pubblico dove il neonato non riconosciuto veniva esposto. Spesso, il destino di questi bambini era la morte, a meno che non venissero tratti in salvo da qualcuno che, in cambio della loro vita, li avrebbe ridotti in schiavitù, assoggettandoli a una vita di servitù fin dalla tenera età.
Le cose iniziarono a cambiare con l'avvento del Cristianesimo nel IV secolo. In questo periodo, cominciò a farsi strada l'idea di una difesa e protezione dell'infanzia, un concetto rivoluzionario che poneva le basi per una nuova sensibilità sociale. Nel 315, l'imperatore Costantino emanò una legge affinché, dalle risorse incamerate con le tasse, fossero reperiti fondi per soccorrere i bambini abbandonati o i figli di genitori indigenti, un primo passo concreto verso una forma di assistenza sociale. Appena tre anni dopo, nel 318, la legislazione si fece più severa, sancendo la pena di morte per chi avesse praticato l'infanticidio. Nonostante questi progressi, i genitori erano ancora autorizzati a vendere i propri figli, a dimostrazione di quanto profondamente radicata fosse la concezione della prole come proprietà. La svolta decisiva avvenne verso il 370 d.C., quando Valentiniano e Valente dichiararono omicida chiunque uccideva un bambino e vietarono l'esposizione, segnando un'importante tappa nell'affermazione dei diritti dell'infanzia. Successivamente, nel 500 d.C., un Concilio Ecumenico equiparò l'abbandono all'infanticidio, elevando la protezione dei più piccoli a un principio di diritto ecclesiastico di ampia portata, che avrebbe influenzato la morale e la legislazione per secoli a venire. Questi sviluppi storici mostrano un progressivo, seppur lento e tortuoso, riconoscimento della dignità e del valore intrinseco della vita umana fin dalla nascita.
La Nascita della Ruota degli Esposti: Un Rifugio Silenzioso
La comparsa della prima "Ruota degli Esposti" rappresentò un'innovazione significativa nella gestione del fenomeno dell'abbandono, offrendo una soluzione che, per quanto rudimentale, mirava a salvare vite e a preservare l'anonimato delle madri. Questo semplice congegno, ideato appositamente per nascondere all'accettante il portatore di un neonato, fece la sua comparsa in Francia alla fine del XII secolo. Consisteva in un cilindro in legno installato in un'apertura, spesso su un lato di un convento o di una chiesa, nella cui cavità, attraverso una piccola porta, veniva riposto il bambino. La persona addetta all’accettazione, avvisata dal suono di un campanello, faceva girare l’apertura e accoglieva il neonato, garantendo che il volto di chi lo aveva lasciato restasse segreto. A volte, tra i panni del neonato, veniva lasciata una medaglietta o un pezzo di stoffa, con la speranza che, qualora la situazione fosse cambiata, fosse possibile un riconoscimento e un ricongiungimento.
La prima ruota in Italia fu istituita nel 1198 presso l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma, per volontà di Papa Innocenzo III, che, secondo la tradizione, fu sconvolto da incubi sui neonati gettati nel Tevere. Questa ruota romana, la cui struttura integra è ancora oggi visibile, divenne un esempio per molte altre che si diffusero rapidamente nei Paesi latini del Mediterraneo. L'originaria culla era un semplice cilindro di legno, posto nel vano di una finestra sul fronte strada che ruotava su un perno, un meccanismo ingegnoso nella sua semplicità per l'epoca.
