Il linguaggio, nella sua complessità e stratificazione, riflette e plasma la società che lo impiega. Al suo interno, alcune parole emergono con una carica offensiva tale da diventare veri e propri tabù, utilizzate per denigrare, sminuire o stigmatizzare individui o gruppi. In particolare, espressioni legate alla sessualità e all'identità di genere sono spesso veicoli di un disprezzo profondo, radicato in pregiudizi e costrutti culturali. L'espressione "barbone ciuccia cazzi" si inserisce in questo contesto, evocando un'immagine cruda e volgare che unisce l'emarginazione sociale ("barbone") alla pratica del sesso orale ("ciuccia cazzi"), usata come insulto. Questa fusione crea un'offesa composita, mirata a colpire sia la dignità sociale sia la sessualità percepita dell'individuo.
La comprensione di tali termini richiede un'indagine approfondita delle loro origini, del loro uso e del loro impatto. Molte di queste parole hanno radici storiche complesse, mutando significato e forza nel corso dei secoli, spesso arricchendosi di sfumature regionali e culturali. L'analisi di queste espressioni, sebbene talvolta scomoda, è fondamentale per decifrare i meccanismi del pregiudizio e le dinamiche del potere attraverso il linguaggio.

Il Potere delle Parole: Insulti, Tabù e l'Evoluzione del Lessico Volgare
Una lingua possiede generalmente un corredo di parole ritenute a vario titolo proibite o sconvenienti, che sono usualmente definite "parolacce". Queste vengono utilizzate a volte, in chiave metaforica, come insulti o imprecazioni, oppure con funzione ludica o sarcastica, rappresentando da sempre un ingrediente fondamentale della letteratura comica. Altre volte, esse sono quasi del tutto svuotate del significato originario, diventando mere interiezioni o intercalari. Le parole ritenute oscene, benché siano proprie dei registri più informali, popolari e talora volgari dell’italiano, non di rado sono usate in opere di alta dignità letteraria, come dimostrano le numerose citazioni d’autore, antiche e moderne.
La circolazione delle parole oscene in una lingua aumenta con il crollo delle barriere censorie. In Italia, il cinema, la televisione, la canzone e, più timidamente, i giornali dalla fine degli anni Settanta del Novecento hanno mostrato un innalzamento della frequenza di parole tabù. Riserve ben maggiori sono tuttora suscitate dalle bestemmie, che però sempre più spesso si incontrano, per esempio, sui giornali online. Diverso è il caso della letteratura, le cui maglie censorie sono quasi sempre meno fitte di quelle dei mass media.
Le metafore riguardanti gli organi sessuali hanno una gamma di funzioni che spazia dall’offesa all’elogio. Il pene, ad esempio, è un "jolly linguistico" che può esprimere sorpresa ("cazzo!"), offesa ("cazzone"), elogio ("cazzuto"), noia ("scazzo", "scazzato"), rabbia ("incazzato"), approssimazione ("a cazzo"), o una cosa da poco o una bugia ("cazzata"). Addirittura superiore è lo spettro semantico di "culo", che può passare da "fortuna" a "disappunto", e così via.
Naturalmente, la carica di un insulto non è intrinsecamente legata alla forma o al registro delle parole, bensì alle intenzioni dei parlanti e alla relazione intercorrente tra l’insieme degli stereotipi e dei pregiudizi connessi a un determinato concetto e il loro sfruttamento a fini denigratori. Dire di qualcuno che è "gay" (magari con un paragone svalutativo: "sei viscido come un gay") può essere ben più offensivo rispetto a termini ritenuti più volgari. Proprio contro l’ipocrisia dell’eufemismo che maschera (con presupposizione di senso di superiorità) l’insulto e la discriminazione, molto spesso gruppi sociali ritenuti marginali rivendicano per sé il termine connotato come più triviale, respingendo quello più eufemistico.
