I Dischi per Bambini e la Rivoluzione Sonora degli Anni '70: Un Viaggio Tra Vinili, Mangiadischi e Ritmi Discotecari

In questi ultimi anni, nei quali i capolavori Disney sono per tutti a portata di un click, è bello ricordare quel passato in cui questi film erano elusivi, si poteva solo vederli al cinema, riproposti a rotazione più o meno ogni sette anni. L'esperienza dell'ascolto musicale e della fruizione di storie animate, specialmente per i bambini, era profondamente diversa, intrisa di un'attesa quasi rituale e di un contatto tangibile con il supporto fisico. In molti ricorderanno i dischi a 45 giri che tutti abbiamo avuto in casa negli anni ’60, ’70 e ’80. Ma ci si è mai chiesti come sono nati e come si sono evoluti, influenzando l'immaginario e la crescita di intere generazioni? Questo articolo si immerge nella storia affascinante di questi oggetti sonori, esplorando le loro origini, le innovazioni che hanno portato e l'impatto culturale che hanno avuto in un'epoca di profonde trasformazioni.

L'Era d'Oro dei Dischi Disney: Dalla Francia all'Italia

La storia dei dischi per bambini, e in particolare di quelli legati all'universo Disney, è intrisa di fascino e innovazione. L'idea di combinare storie illustrate con la musica e i dialoghi dei film prese forma in un formato particolare: un disco di 7 pollici, registrato a 33 giri. Sebbene dopo un paio di prime uscite che giravano a 78 giri, la velocità si stabilizzò, la vera peculiarità risiedeva nella presentazione: il disco era inserito in un libro quadrato, con copertina cartonata, rilegato a spirale. Per alcuni titoli erano anche disponibili dischi in formato 10 pollici, sempre registrati a velocità 33 giri, offrendo una scelta leggermente più ampia ai piccoli ascoltatori e ai loro genitori.

Queste prime edizioni possedevano un inconfondibile fascino vintage. Ad esempio, il primo disco a cui si lavora e che uscirà è Cendrillon, la nostra Cenerentola, che presentava in copertina un’illustrazione molto particolare, che poco aveva a che fare con la Cinderella di Disney, ma che sembrava più un’illustrazione di un bel libro di favole francesi. Questo dettaglio sottolinea come le prime produzioni avessero una propria identità grafica, a volte distante dall'iconografia che conosciamo oggi. Sempre su questi primi dischi appariva anche un quadratino in cui c’era la definizione “disque incassable“, ossia “disco infrangibile”. Questo attributo non era un semplice slogan pubblicitario, ma indicava l'utilizzo di un tipo di vinile più duro che sopportava di più le eventuali cadute, rappresentando una grande novità dell’epoca e una caratteristica particolarmente utile per un pubblico infantile.

L'idea originale della casa editrice Editions Ades piacque molto anche allo stesso Walt Disney. Questa intuizione, di creare un'esperienza narrativa e musicale completa attraverso un unico prodotto, era geniale. Di conseguenza, nel 1956 la Disney Usa trasformò il piccolo menestrello nel cantastorie, traducendolo in "Storyteller", pubblicando così i primi 45 e 33 giri in lingua inglese. La Editions Ades pubblicherà in seguito anche altri dischi Disney con sole canzoni tratte dai film, sia in lingua francese sia in lingua originale, come le canzoni di Mary Poppins cantate da Julie Andrews, oltre che a molti titoli non Disney, dimostrando la versatilità e il successo del formato.

Copertina di un disco Disney Storyteller vintage

Per quanto riguarda i Long Playing, negli Stati Uniti e in molti altri paesi in seguito si continuò a utilizzare la formula creata da Ades, ossia attori vari, che nulla avevano a che fare con i film originali, raccontavano e cantavano le canzoni delle pellicole in questione. Questo approccio permetteva una produzione più agile ma distaccata dalle voci iconiche dei doppiatori cinematografici. In Italia, invece, fummo forse l'unico caso in cui negli album venivano usati i dialoghi e le musiche originali prese direttamente dalla colonna sonora italiana. Questa operazione non solo garantiva un'immersione più autentica nelle storie, ma ha consentito anche di conservare buona parte dei primi doppiaggi italiani di film come Biancaneve e i Sette Nani e Cenerentola, che oggi forse la Disney Italia stessa non ha più, rendendo questi dischi preziosi documenti storici.

