Il Significato e l'Importanza del Materno in Psicologia: Fondamenti, Sviluppo e Implicazioni Relazionali

«La relazione madre-bambino è unica e senza termini di paragone, stabilita in modo immutabile per tutta la vita come il primo e più forte oggetto d’amore e come il prototipo di tutte le successive relazioni amorose» (Freud, 1940: p. 45). Questa profonda affermazione di Sigmund Freud pone le basi per comprendere la centralità della figura materna nell'architettura psichica e relazionale dell'individuo. Nella psicologia contemporanea, il concetto di "materno" trascende la mera identità biologica per abbracciare una funzione psicologica essenziale, un insieme di qualità e comportamenti che giocano un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo, cognitivo e sociale di ogni essere umano.

Psicologia dello sviluppo: madre che tiene in braccio un neonato

Le Origini Psicoanalitiche e la Teoria dell'Attaccamento

La tradizione psicoanalitica ha da sempre posto un'enfasi particolare sulla primissima infanzia e sul legame originario tra bambino e madre. Freud stesso identificava nella madre la prima soccorritrice, colei che accoglie le prime urla del bambino, rappresentando così "accoglienza pura". Nel vedere lo sguardo della madre, il bambino inizialmente guarda il mondo, ma soprattutto vede se stesso, iniziando a costruire una prima immagine del proprio sé. La madre diventa, dunque, il primo oggetto d'amore, la fonte primaria di soddisfazione dei bisogni e, di conseguenza, il prototipo di ogni futura relazione oggettuale.

Prendendo spunto dalla ricca tradizione psicoanalitica ed integrandola con prospettive evoluzionistiche, psicologiche dello sviluppo e teorie dei sistemi di controllo, John Bowlby ha inaugurato un filone di ricerca di straordinaria importanza sulla relazione tra bambino e le figure di accudimento. Bowlby ebbe modo di osservare gli effetti devastanti dell’esperienza precoce di privazione e separazione del bambino istituzionalizzato dalla propria figura materna; un evento che predisponeva alla manifestazione di disturbi mentali nella successiva età adulta. La domanda fondamentale che guidò la sua ricerca fu: per quale motivo la madre fosse così importante per il bambino?

Folgorato dalle teorie evoluzionistiche, Bowlby affermò che il legame tra madre e bambino fosse il prodotto di un sistema di schemi comportamentali a base innata, il cui scopo primario è rintracciato nella possibilità di proteggere e salvaguardare la sopravvivenza del piccolo. La selezione genetica ha, infatti, favorito l’emergere di comportamenti di attaccamento perché questi aumentano drasticamente la probabilità della vicinanza madre-bambino. Comportamenti innati come piangere, aggrapparsi, sorridere, possono essere considerati schemi pre-programmati che prendono forma e si sviluppano in virtù dell’istinto di sopravvivenza.

Allo stesso modo, è pre-programmata la sensibilità e la prontezza della madre ai segnali del figlio, la sua capacità di decodificare il tipo di pianto, di rispondere ai bisogni emergenti. Ne consegue che le condizioni che contribuiscono in modo decisivo allo sviluppo di un attaccamento sicuro sono la prontezza e la sensibilità con cui la madre risponde ai segnali del bambino, nonché l’entità e la qualità dell’interazione tra la coppia madre-bambino (Bowlby, 2003). Queste aspettative, formate precocemente, non solo permettono di produrre previsioni immediate sull’adeguatezza delle reazioni del caregiver, ma guideranno le scelte future e le aspettative nel campo delle relazioni intime, influenzando la personalità del bambino, la sua autostima e il suo comportamento nei confronti degli altri.