Strettamente legata al contesto d’uso e sociale e all’intenzionalità è la punibilità delle parole ‘proibite’. In Italia, dal 1999, la bestemmia non è più un reato penale, ma è sanzionata con un’ammenda, segno della laicità dello Stato. Tuttavia, l’impatto sociale della bestemmia resta forte, come dimostrato nel 2004, quando Roberto "Baffo" da Crema e Guido Genovesi furono cacciati dalla tv per aver bestemmiato nei reality show “La fattoria” e “Il grande fratello”.
L'Insulto Orale: Da "Suca" a "Vafammocc", Espressioni di Disprezzo e Provocazione
Il sesso orale, sebbene sia un’intensa forma di piacere erotico e un’abitudine culturale che l'uomo - insieme ai bonobo e ai pipistrelli della frutta - è l'unico mammifero a praticare, è diventato in molte culture un simbolo di sottomissione e un potente veicolo di insulto. Nonostante sia piacevole riceverlo, non per tutti è tale praticarlo. È proprio questa natura ambivalente, unita alla sua percezione di atto "spinto" e tabù in pubblico, che ne ha fatto una delle metafore più diffuse per esprimere disprezzo, minaccia e superiorità.

"Suca": Un Fenomeno Palermitano e un Insulto Planetario
L'espressione "suca", diffusa sui muri di Palermo fin dagli anni Settanta, significa letteralmente "succhia", un imperativo che ordina a qualcuno di praticare il sesso orale. Tuttavia, il suo significato si estende ben oltre l'atto fisico. Secondo l'etologo britannico Desmond Morris, più un atto sessuale è considerato "spinto", più è probabile che sia proibito in pubblico. L’uso del segno più "sporco", più tabù possibile, può così diventare una forma simbolica di attacco. Morris, nel libro “L’uomo e i suoi gesti”, spiega che diverse scimmie mimano atti sessuali come forma di minaccia, avvicinandosi a un loro simile, mettendosi in posizione di monta e facendo qualche simbolica spinta pelvica. Mimare un atto sessuale rappresenta un sentimento di superiorità: "Non mi fai paura, io ti sono superiore".
A Palermo, "suca" è usata come modo per esprimere uno stato d'animo. Innanzitutto, è un'espressione di superiorità, proprio come nelle scimmie di cui parla Morris: significa "io sono superiore a te, ti ho sottomesso". È un gesto di vittoria, di scherno, di rivalsa, al punto che, nella fantasia di chi lo pronuncia, si utilizza il corpo dell'altro per il proprio esclusivo godimento. Ma "suca" è usato anche in senso assoluto, senza un destinatario particolare: è un modo per dar sfogo alla rabbia o alla noia. Si scrive per spirito goliardico o per provocazione, per sfidare i benpensanti, come un modo per dire "me ne frego di tutti, siete tutti inferiori, voglio solo usarvi per godere". Insomma, un insulto totale.
"Suca è la scritta che a Palermo viene tracciata su ogni parete bene in vista. La scritta di benvenuto." Spesso è talmente radicata che l'umanità che vive a Palermo si divide in due categorie: "quelli che scrivono suca e gli altri che cancellano suca." "Suca" non ha genere, non è maschile né femminile, e solo di rado ha bisogno di un volto certo cui rivolgersi: "suca è come un punto fisso dello spazio e può bastare, come ogni insulto, anche soltanto a se stesso." Si sa che prima o poi qualcuno leggerà, soprattutto uomini, perché, questo sì, "suca" è un insulto maschile, rivolto "castamente" al mondo degli uomini, nonostante esprima una cosa che si desidera quasi sempre venga fatta da una ragazza. Talvolta "suca" è accompagnato dalla raccomandazione "FORTE", ma il "SUCA FORTE" non muta l'essenza dell'offesa, piuttosto fa comprendere senza fatica cos'è il plusvalore. Come il muschio, "suca" vive sui muri anche dopo essersi seccato, quindi per anni e anni aspetta di sbiadire senza mai cancellarsi.
