Carlo Alberto di Savoia-Carignano: Un Regnante tra Restaurazione e Spinte Nazionali

La figura di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, il cui nome completo era Carlo Emanuele, Vittorio, Maria, Clemente, Saverio, Alberto, si erge come uno dei personaggi più complessi e dibattuti della storia italiana. Il suo tentativo di liberare l'Italia settentrionale dall'Austria, sebbene conclusosi con una sconfitta personale e politica, rappresentò il primo sforzo significativo dei Savoia di mutare gli equilibri della penisola dettati dal Congresso di Vienna, ponendo le basi per il Risorgimento. La sua vita fu un intreccio di contraddizioni, un sovrano oscillante tra l'assolutismo tradizionale e le emergenti istanze liberali e nazionali, guadagnandosi l'appellativo di "Re Tentenna" e, al contempo, l'aura di martire della causa italiana.

Infanzia e Formazione in un'Epoca di Sconvolgimenti

Carlo Alberto di Savoia-Carignano nacque il 2 ottobre 1798 a Palazzo Carignano in Torino. Era figlio di Carlo Emanuele di Carignano e di Maria Cristina Albertina di Sassonia. Nonostante il sovrano regnante, Carlo Emanuele IV di Savoia, non avesse avuto figli, al momento della sua nascita Carlo Alberto aveva poche speranze di salire al trono. Erano infatti in vita gli eredi diretti della dinastia, ovvero i fratelli del monarca e i loro figli. L'inserimento del giovane esponente del ramo cadetto dei Savoia-Carignano nella linea di successione dinastica era stato, infatti, deciso solo nel 1799, dopo la morte dell'unico figlio maschio di Vittorio Emanuele I e alla luce della mancanza di figli maschi del fratello del re, il futuro Carlo Felice.

L'infanzia di Carlo Alberto fu profondamente segnata dagli sconvolgimenti politici dell'epoca napoleonica. All'arrivo qualche settimana dopo la sua nascita delle armate francesi rivoluzionarie, che costrinsero Carlo Emanuele IV e i fratelli a riparare in Sardegna, Carlo Emanuele, suo padre, si mise al servizio degli occupanti iscrivendosi alla Guardia Nazionale. Dopo poco tempo, si trasferì con moglie e figlio a Chaillot, vicino Parigi. Il padre di Carlo Alberto, Carlo Emanuele di Carignano, aveva studiato in Francia ed era stato ufficiale nell'esercito francese. Simpatizzante delle idee liberali, si trasferì a 27 anni a Torino, da dove re Carlo Emanuele IV, a causa dell'invasione napoleonica del 1796, partì per l'esilio. Carlo Emanuele di Carignano, assieme alla moglie Maria Cristina Albertina, aderirono invece alla causa napoleonica. Nonostante ciò, i due furono tradotti a Parigi dove, sospettati in quanto parenti della decaduta dinastia sabauda, vennero tenuti sotto sorveglianza e costretti a vivere in ristrettezze economiche in una casa nei sobborghi della capitale, a Chaillot. Il 16 agosto dello stesso anno Carlo Emanuele di Carignano morì improvvisamente.

La madre di Carlo Alberto si trovò così sola, ma non accolse l'invito dei Savoia ad affidare loro il figlio per educarlo secondo i canoni conservatori. All'età di 12 anni Carlo Alberto e la madre furono ricevuti da Napoleone Bonaparte, che conferì al ragazzo il titolo di conte dell’Impero e una rendita vitalizia di 100.000 franchi. Nel 1812, il giovane entrò nel collegio Santo Stanislao (Collège Stanislas) a Parigi, scuola dove rimase però due anni. La madre Albertina si era trasferita a Ginevra, dove condusse Carlo Alberto che, dal marzo 1812 al dicembre del 1813, fu affidato al pastore protestante Jean-Pierre Etienne Vaucher, ammiratore di Jean-Jacques Rousseau. Questa educazione, svolta in un contesto cosmopolita e permeato da idee liberali, fu fondamentale per la formazione del giovane principe, che acquisì così una prospettiva europea e un'apertura intellettuale non comuni per un membro della casa reale sabauda.

