# Il Linguaggio Delle "Schifezze": Esplorando l'Espressione Autentica, dal Gioco all'Impegno Sociale

La cultura infantile, con le sue espressioni più spontanee e talvolta irriverenti, ci offre uno spaccato profondo sull'autenticità e sui meccanismi attraverso cui i bambini interpretano e riflettono il mondo. Una "canzoncina per bambini le schifezze le lascio a te" non è solo un semplice motivetto, ma può celare un significato ben più ampio, fungendo da veicolo per affrontare temi come l'emozione, il benessere e persino la resistenza alle convenzioni. Queste manifestazioni, spesso percepite come "schifezze" o aspetti meno educati, rivelano in realtà un bisogno intrinseco di gioco, esplorazione e costruzione di un proprio spazio interiore, libero da dogmi e imposizioni.

Il Valore Nascosto delle "Schifezze" Infantile

Una delle tradizioni culinarie inglesi che ho subito apprezzato e fatto mia è il Sunday Roast, un piatto tipico della domenica servito nei pub e composto da carne arrosto (a scelta tra manzo, vitello e pollo) accompagnato da patate, verdure, Yorkshire pudding (una sorta di pastella cotta al forno, sottile e friabile) e la salsa gravy, ossia il sugo della carne reso denso dalla farina o dall'amido di mais. Ne ho mangiati diversi in questi anni ma uno dei piu' buoni è sicuramente quello del The Kings Arms, un pub incredibilmente centrale quanto sconosciuto: si trova a meno di 5 minuti a piedi dal Tower Bridge eppure è frequentato da soli locals, l'atmosfera è quindi autentica e tranquilla, con i baristi davvero amichevoli, soprattutto con i bambini. Il roast è parecchio buono, il lamb in particolare, si scioglie in bocca!

L'idea che ci sia di tanto strano a fare una puzzetta o a scaccolarsi ci porta a riflettere sulla "questione di punti di vista", come si direbbe. La canzoncina, così come altre forme di espressione, diventa come l’abbozzo, nel caos, di un centro stabile e calmo, stabilizzante e calmante. Può accadere che mentre canta il bambino si metta a saltare, acceleri o rallenti la sua andatura, ma la canzone stessa è già un salto: salta dal caos ad un principio d’ordine in quel caos, che ancora rischia di sgretolarsi in ogni istante. C’è sempre una sonorità nel filo di Arianna. Queste espressioni non sono tenute a compiacere i grandi, ma raccontano il punto di vista dei bambini. Sette canzoni finalmente dalla parte delle schifezze!

Tuttavia, non si può fare a meno di notare che questa cosa delle cacche, pipì ecc. sta prendendo un po’ una piega commerciale, attirando come la carta moschicida i bambini e i genitori, specie se i bambini sono piccoli, gli vanno dietro. Però, è importante non fermarsi alla forma e buttarsi sulle canzoni che ne valgono la pena!! Qui, secondo me, si corre un po’ lo stesso rischio con rutti, caccole ecc.

Bambini che giocano e cantano con allegria

Comfort Food: Le "Schifezze" per il Palato e per l'Anima in una Metropoli in Trasformazione

A Londra ho imparato un termine che mi piace molto e lo trovo parecchio appropriato: comfort food. Il comfort food, "cibo di conforto", è in genere denso di energia, ricco di grassi oppure dolci, come per esempio il cioccolato, il gelato, le patatine fritte. Quello che noi chiameremmo "le schifezze", per intenderci. Tutti quei cibi che ci danno piacere gustativo e ci fanno sentire temporaneamente meglio. Da quando mi sono trasferita a Londra nel 2011, ho assistito ad una trasformazione della città a livello culinario che ha dell'incredibile. Poi sono anche cresciuta io, ed insieme a me il mio palato. Viaggiando ho imparato ad assaggiare cose nuove ed ora mi sento in grado di stilare una lista dei posti dove mangiare bene a Londra. La lista non è assolutamente esaustiva, né tantomeno sono una food blogger o esperta di cucina, ma mi sento di consigliarvi i posti che mi fanno più gola, che consiglierei a tutti ad occhi chiusi, assicurandovi di averli provati in prima persona e che nessuno di questi ristoranti mi ha pagato per farlo.

Pizza napoletana

Come dicevo prima, in questi anni Londra ha subito uno stravolgimento in positivo a livello culinario e, per mia somma gioia, ho visto nascere decine e decine di pizzerie napoletane ad ogni angolo della città. Sono finiti i tempi in cui dovevo accontentarmi di qualche catena o viaggiare ore in metropolitana per andare nell'unica pizzeria buona di Londra, oggi questa metropoli è letteralmente puntellata di pizzerie che, non scherzo, non mi fanno sentire la mancanza di Napoli (scusa mamma!😆) .

