Bambino che si tappa le orecchie: comprendere le cause e i segnali di un disagio sensoriale

“Non parlo, non vedo, non sento!” Questo il tris di saggi intendimenti che vanno di pari passo con le tre scimmiette di tradizione giapponese appollaiate sulla sommità dell’ingresso di un tempio shintoista, riconosciuto peraltro come bene protetto dall’UNESCO. Chi può dire di non aver mai visto almeno una volta questo gruppetto di mini primati almeno in apparenza inclini a farsi i fatti propri? Se infatti una scimmietta è tutta intenta a tenere la bocca “cucita”, la seconda, si scherma lo sguardo con le mani, mentre l’ultima si fodera le orecchie con entrambi i palmi delle mani. Tutti escamotage per non entrare in contatto con l’esterno o forse con il male proveniente dall’esterno. Ma se a trincerarsi dietro una cortina di incomunicabilità non sono più i cuccioli di scimmia, ma i “cuccioli” degli uomini, vale a dire se il bambino si tappa le orecchie se sente rumore che significa?

bambino che si copre le orecchie

La risposta più ovvia, ma forse anche meno significativa, potrebbe essere che il rumore è davvero fastidioso, ma quando un rumore può dirsi fastidioso? Esiste un tetto di normale tollerabilità da non oltrepassare? L’argomento che lega i bambini alla capacità di ascolto può infatti rivelarsi molto meno banale di quanto potrebbe sembrare. Anzi, un’attenzione amplificata su questo aspetto che riguarda i bimbi con cui, a vario titolo, si ha a che fare, potrebbe rivelarsi importante per la loro vita da adulti.

Ci sono dei rumori da attenzionare?

La risposta è sì. Scartando infatti le situazioni di oggettivo fastidio, e con questo ci si intende riferire ai casi in cui i rumori sono davvero assordanti al punto da essere sgradevoli per chiunque, stabilire una linea di demarcazione da non oltrepassare è tutt’altro che agevole. Nel caso in cui il bambino fosse incline a portarsi le mani alle orecchie in modo frequente anche dinnanzi a rumori tendenzialmente sopportabili, un approfondimento in più non sarebbe affatto male.

Ma quali sarebbero questi rumori insopportabili? Potrebbe trattarsi del frullatore di casa, dell’aspirapolvere, della sirena dell’allarme dei vicini, o anche delle ventole dei bagni, o di un banalissimo asciugacapelli. Tutti rumori quindi ai quali per lo più ci si assuefà, in genere senza grossi problemi, nonostante la totale assenza di melodia. Ma allora cos’è che può determinare delle reazioni così radicali da parte di alcuni piccini verso certe fonti di rumore? Stando a chi da tempo si occupa di queste casistiche, i peggiori sarebbero i rumori vicini in quanto percepiti come potenzialmente più aggressivi rispetto a quelli che provenendo da lontano, appaiono più lievi. Se alla vicinanza si aggiunge poi l’elemento della continuità del suono e dello stridore, ci sono buone probabilità che i bambini particolarmente sensibili ai rumori comincino a tenere dei comportamenti tali da richiamare l’attenzione.

Bambini più a rischio

Come è vero che ci sono dei rumori a cui prestare maggiore attenzione, è vero anche che esistono dei bambini su cui ci si dovrebbe soffermare un po’ di più. In questa categoria di “sorvegliati speciali” si annoverano i bambini affetti da dislessia; spesso infatti è stato possibile appurare che le difficoltà scolastiche che questi scolari incontravano erano causate proprio da disfunzioni uditive. Un’altra correlazione è quella tra la iperacusia e forme depressive o autolesioniste. Quindi per dirla molto semplicemente, i disturbi uditivi possono essere la causa di ulteriori e importanti deficit su cui però è possibile intervenire, con buoni risultati, sin dalla più tenera età.

Quali strategie usare verso i bambini ultra-sensibili ai suoni?

Per approcciare nella giusta ottica la domanda, una premessa è d’obbligo. La ipersensibilità dei più piccoli potrebbe infatti tradursi anche in una loro iper-reattività al semplice scorrere dell’acqua del rubinetto o al susseguirsi delle onde marine. Un duro colpo visto che lo sciabordio delle onde marine viene spesso persino utilizzato all’interno di esercizi di meditazione, in quanto suono che predispone al rilassamento dei pensieri e dei sensi. Se per qualche bambino non è così, la sua reazione, per quanto incomprensibile razionalmente, va accettata, in quanto molto probabilmente il piccolo sta mandando dei segnali che dovrebbero indurre l’adulto a capire che l’ambiente circostante gli risulta probabilmente troppo stimolante.