Alla sconfitta di Napoleone alla battaglia di Lipsia nell'ottobre 1813, la famiglia lasciò Ginevra nel timore dell'arrivo degli austriaci e tornò in Francia. Uscito di scena definitivamente Napoleone, il 16 maggio 1814 il nuovo re Luigi XVIII di Francia festeggiò a Parigi il ritorno dei Borbone. Tra i presenti alla gran festa, la principessa Maria Cristina Albertina di Carignano con i figli Carlo Alberto ed Elisabetta. Ristabilita la pace in Europa, era opportuno che Carlo Alberto tornasse a Torino, così come gli consigliò il conte Alessandro Saluzzo di Monesiglio, suo tutore. Anche Albertina se ne convinse e il giovane lasciò Parigi (e il suo patrigno) per giungere a Torino il 25 maggio. Qui fu ricevuto benevolmente dal re Vittorio Emanuele I (Carlo Emanuele IV aveva abdicato nel 1802) e dalla consorte Maria Teresa d'Asburgo-Este.

Ritratto di Carlo Alberto da giovane

Il suo ritorno nel Regno di Sardegna segnò l'inizio di un'ardua azione rieducativa, necessaria a rimettere in riga il principe, che aveva assorbito influenze considerate troppo liberali. Per questo gli fu assegnato un precettore che correggesse le sue idee liberali: dapprima il quarantasettenne conte Filippo Grimaldi del Poggetto, fedele alla monarchia e di indole assai severa, il quale venne affiancato da un cappellano confessore che opprimeva con i suoi precetti il ragazzo a tutte le ore della giornata, dal risveglio fino a tarda sera; e poi, quando questi fallì, il cavaliere Policarpo Cacherano d'Osasco. Tuttavia, il personaggio che riuscì invece a influire positivamente su Carlo Alberto in quel periodo fu l'ex sovrano Carlo Emanuele IV, per la sua tranquillità, la sua devozione religiosa e il suo ritiro dal mondo.

Si decise allora che era giunto il momento del matrimonio. La prescelta, che Carlo Alberto accettò, fu la sedicenne Maria Teresa d'Asburgo-Lorena, figlia del granduca Ferdinando III di Toscana e parente della regina di Sardegna Maria Teresa d'Asburgo-Este. Il principe di Carignano arrivò a settembre a Firenze e il 30 di quel mese furono celebrate le nozze in Santa Maria del Fiore. Il matrimonio solenne fu seguito da un ballo organizzato dall'ambasciata piemontese a Firenze. Da qui il 6 ottobre la coppia partì alla volta del Piemonte. La giovane Maria Teresa era timidissima e molto religiosa; i due abitavano a palazzo Carignano e Carlo Alberto, di altro temperamento, cominciò a invitare i giovani intellettuali con cui condivideva le idee liberali. Dalla personalità complessa, il Principe in questi anni attraversò anche una profonda crisi religiosa. Ne fu artefice l'amicizia con il diplomatico francese Jean Louis de Douhet d'Auzers e la già citata visita a Roma nel 1817 all'ex sovrano Carlo Emanuele IV. I rapporti con Maria Teresa languivano, ma quest'ultima, dopo un aborto e un incidente di carrozza che il 25 agosto 1819 poteva compromettere la seconda gravidanza, il 14 marzo 1820 diede alla luce l'erede, Vittorio Emanuele, futuro primo re d'Italia. Il 15 novembre 1822 nacque anche il secondogenito Ferdinando.

I Moti del 1820-1821 e la Breve Reggenza

Il 1820 fu costellato da una serie di sommosse rivoluzionarie nei paesi europei. La rivolta di Cadice del 1 gennaio costrinse il sovrano spagnolo Ferdinando VII a concedere qualche giorno dopo la costituzione del 1812 e, su tale scia, alcuni reggimenti affiliati alla società segreta della Carboneria diedero avvio nel mese di luglio ad una analoga sollevazione nel Napoletano inducendo il re Ferdinando I a seguire le orme del suo omonimo spagnolo. In molti Stati europei si accese così la speranza di ottenere analoghe concessioni dai rispettivi sovrani. Anche a Torino si ebbero i primi disordini.

