La Barca Che Culla nel Mare: Un Viaggio Tra Arte, Avventura e Tradizione

L'immagine di una "barca che culla nel mare" evoca immediatamente un senso di tranquillità, di movimento gentile e di profonda connessione con l'elemento acquatico. Questa espressione, così suggestiva, trova le sue radici anche nella semplicità dei giochi enigmistici, dove la soluzione alla definizione «Le culla il mare» è, non a caso, «BARCHE». La parola "culla", d'altronde, possiede una ricchezza semantica che va ben oltre il suo significato letterale di giaciglio per neonati, estendendosi a contesti metaforici che indicano l'origine o il luogo di sviluppo di qualcosa. Ad esempio, una “culla” di antiche civiltà è stata l’ampia zona del Medio Oriente, nota come mezzaluna fertile, diversi secoli prima della nascita di Cristo. Oppure, la lingua provenzale fu la culla del provenzale, la prima lingua “volgare” derivata dal latino ad essere impiegata in testi letterari, venendo presa a modello da molti. Tuttavia, è nel suo legame diretto con il mare e le imbarcazioni che il concetto si manifesta con una poesia particolare.

Le barche, oggetti di ingegno e di necessità fin dall'alba dei tempi, sono state definite in molteplici modi: Possono andare anche a remi, Vanno con i remi, o Si possono tirare in secco. Ma è la loro intrinseca relazione con l'acqua, il loro modo di adattarsi al suo moto, che le rende le perfette "culle" in balia delle onde, siano esse dolci o impetuose. Questo legame tra imbarcazione e accoglienza, tra artigianato e l'idea di un nido galleggiante, ha ispirato diverse forme d'arte e di espressione.

Le "Culle-Barca": L'Arte Nautica di Giacinto Elefante

La passione e l’originalità, la fantasia e la manualità, l’amore per le barche e per le costruzioni in legno sono le qualità che contraddistinguono il brindisino Giacinto Elefante, un artigiano-artista specializzato nella creazione delle culle-barca. Le sue ‘navicelle’ sono vere e proprie piccole imbarcazioni realizzate in scala su progetti originali, uniche nel loro genere perché costruite a mano una ad una. Disponibili in una serie quasi infinita di modelli, vengono rifinite con vernici ad acqua per garantirne l’atossicità per i neonati che saranno ospitati al loro interno.

Giacinto Elefante, ingegnere meccanico classe 1957, pugliese autoctono di S. Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, e professore di Fisica presso un istituto superiore, incarna perfettamente la fusione tra rigore scientifico e creatività artistica. La passione per il mare e soprattutto per le imbarcazioni, forse, è un gene che ci si porta dentro dalla nascita. Poco importa quale sia la strada che spesso la vita ci costringe a prendere, prima o poi questa passione esplode e si manifesta in mille modi diversi. A volte quello che si riesce a realizzare ha dell’incredibile. Non necessariamente l’opera nata dalla mente dell’appassionato del mare, o meglio dell’artista del mare, deve essere titanica. Quello che conta è che contenga l’essenza dell’arte marinaresca, che rispecchi ciò che l’uomo nei secoli ha ideato e perfezionato. Questo è lo spirito che anima Giacinto.

Sostenitore del concetto che tutti noi siamo autori e attori di un certo decadentismo storico, cerca di trasferire su chi lo circonda la voglia di imparare e la volontà di mettersi sempre in gioco attraverso continue sfide con se stessi. Dopo la maturità scientifica si laurea in ingegneria meccanica all’Università degli Studi di Bari. Combattuto tra l’ambita libera professione e un’irrinunciabile offerta di lavoro nel petrolchimico di Brindisi, che all’epoca era fiore all’occhiello del gruppo Montedison, si lascia poi tentare dall’offerta di un’azienda meccanica più consona al suo percorso di studi. Un ingegnere meccanico che vive con il mare sa apprezzare l’ingegno nautico, frutto della millenaria tradizione italiana e comprenderne la scienza ingegneristica.