A partire dal 1968, i dischi di questa serie cambierono numerazione di catalogo, per adeguarsi, come in tutti i paesi, a quella americana (i codici che iniziano per ST e finiscono con la lettera del paese). Questo uniformarsi rifletteva una globalizzazione incipiente del mercato discografico. In parallelo, si verificò un'evoluzione anche nei formati fisici: i 10 pollici furono sostituiti dai 12 pollici, e la velocità di lettura dei 7 pollici passò da 33 a 45 giri, una standardizzazione che rendeva i dischi più compatibili con i giradischi dell'epoca. Sparì la rilegatura a spirale e la grafica prese l'aspetto che poi abbiamo conosciuto negli anni settanta, con copertine più morbide e un design più moderno.

Il Mangiadischi: Icona Portatile di una Generazione

Per tutti i bambini e i ragazzi di quegli anni, il mangiadischi fu, infatti, una vera rivoluzione. Questo apparecchio, un giradischi portatile automatico, permetteva di ascoltare tutto quello che si desiderava, in qualunque luogo. Era il simbolo di una nuova libertà sonora, un antenato delle moderne tecnologie portatili. Al suo interno venivano inseriti i 45 giri, ovvero i vinili con 178 millimetri di diametro e una velocità di 45 giri al minuto, contenenti audio-fiabe, canzoncine per bambini, le mitiche colonne sonore dei cartoni animati ma anche album di artisti per adulti. Si passava così da “Furia Cavallo del West” a canzoni cult come “Dove sta Zazà” di Gabriella Ferri, dimostrando la vasta gamma di contenuti accessibili. Spesso l’educazione musicale partiva proprio da lì, dalle mani dei bambini che, autonomamente, sceglievano cosa ascoltare e riascoltare infinite volte.

Il primo modello di mangiadischi è da ricondurre alla Irradio, azienda produttrice di apparati fonografici fondata nel 1930 a Milano da Franco Corrado Bonifacini. Quest’ultimo, dopo un viaggio negli Stati Uniti, volle investire parte delle finanze dell’attività familiare nel lancio di apparati di riproduzione audio, intuendo il potenziale di un mercato emergente. Nel 1966 l‘Irradio chiese così all’architetto e designer Mario Bellini di disegnare un giradischi portatile, versatile, robusto e innovativo nella forma, rivolto prevalentemente agli adolescenti, grandi consumatori di dischi. Bellini creò un oggetto mai visto fino ad allora, che diventò simbolo di una intera generazione. Una scatola compatta, con una “bocca” che “mangiava” il disco iniziandone automaticamente la riproduzione. Il suono usciva dalla cassa acustica integrata e la cosa più incredibile è che funzionava a batteria e quindi poteva essere trasportato ovunque. “Il mangiadischi suona sempre e comunque, si tenga per mano passeggiando o si posi dritto, di fianco o capovolto coerentemente; appena finito di suonare sputa il disco ed è pronto a ricominciare” - raccontava Bellini, descrivendone la robustezza e la praticità d'uso. L’apparecchio fu denominato Irradiette, nome che però venne successivamente mutato in Fonorette.

Mangiadischi Irradiette di Mario Bellini

Tra il 1975 e il 1988 si diffuse poi il famoso Musicalsound Penny, anch'esso disegnato da Bellini, con un aspetto compatto e con dei buchi nella parte al di sopra dell’altoparlante e una scelta di colori ancora più vasta: arancione, celeste, rosso, verde, giallo. Una linea pop, giocosa, allegra che ne fece un oggetto di desiderio. Accanto al Penny, nacquero poi altri modelli iconici come il Pop 45 Minerva, i Wilco - con i nomi evocativi “Chicco”, “Corallo”, “Pepito” - e il Geloso “Radiophonobox”, tutti contribuendo a creare un ecosistema di dispositivi per l'ascolto musicale portatile.

