La Crioconservazione del Tessuto Ovarico in Italia: Una Prospettiva Innovativa per la Preservazione della Fertilità

La possibilità di preservare la fertilità per affrontare una gravidanza dopo aver smaltito la tossicità delle cure oncologiche rappresenta un obiettivo cruciale per molte donne. Per troppe donne purtroppo ancora oggi la gravidanza dopo un tumore rimane un’utopia. Negli ultimi decenni, tuttavia, i progressi nella medicina riproduttiva hanno aperto nuove speranze, in particolare per le pazienti oncologiche che devono affrontare terapie potenzialmente dannose per la funzione riproduttiva. Tra le diverse opportunità a disposizione, la crioconservazione del tessuto ovarico si configura come una delle tecniche più innovative per la tutela e il ripristino della fertilità femminile, anche se è ritenuta ancora sperimentale in Europa. Questa metodologia offre una prospettiva concreta per le giovani donne che desiderano mantenere la possibilità di concepire in futuro, consentendo un completo ripristino della funzione endocrina e riproduttiva. La preservazione della corteccia ovarica e il successivo trapianto per recuperare la fertilità e la funzione ovarica in pazienti oncologiche è ancora una procedura sperimentale. L'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) sottolinea l'importanza di queste tecniche e l'attenzione crescente verso la qualità della vita delle pazienti dopo il trattamento del cancro.

L'Evoluzione delle Tecniche di Crioconservazione Riproduttiva

La crioconservazione, o congelamento, delle cellule riproduttive è una pratica consolidata che ha visto notevoli progressi. Tuttavia, la sua applicazione non è stata uniforme per tutte le tipologie cellulari. Al contrario di quanto avvenuto con gli spermatozoi, la formulazione di un protocollo ottimale per il congelamento degli ovociti non è stata un’impresa facile. Questa difficoltà deriva principalmente dalle intrinseche caratteristiche biologiche dell'ovocita. L’ovocita è, infatti, la cellula più grande del nostro corpo con un diametro medio di 120 - 150 µm. Al contrario, lo spermatozoo è la seconda cellula più piccola del corpo umano. L’enorme differenza nelle dimensioni è soprattutto relativa al contenuto di acqua presente, rendendo l'ovocita particolarmente vulnerabile ai danni da formazione di cristalli di ghiaccio intracellulari durante il congelamento.

Comparison of sperm and oocyte sizes

I primi tentativi di crioconservazione ovocitaria risalgono al 1986 con l’applicazione di una metodica denominata congelamento lento o “slow freezing”. Con lo “slow freezing” avviene un congelamento sufficientemente lento da permettere un’adeguata disidratazione cellulare minimizzando la formazione di ghiaccio intracellulare e utilizzando concentrazioni relativamente basse di crioprotettori. Questa tecnica ha rappresentato un passo fondamentale, ma presentava ancora delle limitazioni legate alla sopravvivenza cellulare e ai tassi di successo.

Più recentemente, è stata introdotta la tecnica della vitrificazione degli ovociti. La prima gravidanza ottenuta con la vitrificazione è stata nel 1999, ma la tecnica è stata applicata con maggiore continuità solo dal 2003. La vitrificazione è un processo che, trasforma l´acqua dallo stato liquido ad uno stato amorfo, similvetroso, attraverso una brusca variazione di temperatura, impedendo la formazione di cristalli di ghiaccio. Questo approccio più rapido ed efficiente ha migliorato significativamente i tassi di sopravvivenza degli ovociti dopo lo scongelamento, rendendola una metodica ormai consolidata da anni di utilizzo.

La Crioconservazione degli Ovociti: Dalle Sfide Iniziali all'Affermazione della Vitrificazione

La crioconservazione ovocitaria rappresenta un’importante strategia di preservazione della fertilità. Gli ovociti sono, infatti, tra le cellule umane più grandi, con un rapporto superficie/volume sfavorevole alla crioconservazione, ciò aumenta la probabilità di formazione del ghiaccio intracellulare e riduce il tasso di sopravvivenza. Questa caratteristica rende l'ovocita particolarmente delicato e difficile da congelare senza subire danni. Anche la qualità ovocitaria è una variabile fondamentale per garantire la sopravvivenza dopo lo scongelamento. Tanto più alta è la qualità, tanto più alta sarà la percentuale di sopravvivenza.