È così che Giacinto viene contagiato dalla febbre della vela e della costruzione, malattia che si è ormai cronicizzata. I suoi interessi lo portano a ricercare dei piani di costruzione per realizzare un’imbarcazione in autonomia. Impresa ardua e piena di imprevedibili problematiche, ma, come sostiene, volere è potere. Così decide di destinare il suo garage a laboratorio operativo per la costruzione di un dinghy. E per poterlo realizzare si avvale dell’esperienza di Iain Oughtred della Australiana Oughtred Boats, specializzata nella progettazione di piccole imbarcazioni di ogni tipo e forma, con o senza vele. Acquista i piani di costruzione e comincia a costruire il suo dinghy di 12 piedi di lunghezza, per 4 piedi circa di baglio, a fasciame sovrapposto in compensato marino okoumè e mogano.

Giacinto è un profondo conoscitore delle essenze lignee, ne studia le fibre per poter realizzare tutte le sue opere d’ingegno, ne apprezza le sfumature cromatiche che talvolta esalta con le vernici trasparenti ed ha imparato a godere dei profumi diversi che il legno sprigiona, soprattutto durante il taglio. Sostiene che ogni legno possieda un’anima ed una personalità. Ora trascorre gran parte del tempo libero all’attività di costruzione realizzando con metodo tradizionale imbarcazioni a vela al di sotto dei 4 metri di lunghezza, canoe, anche con armo tipo vela latina.

Ma ad un certo punto il gene del mare dentro di lui, non ancora pienamente soddisfatto delle opere realizzate fino a quel momento, si mette in fermento e comincia a partorire idee per utilizzare anche i ritagli del materiale impiegato per creare le sue imbarcazioni. Proprio con questi avanzi inizia a dar vita a deliziosi complementi d’arredo, che lui ama definire “navicelle”; ma l’idea più originale sarà sicuramente la realizzazione delle “culle-barca”. Sono oggetti molto particolari che, in una forma ridotta e semplificata, presentano problematiche e soluzioni simili a quelle delle barche vere e proprie, oltre ad offrire una serie infinita di possibilità estetiche e decorative. Sono quindi delle piccole imbarcazioni, realizzate in scala sui progetti originali. Le fogge delle varie culle sono davvero diversificate, mentre la lunghezza varia tra i 110-120 centimetri e la larghezza intorno ai 60 centimetri.

Giacinto in realtà è un abile falegname nautico con una decisa vena artistica, sebbene lui stesso si ritenga con genuina modestia, non più che un dilettante. Non ama lavorare su commissione né produrre in serie: lui arriva nel suo laboratorio, ormai questo locale ha perso la connotazione di garage, e facendosi spazio tra legname, tagli di lavorazione, attrezzi, attrezzature e piani di lavoro, raggiunge il suo sgabello-pensatoio e con il panorama dei materiali che ha sott’occhio decide di iniziare. Come tutti gli artisti, nei meandri della sua fervida mente ha già progettato e realizzato ciò che andrà a fare.

Culla-barca artistica

Tra le deliziose realizzazioni di culle, troviamo una simpaticissima “Tug boat” che sembra uscita da un cartone animato: il rimorchiatore di Topolino. È un progetto americano, molto ben fatto, i cui piani sono stati ridotti al 45%. Molto simpatica e allegra anche come oggetto d’arredo senza i supporti a dondolo e posizionata su un sostegno. La timoniera è amovibile. Come culla può essere utilizzata sino a circa un anno di età.

Un altro modello è la culla costruita su piani americani, che ricalca le linee classiche degli skiff a remi, piccolo natante di origine australiana caratterizzato da un pescaggio minimo e dalle linee d’acqua allungate che permettono di sviluppare grandi velocità, una volta usato come imbarcazione di servizio nei mercantili e oggi, nel modello con vela, usato per regattare. Il termine skiff deriva dall’inglese medio skif, lingua parlata tra il periodo normanno e il tardo rinascimento e lingua d’oil, medioevale del nord della Francia che a sua volta deriva dall’italiano shifo di origine tedesca. Il più tipico Schifo italiano era un’imbarcazione a vela usata per la pesca. In Sicilia, nel Trapanese, era denominato schifazzo un tre alberi a vela latina con il trinchetto inclinato e vela maestra triangolare. Giacinto realizza questa bellissima culla con fasciame sovrapposto in compensato di okoumè da 4 millimetri, ha tre fasce per lato e fondo piatto; gli elementi strutturali sono in mogano, la prua esterna in mogano laminato, le viti alle estremità del fasciame in ottone. A dondolo, con supporti in okoumè, può essere utilizzata come culla o per riporre oggetti vari. Semplice ma di effetto.

