Il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria è una delle colonne portanti della fede cristiana, riconosciuta come verità da tutte le confessioni e profondamente radicata nei vangeli. Questo evento straordinario, che sfida le leggi naturali conosciute, si colloca all'intersezione tra la sfera del divino e quella dell'umano, dando origine a un dibattito che attraversa millenni, coinvolgendo teologi, storici, scienziati e filosofi. L'articolo esplorerà il significato teologico e scientifico di questo mistero, analizzando le testimonianze scritturistiche, le interpretazioni dottrinali, le sfide poste dall'indagine storica e le profonde implicazioni spirituali che esso comporta per la comprensione della figura di Gesù e di Maria. Cercheremo di comprendere come un evento, dal punto di vista meramente scientifico non possibile senza un rapporto sessuale, venga accolto e professato come un cardine della fede, esaminando le diverse prospettive che arricchiscono la nostra comprensione di questa singolare nascita.
I. Il Concepimento Verginale nelle Sacre Scritture e nella Tradizione Cristiana
Il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria è considerato una verità di fede da tutte le confessioni cristiane, le quali fondano la propria dottrina sui vangeli. Tra gli scritti del Nuovo Testamento, il concepimento verginale di Gesù è riferito in particolare da due Vangeli: il Vangelo di Matteo e il Vangelo di Luca. Questi testi evangelici, pur presentando dettagli e punti di vista differenti, sono concordi nell'affermare la straordinarietà dell'evento.
Il Vangelo di Matteo dice che Gesù nacque in modo miracoloso senza che Maria e Giuseppe "si conoscessero", un'espressione che, secondo il modo di dire semitico, significa "avessero rapporti sessuali". Matteo narra che «Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù.» (Matteo 1,24-25). La traduzione di Mt 1, 25 sarebbe quindi più precisa così: «senza che egli la conoscesse, ella partorì un figlio». È importante notare come l'espressione "finché" non stia affermando che Giuseppe abbia avuto rapporti coniugali con Maria in seguito, ma solo che non vi furono prima del parto, come si può osservare in altri contesti biblici dove tale costrutto linguistico è utilizzato senza implicare un cambiamento futuro (cfr. Gen. 8, 7; 2 Sam. 6, 23; Mt. 28, 20).

Il Vangelo di Luca, d'altra parte, offre la prospettiva di Maria, narrando l'Annunciazione: «E Maria disse all'angelo: "come avverrà questo, perché io non conosco uomo?". E l'angelo rispondendo: "lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà: pertanto, il santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio".» (Luca 1,34-35). Le parole di Maria, «Come è possibile questo poiché non conosco uomo» (Lc 1,34), mettono in evidenza sia l’attuale verginità di Maria sia il suo proposito di rimanere vergine. Nell’episodio dell’Annunciazione, l’evangelista Luca chiama Maria “vergine”, riferendo sia della sua intenzione di perseverare nella verginità come del disegno divino che concilia tale proposito con la sua prodigiosa maternità. La struttura del testo lucano (cfr Lc 1,26-38; 2,19. 51) resiste ad ogni interpretazione riduttiva. La sua coerenza non permette di sostenere validamente mutilazioni dei termini o delle espressioni che affermano il concepimento verginale operato dallo Spirito Santo. L'evangelista Matteo, riferendo l'annuncio dell'angelo a Giuseppe, afferma al pari di Luca il concepimento operato dallo Spirito Santo (Mt 1,20) con esclusione di relazioni coniugali.
Gli altri vangeli non menzionano esplicitamente l'avvenimento del concepimento verginale in dettaglio: il Vangelo di Marco comincia con il racconto dell'inizio della vita pubblica di Gesù, mentre il Vangelo di Giovanni parla inizialmente della preesistenza e dell'incarnazione di Cristo, ma non di un concepimento verginale di Gesù (Gv 1,1-14). Tuttavia, la Chiesa ha costantemente ritenuto la verginità di Maria una verità di fede, cogliendo e approfondendo la testimonianza dei Vangeli di Luca, di Matteo e probabilmente, anche di Giovanni.
La narrazione evangelica si collega anche alle profezie dell'Antico Testamento. Matteo presenta l’origine verginale di Gesù come compimento della profezia di Isaia 7,14: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr Is 7,14). Questo passo è un punto di controversia fra cristiani ed ebrei; sono in particolare oggetto di disputa la traduzione dell'ebraico "almah" con "vergine", nonché il fatto che si tratti effettivamente di una profezia riferita al Messia. Nonostante ciò, per la fede cristiana, la connessione è stata storicamente ritenuta chiara. Roberto Coggi, nel suo trattato di mariologia, indica Isaia 7,14 come "la profezia dell'Emmanuele".
