Aborto, Dignità e Vita: Il Complesso Dibattito in Bosnia e la Posizione della Chiesa, con uno Sguardo alle Religiose

Il tema dell'aborto, in particolar modo quando si interseca con la violenza di genere e le realtà più estreme come i conflitti armati, solleva interrogativi profondi e dilemmi etici di grande complessità. La questione assume contorni ancora più delicati quando coinvolge religiose, figure consacrate la cui vita è dedicata a principi spirituali e morali rigorosi. La ex Jugoslavia, e in particolare la Bosnia-Erzegovina, ha purtroppo vissuto tragici episodi in cui la violenza sessuale è stata usata come arma di guerra, lasciando un'eredità di sofferenza e domande irrisolte. Questo articolo si propone di esplorare le diverse sfaccettature di questo dibattito, analizzando la posizione della Chiesa Cattolica, le implicazioni mediche e legali, le storie personali di resilienza e il contesto legislativo bosniaco, con un'attenzione particolare ai casi che hanno coinvolto religiose.

La Chiesa Cattolica e l'Aborto: Principi di Fede e Misericordia

La posizione della Chiesa Cattolica sull'aborto è chiara e radicata in una profonda convinzione sulla sacralità della vita umana dal concepimento. "L’aborto non può mai essere praticato," è il principio fondamentale che guida l'insegnamento cattolico. Tuttavia, la questione con l’essere umano non è mai così netta, e la vita reale presenta sfide che richiedono un approccio che bilanci la dottrina con la misericordia. La Chiesa, come una madre, offre i suoi “no” e i suoi “sì”, ma è anche sempre lì "ad amare, ad accogliere, a perdonare, a stare, a correggere, a parlare e ad ascoltare. Sempre unita ai suoi figli. Sempre. La madre è misericordia. La Chiesa è misericordia." Questa prospettiva è cruciale quando si affrontano casi di maternità derivante da stupro, dove la violenza subita dalla donna non può essere in alcun modo giustificata o minimizzata.

Un passaggio meraviglioso, ripreso da Giovanni Paolo II nell’omelia della sua canonizzazione, ben esprime questo spirito: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bambino. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio.” Questo appello, che valse anche per le religiose durante la guerra in Bosnia, sottolinea l'imperativo di proteggere la vita nascente e di offrire sostegno incondizionato. Di fronte alla violenza dello stupro, la risposta della Chiesa non è quella di infliggere un'altra violenza: "Non si può ripagare violenza con un’altra violenza." L'azione più umana, di fronte a bambini concepiti con stupro, non è l'aborto, ma l'accoglienza e la protezione della vita. La Chiesa, inoltre, se necessario farà di tutto per favorire l’adozione di questi bambini salvati dall’aborto, mentre non cessano le preghiere rivolte alla Madre celeste, affinchè la violenza cessi di tormentare i popoli.

Nel contesto della guerra nella ex Jugoslavia, la Diocesi di Padova, con una visione lungimirante e profondamente umana, inizialmente si era dichiarata ad accogliere 1.000 bambini nati da stupro, mostrando un concreto impegno di solidarietà e accoglienza. Questa iniziativa si allineava alla dottrina che esclude l'aborto come soluzione, privilegiando la cura e il supporto sia per la madre che per il bambino. La Chiesa cattolica in Nigeria, di fronte al dramma delle donne stuprate dagli islamisti di Boko Haram, ha espresso una posizione analoga a quella della Chiesa universale. Diversi gruppi internazionali, invece, stanno spingendo per risolvere il dramma delle donne stuprate offrendo loro di praticare l’aborto di massa. I vescovi della Nigeria, in un comunicato, hanno dichiarato: “Non è sostenibile l’idea che uccidere i bambini concepiti attraverso lo stupro del terrorista è l’azione più umana da intraprendere in questo caso.” Essi sottolineano che verso “le donne vittime di azioni criminali da parte degli islamisti di Boko Haram, si estendono particolare interesse ed empatia. Facciamo appello a loro di mantenere la fede in Dio Onnipotente che ha dato loro la forza non comune di affrontare prove e travagli.” Hanno aggiunto che “il trauma della violenza sessuale e stupro è enorme, e la Chiesa cattolica in Nigeria, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà è sempre pronta a fornire tutte le misure di sostegno per accelerare la guarigione, la riabilitazione e il reinserimento delle vittime.”