Diagramma della teoria dell'attaccamento di Bowlby

La Funzione Materna: Oltre la Biologia

È fondamentale sottolineare che, in psicologia, il "materno" non si riferisce esclusivamente alla madre biologica. Quando uno psicologo parla di "funzione materna", si riferisce alla capacità di offrire protezione, cura, presenza e ascolto nei momenti di bisogno. Questa funzione non è appannaggio esclusivo della madre biologica, ma può essere svolta da qualsiasi figura di riferimento che si prenda cura del bambino, che sia il padre, un nonno, un educatore o persino un terapeuta. La maternità, in questo senso, è una funzione relazionale: è il modo in cui una persona si prende cura dell'altro in una fase in cui quest'ultimo è fragile, dipendente, bisognoso di essere visto, accolto e compreso.

In questo contesto, la relazione con chi si prende cura di noi nei primissimi mesi e anni di vita è assolutamente fondamentale. Il neonato non nasce "con una mente pronta"; ha bisogno del contatto fisico, dello sguardo, della voce e della sensibilità dell'adulto per sviluppare sicurezza, fiducia e un senso stabile di sé. Se questa figura di riferimento primaria è capace di rispondere in modo sensibile e amorevole ai bisogni del bambino, si crea un modello interno di sicurezza che accompagnerà quella persona per tutta la vita.

Donald Winnicott, uno dei più influenti pediatri e psicoanalisti del XX secolo, ha introdotto il concetto di "madre sufficientemente buona" (a good enough mother). Con questa espressione, Winnicott intendeva una figura capace di accogliere il bambino nei suoi bisogni fisici ed emotivi, di proteggerlo quando è vulnerabile, di esserci con costanza, ma senza essere perfetta. Gradualmente, questa madre si distacca, consentendo al bambino di crescere e di sviluppare la capacità di affrontare i propri fallimenti e le inevitabili frustrazioni. Per compiere questo passaggio fondamentale, la madre deve saper uscire da sé stessa, mettendo tra parentesi le proprie esigenze per dedicarsi all'altro, ascoltandolo, imparando a decifrarne il linguaggio, a capirne le esigenze e i veri bisogni. È chiamata a riconoscere le varie fasi dello sviluppo del bambino per poter stabilire una relazione matura e scoprire la ricchezza e la profondità di tali fasi, con tutte le gioie e le sofferenze che questo comporta.

Infografica: La funzione materna e paterna come ruoli complementari

La Dimensione Simbolica e Archetipica del Materno

Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, ha esplorato la dimensione simbolica e archetipica del materno. Egli parlava della "Grande Madre" come di un simbolo universale presente nell’inconscio collettivo, rappresentato in tutte le culture attraverso immagini come la terra, l'acqua, la luna, o figure divine come la Madonna o le dee madri. Secondo Jung, dentro ognuno di noi esistono aspetti "materni": la capacità di accogliere, di proteggere. Tuttavia, questi aspetti portano con sé anche il rischio di una fusione eccessiva, di una soffocante possessività. Le teorie di Jung, insieme a quelle di Melanie Klein e Winnicott, offrono prospettive complementari sulla dimensione materna, ricordandoci quanto sia centrale questa funzione nel costruire la mente, la capacità di amare e il senso di sé. È importante notare come, per Jung, ogni individuo possieda qualità sia maschili sia femminili: l'Anima rappresenta l'aspetto femminile presente nell'inconscio dell'uomo, mentre l'Animus rappresenta l'aspetto maschile nell'inconscio della donna. Questo implica che la funzione materna, intesa come accoglienza e cura, non è un'esclusiva del genere femminile, ma può essere esercitata anche dall'uomo.

La "Volontà di Potenza" e il "Senso Sociale" nella Prospettiva Adleriana

Alfred Adler, un altro pilastro della psicoanalisi, ha introdotto concetti fondamentali come la "Volontà di Potenza" e il "Senso Sociale". Per Adler, la "Volontà di Potenza" (o meglio, la spinta alla valorizzazione) è un'energia innata che indirizza l'uomo, a livello conscio e inconscio, verso finalità di elevazione, di affermazione personale, di competizione o, quantomeno, di autoprotezione e sopravvivenza. Essa rappresenta una forza di compensazione con cui l'individuo tenta di rimediare al proprio sentimento di insicurezza intima, sperimentato fin dalla nascita.