Per la crioconservazione ovocitaria, la paziente si somministra una terapia ormonale, mediante iniezioni sottocutanee, che consente la maturazione contemporanea di più follicoli. Questa fase è nota come stimolazione ovarica controllata (EOC) e precede il prelievo degli ovociti. La fase della stimolazione ovarica comporta gli effetti legati all’assunzione degli ormoni sintetici che vanno da una lieve ritenzione idrica a modesto dolore in sede annessiale. La sindrome da iperstimolazione ovarica è una condizione che si verifica raramente e consiste nell’aumento delle dimensioni delle ovaie in relazione ai vari gradi di stimolazione ovarica; può comportare il rigonfiamento dell’addome e l’alterazione di alcuni parametri emato-chimici con necessità, nei casi più gravi, di ricovero in ospedale (<1%), ma è più frequente in quelle pazienti che, dopo stimolazione con risposta eccessiva e successivo trasferimento embrionario ottengono una gravidanza. Attualmente vengono applicati dei protocolli di stimolo adeguati per limitare al minimo questo evento. Il prelievo degli ovociti avviene in analgesia o in sedazione con complicanze minime. L’intervento ha una durata media di circa 15 minuti ed è una metodica che presenta un’incidenza di complicanze molto bassa. La paziente viene tenuta in osservazione e dimessa dopo alcune ore, e alla dimissione la paziente viene affidata a un accompagnatore (familiare). Gli ovociti maturi prelevati sono sottoposti a congelamento mediante la tecnica di vitrificazione, ormai consolidata da anni di utilizzo. Gli ovociti verranno scongelati quando la paziente sarà pronta ad affrontare la gravidanza. La possibilità di gravidanza futura utilizzando gli ovociti crioconservati dipende dal numero e dalla qualità degli ovociti recuperati.

Il prelievo di ovociti

La crioconservazione ovocitaria può essere proposta a tutte le pazienti che possono ritardare i trattamenti chemioterapici di almeno 2-3 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti (8-15). Tuttavia, questa tecnica richiede tempo per la stimolazione ovarica e non è sempre applicabile, specialmente in casi di tumori ormono-sensibili o quando le terapie devono iniziare con urgenza.

La Crioconservazione del Tessuto Ovarico: Un Approccio Innovativo e i Suoi Vantaggi Specifici

La crioconservazione del tessuto ovarico si distingue come una delle tecniche più promettenti per la preservazione della fertilità femminile, specialmente per le pazienti oncologiche. Questa metodica si propone di tutelare e ripristinare la fertilità in situazioni in cui altre opzioni potrebbero non essere fattibili o appropriate. È indicata in donne con età inferiore a 38 anni con riserva ovarica adeguata. Una paziente giovane, una volta ricevute la diagnosi di cancro e il relativo piano terapeutico, ha la possibilità di accedere ai trattamenti di preservazione della fertilità prima di iniziare le cure oncologiche, che in molti casi compromettono la possibilità futura di avere figli.

I vantaggi della crioconservazione del tessuto ovarico sono molteplici e la rendono una scelta preferibile in diverse circostanze:

  • Assenza di stimolazione ormonale: Al contrario della crioconservazione ovocitaria, questa tecnica non richiede una stimolazione ovarica. Ciò è fondamentale per le pazienti che devono iniziare immediatamente le terapie oncologiche o per quelle affette da tumori ormono-sensibili (come il tumore al seno, all'ovaio e all'utero), dove l'iperestrogenismo indotto dalla stimolazione potrebbe essere controindicato. Questo equivale al primo vantaggio della crioconservazione del tessuto ovarico, rispetto al congelamento degli ovociti, legato alla possibilità di rinunciare alla stimolazione ovarica che si effettua per aumentare la produzione di ovociti e ottimizzare così le successive probabilità di successo.
  • Indipendenza dal ciclo mestruale e dal partner: La tecnica può essere programmata in qualsiasi fase del ciclo mestruale ed è organizzabile in pochi giorni. Inoltre, le pazienti che richiedono tale trattamento non necessitano di un partner. Questa flessibilità è un secondo vantaggio significativo.
  • Applicabilità a pazienti prepuberi: Un terzo vantaggio è l'opportunità di preservare la fertilità anche nelle pazienti pediatriche. Questa è una caratteristica unica e cruciale per bambine e adolescenti che non hanno ancora raggiunto la pubertà e non possono quindi sottoporsi a prelievo di ovociti maturi. In uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Human Reproduction, è stato descritto il caso di una donna affetta da anemia falciforme che, dopo aver fatto ricorso a questa tecnica da bambina, quando non aveva ancora avuto la prima mestruazione, si è curata ed è poi rimasta incinta e ha avuto un figlio. Ancora più affascinante è un altro caso, descritto sulle colonne dell'European Journal of Cancer. La paziente, colpita da un sarcoma di Ewing a nove anni e costretta a sottoporsi a cure che hanno impedito l'arrivo della pubertà, ha visto le sue ovaie tornare a funzionare dopo il reimpianto del tessuto prelevatole prima dell'inizio della chemioterapia.
  • Ripristino della funzione ormonale: Oltre alla preservazione della fertilità, il reimpianto del tessuto permette anche una fisiologica ripresa dell’attività ormonale. Questo equivale a una terapia ormonale in grado di invertire la condizione di menopausa, che in una persona giovane reca comunque disturbi: a prescindere dalla volontà di avere un figlio. Questo terzo vantaggio è slegato dalla riproduzione ma di grande importanza per la qualità di vita della paziente.

La crioconservazione del tessuto ovarico può essere un'opportunità anche per le donne affette da malattie autoimmuni o ematologiche benigne che, per questa ragione, devono sottoporsi a un trapianto di midollo: la chemio o la radioterapia total body che devono precederlo compromettono allo stesso modo la funzionalità ovarica.

La Procedura di Prelievo del Tessuto Ovarico: Dettagli e Accorgimenti

Il prelievo del tessuto ovarico è un processo chirurgico delicato che richiede estrema precisione e competenza specialistica. Mediante intervento chirurgico laparoscopico vengono prelevati frammenti di corticale ovarica. L'intervento ha una durata media di poco più di un'ora, mentre la paziente è in anestesia generale. Il prelievo del tessuto ovarico deve essere eseguito in un reparto di Ostetricia e Ginecologia che possiede un laboratorio attrezzato e una Biobanca.

In Italia, l'approccio al prelievo della corticale ovarica è specifico. In Italia, «eseguiamo un’ampia biopsia su un unico ovaio, senza però asportarlo interamente - spiega Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari del Policlinico di Sant’Orsola di Bologna -. Si lavora sulla porzione corticale che contiene i follicoli primordiali, quelli più resistenti al congelamento. Dopodiché si realizzano delle fettine, lunghe due centimetri e larghe massimo tre millimetri, che vengono poi congelate singolarmente». Questa procedura differisce da quella adottata in altri paesi, come Belgio e Olanda, dove si può asportare anche un intero ovaio da congelare. L’equipe del prof. Renato Seracchioli effettua questo prelievo mediante laparoscopia, una procedura quindi dal minimo impatto invasivo.

Laparoscopic ovarian tissue retrieval

Immagino che l’operazione sia molto delicata. "Sì, consideri che nel corso degli anni abbiamo notato che è sufficiente una minima pressione per rovinare irreversibilmente alcuni follicoli primordiali, per questo l’operazione deve essere eseguita da persone altamente specializzate. Senza poi contare il successivo processo di congelamento che si svolge in più fasi," ha spiegato la Dott.ssa Fabbri.

Una volta prelevati, si è soliti destinare uno dei campioni all’analisi istologica e immunoistochimica per valutare, quando è possibile, la presenza di cellule tumorali e la quantità di follicoli primordiali presenti. Questa fase è cruciale per la sicurezza della paziente, in quanto il frammento analizzato non è quello che sarà poi reimpiantato una volta superata la malattia, minimizzando il rischio di reintrodurre cellule maligne. Per questo, l'obiettivo della ricerca è identificare tecniche molecolari avanzate e altamente sensibili in grado di individuare anche un basso numero di cellule tumorali presenti nel tessuto ovarico da reimpiantare. I frammenti da congelare sono posti all’interno di cryotubi, piccole provette idonee alle bassissime temperature, contenenti la soluzione con i crioprotettori. Esistono evidenze scientifiche sul fatto che la corticale ovarica possa resistere, in ghiaccio, per un periodo lungo fino a 20 ore e senza danni significativi, un aspetto che facilita la logistica del trasporto e della preparazione in laboratorio.