Rilassamento per bambini - Metodo Koeppen I

Per cui è abbastanza insensato incaponirsi nel tentare d’insegnare al bambino a non farlo più, mentre è sicuramente più di buon senso prendere atto che il gesto del bambino di tapparsi le orecchie può essere semplicemente una risposta adattativa ad un contesto sensoriale sovra-stimolante. Il primo passo dovrebbe essere quello di fornire una spiegazione chiara dell’iperacusia per aiutare il bambino a capire perché alcune cose devono essere forti. Per i bambini piccoli, può essere utile coinvolgerli in attività in presenza di suoni. Individuare i modi in cui il bambino può rilassarsi è importante ed è la chiave per il successo di tutte le strategie di gestione.

Disturbi uditivi e disturbi comportamentali: quale connessione?

Forse non è poi così scontato sottolineare che se il bambino ipersensibile ai suoni, dovesse vivere in un ambiente per lui poco rassicurante, ciò potrebbe nel lungo periodo essere causa anche di disturbi del comportamento. Ad esempio, se a disturbare l’equilibrio interiore del piccolo dovesse essere il suono insistente del telefono, potrebbe anche verificarsi che, per evitare il ripetersi di stati ansiosi legati al trillo inaspettato e stridulo, il bambino possa reagire rompendo il telefono.

Sul punto potrebbe essere di sicuro illuminante quanto scritto dal dottor Guy Berard, otorinolaringoiatra francese, già a partire dal 1982. È infatti lui stesso a sostenere che “il comportamento dell’uomo è in gran parte condizionato dal suo udito”. Un’affermazione sicuramente dotata di una certa autorevolezza se si considera la sua esperienza maturata su ben oltre 8.000 casi seguiti.

Esistono dei test utili per un primo screening?

La risposta è affermativa anche se forse ben pochi conoscono l’esistenza e il nome di questo test ad hoc. Infatti se, con buona approssimazione, chiunque ha sentito parlare del test del DNA, non altrettanto può forse dirsi per il cosiddetto M-CHAT test costituito da una ventina circa di domande rivolte ai genitori con il fine di capire se sia opportuna una visita da un neuropsichiatra infantile. Trattandosi in buona sostanza di una griglia di domande, il rischio che si potrebbe correre laddove il test dovesse dare un risultato non corretto, è di sottoporre il piccolo ad una visita neuropsichiatrica inutile, ma laddove il test dovesse centrare il suo bersaglio, si potrebbe evitare al piccolo guai ben peggiori.

Cosa fare e a chi rivolgersi per un consulto specialistico?

Una volta infranta la cortina dell’incredulità e della ritrosia ad andare più a fondo dinnanzi a comportamenti sui generis del bambino, non sarebbe sbagliato pensare ad un approccio multidisciplinare tale da coinvolgere l’aspetto biomedico, sensoriale e comportamentale. Un punto da cui partire potrebbe essere un training uditivo volto alla rieducazione dell’udito che in USA prende il nome di Auditory Integration Training con acronimo A.I.T. Un training che può variare a seconda delle metodologie messe in campo.

A titolo esemplificativo si segnalano:

  • Metodi da fare “on-site”, vale a dire sul posto tra cui si annoverano i metodi che vanno sotto i nomi degli “ideatori” tra cui: Berard, Tomatis, e Wolf;
  • Metodi cosiddetti “Home-programs”, vale a dire da fare a casa mediante il ricorso a cassette o CD personalizzati o standard. Tra questi segnaliamo: il Johansen Sound Therapy, il Listening Program, il Samonas, l’Audry ecc.

Potendo scegliere, andrebbero preferiti i metodi che implicano una relazione diretta con un terapista, ma laddove si sia impossibilitati a spostarsi per raggiungere i centri che applicano queste metodologie, anche la seconda opzione sopra menzionata rappresenta una valida alternativa. Inoltre per ciò che attiene nello specifico il metodo Berard, la precauzione è quella di rivolgersi ad uno specialista autorizzato dall’International Association of Berard Practitioners (IABP) in Belgio. È bene sapere che la terapia in Europa è a totale carico delle famiglie, non essendo rimborsata in alcun modo dalle ASL di appartenenza.

