L'indagine onomastica, ovvero lo studio dei nomi, si rivela un campo di ricerca sorprendentemente fertile e profondo quando applicata alla letteratura. Lungi dall'essere un mero esercizio di catalogazione, l'analisi dei nomi di personaggi e luoghi può svelare strati di significato, intenzioni autoriali e dinamiche narrative che altrimenti resterebbero celati. La collezione "Bibliotechina di studi, ricerche e testi", fondata da Giorgio Varanini e diretta da Davide De Camilli, Michele Dell’Aquila, Bruno Porcelli e Gianvito Resta, ha offerto un contributo significativo in questo ambito, come dimostrato nel volume di Bruno Porcelli, "In principio o in fine il nome: Studi onomastici su Verga, Pirandello e altro Novecento". Questo studio si pone come un'esplorazione meticolosa del ruolo del nome nel processo creativo e interpretativo, evidenziando come esso possa agire sia come scintilla iniziale dell'opera che come compendio finale dei suoi significati più reconditi.
Il Dilemma Fondante: Il Nome, Genesi o Sintesi dell'Opera?
Il titolo dell'opera di Porcelli, "In principio o in fine il nome", suggerisce una delle questioni centrali e più affascinanti dell'onomastica letteraria: è il nome una cellula originaria, un punto di partenza per il processo creativo, o piuttosto una summa dei significati via via elaborati, una sorta di etichetta conclusiva che racchiude l'essenza del personaggio o dell'opera? Questa dicotomia, sebbene possa apparire immotivata o un'eco del Vangelo giovanneo, è in realtà un problema importante per la disciplina, visto sia dalla prospettiva dell'autore che da quella dell'interprete.
È possibile stabilire quali scelte onomastiche siano compiute all'inizio e quali alla fine del processo creativo. Tali scelte possono riguardare la connotazione delle res nominate, ovvero il modo in cui il nome caratterizza l'entità a cui si riferisce. Oppure, possono concentrarsi sui rapporti di queste res con quelle di altri testi, della storia o dell'attualità, creando un fitto tessuto di riferimenti intertestuali e contestuali. Non meno importante è la funzione di richiamo e collegamento fra parti della medesima struttura narrativa, o la capacità del nome di caratterizzare il genere, il livello stilistico o il senso stesso dell'opera.
Il nome, dunque, può porsi all'inizio del processo creativo, fungendo da cellula originaria del tutto. Italo Calvino, in un'intervista su «Epoca» del 1952, affermava di lavorare in questo modo, suggerendo che per lui il nome potesse essere il punto di avvio. Analogamente, la nominazione "Chiara" - fornita nella langue letteraria di precise valenze - non poteva non rimandare, direttamente o per antifrasi, al tipo della femminilità luminosa, agendo così come un innesco semantico potente. Al contrario, il nome può porsi alla fine, come summa dei significati elaborati. Questo si manifesta nella ricerca spesso puntigliosa, testimoniata dalle lettere di Verga e Capuana, del nome da dare a personaggi già esistenti sulla pagina, un nome che sia il distillato finale di una complessa creazione.

Il problema di questa sequenza temporale nella scelta dei nomi è, per quanto importante, spesso trascurato nei lavori degli onomasti, e lo stesso volume di Porcelli, pur esprimendone l'esigenza, non si propone di risolverlo in maniera definitiva. Del resto, nessun autore è obbligato a "irreggimentare", per usare la terminologia di Eco ripresa da Genette, i lettori sulle soglie del testo con indicazioni meramente descrittive. Tuttavia, che sia individuato all'inizio o alla fine, il nome testimonia una dicotomia interpretativa fondamentale, ma ne rivela anche molte altre, come quelle fra senso del significato e senso del significante, interpretazione diretta e interpretazione antifrastica, valore della presenza e valore dell'assenza. Nel capitolo dedicato a "Il fu Mattia Pascal", ad esempio, si individua un'ulteriore dicotomia, quella tra un nome che si colloca in sostituzione per mezzo dell'anagramma e uno che si pone in contiguità per mezzo dell'allitterazione, dimostrando la sottigliezza delle sfumature che l'onomastica può cogliere.