Il congelamento stesso avviene tipicamente con il metodo "slow-freezing", ovvero congelamento con discesa lenta e graduale della temperatura, simile a quanto applicato originariamente per gli ovociti ma ottimizzato per il tessuto. Questa tecnica permette un congelamento sufficientemente lento da permettere un’adeguata disidratazione cellulare minimizzando la formazione di ghiaccio intracellulare e utilizzando concentrazioni relativamente basse di crioprotettori. I frammenti di tessuto ovarico contengono un numero di follicoli sufficiente a far riprendere l'ovulazione anche a distanza di anni.

Il Reimpianto del Tessuto Ovarico Crioconservato: Ripristino Funzionale e Risultati Clinici

Una volta superata la malattia e ottenuta l'approvazione dagli oncologi, i frammenti ovarici crioconservati possono essere scongelati e reimpiantati. Questa procedura di trapianto avviene preferibilmente in sede originaria, nel caso in cui, alla fine dei trattamenti antitumorali, la paziente non evidenzi ripresa dell’attività ovarica. Tale approccio è definito autotrapianto ortotopico. Il tessuto ovarico preservato viene collocato nella stessa posizione del tessuto rimosso. In alternativa, può essere considerato il trapianto eterotopico, lontano dalle ovaie in siti particolarmente vascolarizzati, come ad esempio il sottocute dell’addome o dell’avambraccio. Tuttavia, tutte le gravidanze evolutive, sia spontanee che con tecniche di riproduzione assistita, sono state ottenute dopo reimpianto ortotopico.

Ovarian tissue reimplantation sites

A oggi sono nati più di 200 i bambini nati con questa tecnica e, recentemente, tre importanti Centri Europei hanno pubblicato i risultati dei primi 60 trapianti ortotopici di tessuto ovarico dopo crioconservazione con metodo slow-freezing. Secondo gli ultimi dati diffusi attraverso un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine, sono oltre 130 i bambini nati in tutto il mondo ricorrendo a questa procedura. A oggi la quota di bambini nati a seguito del reimpianto di tessuto ovarico si attesta tra il 35 e il 40 per cento dei reimpianti. Con questa tecnica ad oggi si sono ottenute più di 30 gravidanze in tutto il mondo.

La ripresa della funzionalità endocrina è stata osservata nel 93% delle pazienti ed è avvenuta da 3.5 a 6.5 mesi dopo il reimpianto. La percentuale della ripresa della funzionalità ovarica è elevata (90-100%) ma la sua durata è limitata, massimo qualche anno. Per adesso, la durata della ripresa della funzionalità ovarica è stimata (in media) in cinque anni. Ad avvalorare l’importanza di tale trattamento si aggiunge anche la possibilità di una fisiologica ripresa dell’attività ormonale.

Un caso emblematico in Italia è quello di Sofia (nome di fantasia), 35 anni, la prima donna italiana che, dopo aver avuto un cancro, è riuscita ad avere avuto un figlio grazie al reimpianto del tessuto ovarico congelato sei anni fa. Sofia aveva conservato il proprio tessuto nel 2012, a 29 anni, dopo aver scoperto di avere un linfoma non Hodgkin e prima di sottoporsi, nell'ordine, alla chemio e alla radioterapia e al trapianto di midollo osseo. Le terapie, come prevedibile, le hanno provocato una menopausa precoce. Così, cinque anni dopo aver finito le cure e aver avuto l'ok della completa guarigione da parte degli oncologi, ha richiesto il reimpianto del proprio tessuto ovarico agli specialisti del policlinico bolognese. Nell'arco di sei mesi, l'ovaio «trapiantato» ha ripreso a funzionare: al punto da permettere una fecondazione naturale dell'ovocita con il lieto fine, registrato agli Spedali Civili di Brescia.

