Il mistero del "vecchio cucco": indagine su etimologia e significato di un'espressione popolare

Le espressioni "vecchio come il cucco" e "più vecchio del cucco" sono entrate a far parte del linguaggio comune per indicare una persona molto anziana, o anche un oggetto quasi inservibile a causa della sua vetustà. Non solo, queste frasi possono anche riferirsi a idee, concetti o notizie che non presentano alcun pregio di originalità o novità. Un esempio storico di tale uso si trova nell'opera di Tommaso Garzoni, "La piazza universale di tutte le professioni del mondo" (1592), dove si legge: "ti mandano a casa una carne rossa come un gambaro, ò vecchia come il Cuco, la massara si spende un carro di fascine, o di legne per cuocerla, e manco si cuoce".

Persona anziana con oggetti antichi

Accanto a queste espressioni, esiste anche il sintagma similare "vecchio cucco" con cui si indica una persona rimbambita o fuori di senno. Curiosamente, nei dizionari antichi, queste espressioni non vengono menzionate né sotto la voce "vecchio" né sotto la voce "cucco". Sono i dizionari più recenti, quelli ottocenteschi, che iniziano a registrarle: nel Tommaseo-Bellini e nella V Edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca il sintagma "vecchio cucco" compare sotto la voce "cucco".

Un altro riferimento da Tommaso Garzoni, ne "L’hospitale de’ pazzi incurabili" (1583), rafforza l'associazione tra "cucco" e l'idea di senilità e follia: "Ma fra il volgo si può soggionger l’essempio di Talpino da Bergomo, vecchio Cucco, il quale non essendo obligato di stare in proposito più d’un quarto, & un minuto, […] dalla casa saltò nel pozzo […]". L'associazione frequente delle parole "vecchio" e "cucco" induce a considerare il "cucco" un esempio paradigmatico di vecchiaia. A riprova di ciò esistono anche altri sintagmi fissi che, pur non riportando la parola "vecchio", correlano il "cucco" all'idea di vecchiaia, come "l'età e l'era del cucco" o "avere gli anni del cucco", che familiarmente significano "essere molto vecchio e antico" (GRADIT).

Ipotesi etimologiche del "cucco": tra ornitologia e metafore

Nonostante l'ampio uso e la radicata presenza nel lessico italiano, rimane comunque insoluta la questione su cosa sia effettivamente il "cucco" in queste espressioni. Diverse ipotesi etimologiche cercano di far luce su questo enigma linguistico, ognuna con le sue argomentazioni convincenti.

Il "cucco" come cuculo: il verso ripetitivo e la reputazione

Una delle interpretazioni più diffuse identifica il "cucco" con il cuculo (Cuculus Canorus L.), il cui nome, così come "cucù", ha origine dal verso ripetitivo che emette ("cu-cu"). Tutti i dizionari, sia antichi che contemporanei, registrano le espressioni menzionate alla voce "cucco" nel senso di "cuculo". A ulteriore supporto di questa ipotesi, la presenza del sintagma "l'era del cucù" (accanto a "l'era del cucco") per indicare un "tempo molto lontano" suggerisce un legame diretto.

Cuculo che canta

L'Etimologico, inoltre, afferma che "già in lat. cucūlus significa ‘infingardo’ e ‘stupido’ e anche l’it. cucco è sinonimo di ‘babbeo’ per la permessività che mostra nei confronti dell’infedeltà della compagna; per la stessa ragione il fr. cocu è divenuto sinonimo di ‘cornuto’". Da questa ricostruzione, si potrebbe dedurre una relazione tra l'idea di stupidità che il cuculo trasmette da tempi antichi e la demenza senile tipica di chi è vecchio. Possono aver contribuito a rafforzare l'idea di vecchiaia anche la ripetitività e la monotonia del verso dell'uccello (i vecchi tendono a essere ripetitivi), oltre a una possibile confusione con altre specie di uccelli noti come stereotipi di vecchiaia.

È il caso del barbagianni, un uccello molto simile alla civetta, che in un italiano ormai obsoleto è chiamata "cuccoveggia" dal latino medievale "cucovaia", a sua volta dal greco "koukkoubagia" ("civetta") di origine onomatopeica. Da questa radice derivano il lucano "cuccuvedde", il calabrese "cuccuvèj", il sardo "cuccumeu" e, ovviamente, il toscano "cuccoveggia". Effettivamente, il barbagianni è sinonimo di "persona inetta, babbeo" e anche di "vecchio barbogio, brontolone" (Devoto-Oli 2018).