L'Indagine Onomastica: Un Campo di Ricerca Cruciale e le Sue Frontiere Italiane
Ogni studioso o lettore di buon senso è profondamente convinto dell'importanza, anzi dell'imprescindibilità, dell'indagine onomastica. Molti si sono trovati, pur non essendo onomasti di formazione, alle prese con il significato e la funzione dei nomi nella letteratura. È errato, tuttavia, ritenere sufficiente tener conto solo di quanto è stato fatto nella cultura di paesi antesignani di questo tipo di studi, senza considerare il contributo che la critica italiana ha cercato di dare negli ultimi decenni. L'obiettivo è stato quello di affiancare ai risultati di operazioni eccellenti ma puntuali e isolate, quali quelle sui nomi di Boccaccio, di qualche altro novelliere medievale o di Manzoni, un tessuto diffuso di analisi onomastiche.
A tal proposito, è imprescindibile rimandare al panorama assai informato di L. Terrusi, "I nomi e la critica: un decennio di studi di onomastica letteraria in Italia", pubblicato in «Italianistica», XXX, 2, maggio-agosto 2001, e a un successivo panorama dello stesso Terrusi e di Porcelli, con prospettive cronologiche più ampie, presentato al XXII Congresso ICOS di Pisa. Nonostante questo notevole lavoro, non tutti paiono essersene accorti in Italia, se è vero che talvolta, fortunatamente assai raramente, si pubblicano su autorevoli riviste scritti che, privi di riferimenti bibliografici essenziali, affrontano col tono della scoperta questioni logorate dalle discussioni pregresse.
Il lavoro svolto è notevole, anche se si è concentrato su particolari sezioni della Letteratura italiana. I primi secoli, con Dante, Petrarca, Boccaccio e gli altri novellieri sino al Sercambi, hanno ricevuto molta attenzione. Allo stesso modo, il periodo che va da Leopardi e Manzoni, attraverso gli scapigliati, Verga, Pirandello e altri, sino ai frequentatissimi scrittori del pieno Novecento, è stato ampiamente studiato. Assai meno è stato fatto per le epoche intermedie, sebbene autori come Masuccio Salernitano, Machiavelli, Tasso, Marino e Della Porta abbiano destato un notevole interesse. Per l'Otto e il Novecento, la ricerca presenta ancora zone d'ombra, data anche la gran mole del materiale da vagliare. Per questo, delineare una storia dell'uso onomastico degli autori è ancora prematuro. È forse più opportuno procedere a tentativi di sistemazione parziali e provvisori, come quello rappresentato dal volume di Porcelli.
Questo approccio sistematico e al contempo puntuale consente di illuminare segmenti specifici della produzione letteraria italiana, offrendo strumenti critici applicabili anche ad altre epoche e contesti. La collaborazione tra accademici e il confronto in convegni internazionali, come quelli organizzati dall'Associazione pisana di «Onomastica & Letteratura», sono essenziali per il progresso di questa disciplina, che continua a rivelare l'importanza insospettata di ogni singola scelta nominale nell'edificio complesso dell'opera letteraria.
Dare i nomi ai personaggi. Scrittura creativa.
Dicotomie Interpretative nell'Onomastica Letteraria
Il nome, nella sua essenza e nella sua funzione letteraria, non è mai monolitico, ma si articola in una serie di dicotomie interpretative che ne amplificano la complessità e la ricchezza semantica. Bruno Porcelli, nella sua analisi, evidenzia come tali opposizioni siano fondamentali per una comprensione approfondita del fenomeno onomastico.
Una delle dicotomie più basilari è quella fra il senso del significato e il senso del significante. Il significato si riferisce al contenuto concettuale veicolato dal nome, ciò che esso designa o connota in termini di attributi, caratteristiche o riferimenti culturali. Il significante, d'altro canto, riguarda la forma fonica o grafica del nome, la sua sonorità, la sua struttura, la sua capacità di evocare associazioni puramente acustiche o visive. Un nome può essere scelto per il suo significato intrinseco, come "Chiara" per la sua luminosità, ma anche per il suo suono, per la sua cadenza, o per le allitterazioni che crea con altri termini nel testo.