Il futuro del bambino, una volta accolto dalla ruota, era solitamente quello di essere battezzato e iscritto al registro della casa. Il nome scelto spesso corrispondeva al santo del giorno, mentre tra i cognomi i più frequenti erano Esposito (perché il bambino sarebbe stato esposto a chi lo avrebbe poi adottato), Diotallevi, Diotiguardi, Innocenti e Genito. Questi cognomi, ancora oggi diffusi, sono una testimonianza silenziosa di quella che fu una pratica diffusa e un tentativo, seppur imperfetto, di dare un'identità e un futuro a chi era stato abbandonato. Le ruote degli esposti si moltiplicarono in tutto il Paese, arrivando a essere più di 1200 nel nostro paese, nella seconda metà del 1800. A Milano, in particolare, si contavano oltre 4000 neonati abbandonati ogni anno nelle ruote sparse per la città, rappresentando il 30% dei bambini nati, un numero veramente impressionante che evidenziava una crisi sociale profonda. Le antiche ruote degli esposti rimasero in funzione per secoli, salvando innumerevoli vite, tra cui, si dice, persino quella di Leonardo da Vinci, il cui destino avrebbe potuto essere tragicamente diverso senza l'esistenza di questi dispositivi. Tuttavia, a causa dell'uso e dell'abuso che se ne fece, nel 1923, le ruote furono ufficialmente soppresse dal fascismo. Questo non pose fine al problema degli abbandoni, ma eliminò uno dei pochi meccanismi di protezione esistenti per i neonati.
LA RUOTA DEGLI ESPOSTI A NAPOLI | Trailer documentario
Dal Cassone dell'Immondizia alla Culla per la Vita: Il Dramma Moderno dell'Abbandono
Nonostante i progressi della società e l'evoluzione delle normative, il dramma dell'abbandono dei neonati persiste anche nell'era contemporanea, assumendo forme spesso ancora più cruente e disperate. I fatti di cronaca degli ultimi anni testimoniano una realtà sconvolgente: bambini lasciati nei luoghi più impensabili e pericolosi, come i cassonetti dell'immondizia o i bordi delle strade, trasformati in un rifiuto di cui disfarsi.
Ricordiamo episodi dolorosi: il piccolo neonato di Ragusa, Vittorio Fortunato, salvato solo perché un passante si fermò a raccogliere il sacchetto che lo conteneva dal bidone della spazzatura e sentì il suo pianto, trasportandolo all'Ospedale Giovanni Paolo II. Lì è stato accolto e curato, e per lui si è attivata un'onda di solidarietà con una ventina di famiglie ragusane che hanno contattato i servizi sociali per accoglierlo. Un esito diverso, ma ugualmente tragico, si è verificato a Trapani, dove un bimbo è stato lanciato dalla finestra, un gesto di totale rifiuto che grida solitudine, paura del giudizio altrui, delle responsabilità e disperazione.
Altri casi, altrettanto drammatici, hanno segnato il nostro paese: la neonata trovata morta a Campi Bisenzio, accanto al contenitore di farmaci scaduti; il piccolo Giorgio, appena nato, ritrovato in una borsa in un cassonetto nei pressi del cimitero di Rosolina Mare e salvato da un passante che ha sentito i suoi vagiti; la piccina emersa dal Tevere con ancora il cordone ombelicale. Un'altra storia tristissima è quella di Ostra, dove su un nastro trasportatore di un'azienda di riciclo di rifiuti è stato trovato il cadavere menomato di un neonato. Ancora, a Santa Maria di Sala, un neonato, nudo e con il cordone ombelicale ancora attaccato, è stato ritrovato chiuso in un sacchetto accanto a un cassonetto dell'immondizia e salvato da una donna. Nel 2013, davanti al reparto di Ginecologia dell’Ospedale San Camillo di Roma, un neonato fu gettato vivo in un cestino dei rifiuti. Nel 2003, stessa sorte per un neonato trovato in un cassonetto a Maiano Monti, in provincia di Ravenna.