Attraverso Giacinto di Collegno, divenuto suo scudiero dal 31 marzo 1816, Carlo Alberto si avvicinò a quel gruppo di giovani liberali piemontesi che riponevano in lui tutte le loro speranze per cambiare lo status quo nel regno. Nel gennaio 1821, quattro studenti dell’Ateneo torinese vennero arrestati per una manifestazione pacifica all’interno del teatro d’Angennes in cui erano apparsi indossando un berretto rosso con fiocco nero, colori che i funzionari di polizia associarono immediatamente alla Carboneria. L'opinione pubblica piemontese era in fermento, animata dalle voci che davano Carlo Alberto come fautore dell'unità italiana. La mattina successiva ai fatti del teatro d'Angennes, i loro compagni e alcuni docenti, indignati, scesero in piazza per manifestare contro il clima d'oscurantismo della Restaurazione; manifestazione che fu repressa dall'esercito.

Dimostratasi sorda a qualsiasi richiesta di cambiamento avanzata da democratici e da liberali più moderati, la monarchia sabauda esasperò in tal modo la situazione e, con la repressione violenta della manifestazione studentesca, indusse gli esponenti del movimento insurrezionale a passare all'azione. Alle 20 del 6 marzo 1821, Santorre di Santa Rosa, Giacinto Provana di Collegno, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano e Guglielmo Moffa di Lisio (tutti militari, funzionari o figli di ministri) e Roberto d'Azeglio incontrarono Carlo Alberto. I giovani liberali erano pronti ad agire e avevano identificato nel Principe l'uomo nuovo di Casa Savoia, colui che avrebbe rotto con un passato di assolutismo. Intenzione dei congiurati non era di danneggiare la monarchia sabauda, bensì di costringerla a concedere riforme che in ultima analisi avrebbero avvicinato il popolo al Sovrano. Durante i mesi della cospirazione Carlo Alberto aveva assicurato il suo appoggio e così fece anche quella sera, dichiarandosi favorevole all'azione militare. Si trattava infatti di far sollevare l'esercito, circondare il castello di Moncalieri dove dimorava re Vittorio Emanuele I e costringere quest'ultimo a deliberare sia la costituzione sia l'entrata in guerra contro l'Austria.

Ma la mattina del giorno dopo, il 7 marzo, Carlo Alberto ci ripensò e ne informò i cospiratori. Per di più convocò il ministro della Guerra Alessandro Saluzzo di Monesiglio, dichiarando di aver scoperto un complotto rivoluzionario. Fu un tentativo di sganciarsi dalla congiura che, tuttavia, continuò a incoraggiare il giorno dopo, in occasione di un'altra visita di Santa Rosa e di San Marzano. Costoro però si insospettirono e diedero disposizioni per annullare l'insurrezione che doveva scoppiare il 10. Lo stesso giorno Carlo Alberto, completamente pentito, corse a Moncalieri da Vittorio Emanuele I svelandogli ogni cosa e chiedendogli perdono. Ma era troppo tardi: nella notte la guarnigione di Alessandria, comandata da uno dei congiurati (Guglielmo Ansaldi), si sollevò e si impadronì della città.

Il 9 marzo 1821 scattò il piano insurrezionale con l’ammutinamento di alcuni reparti stanziati a Fossano, Alessandria, San Salvario e in altre località intorno la capitale. Domenica 11 marzo 1821, re Vittorio Emanuele I riunì il Consiglio della corona del quale faceva parte anche Carlo Alberto. Quest'ultimo, assieme alla maggior parte dei presenti, si dichiarò d'accordo a concedere la costituzione. Si diffusero però notizie di un imminente soccorso armato austro-russo per ristabilire l'ordine in Italia. Il Re decise quindi di attendere, ma il 12 pure la cittadella di Torino cadde nelle mani degli insorti. Vittorio Emanuele I inviò allora Carlo Alberto e Cesare Balbo a trattare con i carbonari che rifiutarono ogni trattativa: volevano, come unica condizione, la concessione della costituzione spagnola.