Questa parola è diventata un mito pop, ispirando graffiti, canzoni, romanzi e slogan, e lo scorso mese è stata anche l’argomento di una tesi di laurea discussa all’università di Palermo, che ne ha elevato la dignità accademica. La neolaureata ha passato in rassegna centinaia di "suca" sui muri e le panchine di Palermo, raccontando come sia entrato nell’identità cittadina, definendolo "un verbo liberatorio grazie alla sua pronuncia morbida ma veloce". Quando lo si vuole rafforzare, per insultare, allora si allunga la “u”.
L'eufemismo grafico “800A” (per un palermitano, un messaggio in codice), in cui la S diventa un 8, la U e la C due zeri, e solo la A resta tale, racconta come questa espressione abbia ispirato anche portachiavi, una casa discografica (800a records), e opere d’arte. "Suca" non è affatto un fenomeno locale, infatti, ha equivalenti in molte lingue del mondo. Negli Usa, “suck it” è diventato il tormentone ufficiale di D-Generation X, un gruppo di wrestling professionista attivo dal 1997 al 2010. Questa squadra puntava tutto sulla provocazione, mostrandosi come un gruppo di anarchici e menefreghisti: il loro slogan era «we got two words for ya: SUCK IT!», accompagnato dal gesto di portare le braccia (laterali o incrociate a X) all’altezza dei genitali. Proprio questo gesto, tra l’altro, è usato - non solo negli Usa - anche dai tifosi delle squadre di calcio per irridere avversari fisicamente lontani.
"Socc'mel" a Bologna e "Vafammocc" a Napoli: Le Sfumature Regionali dell'Offesa Orale
Palermo non è l'unica città italiana che utilizza le metafore del sesso orale in un modo di dire. Altrettanto virale è il suo equivalente bolognese "socc’mel" (e "soccia"). Qui, però, il verbo si arricchisce di sfumature diverse: non esprime solo derisione, superiorità e strafottenza. A Bologna, il verbo è usato molto più spesso come esclamazione di stupore, incredulità, ammirazione: è l’equivalente (molto più forte) di "accidenti".
In Campania, c’è un’espressione che allude al sesso orale: “vafammocc”, letteralmente “vai a fare in bocca”. In questo caso, il senso di scherno, offesa e superiorità è giocato ricalcando il suono di un’altra celebre espressione: vaffanculo. Questa espressione, infatti, è usata per cacciare via una persona, mettendola (a livello immaginario) in una situazione sgradevole o dolorosa. Infatti, il “vafammocc” non è usato in modo assoluto. Spesso si indicano anche i destinatari (immaginari) dell’atto: "a ziet", "a soreta", "a mammeta", "a chi t’è mmuort" (a tua zia, a tua sorella, a tua mamma, ai tuoi defunti). Nonostante cotanta pesantezza, anche questa espressione è entrata nella cultura popolare: il rapper napoletano Uomodisu ne ha fatto una canzone, “Vafammock”, che ha avuto più di un milione di visualizzazioni.
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Termini Derogatori per l'Omosessualità: Un Viaggio Etimologico e Culturale nel Prevaricazione
La storia delle parole usate per designare gli omosessuali è spesso una storia di disprezzo, etichettatura e marginalizzazione. Questi termini, "ricchione", "buco", "finocchio", "frocio", "checca", tra gli altri, sono ancora oggi carichi di un forte significato spregiativo, benché l'uso libero e disinvolto di tali parole sia da considerare non politicamente corretto. Nonostante ciò, nei Gay Pride svoltisi in Italia è stato comune per molti anni far sfilare un cartello con l'immagine della Gioconda di Leonardo da Vinci e scriverci sotto la didascalia: "Questa l'ha fatta un frocio!". Questo atto, apparentemente contraddittorio, può essere interpretato come un tentativo di riappropriazione e svuotamento del termine della sua connotazione negativa, o come una provocazione che evidenzia l'ipocrisia sociale.