Disturbi uditivi e rischio autismo

Seppur non sia mai da consigliare il ricorso a diagnosi estemporanee “fai da te”, non è infrequente il caso che vede associati complessi disturbi uditivi a fenomeni di autismo. A tale riguardo merita una menzione uno studio condotto nel 2014 da Mark Wallace, con Ph.D alle spalle, nonché direttore del Brain Institute Vanderbilt. I risultati a cui l’equipe di studio è pervenuta indicherebbero che le persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) avrebbero problemi ad integrare le informazioni visive e uditive che ricevono dall’esterno.

schema dell'integrazione sensoriale nel cervello

Questo sembrerebbe così vero che tanto un rumore particolare che un surplus d’informazioni visive, sarebbero sufficienti a produrre un vero caos nel loro cervello. Per dirla con il co-autore Stephen Camarata “È come se stessero guardando un film straniero doppiato male: nel loro cervello i segnali uditivi e visivi non corrispondono”. È poi sempre Wallace ad affermare che “una delle immagini classiche dei bambini con autismo è che hanno le mani sopra le orecchie”. La persona affetta da autismo emette quindi un rumore aggiuntivo, ma a lei noto e quindi tranquillizzante rispetto a quelli che sente amplificati nella sua testa, con l’unico scopo di riuscire a meglio tollerare l’ambiente che lo circonda.

Legge su M-CHAT test: sogno o realtà?

Considerato lo scenario non tranquillizzante che potrebbe aprirsi in conseguenza di complessi disturbi uditivi, sottovalutati o non correttamente diagnosticati, perché non rendere obbligatorio l’M-CHAT test di cui sopra? È forse proprio con questo intento di sensibilizzare opinione pubblica e legislatore che le sorelle Selene e Sabina Colombo con il “loro” film dal titolo “Ocho pasos adelante” (Otto passi avanti) sono riuscite a spuntarla in Argentina dove esiste una legge sulla diagnosi precoce di questi disturbi dell’udito. Mentre in Italia non esiste ancora niente di tutto questo, nonostante l’estrema importanza di una diagnosi tempestiva, quando cioè il bambino è ancora alla scuola materna.

Vaccini e rischio autismo: cosa pensano i giudici?

La Cassazione con una recente pronuncia con la quale ha negato la relazione tra vaccini e autismo, non fa che confermare la posizione presa in ambito di politica vaccinale dall’OMS e dal ministero della Salute. Una linea quella seguita dagli “ermellini” che precedentemente era stata presa anche dalla Corte d’appello meneghina che aveva negato alla parte attrice il diritto al risarcimento per danni vaccinali, normato da una apposita legge risalente al 1992. Nel caso di specie non poteva dirsi accertata in base a criteri di probabilità scientifica, l’incidenza dal punto di vista deterministico delle vaccinazioni sull’insorgenza della sindrome autistica. Per cui, per dirla più semplicemente: i vaccini somministrati al bambino non sono stati ritenuti nemmeno una concausa dell’autismo poi dallo stesso “sviluppato”.

Ipoacusia: quando il problema è la perdita uditiva

L’ipoacusia si riferisce a una perdita dell’udito di qualsiasi grado, da lieve a grave, e può verificarsi quando c’è un problema a carico di una parte dell’orecchio, compresi l’orecchio interno, medio ed esterno, oppure dei nervi necessari per l’udito. Nei neonati l’ipoacusia deriva più comunemente da infezioni da citomegalovirus o da difetti genetici, mentre nei bambini più grandi da infezioni dell’orecchio o da cerume eccessivo. Se i bambini non reagiscono ai suoni, hanno difficoltà a parlare o sono lenti nell’iniziare a parlare, è possibile che la causa sia l’ipoacusia.

Cause principali dell'ipoacusia infantile

  • Infezione congenita da citomegalovirus (CMV): Si tratta dell’infezione virale congenita più comune negli Stati Uniti. I neonati infetti possono presentare perdita dell'udito e molti altri problemi alla nascita.
  • Difetti genetici: Alcuni difetti genetici causano perdita dell'udito evidente già alla nascita. Nei neonati lo screening prevede in genere due fasi. Per prima cosa, si valutano gli echi prodotti dall’orecchio sano in risposta a clic lenti emessi da un dispositivo palmare (esame delle emissioni otoacustiche evocate).