Un'altra dicotomia cruciale è quella tra interpretazione diretta e interpretazione antifrastica. Un'interpretazione diretta vede il nome come una corrispondenza fedele alle caratteristiche del personaggio: un "Marteni" che evoca Marte sarà un soldato o avrà qualità guerriere. L'interpretazione antifrastica, invece, opera per contrasto, attribuendo al nome un significato opposto o ironico rispetto alla realtà del personaggio. Un personaggio chiamato "Felice" potrebbe essere in realtà sfortunato, o un "Tranquillo" potrebbe essere agitato, aggiungendo uno strato di complessità e sottile ironia alla naratura. Questa capacità del nome di negare la propria apparenza offre un potente strumento di caratterizzazione e di critica implicita.
Vi è poi il valore della presenza e il valore dell'assenza. La presenza di un nome ben definito, con le sue connotazioni e i suoi echi culturali, è ovviamente un elemento forte nella costruzione del personaggio. Ma anche l'assenza di un nome, o la sua indeterminazione, può essere estremamente significativa. Personaggi anonimi, o designati da appellativi generici ("un tale", "l'uomo"), possono simboleggiare l'universalità di una condizione umana, la perdita di identità, o la volontà dell'autore di concentrare l'attenzione non sull'individuo ma sul tipo o sulla situazione. Questa "assenza" diventa così una presenza pregnante, un vuoto che parla.
Infine, nel capitolo dedicato a "Il fu Mattia Pascal", Porcelli individua una dicotomia tra il nome che si colloca in sostituzione per mezzo dell’anagramma e quello che si pone in contiguità per mezzo dell’allitterazione. L'anagramma, alterando l'ordine delle lettere di un nome esistente per crearne uno nuovo, suggerisce un'identità mascherata, una trasformazione radicale o una ricerca di un "altro sé". L'allitterazione, invece, attraverso la ripetizione di suoni simili tra nomi o tra nome e aggettivi, crea un legame di prossimità e risonanza, rafforzando la caratterizzazione o stabilendo connessioni implicite tra elementi del testo. Queste diverse modalità di manipolazione del nome svelano la versatilità e la profondità con cui gli autori giocano con il linguaggio per costruire significati.

Nomi in "Eros" di Verga: Funzionalità a Diversi Livelli
Nel romanzo "Eros" di Giovanni Verga, l'uso dei nomi non è mai casuale, ma risponde a intenti sia di caratterizzazione-individuazione sia di collegamento dei personaggi e, di conseguenza, di strutturazione narrativa. Porcelli dimostra come, in questo ultimo dei quattro romanzi preveristi dedicati alle passioni amorose della società galante (che includono "Una peccatrice", "Eva" e "Tigre reale"), le scelte onomastiche siano particolarmente articolate e significative, e possano essere disposte su tre livelli di funzionalità. Se le scelte toponomastiche, relative ai luoghi, tendono a essere meno connotative - in quanto i luoghi, spesso appartenenti al "bel mondo" e comuni agli aristocratici che li frequentano, risultano meno caratterizzati dal punto di vista del nome - le scelte antroponomastiche sono invece ricche di valenze.
Nomi Trasparenti e Immediatamente Allusivi
Il primo livello di funzionalità è quello del nome trasparentemente allusivo, il cui significato è compreso dal lettore nel momento stesso della presentazione del personaggio. Questo perché il nome è connesso in modo perspicuo alle caratteristiche di chi lo porta, quasi come un'istantanea dell'identità. Il significato può essere addirittura dichiarato sotto forma di chiosa autoriale, una nota esplicativa che guida il lettore.
Un esempio emblematico è quello di Selene, la ballerina al regio teatro alla Scala che interrompe la serie delle donne di lusso del protagonista. Di lei si dice che ha un «bel nome da palcoscenico», un'affermazione che ne sottolinea immediatamente la natura artistica e la sua collocazione in un mondo di apparenze e di spettacolo. Il nome stesso, evocando la dea greca della luna, suggerisce un'aura di mistero, fascino notturno e una bellezza eterea, perfettamente in linea con la figura di una ballerina che incanta il pubblico.