Anche nei Vangeli apocrifi si parla del concepimento miracoloso da parte di Maria; i riferimenti si trovano nel Protovangelo di Giacomo e nell'Ascensione di Isaia, a testimonianza di una tradizione che si diffuse ampiamente nei primi secoli cristiani, benché con narrazioni che spesso differiscono dai canoni riconosciuti. Questi testi, pur non essendo canonici, riflettono la crescente venerazione per Maria e l'interesse per i dettagli della nascita di Gesù.
Un riferimento significativo al concepimento di Gesù si trova anche nel Corano, che, pur con differenze teologiche fondamentali rispetto al cristianesimo, narra un evento straordinario per Maria. Viene riportato: «E quando gli angeli dissero a Maria: - O Maria! In verità Allah t'ha prescelta e t'ha purificata e t'ha eletta su tutte le donne del creato… O Maria, Iddio t'annunzia la buona novella di una Parola che viene da Lui, e il cui nome sarà il Cristo, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio.- O mio Signore! Come potrei avere un figlio, ché nessun uomo mi ha toccata? Rispose: - Così sarà! Allah crea ciò che vuole. Quando decide una cosa, dice solo: "Sii" ed essa è.-» Questo dimostra che l'idea di una nascita eccezionale di Gesù è presente anche al di fuori della tradizione giudeo-cristiana, benché interpretata secondo le proprie specifiche dottrine.
La verginità di Maria non è solo un fatto "ante partum" (prima del parto), ma è una verginità perpetua, creduta e professata dalla Chiesa come "prima, durante e dopo il parto". Maria non concepì per intervento umano, ma per opera dello Spirito Santo. E Gesù non fu generato da un padre umano. L’evangelista Luca afferma, riferendosi alla concezione verginale di Gesù in Maria: «Il figlio, come si credeva, di Giuseppe» (Lc 3, 23; cfr. Lc. 2, 23), indicando che la paternità di Giuseppe era percepita solo a livello sociale e non biologico. Il dogma della verginità perpetua di Maria è stato definito dalla Chiesa in due Concili dogmatici: il Costantinopolitano II (553), che affermava che Gesù «prese carne dalla gloriosa Theotókos e semprevergine Maria»; e il Lateranense, convocato da Papa Martino I (648), che scomunicava chiunque non confessasse che «la santa e sempre vergine e immacolata Maria sia in senso proprio e secondo verità Madre di Dio, in quanto propriamente e veramente alla fine dei secoli ha concepito dallo Spirito Santo senza seme e partorito senza corruzione, permanendo anche dopo il parto la sua indissolubile verginità, lo stesso Dio Verbo, nato dal Padre prima di tutti i secoli». Questo è un dogma esplicito della fede cattolica, come richiamato anche dalle "Pagine cattoliche" e dagli studi sulla mariologia. Nelle Litanie Lauretane, dopo l’invocazione Santa Dei Genetrix, ora pro nobis (Santa Madre di Dio, prega per noi), segue immediatamente l’invocazione Santa Virgo Virginum, ora pro nobis (Santa Vergine delle vergini prega per noi). Ciò è molto significativo: dopo il suo titolo fondamentale, che è alla base di tutti gli altri, cioè quello di Madre di Dio, compare immediatamente il titolo di Vergine delle vergini, a ribadire la sua costante purezza.
Il termine “primogenito”, dato a Gesù nel Vangelo di Luca: “Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7), non indica che Maria abbia generato altri figli dopo Gesù, poiché nel giudaismo anche il figlio unico è designato con il nome di primogenito. Il titolo di primogenito portava con sé particolari diritti e doveri, sottolineando la sua posizione unica nella famiglia. Quando la Sacra Scrittura parla di fratelli e sorelle di Gesù (cf. per esempio, Mt 12, 46; 13,55; Mc 6,3; Lc 8,20; Gv 2,12; At 1,14), la tradizione e l'esegesi cattolica si riferiscono ai cugini o congiunti a vario grado di parentela, poiché il termine «fratello e sorella», nel linguaggio usato dagli ebrei contemporanei di Gesù, ha infatti un significato molto ampio. Da notare poi che Gesù è indicato come il Figlio di Maria, con l’articolo (Mc 6,3), primo perché ciò deroga alla dignità di Cristo: il quale come per la natura divina è “l’Unigenito del Padre” (Gv 1,14). Questo rafforza l'idea che Gesù fosse l'unico figlio biologico di Maria.
