Il linguaggio quotidiano è un organismo vivo, fatto di stratificazioni storiche, fraintendimenti, evoluzioni dialettali e una potente carica energetica che spesso ignoriamo. Tra le espressioni più diffuse nella lingua italiana, quella che recita “coglioni si nasce” occupa un posto di rilievo per la sua natura colloquiale, volgare ma estremamente evocativa. Analizzare questa frase significa avventurarsi in un percorso che tocca la storia rinascimentale, la psicologia del linguaggio e le dinamiche sociali contemporanee.

Le radici rinascimentali: tra stemma araldico e leggenda
Sebbene oggi l'espressione sia comunemente associata all'organo genitale maschile, diverse ricerche linguistiche hanno evidenziato che tale modo di dire risale al XV secolo e, in particolare, alla famosa casata dei Medici. È lecito chiedersi per quale motivo un'espressione di così bassa leva sia collegata alla più famosa famiglia del Rinascimento italiano. La risposta risiede nello stemma araldico mediceo, composto da una serie di cerchi, comunemente chiamati “palle”.
Secondo Lisa Bortolotti (2020), anche altre famiglie e rami minori orbitanti attorno alla casata principale usavano nei loro stemmi delle palle, il cui numero e la grandezza dipendevano dall’importanza della famiglia. Questi elementi fornivano a colpo d’occhio l’indicazione di quanto essa fosse influente a livello politico, militare e quanto forte fosse il legame di “sangue” con la casata principale. Non vi è una definizione chiara sull’origine dello stemma mediceo, né tantomeno sul fatto che a seconda del periodo storico il numero delle palle inserite nello stemma cambiasse.
Michelangelo Buonarroti (omonimo del ben più famoso artista) enuncia diverse ipotesi a riguardo. Secondo una leggenda riportata in un manoscritto di Cosimo Baroncelli, parente di Giovanni de’ Medici, le palle non sarebbero altro che le impronte lasciate dalla clava del gigante Mugello sullo scudo coperto d’oro di Averardo, personaggio più leggendario che reale, che sarebbe arrivato in Toscana assieme a Carlo Magno e che rappresenterebbe l’avo più antico della famiglia de’ Medici. In un’altra versione, le palle rosse su scudo dorato non sarebbero altro che una variante dello stemma della potente corporazione dell’“Arte del Cambio” che riuniva tutti coloro che si dedicavano ai cambi di valuta. Il suo stemma era molto simile a quello mediceo, ma con colori invertiti: palle dorate su sfondo rosso.
Il numero delle palle (o bisanti) inserite nello stemma mediceo fu variabile per un lungo periodo, arrivando a un massimo di undici. Piero il Gottoso ne tolse una, scendendo a sette bisanti, con la particolarità che la palla centrale doveva essere azzurra con raffigurati sopra tre gigli dorati, simbolo del Re di Francia. L’aggiunta della palla reale fu un privilegio concesso nel maggio del 1465 dal re francese Luigi XI mediante il decreto emanato a Montluçon. Quella palla di origine francese avrebbe potuto usarla sia Piero de’ Medici che tutti i suoi eredi e legittimi successori. La situazione si stabilizzò con l’ascesa al potere di Lorenzo de’ Medici, che optò per una versione a cinque palle rosse con l’aggiunta in alto della palla celeste dell’arme francese. Da allora, lo stemma mediceo rimase quello.
Alessandro Barbero - I segreti dei Medici (p1 Doc)
Evoluzione semantica e l'influenza dei dialetti
Nei modi correnti di dire, quando si vuole “celebrare” il coraggio di una persona, chi non è in grado di utilizzare con dimestichezza la nostra bellissima lingua italiana usa appunto questo modo di dire, e lo utilizza indistintamente per uomini e per donne. A Roma, la frase si è adattata al dialetto ed è diventata: “Aoh, quello c’ha li cojoni grossi così“, che rimarca in maniera più esplicita il riferimento all’organo sessuale maschile.
Questa espressione colorita andrebbe quindi, eventualmente, usata unicamente per gli uomini. Invece, sempre per pigrizia lessicale, lo si è esteso anche al genere femminile che, oltre ad essere una brutta espressione sessista, risulta, a mio avviso, anche di cattivo gusto estetico. Il “bello” è che questo modo di dire alquanto volgare viene ora usato anche dalle donne per denotare coraggio o qualità professionali di una persona del loro stesso genere. A questa prima espressione se ne aggiungono poi altre, sempre attinenti all’organo genitale maschile come: “Quello è uno tosto”, “È un duro“, ecc., come se la prestanza sessuale virile fosse sinonimo di qualità come l’assertività, il coraggio o le competenze professionali.
È interessante notare come l'etimologia, secondo Pianigiani, faccia derivare cōleus dal greco antico κολεός (koleós), che aveva il significato di guscio, fodero, sacchetto ed era l'epiteto sia di scroto che di vagina. Il significato si sarebbe quindi evoluto progressivamente da vagina a borsa dei testicoli. Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, in particolare il sonetto 107, Li penzieri libberi (1831), il termine viene analizzato con una raccolta scanzonata di sinonimi. Belli utilizza spesso il termine con il significato di sciocco, persona poco accorta o ingenua. Ad esempio, nel sonetto n. 814, La scrupolosa, si parla di una ragazza che si fa scrupoli morali, mentre nel sonetto 209, Lo Stato der Papa, l'autore esclama con veemenza: «Cede un par de cojjoni!», ovvero «no, il papa non cede affatto!».
La potenza del verbo: energia e responsabilità del linguaggio
Qual è il vero senso di scrivere articoli sui detti e sui modi di dire? Le frasi e le parole che usiamo quotidianamente hanno un peso sociale che influenza i valori di una società. Come ho già evidenziato in precedenti articoli su questa rivista, anche l’uso di una singola parola non ha un effetto neutro né per gli altri e soprattutto per chi le pronuncia; addirittura ogni singola lettera ha una sua propria energia (Papadopoulos 2023). Quando pronunciamo una parola o una frase, essa ha un effetto potente. Non è un caso che si parli di “male-dire” o “bene-dire”, poiché fin dall’antichità questa potenza del “verbo” (logos) era ampiamente conosciuta.
Su questo aspetto famosi sono gli esperimenti di Masaru Emoto, che accostò a due ciotole di riso parole di significato ed intento opposto. Ogni parola usata però è accompagnata da un’intenzione, e quest’ultima rappresenta l’aspetto principale a cui dare attenzione. Nella tradizione buddista, induista e nella Kabalah, il karma si origina dal pensiero, dalle parole e dall’azione. Tuttavia, ciò non significa che si possa usare indistintamente qualsiasi espressione, tanto poi l’intenzione aggiusta tutto, perché le parole di per sé hanno una propria energia sostanziale.
Ogni parola si trascina dietro tutti i suoi significati ed intenzioni accumulati nel corso dei secoli. Per esempio, a Roma, in diversi ambienti è usuale salutarsi a parolacce; entrambe le persone sanno che questo è una modalità per esprimere affetto, ma di fatto la parola usata emana una sua energia negativa che arriva al corpo di entrambe. Ecco quindi che ha una sua logica porre attenzione all’uso di determinati termini, anche se l’intenzione che l’accompagna è positiva. Ogni frase contribuisce alla costruzione dei significati, delle credenze, dei valori e soprattutto dei pregiudizi di una società, poiché vi è un circolo ricorsivo tra parola e pensiero (Papadopoulos 2014).