Altro caso significativo è Velleda, la giovane aristocratica raffinata, elegante e capricciosa. Di lei si afferma, con una certa ironia, che «essendo un bel fiore da stufa», le si addice «un bel nome straniero». Questa chiosa autoriale non solo ne evidenzia la delicatezza viziata e la sua natura esotica, ma anticipa anche significati più profondi che si sveleranno nel corso della narrazione. Il nome "straniero" ha almeno altre due ragioni di pertinenza. La prima, più superficiale, si manifesta quando si scopre che Velleda, sposata al principe Metelliani, viaggia molto all'estero, scorrazzando «per tutte le stazioni d’Europa segnate dalla moda» (capitolo XLV). La seconda, più profonda e simbolica, emerge nel capitolo XVI, quando la donna compie un'opera di fascinazione con il suo canto e il suo sguardo, ammaliando i presenti, in particolare Alberti, che la ascolta «cogli occhi fissi su di lei, pallido e turbato». Velleda incanta anche con la conversazione, «spiegando e raccogliendo le ondeggianti sue reti di parole che avevano significati diversi pei diversi attori di quella scena». Per molti aspetti, ella è simile alle incantatrici rinascimentali o alla sacerdotessa druida Velleda di "Les Martyrs" di Chateaubriand. Da quest'ultima, figura contemporaneamente fiera e innamorata, tenebrosa e innocente, violenta e gentile, l'eroina verghiana eredita il nome, consolidando così la sua immagine di donna misteriosa e seducente.
L'antroponimo può essere trasparentemente allusivo anche in assenza di un'interpretatio autoriale esplicita. È il caso del glorioso e decorato capitano Marteni. Pur partecipando ai riti del bel mondo, egli si distingue dagli altri uomini per la sua «galanteria un po’ soldatesca». Il suo nome, Marteni, lo iscrive onomasticamente nella schiera degli adepti di Marte, il dio della guerra, conferendogli un'aura di virilità marziale e un certo rigore che lo differenziano dall'ozio mondano circostante. Il nome, in questo contesto, agisce come un'immediata etichetta caratteriale, che si manifesta attraverso i suoi atteggiamenti e il suo portamento.
Nomi la cui Allusività si Svela nel Tempo
Il secondo livello di funzionalità onomastica si distingue dal primo per la sua allusività non immediata. Qui, il significato del nome non è esplicitato né da una chiara interpretazione autoriale né dalle caratteristiche iniziali del personaggio. Il rapporto tra nomen e res (nome e cosa) si rivela solo alla fine o in un punto avanzato del percorso narrativo, concernendo dati di mutabilità o immutabilità, trasformazione o costanza del personaggio percepibili solo a lettura inoltrata. Questa modalità richiede una maggiore partecipazione interpretativa da parte del lettore, invitato a cogliere le sottili connessioni che emergono con il progredire della storia.
Un esempio calzante è la nominazione di Alberto Alberti. All'inizio, il nome può apparire leggermente strano a causa della sua iterazione nel binomio nome-cognome. Questa stranezza iniziale, tuttavia, non può essere immediatamente collegata ad alcuna delle presentazioni circostanziate del personaggio, come quelle che si trovano nei capitoli II e XL del romanzo. È solo con il progredire della narrazione che si inizia a percepire un dato fondamentale: la bipartizione della vita del marchese. La sua giovinezza, che va dai venti ai ventotto anni, è nettamente separata, per mezzo di una lunga assenza occupata da un soggiorno in terre lontane, dalla sua maturità, che inizia intorno ai quarant'anni.
A questo stacco cronologico corrisponde uno stacco narrativo ben marcato: la giovinezza di Alberto è presentata nei capitoli II-XXXIX, mentre la maturità, che si estende fino alla sua morte, è narrata nei capitoli XL-L. L'incipit del capitolo XL segna in maniera decisa questa frattura temporale: «Dopo vent’anni che non s’erano più visti Alberto e sua cugina s’incontrarono a Firenze…». Il protagonista riemerge da lontananze geografiche e cronologiche come un defunto risuscitato, con un'identità che è al tempo stesso la stessa e profondamente mutata. Il nome "Alberto Alberti", con la sua ripetizione, suggerisce una sorta di auto-identità, un ancoraggio a se stesso, ma anche una possibile scissione interna, un "doppio" che si manifesta attraverso le diverse fasi della sua esistenza. Questa iterazione nominale può simboleggiare l'immutabilità essenziale dell'io di fronte alle vicissitudini della vita, ma al contempo, l'esperienza delle trasformazioni che lo plasmano e lo ridefiniscono, creando una complessa dialettica tra continuità e cambiamento. Il nome, in questo caso, non è una rivelazione istantanea, ma un sigillo che acquista piena risonanza solo dopo aver attraversato l'intero arco narrativo.