  • Vasinikò: Grande, soffice, ariosa, si scioglie in bocca. Ingredienti perfetti e di prima qualità, una pizza talmente leggera che ti fa venire voglia di mangiarne una seconda. Per me, al momento, è la pizza più buona di Londra! Assolutamente da prenotare perché la pizzeria è piccola ed è piena anche di Lunedì.
    • Indirizzo: 7-9 Burleigh St, London WC2E 7PW
    • Sito Web: vasinikopizza.co.uk
  • 50 Kalò di Ciro Salvo: Udite udite, non ho mai provato la pizza di 50 Kalò a Napoli ma l'ho fatto solo a Londra! Altra ottima pizza, così come le fritturine, chiudi gli occhi e sei a Napoli! Essendo molto centrale (si trova praticamente a Trafalgar Square) e famosa, troverete spesso la fila; la pizzeria non accetta prenotazioni, quindi consiglio di andare presto e mettervi in fila, ne vale la pena!
    • Indirizzo: 7 Northumberland Ave, London WC2N 5BY
    • Sito Web: www.50kalo.it
  • Per i cuori nostalgici c'è anche L'antica pizzeria Da Michele a Baker Street, ma non l'ho ancora assaggiata quindi mi riservo qualsiasi valutazione in attesa di prove 😃

Sunday Roast

Una delle tradizioni culinarie inglesi che ho subito apprezzato e fatto mia è il Sunday Roast, un piatto tipico della domenica servito nei pub e composto da carne arrosto (a scelta tra manzo, vitello e pollo) accompagnato da patate, verdure, Yorkshire pudding (una sorta di pastella cotta al forno, sottile e friabile) e la salsa gravy, ossia il sugo della carne reso denso dalla farina o dall'amido di mais. Ne ho mangiati diversi in questi anni ma uno dei piu' buoni è sicuramente quello del The Kings Arms, un pub incredibilmente centrale quanto sconosciuto: si trova a meno di 5 minuti a piedi dal Tower Bridge eppure è frequentato da soli locals, l'atmosfera è quindi autentica e tranquilla, con i baristi davvero amichevoli, soprattutto con i bambini. Il roast è parecchio buono, il lamb in particolare, si scioglie in bocca!

  • Indirizzo: 251 Tooley St, London SE1 2JX
  • Sito Web: thekingsarmstooley.com (prenotate in anticipo!)

Cosa Vedere a Londra da 2 a 6 giorni - Guida Completa e Tour Virtuale

Burger

Se dell'hamburger proprio non riuscite a fare a meno, invece delle catene di fast food scegliete Byron - Proper Hamburgers. I loro hamburger sono fatti con carne macinata britannica di buona qualità e preparati al momento, e lo si sente subito già dal primo morso. Hanno anche opzioni senza glutine, vegetariane e vegane. Comfort food sì, ma con ingredienti di qualità.

  • Indirizzo: ci sono una trentina di ristoranti a Londra, cercate nel sito il più vicino 😉
  • Sito Web: www.byron.co.uk

Pancake

My Old Dutch è una catena di ristoranti olandese che serve prevalentemente pancakes (enormi!) sia dolci che salati. La prima volta che sono andata, ho guardato le cameriere che portavano questi pancakes agli altri tavoli e ho pensato bene, vedendoli molto sottili, di ordinare anche una porzione di patatine, credendo di non saziarmi. Errore!!!! Un pancake riempie quanto una pizza! Per gli intolleranti ci sono opzioni senza glutine, senza lattosio ed anche vegane.

  • Indirizzo: ci sono 3 branch a Londra: ad Holborn, Chelsea e Kensington
  • Sito Web: www.myolddutch.com

Pollo

Quando avete una fame carnivora ma non volete spendere troppo, Nando’s è sempre lì ad ogni angolo, pronto a sfamarvi 😆 Ristorante sudafricano, la portata principale è il pollo alla griglia. Buona qualità, sempre accompagnato da contorni (il mio preferito è il creamy mash, un purè di patate passato al forno con fondo croccantino) e “bottomless soft drinks”, ovvero un bicchiere da poter riempire quante volte volete di coca cola, sprite, fanta o semplice acqua. La particolarità di questo pollo viene dalla sua marinatura. Prima di grigliarlo, infatti, viene marinato per 24 ore nella salsa peri peri. Cosa è? Ricordo con grasse risate quando, a Lisbona, seduti ad un ristorante, chiedemmo cosa fosse questa salsa peri peri, e il cameriere rispose: “Peri peri? O viagra do Portugau!” 😂 Il peri peri fondamentalmente è una salsa piccante, al momento dell’ordine si può scegliere tra hot, medium e lemon and herbs (io, non essendo una gran fan del piccante, vado per quest’ultima). Io e Massimo prendiamo sempre un piatto “to share”: dividiamo un pollo intero + 4 contorni e drinks. Ogni ristorante è diverso dall’altro, il mio preferito si trova a Clink Street, fermata London Bridge. Si affaccia sul Tamigi e se siete fortunati potete sedervi al tavolo che affaccia sul St. Paul’s. 😍