Questo evento rappresenta una pietra miliare: per la prima volta nel nostro paese è nato un bambino da una paziente emato-oncologica che aveva attivato la procedura di crioconservazione del tessuto ovarico. È la prima volta che questo accade a seguito di questa particolare procedura di conservazione ovarica senza alcuna stimolazione ed in modo del tutto naturale. La procedura di conservazione più comunemente utilizzata è infatti quella in cui, dopo una stimolazione ovarica, si prelevano e congelano alcuni ovuli. In questo caso invece, la tecnica prevede il prelievo di una porzione di tessuto ovarico, al cui interno sono anche presenti gli ovuli. Quella che potrebbe sembrare solo una piccola differenza metodologica in realtà modifica completamente lo scenario dell’impianto perché se nel primo caso si deve tentare un concepimento artificiale, nel secondo si ha il completo ripristino della funzione endocrina e riproduttiva, con la ripresa del ciclo mestruale e la possibilità di un concepimento naturale.

Questa è stata la scelta di una giovane di 29 anni che nel 2012, dopo una diagnosi di Linfoma Non Hodgkin e prima di sottoporsi a trattamenti chemio e radioterapici e a successivo trapianto di midollo osseo, decise di conservare parte del proprio tessuto ovarico presso il Laboratorio di Crioconservazione di Tessuto Ovarico e Colture Cellulari dell’U.O. Ginecologia e Fisiopatologia della Riproduzione Umana del Policlinico di S. Orsola di Bologna. “La ragazza prima di sottoporsi ai trattamenti chemio e radioterapici è stata indirizzata a noi dal suo oncologo per attivare la procedura di crioconservazione - ci racconta la responsabile del Laboratorio, la dott.ssa Raffaella Fabbri - valutando elevato il rischio di menopausa anticipata a seguito dei trattamenti che avrebbe dovuto sostenere”. La Dottoressa Fabbri ha inoltre spiegato che “nel nostro caso viene prelevata una parte di tessuto ovarico, la corticale per la precisione, laddove sono presenti i follicoli primordiali che sono meno suscettibili ai danni da congelamento.”

La dott.ssa Fabbri ha condiviso anche l'emozione del successo: “Che emozione! Dopo aver completato le cure la paziente, ormai dichiarata guarita dopo cinque anni di follow-up ma entrata in menopausa anticipata a seguito delle terapie, ha richiesto il reimpianto del tessuto ovarico precedentemente prelevato. Dopo pochi mesi è stata ottenuta la riattivazione ovarica e poco dopo la gravidanza spontanea, portata a termine senza alcuna complicazione”. Ricordando il giorno della nascita, ha aggiunto: “Assolutamente sì, anche perché per una strana coincidenza questo bel bambino, di oltre 3 kg, ha deciso di nascere in modo spontaneo e naturale lo stesso giorno in cui nel mondo si festeggiavano i 40 anni di Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta. Era il 25 Luglio 2018”.

Rischi e Controindicazioni della Crioconservazione del Tessuto Ovarico

Nonostante i successi e i numerosi vantaggi, la crioconservazione del tessuto ovarico è una tecnica ancora considerata sperimentale e non priva di rischi e controindicazioni. Il suo status sperimentale in Europa impone un'attenta valutazione caso per caso.

Uno dei rischi teorici principali è la possibilità di reinserire cellule maligne durante il trapianto del tessuto ovarico, soprattutto in pazienti con leucemia dove si propone l’estrazione di corteccia ovarica dopo qualche ciclo di chemioterapia, in modo da ridurre le cellule maligne circolanti senza compromettere la funzione ovarica. La fase di analisi istologica e immunoistochimica descritta in precedenza è specificamente mirata a mitigare questo rischio, sebbene il frammento analizzato non sia quello poi reimpiantato.

Esistono rischi derivati dall’intervento chirurgico (sanguinamento, infezione) e dall’anestesia, comuni a qualsiasi procedura chirurgica. Queste complicanze, sebbene generalmente rare, devono essere considerate nel processo decisionale.