Nomi con Funzione di Collegamento e Strutturazione Narrativa
Oltre a caratterizzare e individuare, i nomi in "Eros" servono anche a tessere una rete di collegamenti tra i personaggi e, di conseguenza, a rafforzare la struttura narrativa stessa. Questa funzione di "cerniera" o di "ancoraggio" onomastico permette di creare coesione e profondità all'interno dell'opera, spesso in modi che vanno oltre la semplice referenza diretta.
Il nome del dottor Gemmati, amico del protagonista, offre un esempio interessante di come un nome possa operare su più livelli. Sebbene non partecipi ai riti del "bel mondo" per via della sua natura semplice e sincera, il suo nome non è immediatamente trasparente come quelli di Selene o Marteni. La sua allusività, come il nome di Alberto Alberti, si rivela nel tempo, ma la sua funzione si estende anche al collegamento tematico. Il termine "gemmati" evoca l'idea di qualcosa di prezioso, autentico, non adulterato, proprio come la sua amicizia e la sua onestà in un ambiente dominato dall'artificiosità e dalla finzione. Questo lo pone in contrasto con la superficialità degli altri personaggi, fungendo da punto di riferimento morale e da indicatore della vera ricchezza umana.
In un contesto più ampio, le scelte onomastiche possono stabilire collegamenti tra personaggi che condividono un destino, un tratto caratteriale o un ruolo simbolico. Nomi con radici etimologiche simili, o con richiami fonetici, possono suggerire relazioni inattese o complementarietà. Questa rete di nomi non solo arricchisce la caratterizzazione individuale, ma costruisce anche un'architettura narrativa più solida, dove i nomi agiscono come fili invisibili che connettono le diverse parti del racconto, dando un senso di unità e interdipendenza. Attraverso questi meccanismi, l'onomastica diventa uno strumento potentissimo per l'autore per guidare la percezione del lettore, evocare atmosfere e anticipare sviluppi, rendendo il testo una complessa partitura di significati dove ogni nome ha il suo preciso ruolo.
L'Onomastica nella Narrativa Pirandelliana: Un Laboratorio di Identità
La produzione di Luigi Pirandello, vastissima e complessa, offre un terreno eccezionalmente fertile per l'indagine onomastica, come dimostrato dalla ricchezza di studi a essa dedicati, anche all'interno del volume di Porcelli. In Pirandello, il nome non è mai un semplice appellativo; è piuttosto una chiave d'accesso all'identità, alla maschera, alla frammentazione dell'io e alle dinamiche psicologiche che animano i suoi personaggi.
Nel capitolo dedicato a "Rosso Malpelo" e "Ciàula scopre la luna", si esplora la "nominazione" come atto fondante che determina il destino e la percezione sociale del personaggio. "Malpelo", ad esempio, non è solo un soprannome, ma una condanna, un marchio che anticipa e sigilla la sua emarginazione e la sua visione distorta del mondo. Il nome diventa una prigione, un destino inscritto prima ancora che la vita abbia la possibilità di svelarsi. Ciàula, invece, con il suo nome che evoca il verso di un corvo, suggerisce una condizione animale e primitiva, un'esistenza ai margini della consapevolezza che solo un evento straordinario, come la scoperta della luna, può trascendere. Qui, il nome sottolinea la condizione di "nessuno" e la possibilità di una rivelazione, di una rinascita.

La prima narrativa pirandelliana, analizzata attraverso opere come "Amori senza amore", "L'esclusa" e "Il turno", rivela già una profonda attenzione alla relazione tra nome e identità sociale. In questi contesti, i nomi possono riflettere le convenzioni sociali che ingabbiano i personaggi, o al contrario, la loro lotta per sfuggire a definizioni predeterminate. Il nome può essere un vincolo, una trappola da cui è difficile liberarsi, o il punto di partenza per una (spesso fallita) ricerca di autenticità.
Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" è, per antonomasia, il testo pirandelliano in cui la questione onomastica è posta al centro della riflessione esistenziale. Il protagonista, che cerca di sfuggire all'identità imposta dal suo nome e dalla sua vita, adotta prima il nome di Adriano Meis per poi scoprire che neanche questa nuova identità, priva di radici anagrafiche, può dargli la libertà desiderata. Il "fu" nel titolo non è solo un indicatore di passato, ma una dichiarazione programmatica sulla precarietà dell'essere e sulla natura convenzionale dei nomi. L'analisi si concentra sulle implicazioni di questa perdita e riacquisizione, o meglio, sulla impossibilità di una vera riacquisizione, che lascia il personaggio in una condizione di "nessuno", "né l'uno né l'altro".
Nei "Simboli e nomi nella novella pirandelliana La veste lunga", si analizzano come i nomi interagiscono con gli oggetti e i simboli per costruire un significato più ampio. La "veste lunga" stessa può essere interpretata come un simbolo che si lega al nome della protagonista, o a un'assenza di nome, per significare l'oppressione o la tradizione. La relazione tra psicologia, abito e nome di due adolescenti pirandelliane approfondisce come l'aspetto esteriore e l'onomastica si combinino per rivelare o nascondere le turbolenze interiori e le fragilità tipiche dell'età.
La questione della misura e numero nell'onomastica di alcune novelle pirandelliane suggerisce un approccio quasi matematico alla composizione, dove la frequenza o la specificità dei nomi, o la loro assenza, non è casuale ma risponde a una logica interna, contribuendo alla struttura ritmica e al significato implicito del racconto. Le coppie di personaggi nelle novelle pirandelliane spesso presentano nomi che si pongono in relazione dialettica, contrasto o complementarità, mettendo in luce le tensioni e i legami che caratterizzano le dinamiche interpersonali.
Il capitolo "Sino a che punto nomi parlanti? Esame di quattro novelle di Pirandello" affronta direttamente il concetto di "nome parlante", ovvero un nome che rivela o suggerisce esplicitamente una caratteristica del personaggio. Pirandello spesso gioca con questa convenzione, a volte usandola in modo trasparente, altre volte sovvertendola per creare effetti di straniamento o ironia. La riflessione su "Per una lettura simbolica della novella La levata del sole" e su "Nell’albergo è morto un tale" esplora come nomi, o la loro anonimia, diventino veicoli di simbolismo profondo, capaci di evocare temi universali come la morte, la solitudine o la ricerca di significato. In Pirandello, il nome non è solo un'etichetta, ma un elemento dinamico che partecipa attivamente alla costruzione dell'identità, della percezione e della stessa realtà narrativa.
Dare i nomi ai personaggi. Scrittura creativa.
L'Identità Lirica nei Nomi di Gozzano e Montale
L'onomastica non si limita alla prosa, ma trova applicazioni altrettanto significative nella poesia, dove la scelta di un nome, o anche la sua evocazione, può veicolare strati di significato, evocazioni simboliche e riflessioni sull'identità lirica dell'io poetico. Guido Gozzano e Eugenio Montale, sebbene molto diversi stilisticamente, offrono entrambi esempi illuminanti di come i nomi contribuiscano a definire l'io e il mondo poetico.
Nei capitoli dedicati ai "Nomi nella lirica di Gozzano" e alle "Maschere e nomi dell’‘io’ nella lirica di Gozzano", si esplora la peculiare sensibilità del poeta torinese. Gozzano, con il suo stile ironico e crepuscolare, usa i nomi per costruire figure femminili archetipiche ma anche profondamente umane, spesso legate a un passato nostalgico o a una dimensione di sconfitta esistenziale. I nomi delle sue "buone cose di pessimo gusto" o delle sue "signorine di provincia" non sono mai casuali; essi evocano un'epoca, un'atmosfera, un retaggio culturale che definisce tanto le donne quanto l'io lirico che le osserva con distacco e partecipazione. Il nome, in Gozzano, diventa una maschera, non solo per i personaggi, ma per lo stesso poeta, che si cela dietro un'ironia distaccata per proteggere la propria sensibilità, creando un gioco di identità multiple e spesso contraddittorie. Questo uso dei nomi sottolinea la "maschera" dell'io lirico, che si manifesta attraverso figure femminili o ambienti che riflettono la sua stessa complessa interiorità.