Parallelamente, il "Senso Sociale" emerge come un bisogno fondamentale dell'uomo di cooperare con i propri simili e di compartecipare solidamente alle emozioni altrui. Per un'ottimale stabilità psichica, l'impulso energetico della volontà di potenza deve confrontarsi costantemente con questo bisogno di cooperazione. Adler scriveva che questa spinta relazionale è ciò che permette la costruzione dello stile di vita sul lato utile dell'esistenza. È grazie alla necessità degli individui di riunirsi in gruppi e di organizzarsi collaborando che è possibile la sopravvivenza e un adattamento favorevole allo sviluppo umano.

Questa potenzialità relazionale, espressa nella necessità di collaborazione, nasce già con il bambino. In una prima fase della vita, è proprio la madre ad accogliere questo primo bisogno di affetto. Se questo bisogno viene ben coltivato, permette lo sviluppo di competenze sociali e relazionali, partendo dalla predisposizione adleriana definita "senso sociale". La Volontà di Potenza e il Senso Sociale, in quanto istanze fondamentali, non possono essere concepite come separate o disgiunte; è la loro continua commistione che produce nell'uomo il soddisfacimento dei suoi bisogni primari di autoaffermazione e di socialità-relazionalità, dispiegandosi in modo armonico all'interno del comportamento umano.

Un trattamento adleriano, nella sua essenza, è un evento "ontologico" che coinvolge due persone in un percorso comune che incide sul vissuto esistenziale sia del terapeuta che del paziente. La stanza d'analisi adleriana è abitata da persone animate da un unico obiettivo: creare e vivere una relazione. Il trattamento psicoterapeutico è un esercizio e una prova di cooperazione e può concludersi positivamente solo se c'è un sincero interesse per gli altri. Il setting della psicologia individuale è costruito in un'ottica interpersonale, diventando il luogo fisico e mentale in cui la coppia analitica creativamente si incontra e si scontra per evolvere all'interno di dinamismi emotivo-affettivi che implicano l'intrecciarsi di due stili di vita. Per Adler, l'incontro analitico porta il terapeuta ad assumere, nei confronti del suo paziente, una funzione materna tardiva, che, tramite il processo di incoraggiamento empatico, "consente al paziente di esprimere in piena libertà il proprio stile di vita con la garanzia di essere contenuto e capito".

In dialogo sulla genitorialità: il ruolo del padre e della madre nell’educazione dei figli

La Nascita Psicologica e il Ruolo Materno Indispensabile

Nell'essere umano, la nascita biologica e la nascita psicologica non coincidono. Mentre la nascita biologica è un fatto ben preciso e osservabile, la nascita psicologica è frutto di un lento e complesso processo, nel quale la figura materna è un partner irrinunciabile. Essa è chiamata ad avere un'interazione costante ma graduale, che ha come esito finale l'individuazione differenziata, la separazione lenta ma progressiva dalla figura genitoriale, portando il figlio ad acquisire la propria identità e la capacità di dare fiducia, che lo rende capace a sua volta di amare e di rendersi responsabile di altri. Queste abilità fondamentali vengono trasmesse dalla presenza dei genitori, una presenza che permane, anche se a livelli diversi, per tutta la vita. Non è tanto ciò che i genitori fanno, ma ciò che i genitori sono a influenzare il Sé del bambino. Se la fiducia in se stessi dei genitori è solida, per quanto seri possano essere i colpi ai quali è esposta dalla realtà della vita la grandiosità del bambino, il sorriso orgoglioso dei genitori manterrà vivo il nucleo della fiducia in sé stessi e della sicurezza interiore.