Lo “scafo” di un altro modello è uguale al precedente nelle forme e nelle dimensioni, la fascia superiore è però interamente in mogano, più scuro dell’okoumè, per creare il contrasto cromatico. Come si vede nei particolari, le sovrapposizioni sono arricchite da due file di chiodi di rame ribattuti dall’interno su rondelle a coppa, anch’esse in rame, come in uso in passato nelle costruzioni nordiche. La culla è ora appesa, mediante paranchi regolabili a poppa e a prua, a due sostegni di 120 centimetri di altezza. Le due cimette da 6 millimetri consentono di regolare la posizione della culla e sono fissate a gallocce in mogano.

Pur conservando l’esecuzione a fasciame sovrapposto simile alle precedenti, un modello presenta la doppia punta tipica delle canoe. Le dimensioni rimangono sostanzialmente invariate. Oltre alla piacevole combinazione cromatica del mogano Sapelli, generalmente più scuro, con l’okumè, il bianco sabbia si è rivelato il colore che meglio si accosta al legno naturale (rimanendo in tema di barche, naturalmente), esaltandone la tonalità e conferendo eleganza all’oggetto, pur conservandone l’aspetto semplice e sobrio. Giacinto Elefante ha chiamato questo modello “Prima”, in quanto assomiglia molto nelle linee al primo esemplare costruito. Rappresenta infatti, più che altro, uno studio su accostamenti cromatici e alcuni particolari, quali il pagliolato ed il bordo superiore interno discontinuo, come in uso su alcune canoe. Questa soluzione consente di aumentare la rigidezza trasversale e rendere più consistenti i lati senza l’uso di elementi di irrigidimento. Questo modello, più semplice, ha un’unica fascia per lato, il fondo piatto e un pagliolato aggiuntivo in fasce di abete douglas. Leggermente più piccola delle precedenti, ma più alta da terra, circa 58 cm, presenta il profilo di alcuni delfini ricavati nei supporti a dondolo.

La Culla Navale nel Presepe: Un'Espressione Artistica Globale

L'idea di una barca come culla, in un contesto forse meno legato alla nautica tradizionale ma ugualmente evocativo, trova espressione anche in un'altra affascinante forma d'arte. Come si è arrivati a esprimere questa idea costruendo barche a lettino? Dopo un’esposizione di modellini di barche costruiti con legni alla deriva qualche anno fa, i due organizzatori della mostra annuale dei presepi di Doberlug-Kirchhain hanno chiesto a un artista di realizzare una barca da presepe. All’epoca non sapeva cosa fosse. Gli diedero il testo della nota canzone dell’Avvento “Es kommt ein Schiff geladen” e glielo spiegarono. Poi ha costruito una barca per il presepe con del legname danese. Anche alla gente del luogo, lontana dalla costa, è piaciuta. Così ha continuato a costruire presepi.

Per la costruzione delle barche, l'artista utilizza materiali naturali, vari tipi di carta, metallo e plastica. Ha persino fatto fondere in bronzo una culla. Tutto ciò che gli viene in mente e con cui può lavorare. A chi gli chiede se sta progettando anche un veliero, o se uno è il suo hobby e l’altro la sua arte, risponde che in realtà ha grandi modellini di barche a vela dai due ai tre metri in su che fa navigare. Ha anche avuto una barca a forma di culla che galleggiava nel lavabo, ma all’esterno si ribalterebbero immediatamente senza una chiglia. Sono più che altro una decorazione. Attualmente è impegnato in un tour espositivo. Ha già costruito più di 35 lettini di diverse dimensioni e con una grande varietà di materiali. Ha trascorso una settimana con 20 di loro a Stralsund alla fine di novembre, poi poco meno di una settimana nella chiesa dei marittimi di Prerow e infine è stato nella Ludgeruskirche di Norderney il terzo fine settimana di Avvento. È stato lì tutto il tempo per parlare con i visitatori e rispondere alle domande.