Prima di partire con la famiglia verso la contea di Nizza, Vittorio Emanuele I nominò reggente il ventiduenne Carlo Alberto. Costui si trovò, così, a 23 anni, ad affrontare una grave situazione che lui stesso aveva contribuito a determinare. I vecchi ministri lo abbandonarono e fu costretto a nominare un nuovo governo: l'avvocato Ferdinando Dal Pozzo al ministero dell'Interno, il generale Emanuele Pes di Villamarina alla Guerra e Lodovico Sauli d'Igliano agli Esteri. Cercò di trattare con i ribelli ma non ottenne nulla. Dichiarò allora di non poter prendere decisioni senza il parere di re Carlo Felice, al quale inviò un rapporto sugli avvenimenti chiedendogli istruzioni.

Per tutta la giornata del 13 il reggente venne sottoposto a fortissime pressioni da parte dei costituzionali per la concessione della costituzione spagnola e convinte manifestazioni popolari si svolsero davanti il palazzo reale. Vista la situazione di forte tensione, Carlo Alberto, confrontatosi con i suoi ministri e generali, decise di concedere la costituzione per evitare altri scontri di piazza e inutili spargimenti di sangue. Il giorno dopo, il reggente decise di formare una Giunta che avrebbe dovuto fare le veci del parlamento, presieduta dal canonico Pier Bernardo Marentini. La compagine governativa mutò necessariamente l'orientamento politico e Villamarina fu sostituito al ministero della Guerra da Santorre di Santa Rosa, cioè il capo della sommossa. Nel frattempo Giorgio Pallavicino Trivulzio, Gaetano Castiglia e Giuseppe Arconati Visconti, esponenti del liberalismo lombardo, chiesero a Carlo Alberto di dichiarare guerra all'Austria per fare sollevare Milano, ma il Principe li disilluse, sostenendo che il Piemonte non aveva i mezzi necessari per una guerra contro la potente vicina. Egli accolse invece i consigli di Cesare Balbo: «riportare la disciplina nelle forze armate, impedire eccessi e diserzioni, radunare le truppe fedeli al re [Carlo Felice]».

Carlo Felice accolse però malissimo la notizia dell'abdicazione del fratello, che considerò una «violenza abominevole» e, dal suo ritiro modenese, ordinò a Carlo Alberto di trasferirsi a Novara. Dopo un’infiammata reazione di sdegno, Carlo Alberto cedette agli ordini impartiti da Carlo Felice e la sera del 21 marzo lasciò la città, abbandonando il moto costituzionalista alla repressione. Per ordine del re Carlo Felice, quindi, a mezzanotte del 21 marzo 1821, Carlo Alberto lasciò segretamente palazzo Carignano per Novara, caposaldo della controrivoluzione. Soltanto il giorno dopo i rivoltosi si renderanno conto della sua partenza. Dopo aver fatto tappa a Rondissone il 23 ripartì e si diresse a Novara, dove Vittorio Sallier de la Tour, un generale rimasto fedele alla monarchia, stava raccogliendo truppe lealiste. All'inizio di aprile, le truppe rimaste fedeli alla corona guidate dal generale Vittorio De La Tour sconfissero a Novara, grazie anche all'aiuto di alcuni reparti austriaci, l'esercito degli insorti.

Restaurazione e Congresso di Vienna

La "Redenzione" e l'Epoca della Restaurazione

Dopo gli avvenimenti del 1821, Carlo Alberto rischiò di perdere il diritto al trono per il tentativo di Carlo Felice di estrometterlo dalla successione. La mattina del 2 aprile 1821 il principe giunse a Firenze, dove il 13 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio che intanto erano riparati in Francia. La famiglia si stabilì a palazzo Pitti, dal suocero del Principe, il granduca Ferdinando III. Il mese dopo, a maggio, Carlo Felice, che intanto aveva chiesto e ottenuto aiuto dall'Austria per ristabilire l'ordine, si incontrò a Lucca con l'ex re Vittorio Emanuele I.