Le controindicazioni assolute sono rappresentate da patologie ad alto rischio di metastasi all’ovaio (leucemie, tumori ovarici, tumori solidi metastatici al peritoneo) e ad elevato rischio chirurgico. In questi casi, il potenziale beneficio non giustifica il rischio aggiuntivo o l'efficacia della procedura potrebbe essere compromessa.

Altre Strategie per la Preservazione della Fertilità

La crioconservazione del tessuto ovarico non è l'unica opzione disponibile per la preservazione della fertilità, e la scelta della metodica più appropriata dipende da numerosi fattori individuali, come il tipo di tumore, l'età della paziente, lo stato del ciclo mestruale, e l'urgenza di iniziare i trattamenti oncologici.

Ooforopessia

L'ooforopessia consiste in una procedura chirurgica il cui scopo consiste nella trasposizione delle ovaie in una zona priva di radiazioni. Questa tecnica è applicabile soprattutto su pazienti che ricevono radioterapia pelvica, al fine di spostare le ovaie lontano dal campo di irradiazione. Tuttavia, non è possibile in pazienti che ricevono chemioterapia sistemica, in quanto quest'ultima agisce sull'intero organismo e non può essere evitata da uno spostamento fisico delle ovaie.

Crioconservazione Embrionaria

La crioconservazione degli embrioni è una tecnica consolidata. In Italia, la legge 40/2004 vieta la produzione di embrioni da crioconservare, limitando la possibilità di congelare embrioni sovrannumerari derivanti da cicli di procreazione medicalmente assistita con fecondazione in vitro. Per tale metodica risulta necessario effettuare una stimolazione ovarica controllata e la raccolta di ovociti da inseminare con le stesse modalità e problematiche previste per la crioconservazione di ovociti. L’unica differenza consiste nel fatto che gli ovociti recuperati verranno inseminati con tecnica ICSI e successivamente si procederà alla crioconservazione degli embrioni. Le metodiche di crioconservazione degli embrioni sono le stesse degli ovociti, ovvero congelamento lento e vitrificazione. Questa opzione richiede la presenza di un partner e la possibilità di ritardare l'inizio delle terapie per consentire la stimolazione ovarica.

Crioconservazione del Liquido Seminale e del Tessuto Testicolare

Per i pazienti di sesso maschile, la crioconservazione del liquido seminale o degli spermatozoi prelevati a livello epididimario e testicolare rappresenta uno dei più importanti strumenti oggi a disposizione per la gestione di pazienti, intenzionati a preservare la fertilità, affetti da patologie neoplastiche, autoimmuni, urologiche, neurologiche, che si sottopongono a trattamenti medici e chirurgici potenzialmente in grado di ridurre la fertilità in maniera temporanea e/o permanente nonché in pazienti affetti da azoospermia secretoria ed escretoria. La tecnica ICSI è una procedura consolidata con buone probabilità di successo anche quando la qualità dell’eiaculato è molto scarsa.

Prelievo Ovocitario Senza o con Minima Stimolazione

Una strategia innovativa e sperimentale prevede di effettuare il prelievo ovocitario senza stimolazione o con una minima stimolazione di 3-5 giorni. Questa metodica permette di ridurre il tempo necessario per la preservazione e non comporta la fase di iperestrogenismo, anche se minima, indotta dalla stimolazione. Questo approccio cerca di combinare i vantaggi della crioconservazione ovocitaria con la rapidità e la sicurezza della crioconservazione tissutale in termini di esposizione ormonale.

Il Contesto Italiano e i Centri di Eccellenza

In Italia, l'attenzione verso la preservazione della fertilità nelle pazienti oncologiche è in costante crescita, e l'attività di prelievo e crioconservazione del tessuto ovarico è cresciuta lungo l'intera Penisola negli ultimi anni. Non tutti i centri che si occupano di preservazione della fertilità possono però garantire l'opportunità. Serve infatti una banca ad hoc, oltre a un personale che abbia esperienza con la metodica.