Passando a Montale, il capitolo "Arsenio, Arletta, Crisalide, Esterina e le metamorfosi dell’Alcyone" affronta l'onomastica con una lente diversa, focalizzandosi sulle figure femminili che popolano la sua poesia, spesso cariche di un profondo valore simbolico e allegorico. Sebbene il riferimento all'Alcyone di D'Annunzio possa sembrare un'intrusione in un contesto montaliano, suggerisce un confronto implicito tra la solarità e la vitalità delle figure dannunziane e la più tormentata e "aridità" esistenziale delle figure montaliane.

I nomi in Montale, come Arsenio, che è un alter ego del poeta, o figure femminili come Arletta, Crisalide ed Esterina, non sono semplici designazioni. Essi sono spesso portatori di significati simbolici che rimandano a stati d'animo, a epifanie mancate, a presenze salvifiche o a ricordi ossessivi. Arsenio, ad esempio, con la sua etimologia che rimanda alla "mascolinità" ma anche alla "secchezza", incarna la condizione dell'uomo moderno, bloccato in una stasi esistenziale, un simbolo di una vita che non riesce a prendere il volo. Crisalide evoca l'immagine di una trasformazione, di un potenziale non ancora realizzato o di una promessa di mutamento che si frantuma. Esterina, come altre figure montaliane, può rappresentare una speranza fuggevole, un'occasione perduta o un ricordo che ancora brucia.
Questi nomi, e le figure che essi evocano, sono parte integrante delle "metamorfosi" che l'io poetico attraversa, o tenta di attraversare, nel suo rapporto con il mondo esterno e con la memoria. In Montale, il nome è spesso una condensazione di un intero universo di significati, un segnale che il lettore è chiamato a decifrare per accedere alla complessità del messaggio poetico. L'analisi onomastica, quindi, diventa uno strumento essenziale per comprendere non solo la caratterizzazione dei personaggi, ma anche la costruzione dell'io lirico e la sua relazione con i temi portanti dell'opera.
Nomi e Memoria: L'Onomastica in Primo Levi
Primo Levi, con la sua testimonianza letteraria dell'Olocausto, offre un campo di studio onomastico di straordinaria profondità e gravità. Nel contesto del Lager, il nome assume un significato radicalmente diverso, diventando un simbolo potentissimo della perdita dell'identità, della disumanizzazione e, al contempo, della strenua resistenza a tale annientamento. Bruno Porcelli dedica diversi capitoli a Levi, esplorando le intricate funzioni dei nomi nelle sue opere.
Il capitolo "L’ultimo e il primo. Perdita e riacquisto del nome in Se questo è un uomo di Levi" è centrale per comprendere la funzione onomastica nel Lager. All'ingresso nel campo di sterminio, ai prigionieri viene tolto il nome e assegnato un numero tatuato. Questo atto non è una mera formalità burocratica, ma un rito di annullamento dell'identità individuale, un tentativo di trasformare persone in "pezzi" interscambiabili. La perdita del nome è la prima, fondamentale tappa della deumanizzazione, che priva l'individuo della sua storia, della sua cultura, della sua unicità. In questo contesto, il nome "Primo" assume una risonanza quasi profetica per l'autore stesso, un'affermazione di individualità che si contrappone alla logica del campo.

Il "riacquisto" del nome, o meglio, la lotta per non perderlo e per affermarlo, diventa un atto di resistenza estrema. Levi racconta come il mantenimento del proprio nome, la memoria del proprio passato attraverso esso, fosse un baluardo contro l'oblio e la morte interiore. Dopo la liberazione, il ritorno al proprio nome è un riappropriarsi dell'umanità, una rinascita dopo l'orrore. L'analisi onomastica in questo contesto non è solo letteraria, ma etica e storica, rivelando come la violenza sul nome sia parte integrante della violenza sull'uomo.