Avvilito e umiliato dai giudizi e dalle circostanze, il principe di Carignano (pensò anche al suicidio, tale era la depressione in cui era caduto) decise di rinnegare le sue idee liberali, anche perché Carlo Felice stava valutando l'ipotesi di eliminarlo dalla linea di successione con l'intenzione di passare la corona direttamente a suo figlio Vittorio Emanuele. Sull'argomento, Carlo Felice chiese l'opinione del principe Klemens von Metternich che, contrariamente alle sue attese, lo invitò a recedere dai suoi propositi. Lo statista austriaco temeva infatti che i diritti di successione sarebbero potuti passare al genero di Vittorio Emanuele I, Francesco IV di Modena, che aspirava al trono dei Savoia e che, divenendo anche Re di Sardegna, sarebbe diventato troppo potente. Inoltre, l'esclusione dell'erede legittimo al trono sabaudo avrebbe con sé minato il principio di legittimità su cui si reggeva l'impianto politico-ideologico del Congresso di Vienna. D'altro canto, la linea di successione di Carlo Alberto, dopo che il 16 settembre 1822 il piccolo Vittorio Emanuele era sfuggito all'incendio della sua culla, non correva più pericoli, grazie anche alla nascita, il 15 novembre, del secondogenito Ferdinando. Tranquillo per il lieto evento, Carlo Alberto a Firenze cominciò a dedicarsi a diversi interessi culturali.

All'inizio del 1823 il duca Louis Antoine d'Angoulême assunse il comando del corpo di spedizione francese a cui le potenze europee delegarono il compito di riportare sul trono re Ferdinando VII di Spagna catturato dai rivoluzionari spagnoli dopo i moti di Cadice. Carlo Alberto, che chiedeva di dimostrare il suo pentimento, chiese di far parte del contingente. Scrisse due volte a tale proposito a Carlo Felice, il 1° e il 20 febbraio 1823, ma ebbe il permesso di partire solo il 26 aprile. Questa spedizione, fortemente voluta da Carlo Felice, era vista da quest'ultimo come un'occasione per "liberarsi" del nipote ribelle, o per farlo riscattare: «Così o si farà accoppare, e ci saremo liberati di lui; o si metterà in condizioni di riparare almeno in parte ai suoi torti.»

Finalmente, il 2 maggio, a Livorno Carlo Alberto si imbarcò sulla fregata sarda Commercio che il 7 attraccò a Marsiglia. Il giorno seguente il Principe si rimise in viaggio e, prima di arrivare a Boceguillas, che raggiunse il 18, fu assegnato alla divisione del generale francese Étienne de Bordesoulle. Il 24 giunse a Madrid, dove sostò fino al 2 giugno, per poi ripartire per il sud: all'attraversamento della Sierra Morena, in uno scontro a fuoco con il nemico, dimostrò coraggio e i francesi lo insignirono della Legion d'onore. Il 31 agosto 1823 le truppe francesi nella battaglia del Trocadero assalirono improvvisamente la fortezza e la catturarono. Carlo Alberto varcò coraggiosamente il canale che divideva il campo di battaglia dalla fortezza innalzando la bandiera del 6º Reggimento della Guardia reale. Restò sul posto fino al calare della notte e il giorno successivo fu tra i primi a penetrare nel Trocadero dove Ferdinando VII, liberato, si compiacque con lui.

Sciolto il corpo di spedizione, Carlo Alberto passò da Siviglia a Parigi, dove giunse il 3 dicembre 1823. Nella capitale francese ebbe modo di partecipare a balli, ricevimenti, feste, e di coltivare l'affettuosa amicizia di Maria Carolina di Borbone, vedova da tre anni del duca di Berry. Di fronte al riscatto internazionale, Carlo Felice decise che era venuto il momento di far tornare Carlo Alberto a Torino. Il 29 gennaio 1824, Carlo Alberto ricevette il permesso di partire per Torino, ma prima ebbe un colloquio con Luigi XVIII che gli diede alcuni consigli sulla sua futura attività di sovrano, e lo insignì dell’Ordine dello Spirito Santo, il più prestigioso della monarchia francese. Inoltre, Luigi XVIII rimproverò a Carlo Felice l'astio che questi continuava a mostrare verso il parente. Il regno di Carlo Felice, che durò dieci anni, non si discostò molto da quello del suo predecessore; la monarchia da lui incarnata si dimostrò poco disposta ai cambiamenti, mantenendo un rigido conservatorismo.