Secondo le ultime statistiche in possesso del Registro Procreazione Medicalmente Assistita dell'Istituto Superiore di Sanità, i pazienti che si sono sottoposti al prelievo del tessuto ovarico prima di iniziare le terapie sono 1.322 e le casistiche più robuste appartengono a quattro strutture principali:

  • Policlinico S. Orsola - Malpighi di Bologna: Questa struttura è la più attiva in Italia, con 750 prelievi dal 2002. Ha anche effettuato 168 crioconservazioni in pazienti pediatriche e, ad oggi, sedici reimpianti. La Dott.ssa Raffaella Fabbri, responsabile del Laboratorio di Crioconservazione di Tessuto Ovarico e Colture Cellulari dell’U.O. Ginecologia e Fisiopatologia della Riproduzione Umana, e l'equipe del Prof. Renato Seracchioli, Direttore dell’Unità Operativa, sono figure chiave in questo campo. La Dott.ssa Fabbri ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nell'applicazione di queste tecniche.
  • Sant'Anna di Torino: Con 208 prelievi, questo centro ha anch'esso un'esperienza significativa. Qui, nel 2012, è nata una bimba a seguito del reimpianto del tessuto ovarico, ma da mamma talassemica.
  • Clinica privata Candela di Palermo: Ha registrato 96 prelievi.
  • Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari: Con 55 prelievi, contribuisce al quadro nazionale.

Questi centri, insieme ad altri emergenti come il San Raffaele di Milano, costituiscono i punti di riferimento per le pazienti che necessitano di questa procedura.

L'Approccio Multidisciplinare

La gestione della preservazione della fertilità richiede un approccio integrato e multidisciplinare. Il Centro di Oncofertilità si avvale della competenza di una équipe multidisciplinare che opera in sinergia: un team di figure altamente specializzate quali il ginecologo, l’oncologo, lo psico-oncologo e il biologo della riproduzione. Questa collaborazione è essenziale per offrire un percorso di cura completo, che tenga conto sia delle esigenze mediche che di quelle psicologiche della paziente.

Per le pubblicazioni sul tema, è possibile consultare con il nome dei singoli specialisti su PubMed, dove sono disponibili numerosi articoli scientifici che documentano i progressi e i risultati ottenuti in questo campo.

Un esempio concreto di tale sinergia è il team del Dipartimento della Donna, del bambino e delle malattie urologiche dell'Azienda Ospedaliera S. Orsola-Malpighi di Bologna, che include figure come Rossella Vicenti (dottoranda), Dott. Roberto Paradisi (Ginecologo Ricercatore), Prof. Renato Serracchioli (Direttore dell‘Unità Operativa), Dott.ssa Stefania Rossi (Ginecologa), e Dott.ssa Raffaella Fabbri (Biologa Ricercatrice). Questo team lavora per fornire le migliori opportunità alle pazienti.

Per chi fosse interessato a questo tipo di procedura, è sempre consigliabile rivolgersi al proprio oncologo o medico di riferimento, che saprà certamente indirizzare nel migliore dei modi. Ulteriore supporto e informazioni possono essere trovati presso associazioni come ASTRO Onlus, che informa e supporta gratuitamente le pazienti che devono sottoporsi a radio/chemioterapia e che rischiano la perdita della funzione ormonale ed infertilità (www.astroonlus.it). La dott.ssa Fabbri ha contribuito alla realizzazione di questa sezione fornendo preziose informazioni.

Ricerca e Sviluppo Futuro

La ricerca nel campo della crioconservazione del tessuto ovarico è in continua evoluzione. Un obiettivo primario è la valutazione della contaminazione neoplastica (presenza di cellule tumorali) nel tessuto ovarico crioconservato di pazienti affette da patologie oncologiche. La ricerca mira a identificare tecniche molecolari avanzate e altamente sensibili in grado di individuare anche un basso numero di cellule tumorali presenti nel tessuto ovarico da reimpiantare. Questo è fondamentale per garantire la sicurezza del reimpianto e minimizzare il rischio di recidiva del tumore.

In conclusione, la crioconservazione del tessuto ovarico è una tecnica ancora considerata sperimentale, ma con buoni risultati in Centri altamente specializzati. Essa rappresenta una speranza concreta per molte donne, offrendo la possibilità non solo di preservare la fertilità, ma anche di ripristinare la funzione ormonale, migliorando significativamente la qualità di vita dopo le terapie oncologiche.

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