Che senso ha credere nella Verginità Perpetua di Maria?
II. La Prospettiva Storica e la Sfida dell'Indagine Critica
Il concepimento verginale è oggetto di un intenso dibattito all'interno del mondo religioso, con l'intervento di scienziati e filosofi esterni, che tende talvolta a classificare l'evento come una verità storica. I fautori della storicità del concepimento verginale sostengono la loro tesi tramite il criterio dell'attestazione multipla, secondo cui ciò che è attestato da fonti diverse e molteplici può essere considerato storicamente autentico. Il riferimento al concepimento verginale da parte di due Vangeli, Matteo e Luca, viene da essi considerato un elemento a supporto della presunta storicità dell'evento. Il fatto che i due Vangeli presentino dettagli e punti di vista differenti (Matteo espone quello di Giuseppe, Luca quello di Maria) significherebbe che ciascuno dei due evangelisti, che scriveva per destinatari diversi (Matteo per gli Ebrei, Luca per i Greci e i Romani), avrebbe attinto da tradizioni diverse. Raymond E. Brown, ad esempio, è tra gli studiosi che supportano questa prospettiva.
Il silenzio degli altri Vangeli viene spiegato con l'ipotesi che il racconto del concepimento verginale era probabilmente una tradizione di famiglia che inizialmente era conosciuta solo da pochissimi cristiani; l'autore del Vangelo di Matteo l'avrebbe conosciuta dai parenti di Giuseppe, l'autore del Vangelo di Luca dai parenti di Maria. È stato obiettato che Gesù non ha mai detto di sé che era figlio di una vergine concepita miracolosamente, cosa che, se fosse avvenuta, sarebbe stata riferita anche dagli altri vangeli, ma ciò non prova nulla, perché Gesù potrebbe avere taciuto per una forma di pudore. Questo argomento, sollevato da alcuni, viene controbilanciato dalla possibilità di riserbo personale.
Tuttavia, numerosi studiosi sollevano obiezioni significative alla storicità letterale del concepimento verginale. Secondo vari autori, le basi storiche del concepimento verginale di Gesù sono deboli e l'evento non può essere provato con il metodo storico. Frederick Dale Bruner ritiene che Matteo e Luca erano più interessati a fare affermazioni teologiche che storiche; l'accettazione del racconto di questi due vangeli è una questione di fede, basata su ragioni teologiche. Anche per Karl Rahner e John Paul Meier non ci sono prove storiche sufficienti per sostenere la storicità dell'evento. Vito Mancuso fa notare che secondo l'esegesi storica non tutti i contenuti dei vangeli sono da considerarsi certi, ma vi sono dati storicamente sicuri, dati probabili e dati improbabili. Anche se una notizia si trova in due vangeli (come la nascita a Betlemme, citata sia da Matteo sia da Luca) non per questo oggi è considerata sicuramente certa dal punto di vista storico, poiché per il criterio dell'attestazione multipla si può considerare probabilmente storico ciò che è attestato unanimemente da tutte o quasi tutte le fonti cristiane.
Bart Ehrman ha sottolineato che le fonti storiche non cristiane che parlano di Gesù (come Giuseppe Flavio) non accennano minimamente a una nascita verginale. Secondo Ehrman, il principio di attestazione reciproca dei Vangeli di Matteo e Luca non è di per sé garanzia assoluta di storicità, ma bisogna considerare anche altri aspetti. Altri studiosi fanno rilevare che i primi Vangeli sono stati scritti tra il 60 e il 70 d.C., oltre trent'anni dopo la morte di Gesù; pur ritenendo possibile l'esistenza di una tradizione familiare originaria, essi ritengono che si sia alterata nel tempo. Secondo gli anglicani J.M. Creed e H.D.A. Major, inizialmente le tradizioni raccontavano le esperienze spirituali che Giuseppe e Maria avrebbero avuto in occasione del concepimento di Gesù, che analogamente a Isacco era presentato come un figlio della promessa di Dio. Successivamente, le tradizioni primitive sarebbero state deformate in senso materialistico e l'idea della nascita verginale avrebbe preso il posto di una nascita normale.