La riflessione sulla dimensione prenatale del bambino riconosce l'importanza di questa primissima fase della storia della vita umana svolta nell'ambito dell'utero materno. Se, dal punto di vista biologico, ogni nascituro è il frutto dell'incontro di due gameti, diverso è il contesto relazionale e affettivo nel quale avviene tale incontro. Una correlazione positiva tra la qualità della vita e la qualità dell'atto procreativo nella sua componente progettuale è stata ipotizzata. In questo incontro, un tale contesto è altrettanto importante per la vicenda del nascituro. Se l'incontro avviene all'insegna della violenza, della mancanza d'affetto, o è attuato in maniera asettica, artificiosa, ciò avrà delle conseguenze rilevanti nel periodo successivo. Questi sono i primi traumi che accompagnano l'essere umano, espressi dal termine "stupro esistenziale", con cui si intende un contesto di concepimento antitetico al modo "caldo e appassionato in cui la coppia si coinvolge". La mancanza di questo aspetto essenziale dell'amore umano trova riscontro, sul piano psicologico e affettivo, nella molteplicità di "nuove" problematiche e patologie in preoccupante aumento nelle società occidentali (ansia, disturbi del linguaggio, dell'umore, dell'attenzione, dell'apprendimento, dell'alimentazione, del sonno, dell'aggressività).

Il nascituro si trova infatti sprovvisto di aspetti preziosi e indispensabili per l'essere umano, in particolare del contesto relazionale e narrativo nel quale egli viene al mondo. Nella migliore delle ipotesi, non saranno generati da una progettualità endogena all'interno della quale sono stati attivi già a livello di gameti, bensì sono stati oggetti passivi di una progettualità che, invece di estrinsecarsi nella triade [padre, madre, figlio], necessita della presenza di un altro, o addirittura di altri. Questo può portare a difficoltà, come si osserva in molte adozioni, soprattutto a partire dal momento in cui il figlio viene a sapere che i genitori adottivi non sono i suoi genitori biologici.

Gli studi sul periodo fetale della vita umana vengono anche a smentire la visione del nascituro come "tabula rasa", immacolata, priva di qualunque informazione. La memoria genetica che è inscritta nel DNA cellulare non è un semplice registratore che ripete pedissequamente ciò che ha impresso. Saranno i coinvolgimenti relazionali propri dell'esistenza di ognuno di noi, che non possono non cominciare che al momento del concepimento, a costituire lo stimolo evolutivo individuale che sarà chiamato personalità.

Fotografia di un feto nell'utero materno

La Madre come Guida e Riferimento Sociale

La funzione materna non è da intendere esclusivamente in senso negativo, come proibizione al soddisfacimento dei propri impulsi, ma anche positivamente, come rassicurazione e invito a "osare" là dove la situazione si presenta difficile o sconosciuta. Un bambino che esplora l'ambiente e incontra una situazione sperimentale d'incertezza (ad esempio, un robot, qualcosa che si stacca da una superficie strisciante o uno strano giocattolo) guarderà la madre. Se lei segnala paura o rabbia, lui eviterà la nuova situazione; se segnala gioia o interesse, lui si avvicinerà ed esplorerà la nuova situazione. Si hanno effetti regolatori simili con i segnali emotivi emessi dalle espressioni del volto e della voce della madre. Nel bambino, il "riferimento sociale" incomincia a metà del primo anno ed è molto marcato nel secondo anno di vita. Ci si sente spesso insicuri per le nuove situazioni e allora si guarda qualcun altro (di solito la madre) per risolvere l'insicurezza e regolare di conseguenza il proprio comportamento.

Si possono ancora ricordare le osservazioni di Margaret Mahler sull'importanza del sorriso della madre, che si riflette nel sorriso del bambino, inteso come modalità di addomesticamento di un ambiente considerato accogliente. Per compiere il passaggio fondamentale dal principio di piacere al principio di realtà, la madre "sufficientemente buona" deve saper uscire da sé stessa, mettere tra parentesi le proprie esigenze, e vivere per l'altro, ascoltandolo, imparando a decifrarne il linguaggio, a capirne le esigenze e i veri bisogni. È chiamata inoltre a riconoscere le varie fasi dello sviluppo del bambino per poter stabilire una relazione matura, ed è chiamata infine a scoprire la ricchezza e profondità di tali fasi, con le gioie e le sofferenze che questo comporta.