Il Regno di Carlo Alberto: Tra Conservatorismo e Riforme

Alla morte di Carlo Felice il 27 aprile 1831, ereditò il trono il trentatreenne Carlo Alberto. Quest’ultimo, dopo gli avvenimenti del 1821, aveva rischiato di perdere il diritto al trono per il tentativo di Carlo Felice di estrometterlo dalla successione. Gli eventi passati segnarono il temperamento di Carlo Alberto che si dimostrò durante tutto il regno un sovrano indecifrabile sia per gli estranei che per le persone a lui vicine. Nonostante fosse molto raffinato nei modi, nel privato il re si comportava con freddezza e distacco nei confronti della moglie e dei figli, verso i quali non mostrava alcuna tenerezza.

In un primo periodo, Carlo Alberto adottò una politica fortemente conservatrice, coerente con le posizioni che aveva dovuto assumere dopo la ritirata del 1821. Dimostratosi conservatore verso le congiure mazziniane del 1833, il re non si mostrò, invece, indifferente, negli anni successivi, ai cambiamenti che investivano la società piemontese. Per l’economia del Piemonte, gli anni quaranta dell’Ottocento rappresentarono un momento di crescita e il paese avviò una lenta trasformazione che riguardò anche l’emergere di nuove forze sociali le quali aspiravano ad avere voce in capitolo in politica attraverso un allargamento della classe dirigente.

Il re ricevette un’iniezione di fiducia in questo senso dall’elezione nel giugno 1846 al soglio pontificio del cardinale Giovanni Mastai Ferretti che prese il nome di Pio IX. Questo evento generò un'ondata di entusiasmo e speranze riformatrici in tutta la penisola italiana, riaccendendo l'idea neoguelfa di un'Italia federata guidata dal Papa. Nel clima di fervide speranze che animava la penisola italiana nel corso del biennio 1846-1848, Carlo Alberto, agitato da sentimenti contrastanti, temporeggiava e tardava ad adottare le iniziative riformatrici che l’opinione pubblica piemontese reclamava fortemente.

Il sovrano tentava di mantenere il suo equilibrio politico con l’obiettivo di tenere a bada sia gli esponenti più reazionari del suo governo che quelli che si trovavano su posizioni più moderate. Di fronte alle richieste pressanti dei movimenti liberali e democratici, il re tergiversava adottando quell’atteggiamento oscillante tipico del suo carattere insicuro che gli valse l’appellativo di “Re Tentenna”, dal titolo di una poesia satirica del patriota Domenico Carbone. Le voci critiche si moltiplicavano, dipingendo un quadro di immobilismo e timore: «Il re torna indietro assolutamente. E’ un misto di terrore di perdere una particella d’assolutismo, di paura di cospirazione, frodi e slealtà, per mantenersi allo status quo. Il malcontento è al sommo, la compressione e il terrore idem. E’ uscita una legge severissima contro gli assembramenti; non v’è giornale, non stampa, e pare davvero di avere addosso un cielo di piombo.»

Lo Statuto Albertino

Per fortuna dei patrioti (tra i quali emergeva a Genova la figura del giovane poeta Goffredo Mameli) e dei destini italiani, Carlo Alberto alla fine del mese di ottobre si decise finalmente a soddisfare le pressanti richieste dei suoi sudditi facendo loro delle concessioni. Il 3 novembre, inoltre, venne firmato in città un accordo per la creazione di una Lega doganale tra il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio. A queste notizie seguirono giorni di euforia patriottica e la popolarità del re raggiunse vette elevatissime, tanto che Carlo Alberto venne celebrato con l’inno “La coccarda”.

Lo Statuto Albertino e la Prima Guerra d'Indipendenza

Il nuovo anno si aprì con sommosse e tumulti: le agitazioni diffuse portarono il 12 gennaio 1848 prima i palermitani e poi i napoletani ad insorgere per chiedere al sovrano Ferdinando II di Borbone la concessione di una Costituzione. Il re, messo alle strette dalla pressione popolare, decise di accontentare i propri sudditi. L’opinione pubblica piemontese, galvanizzata dagli eventi del sud Italia e dalle riforme già avviate, chiese a gran voce la Costituzione; Carlo Alberto inizialmente rifiutò di piegarsi alle richieste per poi tornare sui suoi passi, cedendo alla necessità di non rimanere isolato nel panorama italiano e di mantenere il consenso della propria popolazione. Si arrivò così alla mattina del 4 marzo 1848, la giornata tanto attesa per la firma del sovrano di quella che sarebbe diventata la legge fondamentale del Regno di Sardegna, e poi del Regno d'Italia: lo Statuto Albertino.