Culla-barca di Presepe in esposizione

Come funziona la costruzione di una barca a lettino? In sostanza, si parte da un’idea per il materiale. Un anno, ad esempio, ha avuto l’idea di costruire una barca a culla con l’ambra. Così è andato alla manifattura dell’ambra di Ribnitz, dove ha osservato il materiale e ha comprato un chilo di pietre grandi come lenticchie. Le ha poi pressate su un tessuto di vetro in resina epossidica per creare la culla d’ambra. Un’altra esperienza creativa è stata la realizzazione di una culla in ceramica. È stato l’anno scorso, quando ha esposto in un laboratorio di ceramica a Rügen per il weekend “Kunst :Offen”. Gli è venuta l’idea di realizzare una barca. Così ha ritagliato i pezzi dall’argilla bagnata, li hanno messi insieme e il vasaio li ha smaltati e cotti.

Navigare l'Oceano: La Barca Come Culla in un Viaggio Epico

Il concetto di "barca che culla nel mare" assume una dimensione profondamente esperienziale in un contesto di lunga navigazione. Il 5 gennaio, esattamente un anno fa, si è conclusa una traversata Atlantica in barca a vela, da Roma a Martinica. Questo viaggio ha offerto una prospettiva unica sulle condizioni in mare e le emozioni provate lungo il percorso.

Alberto, un amico ed esperto comandante nonostante la sua giovane età, era stato ingaggiato per trasferire una barca a vela a Martinica, dove sarebbe rimasta per l’intera stagione estiva ai Caraibi. La barca con cui è stato attraversato l’Oceano Atlantico è un Beneteau Oceanis 60 del 2018. Una barca a vela di 18 metri, molto recente e performante, con tre cabine matrimoniali, tre bagni, una cabina marinaio (usata solo come cala vele e ripostiglio) e dotata di tutti i comfort che una moderna barca a vela può avere: generatore elettrico, dissalatore, splitter a inverter in ogni cabina per aria condizionata in estate e aria calda in inverno, lavasciuga, ecc. Ciò nonostante, per attraversare un oceano i soli comfort non sono sufficienti. Ad ogni modo, l’esperienza che si stava per condividere insieme ai compagni di viaggio era lì, concreta, e stava per iniziare. L’emozione di percorrere per l’ultima volta quella banchina che nei giorni precedenti era stata percorsa centinaia di volte era incredibile. Il sogno stava per iniziare.

SCAPPIAMO DA UN URAGANO CON ONDA DI 13 METRI Traversata Oceanica Ep 4/6

Da qui inizia il racconto della traversata Atlantica in barca a vela: un viaggio da Roma a Martinica durato 56 giorni. Le cose da dire su un viaggio del genere sono tante, e non ci stanno tutte in un solo articolo. Si è partiti per la traversata Atlantica da Fiumicino il 10 novembre, ma prima di arrivare nell’Oceano Atlantico si dovevano raggiungere e oltrepassare le Colonne d’Ercole, l’inizio - o la fine - del Mar Mediterraneo. Verrebbe strano a pensarlo, ma la navigazione nel Mediterraneo è stata molto più impegnativa della navigazione in pieno Oceano Atlantico. A terra a salutare l'equipaggio c'erano la compagna Alice, parenti e amici. L'equipaggio era composto da Alberto, il comandante; Flavia, la compagna di Alberto, anche lei lavora nel charter, ma non aveva mai fatto una traversata Atlantica; Marco, amico e armatore della barca gemella di Mina Vagante 2, non aveva tantissima esperienza, ma aveva tanta voglia di fare e di imparare; Claudio, il guru dell'equipaggio, armatore di un bellissimo Este 39 e regatante da una vita, era alla sua seconda traversata Atlantica; Giuliano, amico di Alberto, giramondo di professione e amante del mare e della vela. Se nominavi un qualsiasi posto sulla Terra lui sicuramente ci era già stato!

Mollate le cime e salutati tutti a terra, Alberto ha girato la barca puntando verso la foce del Tevere. Prima di uscire in mare aperto ci si è fermati al bunkeraggio di Porto Romano, sulla sponda destra del fiume. Il cielo era coperto da dense nuvole e c’era qualche raffica di vento. Mentre si faceva il pieno di gasolio ci si è vestiti con giacca e pantaloni della cerata, mentre tutti gli altri prendevano in giro per l’eccesso di prudenza. Una volta fuori dai fanali di Fiumara si era finalmente liberi di iniziare il tanto sognato viaggio, niente avrebbe più trattenuto a terra.