Un croce e l'immagine di un bambino

La Pillola del Giorno Dopo: Una Questione Sottile tra Etica e Scienza

Il dibattito sulla contraccezione d'emergenza, come la "pillola del giorno dopo", aggiunge un ulteriore livello di complessità alla discussione. La Conferenza Episcopale Tedesca, nel 2013, diramava un comunicato in cui, pur ribadendo che “metodologie medico-farmacologiche che causino la morte dell’embrione, continuano a essere vietate,” indicava che il supporto umano, medico, psicologico e pastorale, rivolto a donne che hanno subito violenza sessuale, può includere anche “la somministrazione della “pillola del giorno dopo”, purché abbia un effetto contraccettivo e non abortivo.”

La questione è sottile, in quanto dal punto di vista strettamente scientifico non è affatto pacifico che il meccanismo di azione del levonorgestrel, principio attivo della cosiddetta pillola del giorno dopo, sia esclusivamente anovulatorio, oppure più semplicemente abortivo. L'incertezza sul meccanismo d'azione rende la pillola del giorno dopo un punto di frizione, poiché per la Chiesa, qualsiasi metodo che causi la morte dell'embrione è inaccettabile. A questo proposito va specificato che il caso di aborto è diverso da quello di somministrazione di pillole anticoncezionali a donne che si trovino a vivere in zone ad alto rischio di violenze. Fu questo il caso delle suore che operavano in Congo negli anni ’60 del secolo scorso, un caso che diede il via alla querelle denominata, non a caso, “pillola congolese”. In tale contesto, l'uso preventivo di contraccettivi per suore in zone di conflitto o ad alto rischio di violenza sessuale era visto come una misura per evitare gravidanze indesiderate in situazioni traumatiche, sollevando comunque un vivace dibattito etico sulla liceità di tali pratiche.

Pillola del giorno dopo: le 10 domande più frequenti

La Tragedia della Guerra in Bosnia e le Suore Vittime di Violenza

La guerra in Bosnia-Erzegovina all'inizio degli anni '90 ha rappresentato un capitolo oscuro della storia europea, caratterizzato da una brutalità inaudita, inclusa l'uso sistematico della violenza sessuale. L'esercito della Republika Srpska (VRS) adottò una politica di stupro genocida e gravidanze forzate per “piantare i semi” dell'etnia serba in Bosnia e indebolire la stirpe etnica bosniaca. Tra il 1992 e il 1994 la “casa di Karaman”, situata a Foča, a est del paese, fu uno dei luoghi dove le donne furono torturate e violentate. Per le sopravvissute agli stupri di guerra, questi atti furono compiuti quasi esclusivamente con l'obiettivo finale di estorcere gravidanze. Le donne furono violentate tra le 20.000 e le 50.000, molte di queste anche più volte al giorno.

Nel 1993, invece, ci fu un caso del tutto simile a quello dell’attuale Nigeria, con un'eco particolare per la Chiesa. Allora furono perpetrati stupri ai danni di suore che si trovavano in Bosnia durante il terribile conflitto balcanico. La notizia delle suore Bosniache che, violentate nel giugno del 1993, avevano deciso di tenere i loro figli, anche se ciò significava o tornare allo stato laicale, o rimanere in convento dando in adozione i bambini, emerse nel marzo del 1994. Questo ha posto un dilemma straziante per le religiose, che si sono trovate a confrontarsi con una maternità imposta in circostanze orribili, ma in linea con la dottrina della Chiesa sulla sacralità della vita.