Questi gesti riflettono povertà umane, affettive e spirituali che conducono alla svalutazione della vita umana, in un impasto di solitudine e disperazione, di buio e di freddo. Il Cardinal Caffarra ha toccato il cuore di questa tragedia con parole profonde, come nella sua lettera: «Cara Maria Grazia, sei stata buttata nei rifiuti sotto la mia finestra, vicino alla mia casa. Eri diventata qualcosa di troppo; un di più di cui bisognava disfarsi. Come è potuto accadere? Perché non sei stata guardata con gli occhi dell’amore, forse resi ciechi da un indicibile dramma. E quando non guardo l’altro con questi occhi, esso diventa un residuo da cui liberare la realtà. Un rifiuto di cui disfarsi. Sei stata salvata perché il tuo vagito ha trovato ascolto nel cuore paterno di due uomini buoni. Il tuo vagito vale più di tutti i nostri calcoli egoistici, perché ha gridato che nessuna persona può essere rifiutata. Ci ha ricordato che l’intero universo è meno prezioso di te, anche quando vagivi in mezzo ai rifiuti; è meno prezioso di una sola persona umana. Grazie per avercelo ricordato dal fondo di un letamaio. Il tuo vagito entri nella coscienza di ciascuno di noi fino in fondo, e dentro la nostra città. Il cassone dell’immondizia posto sotto la mia finestra fu guardato con occhi pieni di amore da Dio stesso, perché in esso c’era la sua immagine. Non rinunciamo più alla verità che ci è stata svelata dal tuo vagito: nessuna persona è da buttare, perché in ogni persona è presente un mistero da venerare. Tanti sono passati davanti a quel cassonetto. Io stesso lo vedo ogni volta che mi affaccio alla finestra. Continueremo a vivere dimenticando chi siamo, e come fossimo tante solitudini pressate l’una contro l’altra? Eppure ancora mi attraversa il tuo vagito, che indica la verità di cui andiamo affannosamente in cerca, nei nostri giorni divenuti tristi. Grazie, piccola bambina, perché ascoltando il tuo pianto ho imparato ancora più intimamente cosa significhi essere padre: prendersi cura di ciascuno perché nessuno sia più sfigurato. Che la nostra città percorra, guidata dal tuo vagito, l’intero cammino che porta dalla solitudine all’amore. Che il tuo vagito sia il dolore di chi ha generato in noi la coscienza della nostra umanità, e ci ha fatto sentire il peso specifico di essere persone: per sempre.»
Queste vicende ci ricordano che il rifiuto supremo, prima che fisico, è mentale: risiede nel pensiero, nella mente e nel cuore. Di questi bimbi, a volte, si tenta di cancellare anche la possibilità di essere guardati, di relegarli nell'irrilevanza, come se non esistessero. Il loro scarto non viene considerato uno scarto, ma un "diritto"; non è l'uccisione di un essere umano, ma una "scelta di libertà"; non è un gesto incivile, ma una "conquista"; non è un regresso ma un "progresso". Questa visione, che non vuole riconoscere nel concepito uno di noi, è un rifiuto dell'accoglienza dell'altro, del figlio. È un concetto falso di libertà, intesa come facoltà di decidere qualsiasi comportamento ritenuto utile, anche a costo di cancellare un altro. Così si viola la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, secondo cui il fondamento della libertà consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana. La libertà ha un forte contenuto relazionale: nel momento in cui ciascuno prende una decisione, deve tenere conto della dignità altrui, altrimenti la sua non è libertà, ma sopraffazione.
Si discute spesso se il concepito sia un altro a pieno titolo, cioè se sia una persona. Tuttavia, ricorrere al concetto di persona per fare distinzioni in termini di valore tra esseri umani è un'operazione antistorica e culturalmente violenta che contrasta con il principio di uguaglianza. È necessario ripartire da quello sguardo che riconosce nel figlio concepito uno di noi, sostenendo le maternità difficili così da restituire alle donne l’innato coraggio dell’accoglienza e condividendo la gioia del sì alla vita.
Il Diritto all'Anonimato e le Culle Termiche: Risposte Moderne al Bisogno di Protezione
Allo scopo di prevenire ed evitare gli infanticidi e gli abbandoni, la vigente normativa italiana ha introdotto meccanismi importanti per tutelare sia la madre che il neonato. Il DPR 396/2000, all'articolo 30, comma 2, prevede che si possa partorire in ospedale in totale anonimato. Il nome della madre rimane per sempre segreto, e nell'atto di nascita del bambino viene scritto "nato da donna che non consente di essere nominata". Questo consente di offrire totale assistenza a gestante e neonato, allo scopo di evitare ogni tipo di complicanze che possono insorgere al momento del parto e che possono mettere a rischio la vita della donna e del neonato. Questa legge garantisce anche alla madre di cambiare idea entro dieci giorni e quindi di riconoscere infine il figlio o la figlia. Ogni anno, circa 400 bambini in Italia trovano una nuova famiglia grazie a questa possibilità, evitando le tragedie di chi, sentendosi perso e non sapendo che fare, per vergogna o disperazione, arriva a gesti estremi.