L'attuale ricerca sembra anche evidenziare fin dai primissimi mesi di vita del bambino la presenza di strutture innate organizzate, che danno origine alle rappresentazioni interne del sé, del mondo e degli altri. Tali strutture emergono sempre in relazione a figure significative dal punto di vista affettivo: la figura, cioè, per riprendere l'affermazione di Winnicott, di una "madre sufficientemente buona", che consenta al bambino di osare, di uscire da sé stesso e investire nella fiducia, nelle relazioni, nell'esplorazione dell'ambiente. La conformità alle regole imposte o l'obbedienza esclusiva alla velleità egoistica dell'io non sono le sole alternative possibili date al soggetto; è piuttosto vero il contrario, che cioè un'eccessiva rigidità e freddezza nei comportamenti nell'età adulta sono la conseguenza di un mancato sviluppo delle potenzialità della persona, in particolare del senso di fiducia e di spirito di iniziativa.

L'importanza della relazione per la vita umana può essere mostrata da un esperimento compiuto dall'imperatore Federico II di Svevia, che mirava a scoprire quale fosse la lingua originaria dell'uomo. Egli fece allevare un certo numero di neonati da balie a cui diede ordine di accudire i piccoli limitandosi al minimo indispensabile per la nutrizione e l'igiene, evitando soprattutto di rivolgere loro la parola; così, pensava Federico II, alla fine si sarebbe scoperto quale lingua i neonati avrebbero spontaneamente parlato. Ma l'esperimento terminò tragicamente, perché quei bambini morirono tutti, privi della relazione umana essenziale per la loro sopravvivenza.

Le ricerche attuali hanno invece evidenziato l'importanza decisiva della relazione capace di rassicurare il bambino, comunicandogli un senso di benessere e di fiducia. Una relazione che passa per il tatto, lo sguardo, il sorriso e la parola. Tutto ciò, oltre a integrare le emozioni basilari, nella loro polarità di ansia-tranquillità, ha conseguenze molto importanti per la capacità di vivere relazioni equilibrate, all'insegna del dono di sé e dell'empatia, imparando a riconoscere cosa sia bene per l'altro. Lo psicologo Erik Erikson introduce a questo proposito la nozione basilare di "fiducia originaria", scaturente dalla relazione con la madre, che consente un'interazione e un senso di sé sano in ordine allo sviluppo. L'uomo cresce e si sviluppa non nella spontaneità, ma nell'educazione, superando ostacoli. Se questi sono proporzionati alle sue capacità e fasi della crescita (è il compito della madre "sufficientemente buona" di Winnicott), il bambino impara ad acquisire un adeguato senso di realtà e di stima di sé stesso.

Il Rischio del Possesso e l'Equilibrio Genitoriale

L'importanza di tale interazione in ordine a uno sviluppo sano ed equilibrato giunge anche ex contrario, quando la madre si mostra "insufficiente", incapace cioè di adattarsi alle esigenze del bambino. È la tentazione della possessività che si instaura nella relazione, e il bambino, fin dalla sua più tenera età, è in grado di riconoscerne con precisione la qualità, purtroppo sempre a sue spese, portandone i segni nella vita, con una stima di sé ferita.

Il celebre studio di Alice Miller sul costo pesante che a livello affettivo paga il bambino "dotato", cioè sensibile a cogliere i bisogni del genitore reprimendo i propri, rivela nella maggior parte dei casi una perversa dinamica relazionale, in cui i ruoli sono stati scambiati: il bambino è chiamato a soddisfare le carenze dell'adulto. Il prezzo di tale inversione è che le richieste affettive del bambino disattese riemergeranno nelle età successive, ma al livello in cui erano state "congelate", rendendo più difficile l'ingresso nella fase adulta della vita. È la cosiddetta "sindrome di Peter Pan". Miller descrive questa situazione problematica, riscontrata costantemente nel corso di 20 anni di professione terapeutica, ponendo in evidenza tre elementi ricorrenti:

  1. Era sempre presente una madre profondamente insicura sul piano emotivo, la quale per il proprio equilibrio affettivo dipendeva da un certo comportamento o modo di essere del bambino. Questa insicurezza poteva facilmente restare celata al bambino e alle persone del suo ambiente, nascosta dietro una facciata di durezza autoritaria o addirittura totalitaria.
  2. A questo bisogno della madre o di entrambi i genitori corrispondeva una sorprendente capacità del bambino di percepirlo e di darvi risposta intuitivamente.
  3. In tal modo il bambino si assicurava l'"amore" dei genitori. Egli avvertiva che di lui si aveva bisogno, e questo legittimava la sua vita ad esistere.