Mangiadischi Penny (dimostrazione)

Molti hanno ricordi vividi legati a questi apparecchi. Anch’io avevo un "cassone" della Philips e il primo 45 giri che ricordo e che mettevo continuamente, molte volte di seguito, era "Sugar Baby Love" (The Rubettes), un successo del 1974. Poi via via sono arrivati gli altri, che comprava mio fratello, i singoli disco-music di fine anni Settanta, tracciando una colonna sonora personale dell'infanzia e dell'adolescenza. Finchè l'aggeggio, che comunque risaliva agli anni Sessanta, smise di funzionare e venne sostituito con un impianto hi-fi, segnando il passaggio a un'esperienza di ascolto più sofisticata. Ne ero naturalmente provvisto anch'io… un Pack Son 99, azzurro chiaro, un altro pezzo di quella storia sonora.

Il mangiadischi era un parente povero della fonovaligia valvolare. A casa ne girava uno regalato da mio cognato a mia sorella, di un bel giallo senape. Mi ci divertivo perché avevo scoperto che, mettendolo sull'armadio e premendo il tasto "eject" con sufficiente energia, riusciva a far planare i dischi sul sottostante tavolo, un gioco innocente che testimoniava la curiosità e l'ingegno infantile. Ma ci sentivo anche i dischi che mia sorella mi aveva lasciato in eredità dopo il suo matrimonio, un vero tesoro di musica che passava di mano in mano. Unica seccatura le batterie, che avevano il vizio di scaricarsi dopo solo poche ore di ripetizione dello stesso disco, ma questo non intaccava il divertimento. Non ricordo che si fosse mai rotto o avesse "digerito" dischi, a riprova della sua robustezza. Non ho mai sentito la mancanza di un "distorsore" in quel contesto. D'altra parte, come la fonovaligia, aveva la sua praticità, specie considerando l'utenza cui era destinato. Magari a questo proposito si ragionava nel senso che gli stessi dischi non erano probabilmente destinati ad essere conservati a lungo o comunque potevano essere ricomprati a un prezzo non eccessivo, con gioia dei produttori dell'epoca.

Ebbe in regalo dai suoi, se ben ricordo nel Natale del '78, un Penny di un arancione tipicamente anni '70 su cui si ascoltavano le sigle dei cartoni animati e altri programmi tv, di solito prese alla Standa: fra le altre si ricordano Goldrake, Mazinga, Ciao Varieté dei Gatti di Vicolo Miracolo. Era indubbiamente un metodo rudimentale e distruttivo per ascoltare i dischi, senza considerare che poteva stimolare l'uso vandalico da parte dei più irrequieti, ma era un oggetto a cui si era molto affezionati.

L’era del mangiadischi era però destinata a tramontare. Ben presto, agli inizi degli anni ’80, si diffusero le musicassette a nastro magnetico, che diventarono sempre più utilizzate sia perché più versatili e ridotte nelle dimensioni sia per gli innumerevoli registratori/riproduttori messi nel mercato. Fu il walkman Sony a consacrarne il successo, fino a quando il CD e la musica digitale le hanno relegate nel dimenticatoio, chiudendo un ciclo ma lasciando un'eredità indelebile nella storia dell'ascolto musicale portatile.

Le Canzoni dell'Infanzia: Tra Sigle TV, Zecchino d'Oro e Grandi Autori

L'infanzia degli anni '70 era costellata di melodie che diventavano la colonna sonora quotidiana di giochi e scoperte. Uno dei passatempi preferiti era cantare le canzoni del momento in coro con gli amichetti, per la gioia, o talvolta la pazienza, del vicinato. Talvolta ci si esibiva singolarmente a cappella in gare similsanremesi, un modo spontaneo di emulare i grandi, anche se finiva spesso che si litigava.