  • Indirizzo: vari a Londra
  • Sito Web: www.nandos.co.uk

Ramen

Il ramen è stato una scoperta abbastanza recente per il mio palato. Non avevo mai avuto modo né la curiosità di avvicinarmi alla cucina giapponese finché una mia ex collega non mi ha portato a mangiare ramen proprio a Londra. Poi durante i miei 5 giorni a Vancouver nel 2017 sono riuscita a convincere anche Massimo che si è appassionato di ramen e da allora nessuno ci ferma più! Il ramen è una manna dal cielo specialmente quando fa freddo e avete voglia di un bel piatto caldo e consolante. Noi ne andiamo matti e non aspettiamo certo il freddo per andarlo a mangiare, non dimenticherò mai quel Giugno 2018 con 30 gradi fuori e noi a fare la sauna col brodo bollente. Ne è valsa totalmente la pena! 😂

  • Ippudo: Il primo Ippudo è stato aperto ad Hakata, in Giappone, nel 1985, e a Londra nel 2014. Ippudo è specializzato in ramen stile Hakata, che si basa sul tonkotsu, un ricco brodo di maiale servito con noodles. Oltre al ramen, c'è anche una selezione di antipasti, tra cui i famosi Hirata Buns, buonissimi!
    • Indirizzo: Ce ne sono 3: Uno a Canary Wharf, uno a Charing Cross, uno a Tottenham Court Road. Io sono stata a quello di Canary Wharf: Unit CR 28, Level Minus One Crossrail Station and Retail Mall, 1 Crossrail Place London E14 5AR
    • Sito Web: www.ippudo.co.uk
  • Shoryu: Se proprio dovessi scegliere tra i due preferisco Ippudo, ma anche Shoryu fa un ramen davvero niente male. Da profana ma dotata di papille gustative dico che il brodo di maiale di Ippudo e' piu' saporito, mentre i noodles di Shoryu mi piacciono di piu'. La carta vincente di Shoryu e' composta dal numero di ristoranti: ce ne sono ben 9 a Londra, la maggior parte in centro!
    • Indirizzo: io ho provato quello di Carnaby Street: G3-5 Kingly Court, London, W1B 5PJ
    • Sito Web: www.shoryuramen.com

Pub storici

Se volete provare qualcosa di caratteristico, andate al Mayflower. Un pub storico di Londra (anzi, uno dei più antichi!) affacciato sul Tamigi e dedicato appunto alla Mayflower, la nave che trasportò i primi Puritani Inglesi, conosciuti oggi come i Pellegrini, da Plymouth al Nuovo Mondo nel 1620. Il pub rispecchia a pieno lo stile marinaro e anche un po' piratesco dell'epoca: barili, mappe e bandiere, vecchie lampade ad olio, orologi, corde, salvagente, timoni, teschi e pappagalli rossi decorano le pareti di questo pub che serve anche ottimo cibo. Il Mayflower è il nostro pub preferito ed anche una tappa obbligatoria durante una passeggiata in uno degli angoli nascosti di Londra: Rotherhithe. Molto gettonato in qualunque pomeriggio della settimana, vi consiglio di andare presto e, se è una bella giornata, assicurarvi un posto a sedere sulla balconata posteriore che affaccia sul Tamigi, così da potervi bere una birra fresca osservando il Tower Bridge.