Da qui la tendenza accentuata nel bambino a occuparsi di altri, anche nella scelta della professione, ma in forma disturbata, tesa all'appagamento di vuoti affettivi rimasti irrisolti nel corso dell'infanzia.

Se il bambino è visto dalla madre unicamente come parte di sé, in funzione della soddisfazione dei propri bisogni frustrati, ciò renderà più difficile il processo di crescita in ordine alla sua identità e nell'acquisizione di un corretto senso della realtà. Questo viene sottolineato da Mahler, studiando il caso del piccolo Mark: sua madre era ambigua nel suo atteggiamento, non appena Mark cessò di essere parte di se stessa, il suo simbiotico bambino. Talvolta sembrava evitare un intimo contatto corporeo; altre volte arrivava a interrompere Mark quando prendeva iniziative autonome, prendendolo, abbracciandolo e trattenendolo. Faceva questo, ovviamente, quando lei ne sentiva il bisogno, non quando lui lo manifestava. Questa ambivalenza da parte della madre può aver reso difficile a Mark di operare a distanza dalla propria madre.

Illustrazione: L'albero della vita familiare, con radici profonde e rami che si estendono

La Triade Madre-Padre-Figlio e il Distacco Necessario

Da qui l'importanza, per la stessa madre, del padre come figura di riferimento alla pari. Questo aiuto vicendevole evita il rischio, da parte del genitore, di riversare sui figli le proprie ansie o richieste di comprensione e tenerezza, dando origine a quelle perverse diadi in cui il figlio o la figlia sono chiamati a diventare rispettivamente "vicemarito" o "vicemoglie" del proprio genitore, impedendosi di vivere la tappa infantile e di figliolanza della propria vita, due condizioni essenziali per la maturità psichica, cognitiva e affettiva. Quanto più la relazione marito-moglie è sana e affettuosa, tanto più è possibile svolgere bene il compito di padre-madre, mantenendo una distanza ottimale. Una madre può diventare tutt'uno con il figlio e a volte si sente confusa e sopraffatta quanto lui dalle emozioni. In questi momenti il padre ha un compito essenziale, che è quello di aiutare la compagna a rimanere se stessa, senza lasciarsi travolgere dalle sensazioni infantili. La può proteggere inserendosi fra lei e il bambino da cui non riesce a staccarsi, dandole il tempo di riprendersi, di riposare e di ritrovare un po' di spazio per sé.

Mancando il padre, c'è il rischio che la madre investa in maniera spropositata nella relazione con i figli, soffocandoli e perdendo le distanze, chiedendo loro di riempire l'affetto che non può ricevere da un uomo. La mamma tende così a diventare ansiosa e protettiva verso il figlio, soprattutto maschio, non consentendogli di staccarsi dal nido familiare e di iniziare una vita autonoma. Questi comportamenti sono per la madre espressione di disagio e sofferenza, e forse anche un tentativo di ripristinare un'unità perduta.

La funzione materna e paterna riguarda il maschile e femminile non inteso dal punto di vista dell'identità di genere, ma dal punto di vista simbolico, generico e umano. Non sono quindi funzioni ad esclusivo appannaggio del padre o della madre: tali ruoli si possono svolgere a prescindere dal proprio sesso di appartenenza. La funzione materna è deputata all'accoglienza e all'accudimento; è la funzione di chi contiene, mantiene, si sintonizza e si prende cura dei bisogni psichici e fisici del bambino. Risponde ai bisogni di sicurezza del neonato, contiene la sua angoscia e l'accetta sia per ciò che è sia per ciò che fa. Questa funzione è "di norma" garantita dalla madre, ma è un funzionamento che ricopre anche il padre.