Vari studiosi che dubitano sulla storicità del concepimento verginale ritengono che la tradizione fu sviluppata dalla Chiesa primitiva per avvalorare la tesi che Gesù era il figlio di Dio incarnato. È stato anche ipotizzato che i racconti evangelici abbiano avuto origine per influenza di storie similari presenti nelle mitologie di altri popoli, in modo particolare nell'ambiente ellenistico. Le storie di concepimenti verginali di donne da parte di esseri divini sono presenti in diverse religioni e mitologie, ma non nell'ebraismo. Vari autori ritengono poco plausibile che i giudei monoteisti del I secolo d.C. possano essere stati aperti all'influsso di storie pagane. Inoltre, è stato evidenziato che le differenze tra i racconti evangelici e i miti pagani sono rilevanti: ad esempio, nei primi mancano l'antropomorfismo e gli aspetti fantastici che caratterizzano le nascite miracolose di miti e religioni pagane, come sottolineato da autori come Paul R. Eddy e Gregory A. Boyd.
Un'altra ipotesi riguarda la possibilità che i racconti sul concepimento verginale di Gesù siano stati inseriti per rispondere alle accuse dei giudei (riportate anche da Celso) di un concepimento umano adulterino di Gesù, come sostengono alcuni studiosi tra cui Stephen Harris. Il filosofo Celso, infatti, avrebbe riportato in scritti antichi l'accusa giudaica secondo cui Gesù sarebbe nato da un adulterio. Tuttavia, è stato obiettato che sarebbe stato più logico ribadire la paternità di Giuseppe anziché inventare la storia del concepimento verginale per confutare tali accuse, un punto di vista espresso da R. Brown.
Altri, pur non ritenendo probabile un'influenza diretta di miti pagani su Matteo e Luca o sulle loro fonti, sottolineano il cambiamento del contesto culturale e osservano che il cristianesimo si è progressivamente allontanato dalla cultura ebraica (che aveva un'idea positiva della sessualità) e ha subito l'influenza della cultura ellenistica, in cui erano presenti certe concezioni che tendevano a svalutare gli aspetti materiali dell'esistenza (compresa la sessualità); ciò avrebbe creato un terreno favorevole per l'affermazione dell'idea della nascita verginale.
Oggi, vari teologi ritengono che il concepimento verginale di Gesù sia un teologumeno (parola usata da Martin Dibelius), cioè un'affermazione teologica presentata come fatto storico. Tale concezione era legata alle idee del tempo in cui si è formata, ma oggi la sua storicità è difficilmente sostenibile e bisogna reinterpretarla. Per questi studiosi, i Vangeli di Luca e Matteo vogliono comunicare rispettivamente che Gesù è venuto al mondo non per caso ma per volontà di Dio e che in lui si sono realizzate le profezie dell'Antico Testamento sulla nascita del Messia. Per Hans Küng, la figliolanza divina di Gesù è un fatto ontologico avvenuto nella dimensione dell'eternità, mentre il concepimento della sua natura umana è un fatto biologico accaduto nella dimensione del tempo. L'incarnazione di Dio e la generazione umana di Gesù non si fanno concorrenza, perché agiscono su due piani diversi, dimostrando la coesistenza di verità di fede e processi naturali.
Gli ebrei non credono che Gesù sia il Messia né il figlio di Dio e non credono neanche al suo concepimento verginale. Studiosi ebrei sostengono che il Vangelo di Matteo, che voleva convincere gli ebrei che Gesù era il Messia, ha interpretato male i riferimenti dell'Antico Testamento. Questa divergenza di interpretazione evidenzia la complessità e la profondità delle implicazioni teologiche e storiche legate al concepimento verginale.
III. Il Profondo Significato Teologico del Concepimento Verginale
Al di là del significato letterale e della dibattuta storicità, i racconti evangelici sul concepimento verginale di Gesù vogliono comunicare verità teologiche fondamentali. Essi esprimono che Giuseppe e Maria hanno ricevuto delle rivelazioni spirituali sulla futura nascita di Gesù e le hanno accolte con fede, accettando di aderire al progetto di Dio e di collaborarvi. Nel caso di Maria la rivelazione è avvenuta prima dell'evento e sotto forma di annunzio, mentre nel caso di Giuseppe è avvenuta dopo l'evento e sotto forma di sogno; sia gli annunzi sia i sogni sono due forme di rivelazione divina che si ritrovano nell'Antico Testamento. Questi episodi sottolineano la dimensione soprannaturale e voluta dall'alto di questa nascita.