Nel capitolo "Modelli narrativi e onomastica nella Tregua di Levi", si esplora come i nomi funzionino in un contesto di transizione e ricostruzione. "La Tregua" racconta il lungo e tortuoso viaggio di ritorno dei sopravvissuti dal Lager. Qui, i nomi dei compagni di viaggio, spesso di diverse nazionalità e culture, diventano elementi cruciali per la narrazione. Essi non solo identificano gli individui, ma riflettono la babele di lingue e le diverse provenienze, contribuendo a costruire un affresco corale di un'umanità ferita ma resiliente. I nomi, in questo caso, sono ancore di realtà, punti di riferimento in un mondo ancora caotico e disorientato, e allo stesso tempo segnali della ritrovata, seppur fragile, diversità umana.
Infine, le "Cerniere onomastiche nei racconti del Lager di Levi" analizzano il ruolo strutturante dei nomi. Le "cerniere" sono quei nomi che collegano diverse parti della narrazione, che fungono da ponte tra ricordi frammentati, che uniscono esperienze o che creano una continuità tematica. In un'opera che spesso procede per episodi, per "racconti" brevi e intensi, la scelta di un nome può essere fondamentale per la coesione del testo. Questi nomi possono essere quelli di vittime, di carnefici, di compagni di sventura, e ciascuno di essi porta con sé un peso specifico, un monito, un ricordo indelebile. L'onomastica in Levi, quindi, non è un mero strumento stilistico, ma un veicolo di memoria, un mezzo per fissare e trasmettere l'esperienza del Lager, garantendo che le identità, per quanto minacciate, non vengano mai del tutto annullate e che la lezione della storia possa essere appresa.
Un Panorama Plurimo: La Vasta Ricerca di Porcelli
Il volume "In principio o in fine il nome" di Bruno Porcelli non si limita a esplorazioni isolate, ma offre una visione d'insieme coerente e metodologicamente rigorosa sull'onomastica letteraria. Agli studi su Verga e Pirandello, si aggiungono altri contributi su Gozzano, Montale e Primo Levi, tutti composti nel medesimo periodo dedicato dall'autore all'analisi di opere comprese tra la fine dell'Ottocento e il Novecento. Questa ampiezza di orizzonte testimonia una notevole capacità di applicare principi onomastici generali a contesti autoriali e stilistici estremamente diversi, pur mantenendo una prospettiva unitaria sulla funzione e il significato del nome.
La raccolta include sia studi inediti che lavori già pubblicati su riviste o in atti di convegni, riflettendo un percorso di ricerca continuo e dialogante con la comunità accademica. Sei dei capitoli presentati sono inediti, a dimostrazione di una costante produzione e approfondimento. Gli altri undici contributi, già apparsi in pubblicazioni come «Italianistica», «reli», «gsli» e «il Nome nel testo», sono stati riorganizzati e, quando necessario, integrati con piccole aggiunte al testo e all'apparato bibliografico per garantire la massima completezza e aggiornamento. Questa scelta editoriale di mantenere i singoli lavori con bibliografia indipendente facilita la leggibilità e permette al lettore di approfondire specifici argomenti senza interruzioni.
Il comitato di consulenza, composto da eminenti studiosi come Lina Bolzoni, Alberto Casadei, Marcello Ciccuto, Maria Luisa Doglio, Emerico Giachery, Salvatore Silvano Nigro, Emilio Pasquini, Michelangelo Picone, Mario Saccenti e Alfredo Stussi, attesta l'alto profilo scientifico dell'opera e la sua rilevanza nel panorama degli studi italiani. La loro presenza sottolinea il valore di un approccio che, pur focalizzandosi su un aspetto specifico della critica letteraria, è in grado di dialogare con diverse aree disciplinari e di contribuire alla comprensione complessiva delle opere.

In definitiva, il lavoro di Porcelli rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia comprendere la complessità e la profondità dell'onomastica letteraria. Attraverso l'analisi di autori fondamentali del panorama italiano, il volume dimostra che il nome, lungi dall'essere un semplice dettaglio, è un elemento costitutivo dell'opera, capace di veicolare significati profondi, di strutturare la narrazione e di rivelare aspetti reconditi dell'identità dei personaggi e dell'io poetico. La sua ricerca evidenzia come ogni scelta nominale sia una tessera fondamentale nel mosaico del testo, contribuendo in modo decisivo alla sua ricchezza interpretativa e alla sua duratura risonanza culturale.