"Frocio" e "Finocchio": Tra Storia, Letteratura e Leggenda Popolare
Il termine "frocio" o "froscio", originariamente parola gergale proveniente dal dialetto romanesco, è poi passata all'italiano, ed è stato usato anche nei romanzi "Ragazzi di vita" (1955) e "Una vita violenta" (1959) di Pier Paolo Pasolini, così come da Alberto Moravia e nel cinema neorealista. È presente anche in vari altri autori contemporanei, da Aldo Busi ad Aldo Nove a Niccolò Ammaniti, mentre al femminile (frocia) viene utilizzato, tra gli altri, da Pier Vittorio Tondelli in "Pao Pao". L'espressione "Un frocio è diventato sindaco!" evidenzia la persistenza della sua carica offensiva nel discorso comune.
Sull'etimologia di "frocio" esistono diverse ipotesi. Una suggestiva teoria indica una derivazione da "froge", ovvero le narici del naso, che, quando si gonfiano, diventano "frogione". Anche qui, vengono additati dai romani i Lanzichenecchi, ai quali, essendo soliti ubriacarsi, si arrossava e ingrossava il naso. Secondo altre fonti, invece, nell'antica Roma sarebbe esistita una fontana chiamata "fontana delle froge" (delle narici appunto) presso cui si riunivano gli omosessuali.
Per quanto riguarda "finocchio", esiste la suggestiva ipotesi che possa derivare dall'epoca in cui operava la Santa Inquisizione nello Stato Pontificio, quando i semi di finocchio sarebbero stati gettati sugli omosessuali che stavano bruciando dopo esser stati condannati alla pena di morte sul rogo, al fine di mitigare l’odore di carne bruciata. Invece, sembra trattarsi di un'origine diversa: il finocchio selvatico veniva usato come ripiego per aromatizzare i cibi quando non si avevano i soldi per comprare le pregiate e costose spezie provenienti dall'Oriente (ancor oggi in Toscana col finocchio si dà l'aroma al salame, dando vita così alla famosa finocchiona). Un'altra possibile spiegazione sarebbe un'allusione metaforica alla forma arrotondata del bulbo ("grùmolo") edule del finocchio, che ricorda vagamente quella delle natiche umane. Altri ancora ipotizzano che la voce non vada direttamente connessa al vegetale, bensì all'omonima maschera popolare della commedia dell'arte che incarnava il servo sciocco e al contempo astuto, dai modi vagamente effeminati. I pareri rimangono in ogni caso discordanti.
"Checca": L'Effeminatezza come Stigma e la Reappropriazione nel Gergo Gay
Il termine "checca", ipocoristico familiare del nome Francesca (o "chicca", al maschile "checco"), viene a indicare essenzialmente un uomo molto effeminato. È questo il termine che più sta, nel gergo gay, alla base di espressioni composte (tra le più note: checca fatua, fracica, isterica, manifesta, marcia, onnivora, pazza, persa, sfatta o sfranta, storica, velata). Dal termine vezzeggiativo del nome Francesca, il termine avrebbe assunto senso equivoco probabilmente in conseguenza dell'abitudine di alcuni omosessuali di farsi chiamare con nomi femminili. In letteratura, tra i contemporanei, è usato da Pasolini, Arbasino, Tondelli e Busi. L'ironico commento "Per fortuna il culo me è rimasto sano e integro… Però non so come se usa" offre uno spaccato dell'auto-ironia che a volte accompagna l'uso di questi termini all'interno della comunità stessa.