Accanto a questa normativa, le "Culle per la Vita", o culle termiche, rappresentano una soluzione estrema ma sicura, ispirate alle antiche ruote degli esposti. Il Movimento per la Vita (MPV) è stato in Italia pioniere delle moderne "ruote", e sin dall'inizio degli anni '90 ha avuto a cuore questo tema, non solo per l'aspetto concreto di essere una risposta immediata a una situazione di difficoltà, ma anche per il fondamentale messaggio culturale che i bambini non si buttano via e che la comunità è pronta ad accogliere il bambino di una mamma in difficoltà che non può accudirlo. Rosa Rao, responsabile delle Culle per la Vita del Movimento per la Vita e autrice del libro "Le culle per la vita. Un bambino sta bene nella culla!", sottolinea come questa iniziativa sia una "presenza muta di un popolo accogliente per prevenire aborti e abbandoni".

Le culle termiche sono strutture concepite appositamente per permettere di lasciare, totalmente protetti, i neonati da parte delle mamme in difficoltà, nel pieno rispetto della sicurezza del bambino e della privacy di chi lo deposita. Sono riscaldate all'interno, monitorate con una videocamera, e collegate a un allarme che informa della deposizione di un neonato. In luogo facilmente raggiungibile, garantiscono l'anonimato della mamma che vuole lasciare il bambino e sono dotate di una serie di dispositivi - riscaldamento, chiusura in sicurezza della botola, presidio di controllo h24 e rete con il servizio di soccorso medico - che permettono un facile utilizzo e un pronto intervento per la salvaguardia del piccolo. Premendo un pulsante è possibile far aprire la nicchia, depositare il neonato e allontanarsi senza essere inquadrati dalle telecamere, che rilevano solo la presenza del neonato all’interno del vano e, attraverso un sensore, segnalano la presenza del bambino al personale sanitario.
Oggi le culle per la vita attive in Italia sono circa 66, distribuite in 14 regioni. Le prime culle moderne furono quelle di Casale Monferrato e Aosta, aperte da Giuseppe Garrone che, per la sua iniziativa, inizialmente chiamata "Cassonetto per la Vita", ricevette persino una denuncia penale per istigazione all’abbandono di minori. Questa accusa, dovuta a una mentalità radicale che non voleva mettere in discussione la legalità dell'aborto, fu comunque respinta, e negli anni le culle sono diventate numerose. Nonostante ciò, ancora oggi c'è chi giudica aspramente i genitori che ricorrono alle culle. Ma, come ha giustamente detto il professor Nicola Laforgia, primario del reparto Terapia intensiva neonatale dove è stato visitato Luigi, un bambino lasciato in una culla termica a Bari, «Non parlerei di abbandono, è stato un atto di amore quello dei genitori che hanno lasciato il proprio figlio in un posto dove erano sicuri che sarebbe stato accolto e curato».
Questo concetto è stato ribadito dalla Presidente del MPVI, Marina Casini Bandini, a proposito del piccolo Enea, lasciato nella culla della Mangiagalli di Milano: «Non è stato dunque “abbandono” il gesto della madre del neonato, ma “affidamento”; non “rifiuto”, ma fiducia nella solidarietà di altri e richiesta di protezione e cura. Le culle sono una benedizione perché, a prescindere dal numero dei bimbi salvati, dicono che si può passare dalla solitudine alla condivisione, dalla disperazione alla speranza».