  • Indirizzo: 117 Rotherhithe Street, London SE16 4NF
  • Sito Web: www.mayflowerpub.co.uk

Fish&Chips

Poppie's. Ne avevo sentito parlare molto, e bene, ma temevo fosse una trappola per turisti. Sciocca! Mi sono ricreduta solo recentemente, quando ci ho portato mia cognata che, in visita a Londra, aveva una voglia matta di fish&chips. Al timone di Poppie's c'è Pat Newland, detto "Pop", il proprietario nato e cresciuto nell' East End. La carriera di Pop nel settore del fish and chips è iniziata nel 1952 quando, all'età di 11 anni, ottenne un lavoro tagliando copie del Daily Mirror per avvolgere fish and chips. Mezzo secolo dopo, con decenni di esperienza alle spalle, Pop fondò il suo negozio di fish and chips, prestando il suo nome al primo ristorante di Poppie's. Il locale è pieno di cimeli retrò e le uniformi e la musica trasmettono un'atmosfera anni '50. Poppie's ci tiene molto all'alta qualità del suo fish and chips, usando per questo i migliori ingredienti. Il pesce è fresco di giornata e viene consegnato al negozio da un pescivendolo di terza generazione del famoso mercato del pesce di Billingsgate. Contrariamente a quanto si possa pensare, uscendo da Poppie's non si ha quella sensazione di pesantezza e gonfiore: il pesce è fresco, la panatura leggera e le patatine croccanti e saporite. Certo, non un piatto da mangiare tutti i giorni, ma come dicevamo prima un buon comfort food di qualità 😉

  • Indirizzo: Soho, Camden e Spitlfields. Io sono stata a 6-8 Hanbury Street, London E1 6QR
  • Sito Web: www.poppiesfishandchips.co.uk

Bistecca

Flat Iron. La bistecca più buona di sempre! Ho scoperto Flat Iron solo recentemente, grazie ad un'amica. Il menù è semplice, incentrato sulla bistecca come portata principale con contorni. Se avete voglia di bistecca prenotate questa steak house (lo si può fare anche 5 settimane in anticipo), perché è sempre molto piena. Se siete solo in due e non avete prenotato, potete anche provare ad entrare senza prenotazione; ci sarà sicuramente da aspettare ma ne vale la pena perché vi assicuro, hanno la carne più tenera, succosa e gustosa che abbia mai provato!

  • Indirizzo: ce ne sono 5, io sono andata a quello di 9 Denmark St, Soho, WC2H 8LS e a London Bridge, 112-116 Tooley Street, London SE1 2TH
  • Sito Web: www.flatironsteak.co.uk

Thai

Se vi piace il cibo tailandese, questo locale vicino Waterloo station offre un simpatico mix nato dal matrimonio tra il prorpietario del pub con una donna tailandese. Il Kings Arms è il classico pub inglese con birre alla spina locali e cibo tailandese servito 7 giorni su 7. Il mio piatto preferito è il Pad Thai 😋

  • Indirizzo: 25 Roupell St, London SE1 8TB
  • Sito Web: thekingsarmslondon.co.uk

Dove mangiare a Londra spendendo poco

Se non avete tempo di sedervi, magari volete qualcosa da mangiare in piedi o continuando a passeggiare, e spendendo poco, lo street food del Borough Market non delude mai.

Street food a Borough Market, Londra

L'Espressione Autentica nel Contesto Sociale: Dalla Gioia al Silenzio e le Emozioni Nascoste

La gita, da che ho memoria, è sempre stata uno dei momenti più elettrizzanti dell’anno. Non importa se i tuoi maestri ti portavano qualche ora nella ridente cittadina di Poggibonsi o una settimana a Nizza: l’importante era saltare un giorno di scuola ed essere lontano dalla supervisione dei tuoi genitori per qualche tempo. Perciò, una volta in India, quale esperienza più formativa da fare con il tuo ex-insegnante delle elementari se non portare i bambini fuori per una gita? Perché non invertire i ruoli, in fondo? E così, venerdì mattina organizziamo su consiglio del “Pres.” (Claudine, ndr) una gita al Magic Planet: il loro slogan è “entrano bambini, escono genii”. E così venerdì mattina partiamo con il pulmino dalla sede di Namaste ad un orario di cui non sapevo nemmeno l’esistenza per andare a prendere i bambini che vivono nelle due case famiglia di Kottoor, le “Case di Anna”, un pò fuori mano. È chiaro che i soldi che arrivano dagli sponsor, persone comuni che hanno deciso di rinunciare a qualche pizza per aiutare questi bambini, non vengano sperperati per attività del genere. Per quanto divertente e profonda, i loro soldi sono usati per beni di prima necessità, istruzione, cibo, salute, perciò decidemmo che quella sera non saremmo “usciti a cena” (se così si può dire), ma avremmo pagato l’ingresso, oltre che a noi accompagnatori, anche a tutti i 32 bambini ospitati. Questi bambini sono i cosiddetti “tribal”, ovvero bambini in situazioni di difficoltà che vivevano nei villaggi nelle foreste. Fu perciò da un lato molto interessante il viaggio sul pulmino, circa un’ora e mezza, e dall’altro altresì commovente: questi bambini, infatti, non hanno mai visitato delle città, sperimentato il traffico infernale delle strade indiane o visto le luci dei negozi. Dopo qualche ora di viaggio, arrivammo al “parco divertimenti”. Come puntualmente ed accuratamente descritto dal “segretario” (Fabio, ndr), citando le parole del ragionier Ugo Fantozzi, era “una cagata pazzesca”. Di fatto, sottoscrivo. Era un parco che si prefiggeva l’obiettivo educativo di mischiare magia e scienza.

