Il presidio ospedaliero "San Marcellino" di Muravera rappresenta, da anni, un nodo nevralgico nel dibattito sulla sanità territoriale in Sardegna. La chiusura del reparto di ginecologia e ostetricia ha trasformato radicalmente l'approccio alla nascita per le popolazioni del Sarrabus, sollevando interrogativi cruciali sulla sicurezza delle partorienti, l'efficienza dei trasporti d'emergenza e la reale sostenibilità di una sanità che si vuole moderna ma che appare sempre più frammentata nelle periferie.

Il contesto: l'eredità di una chiusura decennale
Al San Marcellino di Muravera il reparto di ginecologia e ostetricia è chiuso ormai da anni. I bimbi quindi non nascono più. Questa decisione, presa nel quadro di una riorganizzazione sanitaria regionale volta a centralizzare le eccellenze negli Hub cittadini, ha lasciato il territorio scoperto rispetto a una delle funzioni umane più naturali e, al contempo, più delicate: il parto. La struttura, che un tempo era un punto di riferimento fondamentale, oggi opera attraverso una configurazione ambulatoriale che, pur nelle intenzioni, non riesce a compensare la mancanza di una sala parto attiva 24 ore su 24.
La realtà quotidiana del Sarrabus è stata scossa da episodi che hanno riacceso la polemica. Fino a ieri, quando una donna si è presentata al pronto soccorso dell'ospedale con alcuni dolori. Nulla però che potesse far pensare al parto imminente. Medici e infermieri del pronto soccorso hanno gestito la situazione d'emergenza al meglio e tutto è andato per il meglio. La voce del nuovo nato a Muravera ha fatto subito il giro di tutto il Sarrabus, portando con sé un misto di gioia e di profonda riflessione su quanto la fortuna giochi un ruolo preponderante in un sistema che dovrebbe, per protocollo, garantire standard di sicurezza oggettivi.
Casi emblematici: il peso del trauma e dell'inadeguatezza
La storia recente dell'ospedale è costellata di eventi che mettono a dura prova la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Nel 2015 uno degli ultimi parti "a sorpresa", quando già il reparto era stato chiuso. La giovane in gravidanza non era riuscita ad arrivare in tempo a Cagliari e così aveva partorito la sua bimba all'ospedale di Muravera. Se in quel caso il destino è stato benevolo, non sempre è stato così.
La fragilità del sistema si è palesata in tutta la sua drammaticità in un altro episodio: incinta di sette mesi, una donna ha avuto una emorragia e si è precipitata al San Marcellino per un taglio cesareo. Nell'ospedale di Muravera però il reparto di ostetricia è chiuso da dieci anni. Ecco che allora è stato predisposto il trasferimento in ambulanza in un ospedale di Cagliari, ma è stato tutto inutile. Una mamma di 27 anni di un paese del Sarrabus ha perso il feto che portava in grembo. Una vicenda riportata dal sito "Il Sarrabus" che ha scatenato una serie di polemiche sulla gestione della sanità e in particolare delle emergenze negli ospedali periferici come, appunto, il San Marcellino di Muravera.
La prospettiva dei comitati cittadini e la gestione ASSL
Il dibattito si articola su due binari paralleli che faticano a incrociarsi. Da una parte, il movimento "Salviamo il San Marcellino", attraverso la sua leader Lidia Todde, contesta la rottura del patto sociale tra istituzioni e territorio. "Anche se non possiamo conoscere cosa sia accaduto esattamente", ha sottolineato la Todde, "quello che si evince è che hanno chiuso un reparto eccellente promettendo un servizio ambulatoriale 24 ore al giorno. Promesse del tutto disattese". La critica non riguarda solo la chiusura in sé, ma l'assenza di figure preposte per affrontare le emergenze del territorio e l'inadeguatezza dei mezzi: "Un'ambulanza tra l'altro inadeguata non è appropriata per soccorrere una mamma che rischia la vita, ciò che manca è una programmazione sanitaria efficace che permetta al paziente di raggiungere in sicurezza il primo Hub di soccorso".

Di contro, l'Azienda Sanitaria (ASSL), rappresentata dal direttore sanitario Sargio Marracini, difende l'operato dei medici fornendo una versione tecnica dell'accaduto. Secondo Marracini, il feto sarebbe arrivato già morto al San Marcellino: "Quando la mamma è arrivata al centro donna, il feto oramai non pulsava più. Erano le 19.30 e per fortuna a Muravera c'era ancora un ginecologo che ha potuto visitare la paziente. A quel punto è stato predisposto il trasferimento al Santissima Trinità per una questione di sicurezza nei confronti della mamma". Il direttore aggiunge un dettaglio operativo: "Ho chiesto al ginecologo di seguire l'ambulanza con la sua auto privata sino a Cagliari, in modo da intervenire in caso di necessità". Per la dirigenza sanitaria, l'operazione cesarea a Muravera non avrebbe garantito la sopravvivenza, ma si sarebbe configurata come un intervento di fortuna senza i supporti rianimatori neonatali necessari.
La politica e la necessità di un'infrastruttura d'emergenza
Il sindaco di Muravera, Marco Falchi, pur mantenendo una posizione di prudenza rispetto al caso specifico della giovane mamma, sposta la discussione sul piano politico e strutturale. La richiesta è chiara: la Regione deve dare massima attenzione al Sarrabus. "Abbiamo bisogno", ha dichiarato il primo cittadino, "di un ospedale in grado di gestire le urgenze, qualunque esse siano e a qualunque ora del giorno e della notte". La questione del San Marcellino non è un caso isolato, ma rientra in un più ampio schema nazionale di razionalizzazione della spesa sanitaria che spesso sacrifica la capillarità in nome di un'efficienza basata su volumi di prestazioni concentrati in poche strutture centralizzate.
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Tuttavia, il dibattito si intreccia con le sfide globali della genitorialità. La ministra Elena Bonetti ha sottolineato come l'inconciliabilità della maternità con la carriera sia un problema sistemico che va ben oltre le mura di un singolo ospedale. "Per anni le donne si sono trovate a dover essere sole nella gestione dei carichi familiari, senza adeguati servizi e sostegni economici", afferma. Questo scenario solleva la domanda se la chiusura di reparti locali non sia solo una questione di efficienza clinica, ma anche un segnale culturale di progressivo disimpegno dello Stato verso la vita comunitaria in aree che, come il Sarrabus, lottano ogni giorno per mantenere i propri servizi essenziali attivi. La pianificazione sanitaria deve necessariamente evolvere verso modelli ibridi, dove la tecnologia di telemedicina e il potenziamento dei presidi di primo intervento possano effettivamente trasformare la percezione dell'insicurezza, garantendo che ogni nascita sia un momento celebrativo, anziché una corsa contro il tempo tra le insidie di un territorio svantaggiato.