Sfumature locali: il caso del dialetto veneziano
L'analisi del linguaggio non può prescindere dalle declinazioni regionali, dove il turpiloquio e i modi di dire si intrecciano con la vita quotidiana. A Venezia, ad esempio, espressioni come “Ma no ti gà na casa, cio?” vengono usate per congedare qualcuno in modo sbrigativo, derivando, secondo alcuni, dalle grida di un edicolante in campo della Guerra che voleva scacciare un venditore ambulante troppo insistente.
Altre espressioni veneziane riflettono questa vitalità. “Andemo vedere cossa fa el marco” si usava un tempo per scherzare su cambi di valuta e tradimenti coniugali. “Sìe ore ea cresse, sìe ea càea” ricorda il ciclo delle maree della laguna, usato come metafora di consolazione per chi vive un periodo di sfortuna, ricordando che, proprio come la marea, la vita alterna momenti di difficoltà e di abbondanza. “Eà gà visto piú cassi ea che i cessi de S.Bòrtoeo” è un'espressione volgare rivolta a donne di facili costumi, che lega il comportamento individuale alla geografia urbana dei gabinetti pubblici vicino a San Bortolo.
Vi sono anche modi di dire legati all'osservazione naturale, come “Luna sentàda marinèr in pìe”, che indica il bel tempo quando la falce lunare è rivolta verso terra, permettendo al marinaio di stare in piedi. O ancora, “Magna e bevi che ea vita se un lampo”, un invito all'edonismo che esorcizza la brevità dell'esistenza. Queste espressioni non sono solo goliardia; esse costruiscono un'identità sociale, stabiliscono confini tra chi appartiene alla comunità e chi ne è esterno, e riflettono una saggezza popolare, a volte ruvida, che cerca di dare un senso all'imprevedibilità del quotidiano.

La percezione pubblica e il confine tra decenza e volgarità
Non si può ignorare che l'uso di termini volgari sia oggetto di dibattito legale e sociale. La Corte di cassazione, nella sentenza 8389 del 25 febbraio 2008, ha definito il gesto di “toccarsi i coglioni” come un atto contrario al decoro e alla decenza pubblica. Secondo la Corte, il palpeggiamento dei genitali davanti ad altri soggetti configura un illecito penale, poiché manifesta una mancanza di costumatezza ed educazione, imponendo a ciascuno di astenersi da condotte potenzialmente offensive del sentimento collettivo.
Tale approccio evidenzia come il significato di un gesto o di una parola sia fluido e soggetto alla sensibilità del tempo. Se per Belli il termine aveva valenze satiriche e sociali, oggi viene utilizzato in contesti iper-contemporanei, dagli slang statunitensi che mutuano il termine cojones per indicare spavalderia e coraggio, fino all'uso moderno che ne fanno le donne per rivendicare l'assertività professionale. L'espressione “avere i coglioni girati”, invece, sembra avere un'origine tecnica bellica: durante la Grande Guerra, le cartucce modificate per essere più distruttive venivano chiamate “palle girate”. Il termine si è poi evoluto per indicare la rabbia, unendosi al gergo sessuale per associazione di forma e frenesia.
Infine, rimane la distinzione tra proverbi e modi di dire. Come nota Eric Partridge, i proverbi contengono una saggezza morale, mentre i modi di dire sono spesso “usa-e-getta”. Tuttavia, in questa analisi abbiamo visto come frasi apparentemente volgari o di poco conto, come “coglioni si nasce”, contengano in realtà un'intera genealogia culturale. Dalle leggende medievali sulla casata Medici, passando per la critica sociale di Trilussa e Belli, fino alle dispute tra gondolieri a Venezia, ogni singola espressione traccia una mappa dei valori, delle paure e dell'ironia che compongono l'animo umano, dimostrando che il linguaggio non è mai solo un mezzo di comunicazione, ma un archivio vivente di storia e costume.