Battaglie Politiche sull'Aborto in Italia: Un Diritto Conteso tra Legge, Prassi e Ideologie

In Italia, quando si parla di aborto, spesso scattano le tifoserie, come in un derby. Questo tema, profondamente radicato nella società e nella cultura, si anima tra opposti schieramenti ideologici e slogan. Da quarantasette anni la legge 194 del 1978 disciplina in Italia il diritto di accesso all'aborto, rappresentando un punto fermo per molti. C'è chi afferma che questa legge “non si deve toccare” perché è il massimo ottenibile, mentre altri la vorrebbero stravolgere. Vi è poi una corrente di pensiero che dichiara senza mezzi termini che l’aborto è un "omicidio" e che è "aberrante" anche solo parlare di diritto. Questa polarizzazione riflette una battaglia politica e culturale che continua a evolversi, toccando aspetti legali, sanitari, sociali e morali, con ripercussioni significative sulla vita delle donne e sul sistema sanitario nazionale. Comprendere la complessità di questa discussione significa analizzare la legge nella sua applicazione pratica, le sfide che emergono sul territorio, le diverse posizioni politiche e le influenze del contesto internazionale, ripercorrendo al contempo la storia di questo diritto per meglio afferrare le poste in gioco del presente.

La Legge 194/1978: Un Diritto Conquistato e la Sua Applicazione

La legge 194 del 1978, nel suo quadro normativo, ha rappresentato un clamoroso cambiamento culturale in Italia, introducendo una rivoluzione in tema di sessualità e di libertà di scelta. La sua ottenimento, all'epoca, giunse dopo anni di intense battaglie femministe e complessi compromessi politici. Ancora oggi, la legge consente alla donna di poter ricorrere all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) entro i 90 giorni di gestazione. La normativa prevede diverse modalità per la pratica dell'aborto: può essere praticato per via chirurgica, generalmente in day hospital, o per via farmacologica, un metodo considerato meno invasivo, attuabile in ambulatorio o in day hospital. Tuttavia, questa descrizione, seppur precisa sulla carta e in estrema sintesi, non rispecchia pienamente la realtà della sua applicazione, che si rivela ben più complessa.

La storia dell'aborto rivela che il suo diritto non è mai stato acquisito una volta per tutte, ma è sempre oggetto di conflitti e può essere vittima di clamorosi arretramenti, come dimostrato nel corso del XXI secolo. Fino agli anni sessanta, il clima in Italia era caratterizzato da una scontata immoralità dell'aborto volontario, considerato reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni sia per l'esecutore che per la donna stessa. Con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti, la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata. I Radicali, con la loro campagna referendaria, sollevarono l'onda antiproibizionista nel Paese. Nel 1975, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino si autodenunciarono alle autorità di polizia per aver praticato aborti, venendo arrestati. Il 5 febbraio, una delegazione che includeva Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentò alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo di numerosi articoli del codice penale relativi ai reati d'aborto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 fu fissato il giorno per la consultazione referendaria, la quale però non ebbe seguito per lo scioglimento delle Camere. Intanto, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, la Corte Costituzionale aveva già consentito il ricorso all’IVG per motivi gravi, motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto. Questa sentenza evocava il conflitto madre/concepito, riconoscendo che l'interesse costituzionalmente protetto del concepito entrava in collisione con altri beni tutelati dalla Costituzione, come la salute della madre, che meritava adeguata protezione. Con queste riflessioni, la Corte incardinava il diritto alla salute previsto dall'articolo 32 della Costituzione come fondamento della legislazione. Finalmente, nel 1978, arrivò la legge 194. Il 22 maggio 1978, con l’approvazione della legge 194, veniva riconosciuto l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Questa fu una conquista ottenuta grazie alle lotte femministe, alle disobbedienze civili e alle mobilitazioni pubbliche che avevano finalmente restituito autonoma dignità ai corpi e alle voci di migliaia di donne.

La legge 194, con l’articolo 15, prevede «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Tuttavia, l'applicazione di questa parte della legge ha avuto un percorso accidentato. L'Associazione Coscioni denuncia che, a distanza di cinque anni, sono solo due le regioni, Lazio ed Emilia-Romagna, che applicano la circolare ministeriale del 2020 che prevede l'aborto farmacologico in ambulatorio o in consultorio. In questi casi si utilizzano due farmaci: il mifepristone, più noto come RU486, e una prostaglandina, il misoprostolo, con la possibilità per la donna di prendere la seconda compressa a casa.