Per Hans Urs von Balthasar il concepimento verginale di Gesù era necessario, perché non poteva avere due padri: un padre umano avrebbe infatti oscurato il suo rapporto con il Padre celeste. Il concepimento verginale sottolinea l'identità unica di Gesù come Figlio di Dio. La generazione verginale di Gesù, inoltre, è comunicata a Giuseppe in un secondo momento: non si tratta per lui di un invito a dare un assenso previo al concepimento del Figlio di Maria, frutto dell’intervento soprannaturale dello Spirito Santo e della cooperazione della sola madre. Egli è soltanto chiamato ad accettare liberamente il suo ruolo di sposo della Vergine e la missione paterna nei riguardi del bambino, in un disegno divino più grande. Questa accettazione fiduciosa di Giuseppe è parte integrante del mistero.
La Madonna, come la Chiesa ha sempre creduto e professato, fu vergine prima della nascita di Gesù, rimase vergine nel momento in cui lo partorì e conservò la sua verginità per tutto il resto della sua vita. Questo è quanto affermato anche da Paolo VI nell'Esortazione apostolica Signum Magnum (13-5-1967), n. 11. Maria è piena di Grazia fin dal primo istante della sua esistenza, santa più di tutti i santi insieme. La presenza singolare della grazia, nella vita di Maria, porta a concludere per un impegno della giovane nella verginità. Si deve dunque ritenere che a guidare Maria verso l’ideale della verginità è stata un’ispirazione eccezionale di quello stesso Spirito Santo che, nel corso della storia della Chiesa, spingerà tante donne sulla via della consacrazione verginale. Anche Cristo si consacrerà totalmente al Padre nella verginità. Coloro che a imitazione di Gesù, Maria e Giuseppe, vogliono essere vergini, si consegnano totalmente a Dio, nel corpo e nell’anima. Questo atto di dedizione totale rispecchia un profondo impegno spirituale, non meramente una condizione fisica o anagrafica.
Come fu miracoloso il concepimento, così fu anche il parto di Maria Santissima: ella, per intervento soprannaturale partorì il Figlio di Dio, rimanendo vergine. Per rappresentare il parto verginale di Maria è molto bello l’esempio dell’immagine del raggio di luce che passa attraverso il vetro senza lederlo in alcun modo. Ora, Gesù è la luce del mondo (cf Gv 9,5). Maria si accorse che anche il suo parto fu verginale, senza alcun spargimento di sangue e senza alcun dolore. Se vi fosse stato spargimento di sangue sarebbe rimasta contaminata, secondo la legge mosaica. Ora come poteva succedere che Colui che veniva nel mondo per purificare e santificare, come suo primo atto rendesse impura e contaminata, sia pure solo sotto il profilo rituale, la sua santissima Madre? Questo argomentare teologico sottolinea la purezza assoluta e la santità intrinseca di Maria, coerente con il mistero della sua maternità divina e l'eccezionalità del Figlio che portava in grembo.
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Il parto indolore della Vergine è una tradizione che la Chiesa afferma senza contestazione dal IV secolo. Per molti Padri, essendo stato divino il concepimento, il parto oltre ad essere verginale fu anche senza dolori. Essi affermano che, non avendo sperimentato il piacere sensuale nella concezione di Gesù, la Madonna non avrebbe subito nemmeno le pene del travaglio nel partorirlo. Tra i Padri che hanno insegnato esplicitamente il “parto indolore” della Vergine ricordiamo: sant’Efrem il Siro, san Zeno di Verona, san Massimo di Torino, sant’Agostino, san Proclo di Costantinopoli, Antipatro di Bostra, Procopio di Gaza, Venanzio Fortunato, san Germano di Costantinopoli, sant’Andrea di Creta, S. Gregorio di Nissa, san Giovanni Damasceno. Così anche Sant’Efrem, negli Inni sulla Beata Vergine, dice che Maria partorì, rimanendo vergine e senza sofferenze. Sull’assenza di dolore è eloquente l’evangelista san Luca quando dice che la Madonna ha fatto tutto da sola, ha partorito il bambino, l’ha avvolto in fasce e lo depose in una mangiatoia (cf. Lc 2,7). Maria al momento del parto sembra nel pieno vigore di se stessa, contrariamente allo spossamento che provano tutte le donne di questo mondo dopo un simile evento. È abbastanza paradossale che si sia cominciato a contestare il parto indolore nel momento stesso in cui il progresso scientifico instaurava il “parto indolore” per tutte le donne. È strabiliante che certi teologi e predicatori abbiano cominciato a celebrare le sofferenze “crocifiggenti” di Maria alla nascita del Salvatore, nel momento in cui le cliniche ostetriche si applicano a denunciare i dolori del parto come un mito alienante e disumanizzante.
