Il dibattito bioetico contemporaneo ha trovato un nuovo, acceso punto di scontro nella riflessione accademica riguardante il cosiddetto “aborto post-natale”. Questa definizione, che costituisce un palese ossimoro, è stata utilizzata per indicare la possibilità teorica di equiparare un neonato a un feto, prospettando la possibilità di interrompere la vita di un bambino già nato per le medesime ragioni per cui molte società contemplano la legittimità dell’aborto. Lo studio, pubblicato sul Journal of Medical Ethics, è stato realizzato da due ricercatori italiani: l’esperto di bioetica e filosofia Alberto Giubilini, dell’Università di Milano, e la ricercatrice Francesca Minerva, del Centre for Applied Philosophy and Public Ethics dell’Università di Melbourne.

Le premesse filosofiche e bioetiche
Per comprendere le implicazioni di tale ricerca, è necessario spogliarsi delle reazioni emotive e analizzare le argomentazioni proposte. Gli autori partono dall'osservazione che, solitamente, anomalie nel feto e rischi per la salute fisica o psicologica della futura madre sono tra le principali cause che conducono alla scelta dell'aborto. Esistono casi in cui tali condizioni emergono solo dopo la nascita, innescando il dilemma che i due studiosi hanno cercato di indagare. Si pensi a un neonato che, al momento del parto, subisce danni cerebrali irreversibili a causa di un’anossia, o a gravi patologie non diagnosticate precedentemente, come la sindrome di Treacher Collins.
Questa patologia, che colpisce circa un individuo ogni diecimila nascite, causa deformità facciali notevoli che possono compromettere le funzioni vitali del neonato. Sebbene chi ne soffre non presenti necessariamente disabilità cognitive, la condizione di diversità solleva questioni complesse. Giubilini e Minerva richiamano anche statistiche significative: tra il 2005 e il 2009 in Europa, solo il 64 per cento dei casi di nascituri affetti da sindrome di Down è stato diagnosticato prima della nascita, il che significa che circa 1.700 bambini sono nati senza che i genitori potessero esserne a conoscenza.
Il concetto di "persona" e lo status morale
Il nodo centrale del lavoro di Giubilini e Minerva risiede nella definizione di "persona". Secondo gli autori, lo stato morale di un neonato è equiparabile a quello di un feto, poiché entrambi mancano di quelle proprietà che giustificano l’attribuzione di un diritto inalienabile a vivere. Essi sono esseri umani e persone in potenza, ma non sono ancora "persone" nel senso di soggetti dotati di un diritto morale alla vita.
Per gli studiosi, una persona è un individuo in grado di attribuire alla propria esistenza un valore di base: la consapevolezza che la privazione dell'esistenza rappresenta una perdita per se stessi. Un neonato, nei primi giorni o settimane di vita, non ha ancora sviluppato aspettative consapevoli o una chiara consapevolezza di sé. Pertanto, seguendo questo rigore logico, se i genitori decidessero di interrompere la vita del neonato, non starebbero danneggiando un soggetto capace di valutare la propria perdita, poiché tale soggetto non ha ancora maturato la capacità di concepire il valore della propria vita.
Le frontiere della biologia - Massimo Galbiati
Critiche e prospettive contrarie
Le reazioni a questa impostazione non si sono fatte attendere, spaziando dal dissenso accademico all'indignazione pubblica. Il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano, ad esempio, ha sottolineato come la tesi non sia affatto originale, ma rappresenti una riproposizione, forse meno efficace, delle argomentazioni del bioeticista australiano Peter Singer. La critica fondamentale risiede nella fallacia logica del concetto di "persona": se per essere considerati tali occorresse provare un interesse per la vita, allora anche chi richiede l'eutanasia potrebbe essere declassato a "non-persona", rendendo le premesse stesse del ragionamento inaccettabili.
Inoltre, molti esperti di filosofia del diritto, come Giovanni Fornero, hanno evidenziato come l’infanticidio mini le basi stesse delle Carte internazionali dei diritti umani. La Dichiarazione dei diritti dell’Uomo del 1948, nata dopo gli orrori del nazismo, poggia sul presupposto che tutti gli esseri umani godano di pari diritti in virtù della loro appartenenza alla specie, non a causa di capacità cognitive o prospettive future. Spostare arbitrariamente la linea di demarcazione su criteri di efficienza o di utilità sociale espone la società a derive pericolose, un tema magistralmente esplorato nella letteratura distopica, come nel racconto Le pre-persone di Philip K. Dick.

Il ruolo della bioetica nella società contemporanea
L'articolo di Giubilini e Minerva ha scatenato una gogna mediatica, portando il direttore del Journal of Medical Ethics a dover difendere la pubblicazione. Secondo il direttore, lo scopo della rivista non è affermare una Verità dogmatica o promuovere visioni morali specifiche, ma ospitare opinioni razionali che sfidino lo status quo. Tuttavia, la ferocia delle reazioni sottolinea quanto il tema della vita umana, dalla nascita alla fine, sia tuttora un nervo scoperto nelle società democratiche.
Il dibattito sollevato non riguarda solo la validità teorica dell' "aborto post-natale", ma la tenuta etica delle nostre convenzioni. Se è vero che la medicina e la genetica pongono sfide sempre più complesse, la risposta non può essere ridotta a una mera analisi di costi e benefici, che ignora la complessità relazionale e morale del legame tra genitori e figli. La prospettiva dell'adozione, ad esempio, viene spesso considerata dagli autori come potenzialmente più traumatica per la madre rispetto a una risoluzione definitiva, ma questa tesi trascura i valori profondi di accoglienza e solidarietà che fondano il tessuto sociale.
Il confronto tra le diverse posizioni dimostra che, al di là degli esercizi logici, la questione rimane aperta su un piano filosofico e politico radicale: quando inizia il diritto a vivere e chi ha l'autorità morale di stabilire quali vite siano degne di essere vissute? La risposta a questo interrogativo continua a oscillare tra il rigoroso, talvolta freddo, utilitarismo e la difesa incondizionata dell'essere umano, in una tensione che definisce, in larga misura, la nostra modernità.