I bambini nati da queste gravidanze forzate sono stati vittime di un stigma sociale che li ha portati a essere considerati come contaminati dalla nascita. Infatti, i circa 2.000-4.000 bambini nati da uno stupro durante la guerra sono stati definiti “bambini dimenticati”, “bambini invisibili” e con etichette dispregiative come “Cetnico” (termine utilizzato per definire gli ultranazionalisti o paramilitari serbi). In un paese diviso, privi di un'unica identità etnica, molti di questi bambini sono cresciuti senza un posto nella società bosniaca o sono stati adottati da famiglie estere. La loro esistenza è una testimonianza silente delle atrocità della guerra e della forza della vita che si manifesta anche nelle circostanze più avverse.

Immagine simbolica della guerra in Bosnia e delle sue vittime

Storie di Vita Nata dalla Violenza: Testimonianze e Resilienza

Nonostante l'orrore della violenza e lo stigma sociale, emergono storie di vita e resilienza che sfidano la narrativa dominante. "Nello stupro, evidentemente, non c’è nessun peccato nascosto della donna." Questa affermazione, sebbene ovvia, è fondamentale per riconoscere l'innocenza delle vittime e la dignità inalienabile delle loro vite e di quelle dei loro figli.

Casi reali di bambini nati da violenza hanno dimostrato che anche “da qualcosa di così terribile può nascere il bene.” Un esempio è Ken, figlio di uno stupro, per cui la vita è «straordinaria». Ken, cresciuto in una famiglia adottiva, conobbe la madre a 30 anni, scoprendo che a 15 la donna era stata violentata. Aiutata da un’istituzione cattolica di carità lasciò loro il piccolo. «Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile,» aveva precisato l’uomo. Raccontando che al padre avrebbe «tirato un pugno,» che «lo stupro è una cosa spaventosa,» ma che anche «da qualcosa di così terribile può nascere il bene. E io ne sono la prova.» Di più, l’uomo ora sposato con tre figli, e ha detto che «non si può parlare di questi bambini come di condannati.»

Un'altra storia è quella di Sandra che di suo figlio, Roman, concepito in un atto da cui la donna ha cercato di sottrarsi, parla come del «sole della mia vita.» Lei si chiedeva come avrebbe potuto amare un figlio nato da una violenza ma da quando nacque, ha raccontato, «ogni volta che sorride, l’orrore subito non mi interessa più: mio figlio è il sole della mia vita.» C’è poi la comunità Amici di Lazzaro, stupita da quanto L., figlio di una mamma violentata, sia un bimbo «pieno di vita e gioia.» L. è un piccolo di 6 anni, figlio di una giovane violentata, e da qualche mese ospite della comunità Amici di Lazzaro. Giunto lì dopo l’omicidio della madre è stato descritto così: «È un bambino vivace ma ben educato, intelligente, sveglio, amichevole, affettuoso ma per nulla appiccicoso, pieno di vita, in buona salute, bello e promettente. Sprizza gioia di vivere da tutti i pori, e non lo fa per posa. È proprio così. Appena ti vede ti salta al collo, ma mica ci resta per molto: ti coinvolge in una vorticosa conversazione che spazia ampiamente oltre i confini dei pensieri che occupavano la tua mente un minuto prima.» E si intuisce da dove venga tanto bene: di sua madre si sa che era stata lasciata sola, isolata persino dalla famiglia, ma che aveva accettato anche questo pur di accudire quel bambino che amava pur essendo stata violentata. Queste testimonianze offrono una prospettiva sulla dignità inalienabile della vita umana, indipendentemente dalle circostanze del concepimento.

Ritratto di madre e figlio che sorridono

Il Diritto all'Aborto in Bosnia-Erzegovina: Un Quadro Complesso

La legislazione sull'aborto in Bosnia-Erzegovina riflette la sua storia complessa e la sua struttura statale decentralizzata. L'art. 191 della Costituzione federale della Jugoslavia, promulgata nel 1974, affermava che “è un diritto umano decidere sulla nascita di un bambino,” sancendo l'accesso all'aborto come un diritto fondamentale. Con la disgregazione della Jugoslavia nel 1991, le nuove repubbliche emergenti iniziarono a promulgare leggi proprie sull'aborto. In Bosnia, la composizione federale del paese complica la definizione legale dell'aborto e la validità di altre leggi che vengono applicate in modo non uniforme sul territorio. I sostenitori dei diritti riproduttivi in Bosnia affermano chiaramente: "Siamo uno stato laico, non torneremo all'aborto illegale."