La funzione paterna è normativa e partecipativa. Detta, infatti, norme di comportamento, pone limiti, confini. Porta fuori, spinge il bambino ad emanciparsi, ad esplorare il mondo, a non rimanere nella dimensione materna, sicura, dipendente. La funzione paterna aiuta a comprendere le proprie paure e veicola le capacità per affrontarle. Anche in questo caso, "di norma" è una funzione che ricopre il padre, ma può essere assolta anche dalla madre. È importante che i caregivers possano garantire al figlio entrambe le funzioni, affinché possa ricevere accudimento e sicurezza e nel contempo regole ed emancipazione.

Nei primi anni di vita, tra madre e figlio sussiste una sana simbiosi che permette al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento e la sua autostima. Il bambino, nel tempo, diventa capace di sviluppare un attaccamento multiplo con più figure di riferimento che costituiranno per lui un arricchimento. A questo proposito è fondamentale anche il ruolo del padre: sarà lui a sostenere la diade madre-bambino e la separazione del figlio dalla madre verso nuovi legami. Il padre, secondo lo psicoanalista Bernard Golse, si caratterizza come il terzo tra madre e figlio e supporta quest'ultimo ad aprirsi al mondo esterno.

Essere genitori non è un compito semplice, così come è difficile essere figli. Il genitore non è responsabile soltanto del figlio, ma anche della società in cui vive; infatti, il figlio che ha "messo al mondo" sarà un futuro cittadino e ha quindi la responsabilità di educarlo al meglio, per il bene di tutta la società. Rispondere dei figli rispetto al mondo significa, per il genitore, avere la responsabilità e la consapevolezza del fatto che i figli non sono di proprietà dei genitori, ma sono "del mondo".

Il codice paterno, dal punto di vista simbolico, aiuta il bambino nel processo di separazione dal grembo materno per uscire dalla fusione ed arrivare all'individuazione, all'affrancamento di sé. Il codice paterno ha il compito di favorire l'autonomia dei figli, il senso del limite, la socializzazione. Trasmette un senso di protezione, di sicurezza ma anche di entusiasmo, forza, ambizione, determinazione. Il codice paterno sposta lo sguardo dal passato al futuro, spinge il figlio ad andare altrove, ad uscire dal sistema familiare per conoscersi per davvero.

Il codice educativo materno, presente anche nel padre, è quello preposto alla cura e attiene alla protezione del bambino, alla soddisfazione dei suoi bisogni e alla sua gratificazione. Nel primo anno di vita la prevalenza di questo codice è fondamentale poiché il neonato necessita di instaurare un rapporto simbiotico con la madre, improntato alla cura e all'accudimento, fondamentale per la sopravvivenza e l'acquisizione dello stile di attaccamento e dell'autostima.

Illustrazione stilizzata della triade madre-padre-figlio

Verso l'Autonomia: Differenziazione, Identificazione e Individuazione

Antonio Quaglietta, psicologo e formatore, sostiene che la giusta distanza dalla famiglia d'origine consiste nel sapere cosa scegliere di tenere e cosa, invece, lasciar andare o trasformare rispetto a ciò che la famiglia insegna. Comprendere e conoscere le proprie origini significa poter decidere ciò che è utile portare dietro e cosa è bene tralasciare: è questo il compito evolutivo che appartiene ad ognuno di noi.