Le culle termiche si sono moltiplicate in diverse regioni italiane. Tra le città che ospitano culle si trovano Casale Monferrato, Aosta, Torino, Biella, Asti, Giaveno in Piemonte; Treviso, Padova, Verona, Vicenza, Camposampiero, Venezia Mestre, Schiavonia/Monselice in Veneto; Civitavecchia, Roma, Cassino, Tarquinia nel Lazio; Palermo, Paternò, Giarre, Vittoria, Caltanissetta, Messina, Bagheria, Trapani in Sicilia; Firenze, Massa, Empoli in Toscana; Finale Emilia, Piacenza, Bologna, Parma, Ravenna in Emilia Romagna; Bergamo, Marcallo con Casone-Magenta, Brescia, Milano, Melegnano, Abbiategrasso, Cremona, San Giuliano Milanese-Pedriano, Vigevano in Lombardia; Albenga, Ceriale, Genova, Sestri Levante/Chiavari, Genova Sampierdarena in Liguria; Napoli, Salerno in Campania; Ancona, Senigallia, Fabriano nelle Marche; Pescara in Abruzzo; Città di Castello, Perugia in Umbria; Potenza in Basilicata; Bari, Taranto-Faggiano, Monopoli in Puglia. Altre culle sono previste a Terni, Cagliari, Brindisi, Pisa. Cinque Regioni, invece, ne sono sprovviste e sono la Calabria, il Friuli Venezia Giulia, il Molise, la Sardegna e il Trentino Alto Adige.
Numerose associazioni sostengono il progetto di una rete di culle termiche per arginare il problema dei neonati abbandonati. Tra queste, la Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus che nel 2008, insieme al network KPMG, ha ideato il progetto nazionale "Ninna ho" contro l’abbandono neonatale e l’infanticidio. Le culle della Fondazione Francesca Rava si trovano a Napoli, Varese, Parma, Padova, Firenze. Il progetto "Ninna ho" ha finora accolto 7 bambini nelle sue 7 culle, tra i quali il piccolo Enea, accompagnato da una lettera firmata dalla mamma. Anche altre realtà, come Rotary, Lion’s, Inner Wheel International, Soroptimist, Donne Medico e Ai.Bi. (con il progetto della Family House che prevede una "Clinica per la cura dell’abbandono" e una "culla termica"), si sono attivate per supportare queste iniziative.
Ogni anno, si stima che circa 300 bambini vengano abbandonati in Italia solo negli ospedali. Secondo una ricerca condotta dalla Società Italiana di Neonatologia, su 550 mila bambini nati, circa 400 vengono rifiutati dai genitori, e la maggior parte, il 62,5%, sono figli di donne straniere, spesso a causa del disagio economico e sociale. Dal 1993 ad oggi, in oltre 64 Culle per la Vita sparse nel territorio italiano sono stati accolti 13 bambini, un numero che testimonia l'importanza e l'efficacia di questi dispositivi.
Nel contesto europeo, altri Paesi sono molto organizzati: in Polonia esiste una Finestra per la Vita in ogni diocesi; in Giappone la Culla della Cicogna, aperta nel 2007 all’ospedale Jikei di Kumamoto City, ha salvato 13 bambini in meno di un anno; in Germania le Babyklappe e in Svizzera hanno salvato vari neonati. Anche Repubblica Ceca (Babybox), Ungheria, Belgio, Slovacchia, Croazia e Corea si sono attrezzati. In Romania e in Austria sono stati salvati circa 4000 neonati grazie a simili iniziative.
Il desiderio di molti è che queste culle siano assunte come servizi essenziali di assistenza alla vita, con un protocollo stipulato tra le parti a livello locale, rendendoli un servizio di cui risponde tutta la sanità pubblica. Questo è fondamentale per garantire continuità e diffusione, al di là dell'iniziativa di singoli volontari o associazioni. Le culle, come ha detto Rosa Rao, fanno parte della nostra storia e sono un promemoria costante che «ogni essere umano che viene concepito ha già un ruolo e un destino segnato nella storia dell’umanità. Non è mai un errore mettere al mondo un bambino». La storia si ripete, ma con strumenti e consapevolezze nuove, per offrire speranza e accoglienza a chi nasce in una situazione di difficoltà.
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