"Ricchione" e Altri Termini Meridionali: L'Origine Controverso
"Ricchione" è una voce di area meridionale, anch'essa di etimo controverso. Un'altra ipotesi considera la voce come forma aferetica di "orecchione", che avrebbe assunto il valore figurativo di persona dalla scarsa virilità, con allusione alla parotite epidemica, una malattia infettiva dell'infanzia comunemente nota proprio come "orecchioni". Se contratta in età adulta, può avere la complicazione dell'infiammazione testicolare che può talvolta produrre la sterilità. Nelle lingue regionali del sud Italia, si trovano anche "jarrusu" o "(g)arrusu" in lingua siciliana, soprattutto nella Sicilia occidentale (Arruso è anche il titolo di un documentario del 2000 dei registi palermitani Ciprì e Maresco, dedicato allo scrittore, poeta e regista omosessuale Pasolini). A Palermo si usa la parola "matellu", mentre a Catania prevale "puppu" (con il significato di "polpo"). In alcune zone d'Italia, "culattone" è un altro termine spregiativo, come dimostra l'episodio del "consigliere leghista a Padova che definisce i gay culattoni, scoppiando la bufera in Provincia".
"Bardassa", "Buggerone", "Cinedo": Echi del Passato nel Lessico Offensivo
Il termine "bardassa", ormai desueto, fu ampiamente familiare e comune fino al XIX secolo, quando definiva normalmente l'omosessuale passivo o il prostituto. Deriva dall'arabo "bardag", "schiavo giovinetto", che a sua volta proviene dal persiano "hardah", "schiavo" appunto. L'uso poetico di Aretino ("E il bardassa trae per le scalegià buie il soldato che ride, e la libidine incide l'enorme priàpo sul muro!") ne sottolinea la presenza in testi di alta dignità letteraria.
"Buggerone" è un termine oramai desueto per indicare il sodomita, e lo si ritrova sia in Aretino sia in Antonio Rocco. In seguito, è diventato sinonimo per "imbrogliare-truffare-fregare-infinocchiare". Deriverebbe da "bugerus" (bulgaro), l'appartenente a una popolazione che aderì all'eresia bogomila: come più tardi i Catari, i Bogomili, credendo nella reincarnazione e considerando perciò la riproduzione umana alla stregua dell'incarcerazione di un'anima, sembra praticassero il coito anale per evitare il concepimento.
"Cinedo", un grecismo passato al latino "cinaedus", è presente sin dall'Aretino e indica un giovane omosessuale maschio che si prostituisce, o un giovane amante di un uomo più anziano. In origine, il significato era quello di "ballerino, maestro di danza".
Il Linguaggio Globale dell'Insulto: Da "Faggot" a "Pédé" e Oltre
L'insulto omotransfobico non è un fenomeno limitato all'Italia. In inglese, il termine slang "faggot" è stato registrato per la prima volta negli Stati Uniti d'America nel 1914, e la sua forma abbreviata "Fag" pochi anni dopo, nel 1921. La sua origine immediata non è chiara, ma si basa sulla "fascina" o "fascio di bastoni", un derivato sia dalla lingua francese antica sia dalla lingua italiana e dal latino volgare, a loro volta provenienti dalla parola indicante delle fascine. Usata in inglese dalla fine del XVI secolo come termine offensivo per le donne, in particolare quelle vecchie e brutte, il riferimento all'omosessuale come "donna finta" può forse derivare da questo. In lingua yiddish, quella parlata dagli ebrei dell'Europa orientale, la parola "faygele" (letteralmente "uccellino") ha anch'essa assunto il significato spregiativo di "omosessuale".
Originariamente confinate agli Stati Uniti, "fag" e "faggot" come epiteti per additare gli uomini gay sono diffusi in altre parti del mondo di lingua inglese, come termini peggiorativi. Tuttavia, sia in Gran Bretagna sia in altri paesi del Commonwealth in particolare, "faggot" è ancora usato per riferirsi a una polpetta, mentre "fag" è una comune parola slang per sigaretta. L'uso di "fag" e "faggot" per indicare l'uomo effeminato è inteso come appartenente all'inglese americano, e il suo esser stato importato nel Regno Unito è dovuto principalmente agli sketch comici di film e serie televisive provenienti da oltreoceano.