Nella Repubblica Serba l'aborto è concesso fino alla decima settimana di gravidanza, ma principalmente in caso di violenza sessuale, malformazione o malattia fetale, incesto e rischio per la salute e la vita della donna. Nella strategia governativa per il miglioramento della salute sessuale e riproduttiva in Repubblica Serba, l'aborto è stato giudicato “un significativo problema pubblico, sociale e sanitario […] anche un problema economico, a causa dell'aumento dei costi per il trattamento delle complicazioni mediche precoci o tardive e dell'infertilità.”

A causa della forte decentralizzazione della Bosnia-Erzegovina, le attiviste affermano che l'accesso all'aborto avviene in modo disomogeneo nel paese. Non è raro che alcuni ospedali rifiutino di praticare l'aborto per libera scelta o che non siano ben attrezzati per praticarlo. I tassi di aborto in Bosnia-Erzegovina sono alti a causa di una scarsa educazione sessuale. La strategia adottata nel 2019 dalla Repubblica Serba mirava ad aumentare il livello di consapevolezza sui moderni metodi contraccettivi, con l'obiettivo di ridurre gli attuali tassi di aborto. Le donne bosniache sono pienamente consapevoli di un passato che ha sottratto loro con forza la possibilità di decidere sul proprio corpo ed è per questo che, negli ultimi due decenni, le attiviste pro-choice hanno resistito con successo ai tentativi da parte delle istituzioni di indebolire i diritti riproduttivi. La Bosnia-Erzegovina non è estranea alle lotte per i diritti riproduttivi e ai problemi che derivano da un'organizzazione statale decentralizzata.

Il contesto bosniaco presenta somiglianze con gli Stati Uniti per quanto riguarda le sfide nell'applicazione uniforme delle leggi e nell'educazione sui diritti riproduttivi a causa del potere fortemente decentralizzato. La difesa dei diritti riproduttivi è una delle più grandi sfide per i diritti fondamentali, come dimostrato anche dal ribaltamento di Roe v. Wade negli Stati Uniti, una storica sentenza del 1973 grazie alla quale l'aborto è stato legalizzato in 50 stati americani. Essa garantiva la protezione della salute riproduttiva delle donne, abrogando quasi tutti i principali divieti di aborto a livello statale.

Organizzazioni come Medica Zenica, una delle prime cliniche riproduttive bosniache nata nel 1993, hanno fornito assistenza ginecologica alle vittime di stupro di guerra. Le donne bosniache hanno beneficiato anche del sostegno di organizzazioni per i diritti riproduttivi, come l'UNFPA, con sede nel paese dal 1995. Dal 2019, l'organizzazione ha contribuito a sviluppare risorse per la salute riproduttiva delle donne nelle comunità rurali a rischio.

Mappa amministrativa della Bosnia-Erzegovina

Ostacoli all'Accesso all'Aborto in Europa e Oltre

Se l'accesso all'aborto è un diritto sancito in gran parte d'Europa, la realtà della sua applicazione presenta notevoli disparità e ostacoli. Nel nostro continente oltre il 95% delle donne vive in Paesi che consentono un certo accesso all'interruzione di gravidanza. Un'analisi della legislazione in tutto il continente mostra però che l'aborto ha ancora diversi limiti, che vanno da ostacoli legali alla mancanza di medici disposti a praticarlo. "Vivere in Europa significa partecipare alla lotteria dell'aborto," afferma Megan Clement, redattrice della newsletter femminista Impact. "L'accesso all'aborto è estremamente frammentario e c'è pochissima congruenza tra i Paesi o anche all'interno dei Paesi."

La Polonia è la nazione che ha più recentemente introdotto delle nuove restrizioni e consentito la pratica solo alle donne che hanno subito abusi sessuali o che sono in pericolo di vita, ma per nessun'altra ragione. Ma l'accesso al diritto all'aborto, anche quando è sancito dalla legge, ha comunque dei limiti oggettivi in diversi Paesi, limiti criticati dalle associazioni in difesa delle donne.