San Giovanni Paolo II ribadisce la convinzione che la Madonna, per ispirazione dello Spirito Santo, abbia fatto un proposito di verginità. Egli scrisse nell’enciclica sullo Spirito Santo, Dominum et vivificantem: «il diavolo è il genio del sospetto». Chi insinua il dubbio sulla verginità di Maria e Giuseppe imita il diavolo. Affermare che i Vangeli non sono interessati alla vita sessuale di Maria e di Giuseppe e quindi non ci dicono nulla a riguardo è blasfemo perché insinua nel lettore il dubbio che forse essi non abbiano vissuto verginalmente. Il fatto che il sesso vissuto rettamente, secondo la volontà di Dio, rende gloria a Dio, non giustifica la diabolica insinuazione che forse Maria e Giuseppe hanno avuto rapporti sessuali. Assimilare poi la Madonna alle odierne femministe pure è blasfemo. La Madonna non ha pensato all’autodeterminazione personale o all’emancipazione affermata dal femminismo: la Madonna ha pensato solo ed esclusivamente ad accogliere perfettamente, pienamente, con amore e abbandono totale la volontà di Dio nella sua vita perché egli fosse glorificato. Questo evidenzia una differenza fondamentale tra l'agire secondo un progetto divino e l'affermazione di principi umani, pur legittimi nel loro contesto.
Vari mariologi e teologi motivano verginità e matrimonio in Maria e Giuseppe con questa spiegazione: se una ragazza avesse conosciuto un ragazzo con lo stesso proposito di verginità, il matrimonio avrebbe rappresentato una buona soluzione. Si evitavano ulteriori richieste e si rispettava la prescrizione ebraica di sposare un uomo della stessa tribù (cfr. Num 36, 6). Ed è esattamente quello che fecero Maria e Giuseppe. In alcuni gruppi giudeocristiani si sarebbe vissuto così fino al IV secolo. La sessualità, che nel matrimonio si esprime in maniera molto alta anche nel rapporto sessuale, tuttavia non si esaurisce in esso, né lo richiede se i due coniugi di comune accordo vi rinunciano. Diversamente dovremmo dire che il matrimonio tra la Madonna e san Giuseppe che aveva come fondamento la comune volontà di rimanere vergini non era un vero matrimonio. Il matrimonio è ordinato anche al mutuo aiuto e al perfezionamento dei coniugi che può essere realizzato di comune accordo anche con il proposito di verginità o di astensioni dai rapporti coniugali. Ricordiamo, infine, come tanti santi hanno creduto fermamente che la beata Vergine, con il solo farsi vedere infondeva a tutti pensieri e desideri di purezza. San Tommaso conferma dicendo: «La bellezza della beata Vergine spingeva alla castità quanti la guardavano». E san Girolamo dice che san Giuseppe si mantenne vergine per la compagnia di Maria. «Tu dici che Maria non sia rimasta vergine; io invece sostengo che anche Giuseppe rimase vergine grazie a Maria». La bellezza della Madonna è quindi non solo una bellezza che suscita il fascino e il desiderio della purezza del corpo e dell’anima, ma che la favorisce. Ha scritto in proposito P. Roberto Coggi: «Questo matrimonio verginale, che è quello che costituisce la Sacra Famiglia, non può non essere il modello di tutti i matrimoni e di tutte le famiglie. Non ovviamente nel senso che in tutte le famiglie si debba praticare la continenza totale, ma certamente nel senso che si deve praticare la castità coniugale, cioè l’osservanza della legge di Dio. E si noti ancora: in tutti e tre i membri della Sacra Famiglia, Gesù Maria e Giuseppe, risplende la castità verginale».