Dato che il cuculo non è un uccello dalla vecchiaia proverbiale, l'ipotesi è che il nome "cucco" sia stato spesso associato e forse confuso con quello di "cuccoveggia" ("civetta"), e che la similarità della civetta con il barbagianni abbia portato a trasferire il significato di "vecchio barbogio" alla forma "cucco". Non si hanno tuttavia prove certe in tal senso. D'altra parte, non si hanno neppure testimonianze dell'accostamento diretto tra l'immagine del cuculo e quella della vecchiaia: piuttosto nei detti popolari il cuculo-cucco viene usato per annunciare la buona stagione e i momenti legati alla semina.

Canto del Cuculo - Richiamo

Dal repertorio dello Strafforello ("La sapienza del mondo, ovvero Dizionario universale dei proverbi", del 1883), confrontato con quello di Boggione-Massobrio, si nota che il cuculo può essere usato come esempio di caratteristiche morali, come quella di un'indole approfittatrice, visto che depone le uova nei nidi altrui senza costruirsene uno proprio ("il cuculo fa l'ova nel nido della sterpazzola", "il cuculo insegna a fare il nido agli altri e si risparmia di fare il suo"), o come modello di egocentrismo ("il cucco nomina sé stesso"). Al limite esiste un gruppo di proverbi in cui il cuculo, proprio in virtù del suo verso, è paradigma di ripetitività e di immutabilità nel tempo: "Se il cuculo cantasse per cent'anni, canterebbe sempre cu-cu"; "canta sempre la stessa canzone"; "il cuculo canta all'anno nuovo, come cantò all'anno vecchio"; "cu-cu canta sempre il cuculo, e cu-cu sempre il figlio del cuculo".

Il "cucco" come Abacuc: il profeta canuto e la caduta della sillaba

Un'altra suggestiva ipotesi è che "cucco" possa derivare da "bacucco". Il parallelismo dell'espressione "vecchio bacucco" e "vecchio come il cucco" o "vecchio cucco" si spiegherebbe, in questo caso, dalla caduta della sillaba "ba-". Per quanto riguarda "bacucco", si apre una rosa di ipotesi sull'etimologia della parola. Una di queste la riconduce al nome del profeta (H)abacuc, che ha lasciato parecchie tracce nei dialetti italiani con sfumature peggiorative suggerite dal suffisso "-ucco".

Statua del profeta Abacuc di Donatello

L'antica iconografia rappresenta il profeta "in aspetto senile, barbato e pensoso" (Enc. Catt. I 6). G. Berchet (1829) cita, nelle "Fantasie", il proverbio "vecchio come Abacuc". Tuttavia, non si hanno altre attestazioni di questo proverbio di Berchet, né il profeta Abacuc è noto per una vecchiaia proverbiale, come può essere invece il patriarca Matusalemme. Bruno Migliorini, nel suo "Dal nome proprio al nome comune" (1927), osserva che nel piemontese "Profeta Bacuch" ("inventore, spifferasentenze") si ravvisa il nome di HABACUC, l'ottavo dei profeti minori, ma che il nome non avrebbe preso questo significato se non ve l'avesse spinto la risonanza vagamente spregiativa del suffisso "-ucco" (come in "badalucco", "cucco", "mammalucco", ven. "baùco" ‘tonto’, ferrar. "Baciuc" ‘baciocco’, ecc.).

Vale la pena ricordare la statua del profeta Abacuc di Donatello, conservata nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze. Questa statua, datata alla prima metà del Quattrocento, fu soprannominata la "statua dello Zuccone", proprio perché il profeta è raffigurato glabro, esibendo una forte rotondità della testa che ricorda quasi quella di un uovo. Questa iconografia potrebbe aver contribuito all'associazione con l'aspetto di un "vecchio" o "sciocco".

Il "cucco" come "bacucco": dal cappuccio al demone

Un'ulteriore proposta etimologica per "bacucco" è quella del LEI e de l'Etimologico di Nocentini-Parenti, che considerano la parola un alterato di "baco", a sua volta dalla radice *bek- riscontrabile in "voci che suscitano ripugnanza". In questi studi, si parte dalla radice *bek- > "baco" > "bacucco" ("cappuccio") > "vecchio". Si riconduce, dunque, il significato di "vecchio" a un primo e più antico significato di "bacucco" come "cappuccio che copre il volto", da cui deriva "imbacuccato". Si potrebbe, quindi, pensare a un'associazione tra l'immagine della persona imbacuccata e della persona anziana, spesso avvolta in indumenti per proteggersi dal freddo.

Persone anziane avvolte in cappucci

L'altra interpretazione che assocerebbe "bacucco" a "vecchio" è quella che parte dagli antichi "baccucei", ovvero "fantasmi, demoni" (dal latino). Cassiano volg. (A), XIII ex (sen.), Collaz. VII, cap. 34, p. 57, scrive: "n’abbiamo veduti d’altri, i quali macchiano d’una cotale vana enfiatura i cuor di cu’eglino aveano presi (i quali volgarmente s’appellano bacchucei)". Entrambe le ricostruzioni, non escludendosi l'un l'altra, possono aver viaggiato parallelamente, contribuendo alla stratificazione semantica del termine.