Uno degli ostacoli all'aborto, anche quando legale, sarebbe il periodo obbligatorio di attesa dopo la richiesta della donna. Sono quattordici i Paesi europei che richiedono un periodo di tempo obbligatorio tra la data in cui viene richiesto l'aborto e quella in cui viene praticato. "Questi periodi di attesa minano l'accesso a cure tempestive e cure tempestive ed economiche e limitano i diritti umani e l'autonomia decisionale. L'Oms specifica che le leggi non dovrebbero imporre ritardi non ritardi non necessari dal punto di vista medico," sostiene il Center for Reproductive Rights, un'organizzazione statunitense di difesa legale globale che cerca di promuovere i diritti riproduttivi. Fondamentale, per assicurare il diritto all'aborto, è che sia poi consentito entro un lasso di tempo ragionevole rispetto al concepimento. In Portogallo ad esempio tranne in casi come stupro, rischio per la vita della madre o una malformazione fetale, l'interruzione di gravidanza è consentita solo fino a 10 settimane dal concepimento, una delle finestre più brevi d'Europa. Ciò significa che, visto che molto spesso i primi sintomi di gravidanza compaiono dopo otto settimane, spesso restano circa 14 giorni a una donna o una coppia per decidere cosa fare. Lasso di tempo che è anche più corto se si pensa che la legge portoghese richiede una consultazione pre-aborto con un medico, un esame di laboratorio e un periodo di riflessione di tre giorni prima dell'intervento. La maggior parte degli altri Paesi europei fissa il limite a 12 settimane, ma alcuni studi suggeriscono che, per molte donne, anche questo tempo non è sufficiente.

Anche la consulenza obbligatoria, prima di poter accedere all'interruzione di gravidanza, è ritenuta dal Center for Reproductive Rights, come uno degli ostacoli non necessari al diritto di aborto se troppo invasiva. Al momento l'obbligo di parlare e ottenere un parere di un esperto prima di decidere se andare avanti con la gravidanza esiste in 13 Paesi europei: Albania, Armenia, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Federazione Russa, Slovacchia e Ungheria. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sconsiglia i periodi di attesa obbligatori e altre barriere politiche all'aborto "non necessarie dal punto di vista medico". Il Center for Reproductive Rights sottolinea anche che in alcuni Paesi, come la Germania e l'Ungheria, le leggi impongono una consulenza esplicitamente finalizzata a influenzare il processo decisionale e ad abbandonare la decisione di porre termine alla gravidanza. "I requisiti obbligatori di consulenza minano i diritti umani e sono particolarmente dannosi quando comportano la fornitura di informazioni parziali."

Un caso a parte, che sta facendo discutere in tutta l'Europa, è quello italiano. Nel nostro Paese esiste il diritto all'obiezione di coscienza, un medico cioè ha il diritto di rifiutarsi di praticare un aborto se va contro le sue convinzioni religiose o etiche. Questo diritto in sé non mina il diritto all'aborto, ma diventa un impedimento quando le strutture sanitarie non assicurano che in ogni presidio ci siano comunque dei medici che lo praticano. "In alcuni Paesi europei l'accesso all'assistenza all'aborto è compromesso dall'incapacità dei governi di affrontare in modo appropriato il rifiuto di singoli medici di fornire assistenza all'aborto per motivi di coscienza o religione." Se l'Italia è uno degli "esempi più lampanti" di obiezione di coscienza in Europa, per Irene Donadio, portavoce della Federazione Internazionale della Genitorialità Pianificata (Ippf), non è l'unico Paese in cui la mancanza di operatori blocca l'accesso all'interruzione di gravidanza. "C'è un problema in Croazia, c'è un grosso problema in Germania, c'è un problema in Spagna. L'Italia è solo uno dei tanti."