Tra le canzoni che si collegano immediatamente all'infanzia, ci sono spesso le sigle televisive, veri e propri inni generazionali. Si ricordano, ad esempio, le varie "Sei forte papà", "Isotta", "O babaluba", "Johnny il bassotto", "La tartaruga", veri e propri marcatori culturali che risuonavano nelle case e nelle corti. Anche le sigle di alcuni telefilm stranieri, come la celebre "Furia", oppure "Orzowei", contribuivano a popolare l'immaginario sonoro dei più piccoli. Non si può dimenticare "Il leone", sigla di una "Domenica in", e, chissà perché, "Charlie è una lenza", che rimaneva impressa nella memoria.

Accanto alle sigle, un posto d'onore spetta ai successi dello Zecchino d'Oro, un vero e proprio laboratorio di brani che entravano nel cuore dei bambini. Canzoni come "Il caffè della Peppina", "Mamma tutto", "La ciribiricoccola" e "Gugù bambino dell'età della pietra" erano presenze costanti nelle case e nelle scuole, veicoli di divertimento e di piccoli insegnamenti.

Copertina di un 45 giri dello Zecchino d'Oro

Una menzione a parte va fatta per alcune canzoni di Sergio Endrigo, un artista che con la sua sensibilità ha saputo parlare direttamente al mondo dei bambini. La celeberrima "Ci vuole un fiore", forse la più "settantiana" di tutte nello spirito, nata da una collaborazione con Gianni Rodari, è un esempio lampante di come la musica potesse unire leggerezza e profondità. Ma anche "Il pappagallo" e "La casa" facevano parte di questo repertorio prezioso. "Napoleone", cantata sempre da Endrigo, era pure fra le preferite per quel suo ritornello lapalissiano: "Napoleone era fatto così/se diceva di no non diceva di sì/quando andava di là, /non veniva di qua… ecc…", una melodia semplice che celava un gioco di parole accattivante.

A tutte queste si aggiungevano anche alcuni jingles pubblicitari di prodotti destinati ai bambini, che con la loro orecchiabilità si trasformavano in piccole canzoni da canticchiare, come la già citata "Maria Rosa". Tra queste, se non si sbaglia, c'era anche "Il paese dell'incontrario" (dove sia non si sa-Io lo so ma non lo dico), dimostrando come la musica per l'infanzia fosse un tessuto variegato di diverse provenienze. Oltre a questo, a volte, per deformazione professionale - più che per altro - ci si metteva a pensare quale sarebbe la prima canzone che si vorrebbe far ascoltare a un figlio e ci si rispondeva che sarebbe di certo "With a Little Help From My Friends". È una canzone stupenda, e non si sa se i bambini possano ricordare i primi tre anni di vita, ma in qualche modo, secondo alcuni, queste potrebbero ricordarle, legando la musica a memorie quasi primordiali.

Musica per Tempi Meno Innocenti: Riflessioni e Voci Diverse

L'atmosfera musicale degli anni '70, pur essendo ricca di spensieratezza e brani dedicati all'infanzia, non era immune da bruschi cambi di atmosfera, a volte troppo "di brutto", che riflettevano la complessità del periodo. Questo mostra come anche la musica "popolare" potesse confrontarsi con temi ben più seri, trascendendo la divisione per fasce d'età.

Ad esempio, un testo che fa rizzare i capelli è il resoconto, innestato su una melodia da ballata, delle fasi iniziali di un fatto di cronaca nera che sconvolse l'Italia di quegli anni. Questo del link dovrebbe essere il secondo dei quattro o forse addirittura cinque 45 giri di Trincale dedicati al caso Lavorini. Per quanto possa sembrare incredibile, i dischi venivano acquistati grazie a un'auto adibita alla sua vendita, che percorreva lentamente le strade diffondendo con un megafono, stile arrotino, le note della canzone. Ligabue, nella sua canzone "Nel tempo", canta: "Hanno ucciso Lavorini e niente è più stato come prima…", sottolineando l'impatto indelebile di questi eventi sulla coscienza collettiva e il ruolo che la musica, anche quella a scopo narrativo, poteva avere nel documentare e commentare la realtà.