Questo mistero ci ricorda delle verità misconosciute e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte integrante dell’uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin da quaggiù il corpo è raggiunto dall’opera della grazia, poiché gli impulsi della nuova creazione sono all’opera, e Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e, per finire, la risurrezione. È necessario esaltare la verginità in questo mondo in cui sembra così bistrattata, con la conseguenza che non solo soffriamo di un pauroso calo di vocazioni, ma che l’unità della famiglia è troppo spesso distrutta. Sembra di vivere in un mondo così sporco, così immerso nel sesso e nella violenza, che il vizio gira a testa alta per le nostre strade, spesso difeso da leggi permissive, mentre sembra che la virtù debba nascondersi vergognosa.
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IV. La Prospettiva Scientifica e la Concezione del Miracolo
Dal punto di vista meramente scientifico, tuttavia, non sarebbe possibile che una donna rimanga incinta senza un rapporto sessuale. Le leggi della biologia e della fisiologia umana, così come sono attualmente comprese, richiedono l'unione di gameti maschili e femminili per la fecondazione. Questo è il punto in cui la fede si confronta con la ragione scientifica, definendo l'evento come un miracolo, ovvero un intervento divino che trascende le leggi naturali.
Secondo Joseph Ratzinger, infatti, Dio può intervenire direttamente sulla materia. L'esistenza di Dio, intesa come creatore e ordinatore dell'universo, implica la capacità di agire sulla sua creazione in modi che possono superare la nostra comprensione scientifica e la nostra capacità di riproduzione in laboratorio. Il concepimento verginale non è quindi interpretato come una violazione irrazionale delle leggi di Dio, ma come un'azione eccezionale del Creatore stesso. L'assenza dell'incontro sessuale tra gli sposi di Nazaret è reale; essa però trova una motivazione unica e irripetibile: non si tratta, come nel caso di chi ricorre alla fecondazione artificiale (un argomento emerso nel dibattito pubblico italiano fin dal febbraio 1999), di voler superare, con l'ausilio delle tecniche, l'ostacolo (certo drammatico) della sterilità, o di voler soddisfare il desiderio (meno legittimo!) di programmare il patrimonio genetico del nascituro. Al contrario, il concepimento di Gesù è un atto creativo e salvifico di Dio, inserito in un piano più vasto di redenzione dell'umanità, come ribadito in Evangelium vitae, n°14 di Giovanni Paolo II e nella Donum vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Il mistero della verginità nel parto ci ricorda delle verità misconosciute e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte integrante dell’uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin da quaggiù il corpo è raggiunto dall’opera della grazia, poiché gli impulsi della nuova creazione sono all’opera, e Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e, per finire, la risurrezione. La concezione scientifica si ferma alla descrizione dei fenomeni riproducibili e osservabili; il miracolo, invece, si inserisce in una dimensione che va oltre il pur lecito ambito della scienza, attestando la potenza e la libertà divina di fronte alla limitatezza della comprensione umana. Arthur Peacocke, per esempio, ha esplorato queste intersezioni tra DNA e fede.
La questione della purezza rituale, evocata in relazione al parto indolore e senza spargimento di sangue di Maria, appartiene a questa stessa categoria di riflessione teologica che si scontra con il dato biologico. La legge mosaica, che stabiliva la contaminazione rituale in seguito a spargimento di sangue, suggerisce teologicamente che il concepimento e il parto di Gesù, essendo eventi divini, dovettero essere immuni da qualsiasi imperfezione o macchia, anche rituale, affinché Colui che veniva per purificare il mondo non rendesse impura la sua stessa Madre nel suo primo atto terreno. Questo non è un ragionamento scientifico, ma una coerenza teologica interna al mistero dell'Incarnazione che rafforza la santità di Maria.
Chi non rende giustizia a Maria e Giuseppe sono proprio alcuni teologi e teologhe che sotto l’influsso di una società così erotizzata qual è quella attuale non è capace di concepire, né di credere che a Dio tutto è possibile e che Maria e Giuseppe sono vissuti insieme in perfetta castità, anche fisica. Costoro privi di umiltà e probabilmente di solida vita di preghiera, si uniscono ad altri eretici del passato che hanno messo in dubbio questo dogma fondamentale. Si evidenzia così una tensione tra l'accettazione della fede nel miracoloso e la tendenza, anche interna al mondo religioso, a ricondurre ogni evento a categorie di comprensione puramente immanenti o storicistiche, dimenticando che per i credenti, "a Dio tutto è possibile" e che la fede trascende le sole spiegazioni materiali.