Manifestazione per i diritti riproduttivi

Il Caso delle Suore Polacche e la Narrazione Cinematografica

La complessità e la profondità emotiva di queste vicende sono state esplorate anche attraverso il cinema. Il film "Agnus Dei" (titolo francese originale: "Le innocenti") narra una storia analoga, ambientata nella Polonia del 1945. La verginità di alcune suore di clausura viene violata dai soldati russi. Il film non assiste direttamente allo stupro, ma ne scopre le inattese conseguenze attraverso gli occhi sbigottiti di una dottoressa francese, Mathilde (nome storico Madeleine Pauliac 1912-1946), di stanza alla Croce Rossa. La drammaticità della situazione è evidente: "Sette monache sono rimaste incinte!"

Il film non riprende la spinosa questione della liceità della contraccezione preventiva, una questione discussa nei più recenti conflitti in Bosnia-Erzegovina. Le «innocenti» del film non ebbero del resto alcun modo di prepararsi: un’ondata di brutale, criminale maschilismo etnico le travolse. Ma nella pellicola nessuna di loro pensa all’aborto per liberarsi di una gravidanza crudelmente subìta. Il dilemma morale riguarda il modo in cui vivere la gravidanza, il parto e il puerperio, senza trasgredire le rigide regole di segretezza, nascondimento, intangibilità di quei corpi offerti solo a Dio. Che fare? Ignorare l’evento? Nascondere il gonfiore dell’addome? Minimizzare i sintomi? Attendere fatalisticamente la nascita, in nome della provvidenza?

Il film esplora la profonda trasformazione che queste donne subiscono. Che cosa significhi essere suora, madre o medico, non lo si sa in dettaglio, a priori e una volta per tutte, ponendosi fuori dalla storia, congelando i sentimenti e chiudendo gli occhi di fronte agli accadimenti cattivi o agli incontri salvifici, che l’esistenza dischiude. Ogni essere vivente, che non si trasformi nella crescita, è malato, debole, sclerotico. Il film documenta la molteplicità delle potenziali trame biografiche, che custodiamo dentro di noi, come in un giardino segreto, i cui fiori sono perennemente da scoprire. Ci commuovono le metamorfosi, cui assistiamo in Agnus Dei. Come per miracolo una vergine-promessa allatta al seno un infante. Alcune donne sposate, pur trovandosi in condizioni di povertà e fame, accettarono di adottare pargoli privi di genitori. La dottoressa agnostica e politicamente impegnata nella resistenza francese, scavalcando gli ordini ricevuti e superando barriere ideologiche, scopre la somiglianza della propria vocazione rispetto a quella claustrale, riuscendo a conquistare la stima delle suore. Queste ultime la riconoscono e l’abbracciano felici come un’amica, a cui si può persino confidare l’incredulità per l’apparente latitanza di Dio, il quotidiano piacere della preghiera, l’irresistibile stupore per la nascita.

La macchina da presa stringe sui volti e li accosta fra loro, alternando gli antichi canti gregoriani agli appassionati balli dell’esercito, ai lamenti sommessi dei feriti e alle urla del travaglio. La fotografia è una lotta contro il freddo, è la ricerca di una luce delicata e suadente sotto un buio incombente. La colonna di suoni e rumori si inscrive nella muta bellezza della brughiera e dei boschi innevati, bianchi e neri come l’abito delle religiose. Anche le monache, caste nonostante tutto, sono la terra, le zolle, il grembo, da cui proviene ogni nato di donna. Ci sono due Chiese nel film. La badessa è ossessivamente preoccupata del decoro, delle leggi monastiche, della pudicizia. La seconda Chiesa è fotografata, nel finale della pellicola, come una parabola del Regno: una festosa comunità di suore, che tengono sulle ginocchia bambini chiassosi e vitali, e che godono del banchetto cui tutti, laici e religiosi, sono invitati. Il cinema, con la sua potenza evocativa, "fa nascere pensieri, ti espone alle doglie di emozioni impreviste, ti tocca, urta, ferisce, sutura, ricamando abiti mentali nuovi, scambiando le tue vesti con quelle dei personaggi."

Scena dal film

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