Si sono issati randa e genoa e, non appena le vele erano a riva, è arrivato un groppo (salto di vento improvviso e repentino) con 40 nodi. Il mare si è agitato subito e in pochi minuti si avevano due metri di onda che spazzavano la coperta. A causa del forte vento la pioggia era praticamente orizzontale e neppure il pozzetto poteva offrire riparo. Si è avvolto il genoa e si sono date due mani alla randa. Ci si è avvicinati ad Alberto dicendogli che se voleva rientrare per loro non c’erano problemi. La sua risposta secca è stata: “Ma che sei matto!". Con la barca in assetto, si è dato il cambio a Marco al timone. Come tutti gli altri era zuppo fradicio. Dopo 15-20 minuti il groppo è passato e il vento si è stabilizzato. Si aveva una bella andatura al traverso/bolina larga ed eravamo in rotta. Quando l’onda è diminuita Alberto è andato a prua a controllare l’attrezzatura. Si è accorto che si era sfilato un bullone del rollafiocco e che si doveva assolutamente sistemarlo, altrimenti non si sarebbe potuto usare il genoa. Si è deciso di fare uno stop tecnico a Cannigione (nord della Sardegna) per riparare il rollafiocco. Il pomeriggio successivo, al tramonto, ha abboccato il primo bel tonnetto. Era già buio quando si è dato fondo all’ancora di fronte al porto di Cannigione. Appena sistemato l’ancoraggio, si è riparato il rollafiocco con mezzi di fortuna. Poi, per cena, si è inaugurato il barbecue Weber con il bel pesciotto.

Iniziava il temuto Golfo del Leone. Inizialmente il cielo azzurro era intervallato da nubi sparse qua e là, alcune con grandi rovesci di pioggia. I due giorni successivi sono passati abbastanza tranquilli: qualche pioggia qua e là, vento sempre a favore e onda accettabile. Chi se lo sarebbe aspettato un passaggio del Golfo del Leone così favorevole in quel periodo dell’anno! Semplicemente fantastico! L’ultima sera si è aspettato di essere riparati da Minorca prima di accendere il barbecue per cucinare una buonissima tagliata appena scottata. Si era tutti seduti in pozzetto, avvolti da buio pesto, freddo e umidità. Ciò nonostante si mangiava tranquilli, con un fustino di vino da 5 litri sul tavolo, assecondando il rollio della barca e controllando di continuo le luci intorno e gli strumenti. Sembrava di mangiare in un’osteria sotto casa! Il giorno successivo, il 14 novembre, si è arrivati a Palma di Maiorca sotto una pioggia battente e in completa assenza di vento. La calma che c’era nel golfo di Palma era surreale. C’è stata anche una modifica nell’equipaggio: purtroppo Giuliano aveva degli impegni di lavoro e ha dovuto salutare.

La sera del 17 novembre si è partiti, con rotta sud-ovest, puntando lo stretto passaggio tra Ibiza e Formentera. L’indomani, vista la bellissima giornata soleggiata, ci si è fermati per pranzo a Cala Saona, Formentera. Un meritato pisolino post pranzo, e si è ripartiti per continuare il viaggio verso la traversata oceanica. Si è puntato verso un incredibile tramonto che si rifletteva sul mare appena increspato, quasi fosse un quadro di Van Gogh. Da lì iniziava il lungo e stretto mare di Alboran, che avrebbe condotto fino alle Colonne di Ercole. Si era pronti a tutto. E infatti il giorno successivo la musica ha iniziato a cambiare: nuvole in cielo, vento e onda in aumento. Sembrava che il mondo intorno dicesse: “Benvenuti nel mare di Alboran!”. Una di quelle notti si sono registrate raffiche a più di 50 nodi, e si sono stimate onde oltre i 4 metri, probabilmente qualcuna ha raggiunto e superato i 5 metri. Ma sai, con le onde è sempre difficile stimare. Con tre mani alla randa e genoa avvolto, si sono registrate velocità con punte a 14 nodi, planando su alcune di queste onde. All’inizio si ha un po’ di timore, ma con il tempo ci si abitua a tutto e si è iniziato a godere quello spettacolo puro. In un momento di relativa calma, Alberto è andato verso prua a controllare l’attrezzatura. E indovina un po’? Si aveva un altro problema: si erano strappati i 6 rivetti che fissavano l’attacco del vang rigido sotto il boma.