V. La Verginità nel Contesto Ebraico-Cristiano e le Sue Implicazioni Etiche
Nel contesto dell'antico Israele, la verginità era molto stimata prima del matrimonio come segno di preparazione ad esso (Gen 24, 16). Al momento del matrimonio la sposa doveva essere vergine. Il rapporto sessuale sanciva una sorta di matrimonio; il rapporto prematrimoniale era invece equiparato alla prostituzione. Inoltre, Israele apprezzava solo la maternità. Per le donne di Israele generare figli era la massima aspirazione e realizzazione, in quanto rappresentava il loro contributo al piano salvifico di Dio assegnato ad Adamo ed Eva, «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1, 28), e ad Abramo grazie a una discendenza numerosa, così da formare un grande popolo dal quale doveva nascere il Messia futuro. Per tale motivo la sterilità e la mancanza di figli era stimata una vergogna, una sciagura, una maledizione, un “castigo” di Dio. Tutte le grandi donne di Israele poste a modello (Sara, Debora, Giuditta, Ester…) erano sposate o vedove. Dunque, la Madonna non aveva davanti a sé nessun modello di verginità permanente in questo contesto culturale. Solo lo Spirito Santo può quindi averle suggerito una scelta così originale e averle dato la Grazia per seguirla, evidenziando la straordinarietà della sua vocazione in un contesto che esaltava principalmente la maternità coniugale.
L'apostolo Paolo, nella sua Prima Lettera ai Corinzi, affronta il tema della verginità e del matrimonio, offrendo spunti di riflessione che, sebbene contestualizzati, risuonano con il significato della verginità di Maria. Paolo non vuole comporre un trattato vero e proprio sull’argomento, bensì - come diceva il teologo tedesco Hans Conzelmann - solo «una teologia applicata» a una situazione particolare della comunità cristiana di Corinto. Egli ribadisce la legittimità del matrimonio, ma d’altro lato vuole tentare anche la via della provocazione, imprimendo quasi una scossa a quella comunità cristiana intorpidita. E lo fa esaltando la verginità - in un mondo che si trascinava stancamente secondo i canoni sociali dominanti - come segno di libertà e di donazione radicale e assoluta. Ma, badiamo bene, non è l’esaltazione di uno stato anagrafico né di una mera situazione fisiologica, bensì di un atteggiamento interiore profondo. Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questa distinzione paolina, sebbene spesso fraintesa, mira a mettere in luce la libertà per il servizio a Dio.
In un certo senso, anche il matrimonio cristiano dovrebbe avere al suo interno un germe di verginità e non tanto per un’eventuale astinenza sessuale, quanto piuttosto come desiderio di donazione pura e assoluta anche fuori della propria famiglia, in una dedizione libera e gioiosa per un orizzonte più vasto. Altrimenti la stessa esistenza familiare si raggrinzisce in se stessa; le preoccupazioni, come scrive Paolo, assorbono ogni anelito interiore. Il risultato di un simile stile di vita è suggestivamente descritto da san Paolo con un solo verbo: ci si trova “divisi”, cioè tesi tra l’ideale alto con le sue aspirazioni e i suoi grandi valori e il piccolo cabotaggio senza respiro spirituale. Ecco, allora, il senso profondo della “verginità”. La vera vergine cristiana non è, come scriveva il poeta inglese secentesco John Milton, «colei che va tutta vestita d’acciaio», fredda e distaccata, ma è la persona celibe o coniugata che non è rinchiusa nel suo piccolo orizzonte familiare o sociale, ma allarga il suo cuore e la sua azione a tutto il prossimo e agli appelli forti e radicali del suo Dio. Questo allarga il concetto di verginità da una mera condizione fisica a una disposizione spirituale di completa dedizione a Dio e al prossimo, rendendolo un modello etico e spirituale universale.
La Madonna, dopo l’Ascensione di Gesù, continuò a essere un fulcro della comunità nascente. «Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste “perseveranti d’un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli” (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all’annunciazione, l’aveva presa sotto la sua ombra». La sua figura, quindi, non si esaurisce con la nascita e l'educazione di Gesù, ma prosegue come madre spirituale e interceditrice, pienamente inserita nella vita della Chiesa primitiva. Infine, la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16). Questa glorificazione finale di Maria sottolinea la sua unicità e il suo ruolo insostituibile nel piano della salvezza, culminando in una conformità perfetta con Cristo, sia nel corpo che nell'anima, e offrendo un esempio di piena realizzazione del disegno divino per l'umanità.
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