Nei mesi precedenti, negli ultimi mesi del 1847, la popolarità del re aveva raggiunto vette elevatissime, tanto che Carlo Alberto era stato celebrato con l’inno “La coccarda”, i cui versi risuonavano nelle piazze: «E gridiamo esultanti d’amore: Viva il Re! Viva il Re! voleremo alla pugna gridando: Viva il Re! Viva il Re!». Questo inno rifletteva l'entusiasmo popolare e le aspettative di un monarca che, dopo anni di incertezze, sembrava finalmente abbracciare la causa nazionale e liberale.

Due settimane dopo la firma dello Statuto, scoppiò a Milano l’insurrezione contro gli occupanti austriaci, le celebri Cinque Giornate. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo, i reparti dell’impero austriaco si ritirarono verso il Quadrilatero composto dalle fortezze di Mantova, Peschiera, Legnano e Verona, mentre a Venezia gli insorti guidati da Daniele Manin proclamarono la Repubblica. Il 26 marzo le avanguardie sabaude entrarono a Milano accolte, anche da un po’ di freddezza, da alcuni patrioti che non avevano apprezzato l’intervento ritardatario di Carlo Alberto. Tuttavia, l'intervento piemontese diede il via alla Prima Guerra d'Indipendenza.

Nei primi giorni di aprile avvennero le prime battaglie tra austriaci e piemontesi i quali ebbero la meglio a Goito, Monzambano e Valeggio. L’idillio tra le varie forze italiane, purtroppo per la causa italiana, durò molto poco. Il 29 aprile, infatti, papa Pio IX pronunciò un’allocuzione con la quale annunciò il ritiro delle truppe pontificie dal conflitto che vedeva scontrarsi fra loro paesi cattolici. Questa decisione, motivata dal timore di uno scisma e dalla natura di "padre di tutti i cattolici" del pontefice, fu un duro colpo per la coalizione italiana e per le speranze neoguelfe. Ad essa seguì il ritiro delle truppe di Ferdinando II delle Due Sicilie, lasciando il Regno di Sardegna quasi solo a fronteggiare l'Austria.

Così, tra alti e bassi nella campagna militare, si arrivò alla battaglia di Custoza, combattuta tra il 22 e il 27 luglio 1848: qui Carlo Alberto subì insieme al suo esercito una dura sconfitta che lo costrinse a ripiegare su Milano e a chiedere un armistizio. La reazione violenta della popolazione di Milano, che si sentiva abbandonata di fronte al ritorno austriaco, si concluse durante la notte, quando Carlo Alberto riuscì a fuggire dalla città tra l'ostilità dei milanesi. Il 9 agosto il capo di Stato maggiore dell’esercito Sabaudo, il generale Carlo Salasco, sottoscrisse l’armistizio di Vigevano con gli austriaci, con il quale la linea di demarcazione tra i due eserciti venne fissata al vecchio confine tra Piemonte e Lombardia.

La Sconfitta di Novara e l'Abdicazione

Qualche mese dopo, nella primavera 1849, sotto le spinte delle forze democratiche piemontesi che chiedevano la ripresa della guerra per riscattare l'onore nazionale e per completare l'unificazione italiana, Carlo Alberto decise di riprendere le ostilità contro gli austriaci. Questa decisione fu influenzata anche dalla situazione interna, con un Parlamento sempre più insofferente e una pressione popolare crescente. La riapertura del conflitto fu un azzardo militare di vaste proporzioni.

La scelta straniera di Carlo Alberto di affidare il comando supremo dell'esercito a un generale polacco, Wojciech Chrzanowski, non fu fortunata per una serie di motivi: il carattere insicuro che Chrzanowski dimostrò di avere, la diffidenza nutrita verso di lui dalle alte sfere militari sabaude, e la scarsa conoscenza di Chrzanowski del teatro di guerra. Queste problematiche minarono la coesione e l'efficacia del comando, contribuendo al tragico esito della campagna.