Il 20 novembre si è arrivati a Gibilterra. La giornata è stata incredibile. La mattina si è pescata la prima lampuga (o el dorado, come è chiamata in sud America). In tarda mattinata si è avvistata la mitica Rocca di Gibilterra, il promontorio caratteristico che di fatto è l’avamposto e porta di ingresso del Mar Mediterraneo. Nel pomeriggio si è entrati nel Marina di Alcaidesa a La Línea de la Concepción in territorio spagnolo. A Gibilterra si è rimasti più del previsto. Ben 8 giorni, dal pomeriggio del 20 fino alla mattina del 28 novembre. I lavori sulla barca hanno portato via un bel po’ di tempo, ma si è avuto anche modo di godere Gibilterra e di fare una bella escursione sulla Rocca. Terminati i preparativi alla barca e rifocillata la cambusa di bordo, si era pronti per partire e tuffarsi finalmente nell’Oceano Atlantico. Le previsioni davano 10-15 nodi di vento da nord-nord-ovest (praticamente tramontana) che girava più a ovest per effetto dello stretto di Gibilterra. Un vento contrario rispetto alla rotta, ma per lo meno non era prevista tanta onda, né corrente contraria.

Si è usciti dal porto la mattina e con un freddo tagliente (3°C!) ci si è fatti strada a motore tra le tante navi alla fonda nella baia di Gibilterra. Si era così tanto vestiti che sembrava di essere sulle piste da sci piuttosto che su una barca a vela. Più si usciva dalla baia più il vento aumentava, così si sono issate le vele e spento il motore. Di fronte, la costa africana terminava in un lontano orizzonte dove l’azzurro del cielo incontrava il blu del mare. L’uscita dallo stretto di Gibilterra si è trasformata in una bellissima bolina con cielo terso e vento tra i 10 e 15 nodi, come da previsioni. Messe a segno le vele, la barca sbandata con la falchetta in acqua filava veloce e potente verso l’oceano aperto. Subito dopo il tramonto, dopo aver guardato la posizione sugli strumenti, Alberto ha annunciato ufficialmente che si era usciti dal Mar Mediterraneo e che da quel momento si era nell’Oceano Atlantico! Un altro traguardo per la traversata Atlantica era stato raggiunto!

Una delle prime notti si navigava tranquillamente a vela, a circa 60 miglia dalla costa marocchina. In quella zona è risaputo che bisogna tenersi molto distanti dalla costa, perché i pescatori marocchini arrivano fino a 30-40 miglia a largo con dei barchini piccoli per stendere lunghissime reti superficiali, pericolosissime per qualsiasi tipo di barca. A un certo punto, mentre si era di turno insieme a Marco, ci si è visti puntare una torcia da prua. Nel completo buio della notte non si capiva bene a che distanza era la luce, ma era vicina, molto vicina! Si sono lascate immediatamente le vele e acceso il motore. Dopo una virata di 180° si è tornati indietro per qualche minuto e si è cercato di raggirare il barchino che ha puntato la luce e le reti che stavano posando. A parte questo episodio, la navigazione è proseguita abbastanza tranquilla. Il vento era favorevole e negli ultimi giorni è aumentato. Con il vento al lasco si ha avuto modo di provare andature e manovre che si sarebbero poi adottate durante la traversata Atlantica. Si è provato l’assetto a “farfalla”, con randa da una parte e genoa tenuto aperto dall’altra parte grazie al tangone. Ci si è inoltre esercitati a prendere e togliere le mani di terzaroli alla randa con vento in poppa e si è subito capito che su quella barca queste manovre erano particolarmente dure e complicate: l’alto attrito della randa sulle sartie e sulle crocette e i carrelli della randa che scorrevano male con randa completamente lascata rendevano difficile l’operazione.