Davo quasi per scontato che i bambini fossero entusiasti della gita, di avere incontrato il presidente del parco (un mago che aveva sbancato il lunario), e di avere passato una giornata in gita, tuttavia non riuscivo a vederlo nei loro occhi. Non riuscivo a cogliere i sorrisi elettrizzati per la prossima attrazione, i saltelli frenetici in attesa di vedere come il trucco di magia finisca. Ciò, inizialmente, mi deluse; lasciò un retrogusto amaro in bocca: capisco che il parco non fosse esattamente wonderland, ma questa atavica indifferenza mi deluse in qualche modo. Crescono, infatti, in una società che fin da bambini li divide in maschi e femmine, aberrando ogni tipo di contatto emotivo e fisico. Una società dove la gentilezza, anche solo formale, è pressoché inesistente: ringraziare qualcuno per un qualsivoglia gesto è impensabile in quanto percepita come una sorta di sottomissione. Tuttalpiù, è ammissibile una scossa di testa per dire sì, no o forse, creando in noi occidentali una certa confusione. Non c’è quindi da stupirsi se questi bambini, in fondo, abbiano difficoltà nell’esprimere le emozioni, lasciare trasparire delle debolezze o degli sguardi che non trasmettano esclusivamente un senso di distacco da ciò che li circonda.

Altri, con più esperienze di me, sapevano comunque vedere emergere il lato ancora innocente ed immacolato, libero dalle restrizioni e dogmi di una società retrograda. Questo aspetto d’altra parte, ha reso la nostra partecipazione estremamente semplice: in gita alla celeberrima Poggibonsi, con i miei compagni, facevamo chiasso, scappavamo a vedere delle vetrine, ci sporcavamo con le schifezze che potevamo permetterci con i pochi soldi che i nostri genitori ci davano. Loro, al contrario, furono impeccabili. Giocavano quando era tempo di giocare, stavano in silenzio quando cominciava lo spettacolo di magia, sobbalzavano in maniera composta quando la ragazza veniva tagliata in due dentro la scatola. Nonostante la mia iniziale delusione, ero molto contento. Esausto certo come tutti i bambini che poco a poco si appoggiavano l’uno all’altro mentre fuori dai finestrini imbruniva. Avendo dedicato poco tempo agli spettacoli in sé, ci tengo a menzionare un momento conclusivo della gita. Tuttavia, il mago non aveva considerato la provenienza dei bambini, come già detto tribal, e che quindi abituati ad arrampicarsi sui più impervi alberi. Sicché, al fine di dimostrare l’autenticità del trucco, il mago prese uno dei bambini per farlo avvinghiare alla corda. Il presidente del parco, il sopracitato mago in pensione, era visibilmente preoccupato.

Bambini indiani durante una gita

La Ribellione Giovanile e la Ricerca di un Senso: Tra Clima e Musica

In mezzo a tutto il vociare di questi giorni sui giovani, sulla scuola, sugli insegnanti, sugli educatori, noi operatori in prima linea forse abbiamo più bisogno di silenzio e parole incarnate. La ri-partenza è funambolica….il tempo arricciato e allungato si snoda perdendo i suoi soliti confini. Mi sento grigia e gialla a secondo dell’aria che sento. Questa partenza è scricchiolante di fogliavola nel vento leggero, cadrà? si alzerà? la accompagno con lo sguardo. Riparto verde come quel prato al pascolo. Rimbalzo come una pallina di gomma dentro un oceano dove non tocco. Questa partenza è rossiccia, il cielo della sera. È dura e fragile, un righello che si piega. Le nuvole coprono tutto. Camminare veloce sui tacchi, e piove. Questa ripartenza la voglio giallo sole ma è resistente come l’acciaio… le nuvole vanno e vengono mentre cammino in salita. Che movimento è questo? Sono ragazzi superficiali, incompetenti? Illusi? E Greta chi è? È manovrata dalla madre in cerca di fama? Da Soros? Dalle aziende che hanno bisogno di fare greenwashing? Cosa diciamo di tutte le contraddizioni di cui è imbevuta questa questione?