L'impatto di questi termini è palpabile. Dire a qualcuno "frocio" è un modo, all'interno del contesto giovanile, per mettere in ridicolo chi non è forte, coraggioso e virile come gli altri. Non è poi un'identità statica che rimane attaccata al ragazzo che riceve l'insulto, è piuttosto un'identità fluida che tutti cercano di evitare, spesso indicando loro per primi qualcun altro come "frocio". Nel 2007, durante un litigio avvenuto sul set di "Grey's Anatomy", Isaiah Washington insultò ripetutamente T. R. Knight con l'epiteto "faggot", un incidente che portò Knight a fare coming out e a Washington a scusarsi pubblicamente e a entrare in terapia. Anche il termine "queer" (letteralmente "strano, eccentrico, insolito"), pur essendo stato un termine dispregiativo, è stato successivamente riappropriato e valorizzato da alcune frange del movimento LGBT come auto-definizione. In Gran Bretagna e Australia, "poofter" è un altro termine dispregiativo per uomo gay.
Nella lingua francese, "pédé" è il termine denigratorio per eccellenza per indicare l'omosessuale. Se e quando viene utilizzato con intento violentemente omofobo, è punibile davanti alla legge francese e sanzionato con una multa e una condanna fino a sei mesi di reclusione. Etimologicamente, la parola è un'apocope di "pederasta", colui che tenta sempre e comunque di adescare i ragazzini. Originariamente, era utilizzato per descrivere il rapporto speciale sussistente tra un uomo maturo e un ragazzo nell'antica Grecia, non solo in campo sessuale, ma anche educativo.
La parola scurrile tedesca "Schwuchtel" è per lo più informale e usata per indicare un uomo o ragazzo gay o una donna che si comporta in modo molto mascolino. A differenza del termine "schwul", questo termine è usato molto meno frequentemente come ironica auto-designazione di valore neutro interna alla comunità LGBT. L'equivalente giapponese di "frocio" è invece "okama" (お釜 ?), che significa "pentola".
L'Antichità Classica e la Denigrazione dell'Effeminatezza
La lingua greca antica ha conservato una varietà di termini che si usavano in modo dispregiativo per indicare chi trasgrediva alle regolamentazioni sociali sulla virilità: da "malakos", colui che "peccava" di mollezza, al "cinedo", colui che muoveva-kìnein le pudenda-aidòia. Si giungeva fino alle definizioni più sprezzanti e ingiuriose, le quali erano tutte riferite all'effeminatezza (spesso assimilata alla prostituzione maschile). Abbiamo così "gynaikìzein" (far la parte della donna), "gynaikopatèin" (patire cose da femmina), "gynaikùsthai" (diventare una donna), "hynopokyptein" (il curvarsi per esser messi sotto), "kallopéuin" (il farsi girare). Il "bàttalos" era "quello che si fa montare", "chamaitypos" è il prostituto, "gynnis" è l'effeminato, "katapygos" (che lo prende nel didietro), "kòllops" (che si fa voltare).
Ma ancor più forti e coloriti erano gli epiteti utilizzati in lingua latina. Il termine massimo per indicare la forza e potenza virile del maschio romano era difatti il "pedicare-sodomizzare" (che fossero donne, uomini, ragazzi o bambini era del tutto ininfluente). Conseguentemente, la "condizione" opposta era quella più indecorosa e riprovevole immaginabile.
Eufemismi e Disprezzo: Il Velato ed il Manifestato
Il rapporto tra linguaggio e pregiudizio si manifesta anche nell'uso degli eufemismi. Variamente insultanti sono anche gli eufemismi del genere: "anormale", "contro natura", "dell’altra sponda", "diverso", "effeminato", il disusato "invertito", "ragazzo di vita", "sodomita", "vizietto". Questi termini, pur suonando meno "volgari", spesso celano un giudizio negativo e una presunzione di superiorità. Come accennato, molto spesso gruppi sociali ritenuti marginali rivendicano per sé il termine connotato come più triviale, respingendo quello più eufemistico, proprio per contrastare l'ipocrisia dell'eufemismo che maschera l'insulto e la discriminazione.