Concetti essenziali affinché si abbia uno svincolo sano dalla propria famiglia d'origine e ci possa essere una realizzazione completa e profonda del giovane adulto sono i seguenti:

  • La differenziazione: ha a che fare con la capacità di sapersi distinguere dalla massa familiare per poter trovare la propria strada e la propria realizzazione. Differenziarsi è un processo psichico necessario che fa parte del più grande processo di individuazione di una persona, ovvero quel processo - senza fine - per il quale si diventa ciò che si è. Una persona differenziata riesce a porre i giusti confini tra sé e gli altri in modo da non sentirsi invasa e in modo da non aver bisogno di attuare meccanismi di difesa quali evitamento, negazione o isolamento affinché la sua personalità sia rispettata.
  • L'identificazione: ha a che fare con il concetto di conoscenza di sé e capacità di accettazione di quel che si è. È la costruzione della propria identità di persona, del proprio carattere. È quel processo psicologico mediante il quale un individuo costituisce la propria personalità assimilando uno o più tratti di un altro individuo e modellandosi su di essi. Grazie a questo processo possiamo divenire più intimi con noi stessi, in una profonda conoscenza di sé.
  • L'individuazione: è sinonimo di quel processo psichico unico e irripetibile di ogni individuo che consiste nell'approssimarsi dell'io al sé, cioè in una progressiva integrazione e unificazione delle ombre e dei complessi che formano la personalità dentro di sé. L'individuazione è un processo di integrazione delle componenti della personalità, il cui completamento può rappresentare la comprensione di Sé stessi. Scopo ultimo di tale processo è quindi la piena affermazione del Sé, che avviene mediante un vero e proprio viaggio di scoperta per capire chi siamo davvero.
  • La definizione di sé: ha a che fare col concetto di profonda conoscenza di sé ed è collegato al concetto di accettazione, di autostima, di amor proprio. "Io mi definisco e in quanto tale non temo di confondermi con gli altri, non temo di perdere me stesso nella relazione con l’altro, non temo di essere invaso". Per imparare a definirsi ed amarsi, è necessario comprendere quanto incidano il proprio vissuto, le proprie credenze, convinzioni, abitudini, giudizi, preconcetti per poi accogliere sé stessi per ciò che si è. Amarsi è un concetto che si può apprendere. L'amore verso sé stessi è la chiave per potersi relazionare agli altri in maniera efficace. Amare sé stessi non è una forma di egoismo, bensì la possibilità di vivere pienamente la propria dimensione, senza dipendere dall’approvazione altrui.

Mariolina Ceriotti Migliarese, medico, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, nel suo libro "La famiglia imperfetta", parla dell'importanza di accettare l'alterità del figlio e scrive: "Il figlio ci viene affidato immeritatamente dalla vita perché lo accompagniamo per un pezzo di strada a diventare grande, la posizione più corretta dell’essere genitore è quella del genitore affidatario che si prende cura di una persona che ha sofferto, che ha problemi e a cui dà tutto ciò che ha. Significa dire che ci si guarda indietro, si riconosce di aver sbagliato e da lì si riparte facendo il meglio che si può".

Lo psicoanalista Donald Winnicott parla del concetto di "Madre sufficientemente buona" riferendosi ad una madre e donna spontanea, autentica e vera che, con ansie e preoccupazioni, stanchezza, scoramenti e sensi di colpa, emerge come figura in grado di trasmettere sicurezza e amore. Accogliere, quindi, quelle che sono le proprie peculiarità, i propri errori, riconoscerne l'esistenza non per punirsi ma per poter crescere, migliorarsi. A tal proposito esiste un insieme di servizi pubblici e di professionisti privati che possono aiutare madri e padri (anche futuri) a migliorare e crescere in questo importante e delicato ruolo: i consultori familiari, i corsi preparto, i corsi di supporto alla genitorialità tenuti da psicologi e pedagogisti, percorsi di parent-training e psicoeducazione per apprendere strumenti nuovi ed efficaci per la gestione dei propri figli e la comprensione dei bisogni dei bambini. La funzione materna, in definitiva, non si esaurisce solo in un significato biologico e generativo, bensì ha un importante significato simbolico. La madre è colei che accompagna il bambino nel mondo e che gli rimanda il primo sguardo su di sé, importante nella costruzione del proprio senso di identità. L'amorevole attenzione ai bisogni di tenerezza del bimbo, che solo una madre sufficientemente buona sa esprimere con misura e compiutezza, è la forza promuovente dello sviluppo delle potenzialità empatiche, del sentimento sociale e dello spirito di cooperazione dei figli.

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