Di seguito qualche riflessione, a partire dallo sguardo di una persona che lavora quotidianamente con gli adolescenti. Spoilero la conclusione: ritengo stia accadendo qualcosa di prezioso, indipendentemente dal fatto che durerà o si consumerà rapidamente, che ci salveremo o ci estingueremo. "Non possiamo pensare che ragazzi di 16 anni, fino a ieri lontani dalla politica, spesso disinteressati al bene comune, di punto in bianco diventino persone politicamente mature, che facciano discorsi profondi e articolati sui temi sociali, consapevoli della complessità delle questioni, e magari con qualche bello slogan che ricordi 'i gloriosi anni andati delle nostre lotte'." Probabilmente se il movimento continuerà le persone cresceranno, l’analisi e la narrazione si farà più complessa (anzi si molteplicheranno le narrazioni), si svilupperanno nuove pratiche e proposte. Probabilmente si alzerà il livello di conflittualità, e la critica radicale al sistema economico e agli attuali stili di vita non potrà passare in secondo piano. La contestazione, per chi ne fa un percorso, è occasione di ricerca, di crescita e apprendimento. Contraddicendo apparentemente quanto appena scritto, uno dei valori di questo movimento è una buona dose di non-realismo e caparbietà (tipica dei bambini..) che lo ha acceso. È nato lontano da (e aggiungerei contro) quel razionalismo maschile, adulto, che tanto si pone in cattedra a criticare; è andando contro questa formula di “anthropos” che si è riaperta la possibilità di azione.

Questi sono ragazzi a cui è stato insegnato che ci si salva da soli, schiacciando gli altri. Che bisogna pensare a sé, a competere nell’hunger game della precarietà. Chiunque abbia a che fare con loro quotidianamente sente quanto questa narrazione li abbia pervasi. E ora invece alcuni di loro si stanno incontrando, organizzando, dedicando del loro tempo per qualcosa che li trascende. Anche solo autoconvocandosi il pomeriggio per dipingere uno striscione stanno assaporando un sentimento di comunità che molti non sapevano nemmeno esistesse. Le istanze ambientaliste sono un’occasione per questi ragazzi per aprire (finalmente) una dialettica generazionale, per tematizzare un risentimento che va oltre quelle specifiche questioni, che vediamo oggi troppo spesso soffocato. Si concretizzano tensioni nei confronti di adulti che hanno radici nel disagio di chi è stato cresciuto iperprotetto, a cui è stato imposto l’imperativo del successo e del godimento nel consumo, causa sempre più di ansia e frustrazione. Lo striscione “tra cinquant’anni voi non ci sarete ma noi si” è forte, ma fondamentale nella sua dirompenza, sia da un punto di vista pedagogico che sociale. Si tratta di un’occasione per questi giovanissimi per alleggerirsi dai bisogni indotti dal mercato.

Possiamo sorridere vedendoli andare a scuola portando la borraccia invece che comprarsi le bottigliette alle macchinette, pensando “così credono di salvare il mondo”. A me è capitato più di una volta sentire adolescenti imprecare perché avevano sete e la macchinetta aveva finito le bottigliette di plastica. E darmi del pazzo quando gli ricordavo che a fianco c’era un bagno con un lavandino; questo per molti è il punto di partenza. Azioni come riempire la propria borraccia con l’acqua corrente, non mangiare carne, ridurre i viaggi in aereo, prima che per salvare il mondo rappresentano, istintivamente, il bisogno di depurarsi dal grasso di un troppo che li ha saturati, di ritrovare lentezza dove tutto è sempre andato troppo veloce per poter essere rielaborato. Molte aziende hanno capito che abbracciare questo movimento può essergli utile per lanciare i propri prodotti green e alzare i propri fatturati. Lo sappiamo. Il mercato oggi è ovunque, non è possibile starne fuori, permea qualsiasi cosa, anche le situazioni più radicali. Si tratta di una delle sofferenze più grandi per chi cresce in quest’epoca (pensiamo ad esempio che oggi non esiste più genere musicale, cultura giovanile, che non siano fagocitati dal business già al loro comparire). E Greta indubbiamente è anche un fenomeno mediatico, forse anche spinta da abili social media managers. Ciò non vuol dire però che all’interno di questo territorio sporco, senza zone franche, non possa nascere qualcosa di vivo, non possano aprirsi spiragli di resistenza. Alcuni giornali commentavano l’intervento di Greta Thunberg all’ONU come una voce pessimista che porta un approccio castrofico laddove serve ottimismo e speranza nel futuro. Un altro lato positivo di questo movimento è forse proprio questo. Aiutarci a guardare in faccia la catastrofe, esplicitare la tragedia, rigettare un finto sguardo positivo verso il futuro che la società felicista ci impone (lasciandoci con la depressione ben nascosta ma che spegne dentro). Per chiudere copio e incollo una poesia, trovata in rete, l’autore è Giordano Ruini.