Le imprecazioni vengono formulate soprattutto mediante il ricorso a locuzioni ed espressioni auguranti il male e si servono spesso di parole tabù (e talora anche oscene), spesso nella versione eufemistica: "alla malora"; "che ti venga un colpo (o uno sbocco di sangue)", "ti pigliasse (e sim.) un canchero", "crepa"; "mannaggia (alla miseria)"; "muori". Oppure invocando una divinità (del bene o del male), il cui nome è spesso deformato per tabù: "cribbio", "Cristo (di Dio)", "diamine", "diavolo"; "perbacco", "perdiana", "per Dio (o perdio)". Assai labile può risultare il confine tra imprecazione e bestemmia, soggetto a oscillazioni in base all’epoca, alla cultura e al luogo. È noto, per esempio, come in alcune regioni italiane, quali la Toscana o il Veneto, la bestemmia, spesso svuotata di senso, sia utilizzata quasi come esclamazione o intercalare, nel parlato informale anche di persone colte.
Dato che le forme sopra citate sono colpite da interdizione linguistica, sono di frequente sostituite da eufemismi, che vengono ad assumere essi stessi connotazione oscena. Spesso, per esempio, per designare gli organi sessuali si ricorre a metafore, soprattutto del mondo animale o vegetale: "banana", "cavolo", "fava", "farfallina", "marroni", "passera", "patata", "pisello", "topa", "uccello". Anche la metonimia può servire per costruire un eufemismo: "amplesso", "andare a letto", "dormire insieme"; "basso ventre"; "matrice", "natura". A volte un termine generico sostituisce la parola oscena: "coso" o "cosa".
Si ricorre talvolta anche all’uso di perifrasi generiche, costruite di solito con un aggettivo o pronome dimostrativo o indefinito, per designare eufemisticamente certe realtà tabù: "certe cose" o "quelle cose" per "atti sessuali"; "una di quelle" per "prostituta"; "frequentare certi posti"; "andare (o mandare) a quel paese" o "in quel posto", "mandarci" (assol.: "se non la smetti ti ci mando!"), "prender(se)la in quel posto (o in saccoccia)". Similmente, talora soltanto un pronome allude all’oggetto o all’azione innominabili: "darla", "metterlo", "prenderlo", "farlo". Anche la semplice omissione può fungere da strategia eufemistica e censoria, segnalata da una pausa allusiva nel parlato e dai puntini sospensivi nello scritto. Fino a non molti anni fa, anche opere letterarie che contenevano termini o situazioni ritenuti scabrosi venivano tagliate o parafrasate in edizioni dette purgate (o espurgate).
La deformazione delle parole, mediante sostituzione di uno o più fonemi, è tra le tecniche eufemistiche più adottate: "cacchio" per "cazzo"; "cribbio" per "Cristo", "diamine" per "diavolo", "dinci" o "dindirindina" per "Dio", "madosca" per "Madonna" (nelle bestemmie parzialmente autocensurate). La deformazione può dare luogo anche a una parola di senso compiuto, che però è assunta soltanto per somiglianza fonetica, e non semantica, con quella interdetta: "kaiser" per "cazzo"; "maremma" per "Madonna". Spesso ai registri espressivi è assegnata una particolare valenza eufemistica. Talvolta si crede che, nominando un concetto tabù con un termine tecnico-scientifico (o ritenuto tale) o burocratico o aulico, l’effetto spiacevole di quel concetto si riduca: "amplesso", "coito", "pederasta". Stesso risultato si ottiene col ricorso al linguaggio infantile in luogo dei termini ritenuti troppo audaci in certi contesti: parlando a tavola, o anche nella lingua della pubblicità, è più frequente sentir dire "fare pipì" e "fare popò" piuttosto che "orinare" e "defecare", e questi ultimi, a loro volta, al di fuori del linguaggio scientifico, vengono spesso usati eufemisticamente in luogo di altri termini. A volte l’uso di un termine di una varietà regionale ritenuta più prestigiosa contribuisce ad abbassarne la valenza di oscenità: accade con i già citati settentrionalismi "balle", "cagare", "sborone" e, in misura minore, "figa".
