La condizione umana si rivela con spietata chiarezza nei momenti di crisi estrema. Quando il mondo esterno precipita nel caos e la minaccia diventa una costante del quotidiano, le certezze svaniscono, lasciando spazio a una dimensione sospesa tra il terrore e la speranza. In questo scenario, le dinamiche sociali, psicologiche e relazionali subiscono mutazioni profonde, spingendo gli individui a riscoprire, spesso in modo inaspettato, il valore dei gesti più semplici e la potenza rigeneratrice dell'affetto.

L'impotenza appresa: la psicologia nei bunker
L'essere umano è capace di male e capace di bene. Il concetto di "impotenza appresa" emerge prepotentemente quando ci si ritrova a correre nel rifugio per la terza volta nella stessa notte. Questo termine, studiato durante la triennale in psicologia, descrive una condizione sperimentata in passato su cavie animali: ricevendo scosse arbitrarie, i soggetti imparavano che non esisteva correlazione tra i loro tentativi di scappare e le conseguenze. Pian piano subentrava l'apatia, una forma di depressione dettata dalla consapevolezza che l'azione individuale è vana rispetto a una forza esterna incontrollabile.
Oggi, nel contesto di una vita scandita dagli allarmi, questo meccanismo psicologico si traduce in un automatismo necessario. Nel rifugio si riuniscono tutti i vicini: un palazzo di quattro piani, due appartamenti per piano, in totale otto famiglie. Mentre in passato, durante gli allarmi precedenti, nel rifugio volavano barzellette, adesso tutti tacciono, raccolti in se stessi. Bisogna abbandonarsi, per non dire arrendersi, all’incertezza. E aggrapparsi a quanto resta di certo.
Il dualismo filosofico: Hobbes, Locke e il caos moderno
Le vicende umane sollevano eterni interrogativi sul dibattito tra i filosofi inglesi Thomas Hobbes e John Locke sulla natura dell’essere umano. L’uomo è cattivo per natura, sostiene Hobbes. L’uomo è buono per natura, sostiene Locke. L’essere umano è capace di male ed è capace di bene, penso adesso. L’essere umano è capace di produrre bombe atomiche, di massacrare chi partecipa a un festival di musica e di bombardare Gaza fino a raderla al suolo. E l’essere umano è capace di innamorarsi pazzamente, di suonare flamenco come Paco de Lucía, di costruire castelli di sabbia.
La scelta, in fin dei conti, è nelle nostre mani. La guerra agisce come un acceleratore di particelle, spingendo l'individuo a chiedersi con la massima intensità come vuole vivere il resto della sua vita. In questo caos, dove sui siti di notizie si vedono edifici distrutti e il nostro potrebbe essere tra quelli, la vita diventa improvvisamente cara.

Il miracolo dell'amore in tempo di guerra
È in questo scenario che il miracolo dell'amore si manifesta con una forza inaspettata. Durante quest’ultimo anno, altri amori sono sbocciati dalle ceneri e dalla polvere. Altre persone si sono baciate per la prima volta mentre sopra le loro teste volavano missili. La guerra spinge a fare bilanci drastici: mi ha spinto a separarmi dalla mia compagna e ha spinto lei a separarsi dal suo compagno. Poi ci siamo alzati dalle macerie delle nostre vite e ci siamo trovati. E abbiamo visto che era cosa buona. Abbiamo visto che era incredibilmente buona.
Ci siamo stretti l’uno all’altra, emozionati: era il primo momento di crisi che vivevamo insieme come coppia, un momento in cui si scriveva un capitolo importante, drammatico, della nostra breve storia. "Muoviti", mi ha sollecitato vedendo che mi attardavo mentre dovevamo scendere nel rifugio, "finalmente ci siamo trovati, possiamo perderci così?". Sì, anche questo succede in tempo di guerra.
Resilienza è resistenza, la risposta delle comunità alle crisi di sistema
La ninna nanna come atto di pace
In mezzo al fragore della guerra, il rifugio si trasforma in un teatro di vita quotidiana compressa. Nel rifugio nel frattempo hanno aggiunto altre sedie. Qualcuno ha portato una damiera, un altro una tavoletta di cioccolato che passa in giro. I bambini e i ragazzi si siedono o sdraiano sui materassi stesi a terra in attesa dell’annuncio che si può uscire. C'è una bellissima neonata che piange senza sosta, mentre la neomamma è esausta come solo le neomamme possono essere e il marito è sprofondato nel cellulare.
"Posso tenerla un attimo?", si offre la mia figlia maggiore. Lavora in un asilo nido, aggiunge quando vede che la madre esita, ha esperienza. La bambina passa a mia figlia, che la culla e le canta - per me è una sorpresa - la ninna nanna che le cantavo io quand’era piccina. Nessuna delle due sa che in realtà è una canzone della mia tifoseria a cui ho cambiato le parole. Il pianto della bambina si calma. Poi si calma di più. E alla fine cessa. L’essere umano è capace di bene.
La gestione domestica come ancora di salvezza
Oltre al rifugio, c'è la gestione della quotidianità con le figlie. Ecco un’altra isola di certezza nel mezzo del caos: saranno affamate. Bisogna mettersi in fila al supermercato e riempire il frico prima che arrivino. Bisogna preparare un buon pranzo e una lauta cena. A volte anche uno spuntino per la mezzanotte. E mentre si va al rifugio, alle quattro del mattino, bisogna passare dalla camera della maggiore, che per quanto forte risuonino le allerte e gli allarmi continua a dormire come un sasso.
Questa routine, fatta di spesa, cucina e premure, rappresenta il tentativo di mantenere una parvenza di normalità in un contesto dove non si sa nemmeno quando arriverà il prossimo allarme. Ci possono volere dieci minuti e ci possono volere diverse ore. Non si sa. Ma la cura del prossimo, che sia la figlia che dorme, il partner che ti tiene la mano o la neonata che smette di piangere grazie a una ninna nanna improvvisata, rimane l'affermazione più forte della dignità umana contro l'oscurità del conflitto.

Verso una comprensione collettiva del bene
La riflessione sulla natura umana non può prescindere dall'esperienza vissuta. Se l'impotenza appresa è il rischio costante, la risposta risiede nella capacità di creare, di amare e di prendersi cura. Le barzellette che un tempo venivano raccontate nel rifugio e che ora lasciano spazio al silenzio sono state sostituite da azioni più silenziose ma altrettanto potenti: il cullare un bebè, il preparare un pasto, il tenere una mano stretta nel buio del bunker.
Questi gesti non sono casuali, ma una scelta consapevole. La capacità dell'essere umano di trascendere la distruzione per cercare, o costruire, il bene è l'antidoto alla rassegnazione. Nonostante i telegiornali non ne parlino e i commentatori non diano risposte alla domanda del "perché proprio adesso", la realtà dei fatti dimostra che, anche nelle condizioni più avverse, la vita trova lo spazio per fiorire, ricordandoci che, tra ceneri e polvere, siamo sempre in grado di scegliere da che parte stare.