Giovani manifestanti per il clima

L'Arte della Resistenza e la Nascita della Cultura Hip-Hop: Il Bronx come Giardino del Gioco

Un MIX evocativo per scoprire il valore pedagogico della cultura nata nel Bronx. Il testo completo della performance R-ESISTERE HIP-HOP di Skrim, Mastino e DJ Vigor. Il testo è costruito attraverso un cut-up di citazioni riportate nel libro Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza. Nasce come presentazione un po’ originale del volume e si trasforma con il tempo in una vera e propria performance di spoken word, rap e live video mixing (qui se vuoi saperne più).

A metà degli anni settanta il reddito medio pro capite nel Bronx era di 2.430 dollari, appena la metà della media di New York e il 40% della media nazionale. Il tasso ufficiale di disoccupazione giovanile toccò il 60%. Era un’epoca di divertimento, eravamo un gruppo di adolescenti vivaci che stavano diventando adulti in un periodo piuttosto turbolento. La violenza, le gang e la droga infestavano le nostre strade. Ma come diceva mia nonna, non c’è male che accade da cui non possa nascere qualcosa di buono. Il Bronx era disprezzato da tutti, compreso il presidente Carter. Era un quartiere bruciato e abbandonato. I dj pionieri delle feste in strada attaccando improbabili giradischi e impianti audio all’alimentazione dei semafori hanno modificato l’applicazione del divieto di transito in centro, creando spazi comunitari dove non ce n’erano. In quel luogo si aggregava tutto il quartiere: giovani, famiglie, anziani e persino membri di diverse gang.

Nel Bronx ci si mise a giocare. E come ogni gioco che si rispetti non c’era un piano, non c’era una finalità sociale o pedagogica, non c’era nessun educatore o animatore a “far giocare”. I due tipi di colore fecero qualche passo in piedi per poi andare a terra con un velocissimo gioco di gambe. In risposta il ragazzo portoricano, Vinny, iniziò a fare toprocking, poi dei movimenti che potevano rimandare al mambo per buttarsi in seguito a terra. Nei dieci minuti di durata della battle la sfida. Vinny ebbe la meglio su entrambi i ragazzi di colore, che mostrarono rispetto per il vincitore e gli strinsero la mano. L’atmosfera mentale in cui ha luogo la solennità è quella dell’onore, dello sfoggio, della millanteria, della sfida, si vive nel mondo dell’orgoglio tribale e cavalleresco, del sogno eroico, mondo in cui valgono bei nomi e blasoni, e schiere di antenati. Non è il mondo delle preoccupazioni per l’esistenza, dei calcoli d’interesse, dell’acquisto di cose utili. In fondo il bambino che gioca, il puer ludens non è proprio l’infaticabile costruttore di uno spazio intermedio in cui il mondo viene rifatto, dislocato, simulato e rinnovato? interpretato e sovvertito in modo da renderlo sopportabile, abitabile, anche nell’esercizio ripetuto delle crudeltà necessarie nella sofferenza delle sconfitte e nell’euforia della lotta?

Ho tirato fuori i loop e i goccioloni, poi writers come Stave 2 e SuperMug presero gli stili Soft Loop e Arrow, aggiunsero altri loop, presero le gocce e le trasformarono in spruzzi. Checker 170 loopava tutte le lettere, ancora oggi non riesci a leggere certi suoi pezzi. John 150 faceva le lettere soft e wild con certi cambiamenti. Io ho squadrato le mie lettere softie e ho fatto le lettere soft block, che usavo in diversi stili. Iniziai a capire il modo di creare un concetto o una lettera partendo da un altro. Come i loop. Tondi. Rompo il loop a T, o lo faccio più triangolare. Posso limitarlo a un lato solo. Hi-C lo riprende, facendolo da tutte due le parti, lo loopa di nuovo. Vedo che lo si può squadrare o incurvare. Erano militarmente strutturati per essere illeggibili, erano armati, noi non volevamo che la società vedesse che stavamo buttando tutte le lettere all’aria. Graffiti era la parola che voi ci avete appioppato. Panzerismo iconoclasta l’unica definizione per spiegare quello che abbiamo fatto sui treni della subway. È questa la parola che dovrebbe essere usata. Poi siamo arrivati al futurismo, ai carri armati, alle lettere con le quali ci siamo armati.