Un nuovo brusco cambio di atmosfera si poteva percepire in un testo di alta poesia alleggerito dal motivetto infantile del refrain, non certo la sua più facile, ma comunque una delle preferite tra le canzoni della Caselli: "L'amore non c'è più, in questa Giulia blu…". Era una canzone sentita e lavorata di fino, uscita perfetta come una minuscola gemma, che dimostrava la capacità di artisti di elevare il pop a forma d'arte raffinata.

Con Lucio Dalla, si entrava direttamente nel mito. Una voce unica, che da sola trasforma ogni riga di testo in un poema musicale. Grazie a lui, si teorizzava che Gesù bambino potesse esser nato già provvisto di barba, un'immagine ironica che testimoniava la forza immaginifica dell'artista. Il "coniglio dal muso nero" è stata la mascotte ideale di un'estate al mare del 1972, un'altra traccia indelebile nella memoria emotiva. E poi un nodo alla gola: la visione del film "Sacco e Vanzetti" è stata una delle esperienze cruciali dell'infanzia di molti. Una canzone da ascoltare con devozione, un invito a non dimenticare, dimostrando come la musica potesse essere veicolo di memoria storica e di impegno civile anche per i più giovani, attraverso l'ascolto mediato dagli adulti.

Copertina di un album di Lucio Dalla degli anni '70

L'Ascesa della Disco Music Italiana: Un Fenomeno Culturale tra Anni '70 e '80

Quando la disco music italiana divenne un ‘fenomeno’ alla fine degli anni ’70, non si trattava solo di musica. È stato un vero e proprio movimento culturale che ha attraversato tutti gli aspetti della vita e della società: dallo stile di vita alla moda, dal design e, soprattutto, all’espressione di sé. Era una celebrazione dell’individualità, del piacere sensoriale e ha rappresentato una piattaforma di espressione per una nuova ondata di giovani, marcando un'epoca di liberazione e autoaffermazione.

Beppe Savoni, curatore musicale, produttore ed esperto di musica disco italiana, ci porta a fare un giro tra la musica, la cultura e lo splendore dell'epoca. Il fondatore dell’universo multipiattaforma Disco Bambino ha dedicato la carriera a esplorare, celebrare e condividere la sua vasta conoscenza della disco music italiana con la comunità globale attraverso musica, video, storie e live set. Stabilitosi a New York, il curatore musicale, produttore e direttore creativo di origine italiana è cresciuto con un’esperienza diretta della disco music italiana, che lo ha affascinato fin da giovane. Che si tratti di una clip Instagram di Raffaella Carrà in una delle sue spettacolari performance di ballo, o di una scaletta speciale che propone per portare la folla in pista in un autentico “viaggio” attraverso l’era della discoteca italiana, Beppe è come un’enciclopedia della disco music nostrana.

“Mi piace pensare a Disco Bambino come a un piccolo universo a sé stante. Il progetto esplora il mondo della disco italiana tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, esplorando e celebrando la musica, le canzoni e i produttori dell’epoca, nonché le tendenze, la moda e molto altro. Racchiude il mio desiderio di ricostruire il mondo che mi circondava quando ero piccolo, sia dal punto di vista musicale che artistico”, afferma Beppe. Il nome del progetto, “Disco Bambino”, è completamente azzeccato, visto che la musica disco italiana fa parte della vita di Beppe fin da quando era bambino. Tra i suoi primi ricordi, infatti, ci sono le ore e ore trascorse ad ascoltare i dischi di musica italiana dei suoi fratelli maggiori, quando il genere esplose alla fine degli anni ’70, e le domeniche pomeriggio immerse in un vortice ipnotico di musica, luci e personaggi colorati nella discoteca della sua città natale, dove si intrufolava con i cugini più grandi.