La battaglia di Novara

La fase finale del conflitto si consumò rapidamente. La battaglia decisiva si svolse a Novara il 23 marzo 1849. Le truppe piemontesi, male organizzate e demoralizzate, furono pesantemente sconfitte dall'esercito austriaco guidato dal maresciallo Radetzky. La sera stessa di quell’infausta giornata, dopo aver ricevuto durissime condizioni di armistizio dall’Austria, Carlo Alberto convocò alle 21:15 nel palazzo Bellini di Novara i generali e gli uomini di governo ai quali annunciò, con voce calma e volto pallido, la sua abdicazione in favore del figlio ventinovenne Vittorio Emanuele II. Le sue parole, cariche di dignità e di profondo amore per la patria, risuonarono nella sala: «I miei voti, saranno sempre per la salute e la felicità del nostro paese. Ho fede che verranno per l’Italia giorni migliori.»

L'Esilio e la Morte a Oporto

Tre ore dopo l’abdicazione, assunto il titolo di conte di Barge, l’ex re sabaudo prese la via dell’esilio senza fermarsi a salutare i familiari; lo accompagnarono soltanto un domestico e un corriere di gabinetto. Questo gesto, drammatico e solitario, sottolineò la profondità del suo sacrificio e della sua delusione. Attraversò la Francia e si diresse verso il Portogallo, un paese lontano e isolato, dove sperava di trovare pace.

Giunto nella città portoghese di Oporto, l’esponente di casa Savoia venne sistemato all’Hotel do Peixe, dove rimase per due settimane, durante le quali le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente, minate anche dalla pressione psicologica degli ultimi eventi. Alloggiò successivamente nella villa Entre Quintas, con vista sull’oceano, un luogo che offriva un po' di tranquillità in un momento di profonda prostrazione. Qui il 3 maggio accolse con commozione Giacinto Provana di Collegno e Luigi Cibrario che gli trasmisero un saluto del governo piemontese.

In quel periodo di esilio, le sue riflessioni si rivolsero al significato della sua vita e della sua azione politica per l'Italia. In una delle sue ultime, struggenti dichiarazioni, espresse la sua visione e il suo rammarico: «Mi solleva del pari il pensiero e la speranza che […] si conseguirà un giorno ciò che io ho tentato. […] La nazione può avere avuto principi migliori di me, ma niuno che l’abbia amata tanto.» Queste parole rivelano un uomo che, nonostante le incertezze e le sconfitte, sentiva di aver agito per il bene supremo del suo popolo. Nel suo esilio l’ex sovrano avrebbe voluto condurre una vita ritirata fatta di penitenze e preghiera, ma la salute malferma, peggiorata dalla pressione psicologica degli ultimi eventi, gli giocò un brutto scherzo.

La Villa Entre Quintas a Oporto

Carlo Alberto si spense in solitudine alle 15:30 del 28 luglio dello stesso anno, dopo poco più di quattro mesi dalla sua abdicazione e all’età di cinquantuno anni. La sua morte in esilio, in circostanze così drammatiche, lo elevò a simbolo di sacrificio per la causa nazionale. Come notato da Gianni Oliva, «Novara fu come la voragine di Curzio, ingoiò il re ma consolidò la monarchia. La fine shakespeariana di Carlo Alberto operò la catarsi. Egli divenne il re della causa nazionale, il martire di Oporto. La politica della dinastia fu spinta irrevocabilmente verso la causa italiana per la vendetta di Novara; il Piemonte fu la rocca della nazione sconfitta.» La sua complessa figura, inizialmente dileggiata come "Re Tentenna", fu poi riabilitata dalla storiografia risorgimentale, che ne esaltò il ruolo di precursore e martire dell'unità d'Italia, riconoscendogli il merito di aver dato al Piemonte una costituzione liberale e di aver osato sfidare l'Austria per l'indipendenza nazionale. Il suo lascito più duraturo, lo Statuto Albertino, sarebbe rimasto la legge fondamentale del Regno d'Italia per quasi un secolo, garantendo principi di libertà e rappresentanza in un'Europa ancora largamente assolutista.

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