Più ci si avvicinava alle Canarie più la latitudine scendeva e più la temperatura dell’aria saliva. La mattina del 2 dicembre si sono avvistate Lanzarote e poco dopo Fuerteventura, che si stagliava dietro più alta. Era ancora buio quando si è entrati nell’imboccatura del porto commerciale di Las Palmas di Gran Canaria. Per festeggiare questo nuovo e importante traguardo si è brindato con una bottiglia di Berlucchi e fatto colazione con 12 uova strapazzate e 2 confezioni di fagioli Beanz. Si è rimasti 11 giorni a Las Palmas di Gran Canaria, dal 3 al 14 dicembre. Appena arrivati c’è stato un altro cambiamento nell’equipaggio. Claudio ha salutato perché doveva rientrare per il Natale. Si sono esplorati i quartieri del Centro Antico Vegueta e Triana con i loro vicoli pieni di storia. Oltre ai momenti di svago, si è come al solito dedicato del tempo alla barca, sistemando nuove e vecchie avarie.

Si è usciti dal porto commerciale di Las Palmas ed si era consapevoli che la volta successiva che si sarebbe messo piede a terra sarebbe stato a Martinica, nei Caraibi. Si sapeva di dover affrontare 3.000 miglia in mezzo al blu profondo, senza vedere terra per almeno due settimane. I primi giorni in barca dopo un periodo di permanenza sulla terraferma sono sempre di assestamento. Per fortuna il meteo ha aiutato: la prima settimana si sono avute leggere brezze di vento. In alcuni momenti il vento era completamente assente. Ci si accorgeva di essere in oceano solamente perché c’era sempre questo enorme e impercettibile respiro, questo lento e costante su e giù di onde molto lunghe e dolci. Nei momenti di totale assenza di vento, più per un fattore psicologico che per altro, si è avanzato a secco di vele e con motore al minimo. Si doveva affrontare una traversata oceanica, non aveva senso forzare l’avanzamento a motore. Non tanto perché non si aveva l’autonomia di gasolio per arrivare dall’altro lato, ma perché non avrebbe avuto proprio senso. Si era lì per attraversare l’oceano Atlantico, non per stabilire un record di traversata.

Nei primi giorni di navigazione l’oceano ha regalato uno dei più bei tramonti che si siano mai visti. Un rosso così acceso che terminava in mare con un giallo intensissimo. Dopo quell’incredibile tramonto, di notte si è pescata una leccia africana. Nel buio della notte è uscito fuori dall’acqua questo pesce nero, brutto, che sembrava salire dalle profondità più remote dell’oceano. Nel primo tratto di navigazione si sono incontrate due imbarcazioni anomale: due barche a remi lunghe 4 metri. Su ognuna c’era un uomo, il primo americano, il secondo norvegese. Le giornate passavano, tutte uguali e allo stesso tempo tutte diverse. Più si scendeva verso l’equatore più si sarebbe dovuto trovare l’aliseo stabile che avrebbe trasportato dritti verso la meta. In più la perturbazione a nord dell’Atlantico ha regalato per tutta la traversata una maledetta onda al traverso proveniente da nord. Si sono passate ore e ore a contemplare l’infinito orizzonte blu, in silenzio o con musica in sottofondo. Per il resto la vita andava avanti normalmente: di notte si facevano i turni, di giorno si cucinava, si mangiava, si leggeva, si ascoltava la musica, si guardavano film, si controllavano gli strumenti, si comunicava con la terraferma attraverso gli apparati satellitari, si prendeva il sole, si faceva il punto nave col sestante, si ripassava il carteggio, ci si rinfrescava con secchiate di acqua di mare, si lavavano e stendevano i panni, si pescava, e così via. Gli ultimi dieci giorni si è dovuto ammainare la randa perché il pezzo che attaccava il vang rigido al boma, che già si era staccato strappando i rivetti, si era spezzato definitivamente. La randa di fatto sbatteva in continuazione, quindi si è deciso di ammainarla per l’ultima volta. Ogni sera, poco dopo il tramonto alle 18.00 e fino alla mattina alle 9.00 si facevano i turni di guardia: una persona era sempre…