Manifesto di una discoteca italiana degli anni '70

“Crescendo, ho sempre collezionato dischi. Man mano che il mio interesse e la mia curiosità per la disco music italiana aumentavano, ho approfondito il genere, spingendomi anche oltre. Ovunque potessi trovare una traccia di disco music fatta in Italia, da italiani, la esploravo”, racconta. Non sorprende quindi che Beppe abbia collaborato con un team di artisti e creativi per produrre un brano di Disco Bambino intitolato “A Te”, scritto insieme al suo compagno, art director Giuseppe Giammetta, pubblicato in estate.

Beppe spiega anche come i generi discoteca italiana e italo disco si siano evoluti. Dalle dolci voci melodiche di Heather Parisi, ai successi sperimentali di Pino D’Angiò, fino alle innovazioni elettroniche pionieristiche di etichette discografiche italiane come Baby Records, è importante fare una distinzione tra “disco music italiana” e “italo disco”. “Il genere, e fenomeno, comunemente conosciuto come Italo disco, è iniziato nel 1982, per poi essere coniato come stile musicale dall’83. Prima di allora c’era la ‘disco music italiana’, che era la reinterpretazione italiana delle influenze disco provenienti dagli Stati Uniti. Le sue origini sono quindi dovute alle tradizioni soul e funk della disco music americana, e legate alla musica dal vivo con i musicisti”, racconta.

“Solo dopo qualche anno abbiamo assistito all’avvento delle ‘macchine’ nella produzione musicale, come i sintetizzatori e i computer. È in questo periodo che si assiste all’inizio di quella che ufficialmente chiamiamo “Italo disco”, quando cioè si vive il passaggio dalla musica creata dai musicisti alle canzoni prodotte dai DJ che sapevano esattamente cosa la gente voleva ballare nei club e nei locali. Ci sono alcuni brani incredibili in cui si può sentire e percepire il punto di svolta in cui finisce un’epoca e ne inizia una nuova, come ad esempio il brano di successo ‘Ma Quale Idea’ di Pino D’Angiò, uscito nel 1981″, un vero spartiacque sonoro.

Beppe Savoni spiega anche come i generi discoteca italiana e italo disco si siano evoluti in diverse parti d’Italia grazie a locali iconici che hanno avuto i loro giorni di gloria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, come la Baia degli Angeli (Gabicce Mare), il Kinky (Bologna), lo Studio 54 (Milano) e l’Easygoing (Roma). Etichette discografiche come Disco Magic hanno fatto conoscere l’italo disco music nel mondo grazie a collaborazioni rivoluzionarie con artisti, cantanti e produttori statunitensi, proiettando il sound italiano sulla scena internazionale.

Cosa è successo quando le origini funk-soul della disco italiana, con la sua eredità melodica e artistica, hanno incontrato la nuova “frontiera elettronica” della disco music proveniente dal Nord Europa? Il risultato è stato un'esplosione di creatività. Dalle hit dei fratelli La Bionda che ancora oggi fanno impazzire le piste da ballo, agli inimitabili abiti indossati da Loredana Bertè, fino alle acconciature e al trucco ultra-chic di Amanda Lear, l’eredità della disco italiana resiste ancora oggi in molti aspetti della società: dalla moda e dallo stile alla cultura popolare e molto altro ancora. Si tratta anche di una parte della nostra storia culturale che le persone di tutto il mondo stanno scoprendo, e riscoprendo, grazie a Disco Bambino, a testimonianza della sua influenza duratura.

A questo proposito, Beppe ha le sue canzoni e artisti italiani da discoteca preferiti. “Amo molto Donatella Rettore. È stata una pioniera della musica da discoteca in Italia, soprattutto con un album realizzato nel 1979 intitolato ‘Brivido Divino’. La canzone ‘Splendido Splendente’, è ancora oggi incredibilmente popolare e potente. Probabilmente è anche uno dei miei video musicali preferiti. Il suo abbigliamento e la sua estetica, i ballerini, la coreografia… è una vera espressione di arte”, conclude, evidenziando il valore artistico e l'impatto visivo di quell'epoca.

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