A sostegno dell'ipotesi che associa "bacucco" e "vecchio" vi è la presenza, nella tradizione carnevalesca milanese, di una maschera che rappresentava una vecchia strega imbacuccata chiamata "veggia bacucca". In alcuni repertori lessicografici, tra cui il DELI, viene sottolineata la possibilità di usare "vecchio bacucco" anche al femminile con referenti di sesso maschile del tipo: "quell'uomo è una vecchia bacucca!". Francesco Cherubini, nel suo "Vocabolario milanese-italiano" (1841), descrive la "veggia bacucca" come una "Specie di maschera, prediletta dal nostro basso volgo, la quale rappresenta una Vecchia sgangherata, sciatta e sucida che scorre per le vie della città, le più volte a cavallo od anche a piedi, armata d’una scopa o d’un bastone che ha da cima una fune cui è raccomandata una vescica di porco enfiata. E con queste armi essa va percotendo la terra o batostando la raguzzaglia che suole gridarle contro La veggia bacucca- La pesta la zucca - La pesta la saa - La veggia del carnevaa. E sotto questa maschera si celano sempre uomini, non mai donne".

Il GDLI, inoltre, riporta la voce ormai scomparsa di "cuccobeone" con cui si indica una "maschera carnevalesca, di aspetto orribile". Anton Francesco Grazzini, nella "Novella Sesta della cena seconda" (1834), descrive: "In su la vetta della croce vi era una mascheraccia contraffatta, …la quale in scambio d’occhi aveva due lucerne di fuoco lavorato, e una per la bocca, che ardevano tutte; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso schiacciato, meno aguzzo, e con una cappellieraccia nera ed arruffata: …e questi animalacci in tal guisa fatti, erano allora chiamati da loro cuccobeoni".

Si potrebbe dunque ipotizzare una ricostruzione etimologica secondo cui, a rafforzare il significato di "bacucco" nel senso di "vecchio" (sia da "bacucco" ‘cappuccio’ che da "bacucei" ‘demoni’), abbia contribuito l'esistenza della maschera della "veggia bacucca", raffigurante una vecchia di solito interpretata da uomini.

La conclusione del mistero e la plausibilità delle ipotesi

In definitiva, non si può avere la certezza assoluta dell'identità del "cucco" nelle espressioni "vecchio come il cucco" e simili, proprio perché ognuna delle ricostruzioni etimologiche presenta motivazioni convincenti. I vari dizionari inseriscono questa serie di frasi fisse sotto la voce "cucco" nel senso di "cuculo", ma la possibilità che "cucco" possa derivare da "bacucco" risulta ugualmente plausibile, considerando la somiglianza dei sintagmi "vecchio bacucco" e "vecchio cucco". Gli studi di Valter Boggione, Roberto Massobrio, Carlo Alberto Mastrelli ("Cucco e bacucco", in "Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia patria", 2002) e Paolo Zolli ("Vecchia Bacucca", in "Lingua Nostra", 1987) offrono approfondimenti su queste complesse relazioni linguistiche.

La diversità linguistica: proverbi e modi di dire in giro per il mondo

I proverbi sono frasi brevi e popolari che sono state utilizzate per secoli per tramandare saggezza e consigli sulla vita, oltre che per molti altri scopi. Ogni Paese ha le proprie tradizioni e i propri proverbi, e la Germania è una nazione con una lunga storia e cultura che si riflette nei suoi proverbi e in molti altri elementi. Questi modi di dire sono parte integrante della cultura di un popolo e offrono una finestra sulle sue credenze e i suoi valori.

Proverbi tedeschi: un viaggio nella cultura germanica

Ecco alcuni dei proverbi più tipici della Germania, che illustrano la mentalità e la saggezza popolare di questo paese:

  • "Der frühe Vogel fängt den Wurm." (L'uccello mattiniero cattura il verme): Questo proverbio incoraggia le persone a essere puntuali e a sfruttare al massimo il tempo, sottolineando l'importanza dell'iniziativa e della tempestività.
  • "Ein Bild sagt mehr als tausend Worte." (Un'immagine vale più di mille parole): Questo proverbio suggerisce che una rappresentazione visiva può comunicare molto più efficacemente di una lunga descrizione testuale.
  • "Nach dem Essen ist vor dem Essen." (Dopo il pasto è prima del pasto): Questa espressione si riferisce all'idea che, una volta terminato un pasto, si pensa già al successivo, evidenziando forse un certo attaccamento al cibo o una costante pianificazione.
  • "Viele Köche verderben den Brei." (Troppi cuochi rovinano la minestra): Questo proverbio si riferisce all'idea che un eccessivo numero di persone che cercano di gestire o svolgere un'attività può portare a un risultato scadente, confuso o controproducente.
  • "Der Fisch stinkt vom Kopf her." (Il pesce inizia a puzzare dalla testa): Questo proverbio rivela una metafora molto forte. Quando i tedeschi dicono che il pesce inizia a puzzare dalla testa, intendono che quando qualcosa va male, i primi a dover essere rimproverati sono i capi o i responsabili principali.
  • "Kein Bier vor vier." (Niente birra prima delle quattro): Questa espressione, imparata da un amico che ha rifiutato una birra a pranzo, indica una certa moderazione o il rispetto di orari sociali per il consumo di bevande alcoliche.
  • "Das Leben ist kein Ponyhof." (La vita non è una fattoria di pony): Questo non è un vero e proprio modo di dire nel senso stretto, ma un avvertimento che la vita non è sempre facile e idilliaca, e che ci saranno problemi e difficoltà da affrontare.

Persona che lavora in una fattoria

Apprendere una lingua significa anche venire a contatto con espressioni particolari che aiutano a capire meglio il modo di pensare di un popolo e sfatano anche alcuni falsi miti. Come ha notato un'autrice venezuelana con esperienza interculturale, che ha vissuto in Germania, Francia, Camerun e Spagna, si pensava che il tedesco fosse una lingua diretta, senza spazio per figure retoriche e giochi di parole. Tuttavia, le espressioni idiomatiche dimostrano il contrario, rendendo le conversazioni più fluide e autentiche. Anche Bertolt Brecht, con il verso de "L’opera da tre soldi" che afferma "Prima il cibo, poi la morale", ha espresso un concetto che, per alcuni, spiega perfettamente come i bisogni materiali della vita possano allontanare da questioni esistenziali più rilevanti.

Canto del Cuculo - Richiamo

Proverbi napoletani: il "ciuccio 'e Fechella" e la storia del Napoli

Anche nella cultura italiana, e in particolare in quella napoletana, esistono modi di dire ricchi di storia e significato. Un esempio emblematico è "'O ciuccio 'e Fechella". Nato quasi un secolo fa, questo detto è sopravvissuto al passare del tempo, attraversando generazioni e mantenendo la sua vivacità e il suo significato nel linguaggio quotidiano. Si riferisce a una persona cagionevole, spesso soggetta a malesseri e acciacchi che ne impediscono l'operatività.

Ma chi era Fechella e perché il suo asino è diventato protagonista di un modo di dire tanto noto? L'animale non era altro che un asino di proprietà di un certo Fichella, utilizzato come piccolo mezzo di trasporto di derrate alimentari. La povera bestiola, ormai debilitata dal duro lavoro, aveva la schiena piegata in più punti e la coda quasi marcita. Il povero asino, ormai debilitato e carico di piaghe, rappresentava un simbolo di fatica e sfinimento. Il paragone tra l'"'o ciuccio 'e Fechella" e le persone a cui il detto viene riferito è significativo. Mentre l'asino, nonostante il carico e la sofferenza, continuava a lavorare senza lamentarsi, chi viene definito "'o ciuccio 'e Fechella" spesso si mostra lamentoso, abbattuto e incapace di affrontare le difficoltà con lo stesso spirito.

Asino di Fechella

In questa ironica vicenda, degno di menzione è anche Fechella, il proprietario dell'asino. Fechella era ovviamente uno scherzoso soprannome con cui veniva chiamato un certo don Mimí (Domenico) Ascione, originario della città di Torre del Greco. Racconti popolari partenopei attribuiscono a questo famoso "ciuccio" anche una Fichella donna, dove per "fichella" si intende piccola fica (in napoletano il fico va al femminile). Anche in tal caso, questo asinello è simbolo di una disastrosa situazione salutare, tanto è vero che a Napoli si dice: "'O ciuccio 'e Fechella, 36 chiaje e 'a coda fraceca" (l'asinello di Fichella, 36 piaghe e la coda fradicia).

A tale detto si dice sia da attribuire la nascita della mascotte del Calcio Napoli, che dopo un campionato deludente negli anni '20, da vero e proprio "Ciuccio 'e Fechella", cambiò il suo simbolo (ormai storico) da cavallo ad asinello, 'o ciuccio per i napoletani. Questo dimostra come i proverbi e i modi di dire non siano solo espressioni linguistiche, ma vere e proprie testimonianze della storia, delle tradizioni e persino dell'identità sportiva di una comunità.

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