Il Fiume Come Culla: Storie di Vita sul Tevere

Non solo il vasto oceano, ma anche le acque più familiari dei fiumi possono offrire un'esperienza di essere cullati e di accogliere storie di vita. Un Ponte guarda quel Fiume di Roma e lo attraversa con il suo sguardo. Scorge il suo colore cambiare negli anni, lo sente placido o tumultuoso tra una piena e l’altra. Qualcuno va a fargli visita e lo percorre. Fino a 50 anni fa la vita di molti romani si svolgeva sul Tevere, sui galleggianti come ricordano i vecchi “fiumaroli”. In alcune sporgenze sabbiose dette “renelle” ci si tuffava nudi. Nell’epoca dei papi risultava sconveniente. Un primo editto divideva donne e uomini su sponde opposte ma questi ultimi nuotavano per raggiungerle e allora, si impose l’uso di mutandoni. Ci si tuffava da Ponte Milvio e si attraversava Roma a nuoto fino all’Isola Tiberina. Il progresso avanza e il Tevere è lì, esodato, che vorrebbe tornare indietro…

Quando era il fiume Albula, biondo di colore e tutto navigabile. Nasce dal Monte Fumaiolo, la vetta più alta dell’Appennino tosco-emiliano e lungo 405 Km, raccoglie le acque di molti affluenti. Padre di una leggenda, quella di Romolo e Remo che succhiavano in una cesta lo zucchero dei frutti. Sarebbe bello renderlo navigabile, da Settebagni a Fiumicino ma c’è l’ostacolo dell’Isola Tiberina. Lo si percorre da ponte Marconi. Dalla Magliana si percorrono gli argini dei canneti, importanti per la nidificazione degli uccelli e da lì, la natura scopre i suoi elementi. C’è l’attento Airone Cenerino con il suo collo lungo, si aggrappa al tronco per non cadere ma rimane fermo. C’è poi il Pendolino più costruttivo che prepara anche 3 nidi da far scegliere alla sua femmina e poi si accoppia. Il percorso cattura come le canne di quei pescatori che ogni tanto si incontrano con i pittori su qualche sponda. Le anguille sguizzano nei fondali ma ci vengono incontro le nutrie, piccoli castori. Il principe Chigi aveva aperto un allevamento a Castel Fusano per produrre pellicce. La richiesta diminuì e le disperse nell’ambiente ma, nutrendosi di radici degli alberi, ciò creò seri danni.

Paesaggio fluviale sul Tevere

Gli argini cambiano volto in alcuni scorci, assaliti dai rifiuti, tra i boschi di Pioppo, Platano, Salice bianco e Ontano. Ci sono Rovi favoriti dall’inquinamento, rilevato già dalle prime ricerche del 1888. Il Tevere con i suoi tesori nascosti, monete e reperti archeologici, come il grande candelabro di Tito, ancora non trovato. Il Tevere con le sue acque argille, limi, sabbia e ghiaia e le sue inondazioni. La più grave ci fu nel 1870 e fu approvato il progetto Canevari: muri di sponda, rimozione dei ruderi dal fondo dell’alveo e l’ampliamento del Ponte S. Angelo. Poi si fa silenzio nella barca della famiglia Ranucci, si ascoltano i suoni degli uccelli e l’eco dell’acqua. Si ammirano i colori ed i diversi scenari. È poesia, un omaggio a quel fiume, magia tra le onde e si approda a Ostia Antica.

La Culla Simbolica: Gesù e il Viaggio Marittimo dell'Infanzia

La figura della barca come culla può estendersi anche in un contesto storico e religioso, invitando a riflettere su possibilità meno convenzionali. Gesù era un marinaio? Potrebbe essere proprio così! Sebbene la Bibbia non menzioni una barca per la mangiatoia, è possibile ipotizzare che Giuseppe, Maria e Gesù abbiano viaggiato in barca quando sono fuggiti dalla Giudea all’Egitto. Si può escludere il viaggio via terra attraverso il deserto con un neonato. Poiché Giuseppe era noto per essere abile con le mani, è più probabile che abbiano viaggiato in barca. Ciò significa che Gesù navigava già da neonato, cullato dalle acque e trasportato in un viaggio che ha segnato l'inizio della sua vita in fuga.

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