Come risulta dagli esempi finora addotti, il concetto di eufemismo non è mai assoluto, bensì sempre relativo al contesto, al registro e all’epoca. In effetti, la storia della lingua mostra che parole nate come eufemistiche (per es., perché metaforiche) hanno poi mutato registro (spesso perché il valore della metafora non viene più colto dai parlanti) e sono state a loro volta interdette, provocando così la nascita di nuovi eufemismi. È il caso, tra gli altri, dei termini usati per mascherare la parola "cesso", che in origine designava, eufemisticamente, il luogo in cui ci si ritira (dal lat. "cedere"). Viceversa, parole in origine considerate volgari vengono oggi usate come eufemistiche, in virtù della loro veste latineggiante o comunque arcaizzante: "meretrice" era in origine assai volgare, perché designava direttamente colei che guadagna vendendo il proprio corpo (dal lat. "merēre" «guadagnare»), mentre "mignotta" (dal fr. "mignotte" «favorita») era all’origine un termine metaforico. Tale ciclo eufemistico continuo è dunque una delle cause dell’arricchimento del lessico. Solitamente, le parole usate in accezione metaforica vengono avvertite come meno volgari: sicuramente "fregare" nel senso di «rubare» è considerato meno triviale rispetto al senso originario (peraltro ignoto a molti italiani) di «avere un rapporto sessuale». Inoltre alcuni termini tendono talora a svuotarsi di senso e ad essere usati come interiezioni, segnali discorsivi, intercalari o intensificatori di negazione o di interrogazione o espletivi di esclamazione.

Il Lessico Informale e lo Slang: Tra Identità Giovanile e Denigrazione
Il linguaggio giovanile, in particolare, è un terreno fertile per la creazione e l'evoluzione di termini, alcuni dei quali si sovrappongono e si mescolano con il lessico volgare e offensivo. Espressioni come "biadesivo" per "gay", o l'uso di termini regionali per indicare concetti simili, dimostrano la costante innovazione e l'adattamento del linguaggio ai contesti sociali specifici. Nello slang, un termine come "babbo" a Milano può significare "fesso", mentre a Sestri Levante indica "sciocco, babbeo". Un "baccagliare" può essere "opporsi animatamente" a Roma, o "abbordare, corteggiare" a Torino. Questa varietà sottolinea come il significato delle parole sia profondamente radicato nel contesto geografico e sociale.
L'uso di slang e di termini informalmente offensivi, come si vede anche nella lista fornita, serve spesso a rafforzare l'identità di gruppo, a stabilire gerarchie e a esprimere conformismo o ribellione. La dinamica di "indicare loro per primi qualcun altro come frocio" tra i giovani, per evitare di essere etichettati, mostra la fluidità di queste identità linguistiche e la pressione sociale che esse esercitano. Termini come "balordo" per "persona pericolosa" o "bacchettona" per una "ragazza che non te la dà ai primi appuntamenti" riflettono stereotipi e giudizi che permeano il tessuto sociale, spesso alimentando la denigrazione di chi non si conforma alle aspettative. La comparsa di neologismi o di espressioni tipiche di certe aree, come "badrusa" per "lucciola" a Milano, o "barzotto" per "semierezione sessuale" a Udine, evidenzia la vivacità e la specificità dei linguaggi locali, che continuano a modellare il modo in cui le persone esprimono se stesse e interagiscono con il mondo circostante, anche attraverso il velo dell'insulto o della scherno.