La musica è soundscape: panorama sonoro multiplo che miscela le diaspore timbriche, strumentali, musicali, secondo moduli non più legati alla mitologia delle radici (roots), bensì all’attraversamento degli itinerari (routes). Il transito dalle roots alle routes sente la svolta dislocante del sincretismo tecnologico. Il syn-tech è dislocante e diasporico, senza termine, interminabile, inafferrabile. Le diaspore syn-tech gemmano transculture. I performers di nuovi soundscapes sono sperimentatori che anticipano le nuove sensibilità non solo all’interno dei territori musicali, ma anche al di fuori, nelle de-territorializzazioni metropolitane: le interzone dell’ibrido, del sincretico. Sapevo cos’era perché studiavo elettronica a scuola. Sapevo che nell’apparecchio c’era un interruttore a tre posizioni. Quando è al centro la musica non si sente, quando è a sinistra si ascolta il piatto di sinistra, e quando è a destra il piatto di destra. Andai in un magazzino in centro per cercare quell’interruttore a tre posizioni, della colla per attaccarlo al mixer, un amplificatore supplementare e una cuffia. Saldai tutti i collegamenti e mi misi a saltare per la gioia, ce l’avevo fatta! Ce l’avevo fatta! Questa è la storia di come ho trovato il mio dj interiore, di come ho capito il concetto di consapevolezza campionata, in contrasto con la polizia della cultura autentica che mi ha sbattuto a terra picchiandomi, ripetendo: sei dei nostri, sei sei nostri? Il cambiamento di forma richiede la fluidità dei passaggi, la capacità di mantenere e di perdere, il rischio generoso e la prudenza del limite. La razionalità fredda del calcolo che ha guidato l’esperienza moderna dell’occidente mal si adatta a questa esigenza. Ci sono richieste nuove qualità che stiamo appena cominciando ad apprendere.

Un DJ al lavoro su piatti da mixer

Il Gioco, il Corpo e la Metafora: Strumenti di Scoperta e Riconciliazione

In genere quando si propone un’attività di tipo teatrale i ragazzi meno a loro agio con la corporeità, più introversi o magari con sintomi di fobia sociale, la risposta è (intuitivamente) un rifiuto. Se qualche collega è incuriosito e vuole provare a proporre qualcosa di simile non si scoraggi dall’utilizzo delle maschere (materiale non facile da avere a disposizione). I tavoli dell’aula dell’Anno Unico erano coperti di tante maschere diverse. Alcune orrorifiche, altre misteriose, altre curiose, altre ancora simpatiche e rasserenanti. Ogni ragazzo era invitato a prenderne una che gli risuonasse. La consegna era “prendi la maschera che ti chiama.. fatti scegliere da lei..”. Una volta scelta la proposta era di indossarla ed eventualmente completare il travestimento utilizzando stoffe e mantelli, e aggiungendo altri gadget come bacchette magiche, campanellini, armi in legno.. A questo punto la richiesta era di provare a immaginare chi fosse quella maschera, quale storia avesse, quale missione nel mondo, annotando appunti su un foglio. I ragazzi erano poi invitati a guardarsi intorno, osservare gli altri e unirsi in piccoli gruppi facendo incontrare le maschere che secondo loro avevano “qualcosa da dirsi”.

A questo punto, utilizzando due app, Prisma e PicSay, i ragazzi avevano il compito di trasformare le foto in vignette. Prisma è un’applicazione per smarphone che permette di “fumettizzare” qualsiasi immagine. L’utilizzatore può scegliere tra opzioni di filtri diversi, alcune dalla resa grafica davvero efficace. PicSay invece permettere di aggiungere anche fumetti per dare voce ai personaggi (al momento in cui scrivo Prisma dovrebbe essere disponibile per Android e iOS mentre PicSay solo per Android, ma se ne trovano altre simili per iOS). L’attività si è chiusa proiettando i lavori prodotti. In questa fase il mio compito di conduttore è stato quello di provare ad approfondire i contenuti, chiedendo ai ragazzi di dare un nome ai sentimenti dei personaggi, ai loro pensieri, ai motivi dei loro gesti. In un’ottica di mantenere la “copertura” non chiedo di uscire dalla metafora, di raccontare se gli autori ritrovano qualcosa di quanto raccontato nei loro vissuti personali, a meno che ciò non emerga spontaneamente. Un’attività di questo genere comprende alcuni elementi tipici del teatro quali la narrazione, la relazione “incarnata” tra personaggi, il corpo come veicolo narrativo, può però essere utilizzata con adolescenti che non parteciperebbero mai ad una classica attività teatrale.

Giovani con maschere artistiche e creative

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