Timeline della Legge 194 e delle sue modifiche chiave

Secondo la relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 194 in Italia, nel 2020 vi sono state 66.413 interruzioni volontarie di gravidanza, con una riduzione del 9,3% rispetto al 2019. Nonostante questo dato indichi una diminuzione degli interventi, la bioeticista Chiara Lalli dell'associazione Luca Coscioni, sottolinea che per avere un quadro più chiaro dell'applicazione della legge "servirebbero dati aperti ed aggiornati che riguardino le singole strutture sanitarie e non solo la media regionale". Lalli aggiunge che non bastano neanche i numeri riguardanti i ginecologi obiettori di coscienza "a dire se in una determinata Regione l'aborto funzioni o meno, perché dipende - in positivo o in negativo - da un'altra serie di dati variabili di cui non siamo bene a conoscenza". La bioeticista prosegue affermando che bisogna smettere di trattare l'aborto "solo come un dilemma morale. Chiaramente il tema ha un profilo morale, ma l'interruzione volontaria di gravidanza è prima di tutto un servizio medico". Ciò che è certo è che in Italia, che "non è solo quella delle grandi città, un servizio medico protetto dal diritto alla salute quale è l'aborto diventa una caccia al tesoro". Sulla cronaca balzano casi che fanno clamore, "poi il tema muore lì, abbandonato", fa notare Lalli. La domanda che la stessa Lalli pone è: "C'è mai stata l'intenzione politica di applicare la legge 194 e di migliorarla, visto che è del 1978? Non lo hanno fatto neanche i governi di centrosinistra". Il problema risiede anche nel fatto che "la legge del 194 non è mai stata bene applicata in tutte le sue parti, soprattutto dove si prevede la formazione del personale sanitario sull'aborto, che si fa poco e male". A titolo di esempio, a Roma tre scuole di specializzazione su quattro non hanno un punto IVG.

L'Ostacolo dell'Obiezione di Coscienza e le Disparità Territoriali

Uno degli aspetti più controversi e dibattuti dell'applicazione della legge 194 è la possibilità per un medico di avvalersi dell’obiezione di coscienza. Questa facoltà, pur tutelata dalla legge stessa, ha generato significative difficoltà nell'accesso all'IVG su gran parte del territorio nazionale. Secondo l’ultima Relazione del Ministro della Salute, gli obiettori sono il 64,6% a livello nazionale. Questa percentuale, tuttavia, varia enormemente da regione a regione, creando una situazione a "macchia di leopardo" nell'offerta del servizio. Si passa dall’84% della provincia autonoma di Bolzano al 25% della Val D’Aosta. Altre regioni con oltre l’80% di obiettori includono Abruzzo, Molise, Basilicata e Sicilia, mentre Umbria, Marche, Campania e Puglia superano il 70%.

Per le autorità italiane, ufficialmente, l’elevato tasso di obiezione non è considerato un problema. Da oltre quarant’anni, il Ministero della Salute, nelle sue analisi annuali dei dati, conclude puntualmente che l'alto tasso di obiezione non pregiudica l’applicazione della legge 194. Tuttavia, istituzioni super partes sono giunte a conclusioni diverse, mettendo in discussione questa interpretazione. In due diverse occasioni, nel 2014 e nel 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali, un ente del Consiglio d’Europa, ha stabilito che l’Italia viola i trattati internazionali. Il motivo di questa violazione risiede nel fatto che il Paese non garantisce il diritto all’assistenza sanitaria per quanto riguarda l’aborto, dato che il servizio è di fatto limitato dalla presenza di un numero troppo alto di medici e personale sanitario obiettore. In modo analogo, anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2017 ha criticato le difficoltà riscontrate per sottoporsi alle IVG legali in Italia, attribuendole alla diffusione dell’obiezione di coscienza, specialmente in alcune zone del Paese.

Mappa dell'Italia con le percentuali di obiettori di coscienza per regione

Le conseguenze di questa situazione sono state scientificamente documentate. Uno studio condotto dalla professoressa Letizia Mencarini, una demografa dell’Università Bocconi di Milano, conferma le difficoltà per le donne che devono abortire in Italia, soprattutto nelle zone ad alto tasso di obiettori tra ginecologi e altro personale ospedaliero. Mencarini e i suoi coautori, Tommaso Autorino e Francesco Mattioli, hanno analizzato un milione di IVG praticate tra il 2002 e il 2016. Hanno messo in relazione questi dati con il tasso di obiezione nella provincia di residenza, il numero di IVG effettuate lontano dalla provincia di residenza e i tempi di attesa. I risultati hanno mostrato una chiara correlazione: più è alta l’obiezione di coscienza, più le donne si spostano fuori provincia e fuori regione e più lunghi sono i tempi di attesa per abortire. Questa mobilità forzata è maggiore di quella che si riscontra per altri tipi di assistenza sanitaria e persiste nonostante il tasso di aborto in Italia sia molto basso rispetto agli altri Paesi europei e in diminuzione sia tra le donne italiane che straniere. Va da sé che l’obbligo di spostarsi per accedere a un servizio sanitario è particolarmente gravoso soprattutto per le donne più povere, che spesso non hanno le risorse economiche o la libertà di mobilità per raggiungere nosocomi extraregionali.

La professoressa Mencarini illustra la disparità con esempi concreti: «In Emilia Romagna, dove i ginecologi obiettori sono il 45%, il 90% delle IVG viene fatta entro due settimane, mentre solo l’1% ha tempi di attesa più lunghi, oltre le quattro settimane. In Sicilia, dove i medici obiettori sono l’82%, gli interventi in tempi brevi sono solo il 64%, quelli in tempi lenti il 6%». In un tipo di intervento come l'IVG, in cui i tempi sono determinanti - il limite ordinario per l’aborto è di 90 giorni dall’inizio della gravidanza - queste differenze possono fare una grande differenza per la donna. Per decenni, questa situazione è rimasta sostanzialmente invariata, se non per piccole oscillazioni nel tasso di obiezione. Questa persistente precarietà nell'accesso all'aborto non è giustificata solo dalla forza della destra conservatrice, ma è piuttosto l’esito inevitabile di un'ambivalenza che ha segnato la

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