Se si rileva un’ipoacusia, il bambino può aver bisogno di un apparecchio acustico e di essere inserito in una scuola che è in grado di gestire i bambini con disturbi dell’udito. In caso di sospetto difetto genetico, è possibile eseguire test genetici. Per la diagnosi di ipoacusia nei bambini più grandi esistono diverse tecniche: rivolgersi domande per valutare eventuali ritardi nello sviluppo normale del bambino o capire se i genitori nutrono preoccupazioni sullo sviluppo del linguaggio nel figlio, esaminare le orecchie per individuare eventuali anomalie, testare la risposta ai suoni nei bambini fra i 6 mesi e i 2 anni d’età.

Trattamento e gestione del deficit uditivo

Trattando le cause reversibili dell’ipoacusia e i difetti dell’orecchio è possibile ripristinare l’udito. Ad esempio, le infezioni dell’orecchio sono risolte con la terapia antibiotica o l’intervento chirurgico; i tappi di cerume sono rimossi manualmente o con l’uso di colliri e i colesteatomi sono asportati chirurgicamente. Il più delle volte però, la causa dell’ipoacusia nel bambino non è reversibile e il trattamento prevede l’uso di apparecchi acustici per compensare la perdita uditiva. Gli impianti cocleari possono aiutare i bambini a comunicare e sviluppare il linguaggio e a integrarsi nel mondo dell’udito. I BAHA (bone-anchored hearing aid) sono apparecchi acustici che utilizzano le vibrazioni attraverso le ossa del cranio per inviare suoni all’orecchio interno.

La percezione dell’acufene in età pediatrica

L’acufene (o tinnito) è la percezione di un suono in assenza di una fonte rumorosa esterna associata. L’acufene soggettivo è in assoluto il più frequente. Può essere percepito solo dal paziente, viene descritto come un suono continuo (non pulsante) paragonabile a un ronzio, fischio, sibilo, fruscio, ecc. I bambini possono descrivere l’acufene negli stessi termini dell’adulto, ma spesso usano dei termini fantasiosi o con un significato emotivo (ad esempio, descrivono il suono come “clacson”, “riso soffiato”, “ronzio di api”, ecc.).

È molto raro che un bambino si lamenti spontaneamente di avere un acufene. Lo riferisce tuttavia se gli viene posta una domanda diretta. L'acufene può essere sospettato da un esperto audiometrista che, nel corso di un esame audiometrico, potrebbe scoprire che il bambino, pur essendo collaborante, riferisce di percepire un suono anche quando, in realtà, l'esaminatore non ha inviato nessun suono. È estremamente raro che un acufene iniziato in età infantile continui in età adulta. In età pediatrica la causa più frequente di acufene è la otite media, patologia molto comune nei bambini di età compresa tra i 3 e i 7-9 anni che causa una riduzione dell’udito riducendo la trasmissione del suono (ipoacusia trasmissiva).

Riflessioni sul comportamento reattivo e le prospettive di intervento

In attesa di una legislazione italiana che renda obbligatori i test preventivi sulla salute dei bambini, le ricerche procedono in ambito di training uditivi. Molti genitori si pongono giustamente una domanda: ma, si tappano le orecchie per un vero e proprio disturbo o trattasi di stereotipia? Esistono reali suoni che detesta e che non è in grado di sopportare: il frullatore, l’idropulitrice, l’aspirapolvere, il motore degli aerei ed altri invece ai quali si è abbastanza abituato: i rumori nei centri commerciali, l’allarme dei vicini, la musica alta soltanto se la chiede lui.

Tuttavia, è anche possibile notare che a volte un bambino si copre le orecchie quando sta da solo, c’è apparente silenzio, e mentre le copre dice frasi per sé. In altri casi ascolta una sua canzone preferita e in alcuni istanti della canzone tappa le orecchie a tratti. In quei momenti si comprende che non sente rumori particolarmente forti, ma che sta come filtrando suoni. Naturalmente esistono differenze individuali e un suono che disturba una persona può essere piacevole per un’altra. E’ però, sicuramente ipotizzabile che i problemi uditivi di comprensione possano essere alla base dei problemi di linguaggio, ragion per cui non vanno affatto trascurati.

I bambini iperuditivi hanno grosse difficoltà di attenzione perché per loro è più facile ascoltare rumori lontani e quindi più lievi, piuttosto che quelli vicini e quindi più aggressivi. Questi bambini ascoltano più facilmente se parliamo loro sottovoce: non producendo sibili, ma usando voce afona. La paura di un rumore che ferisce le orecchie è spesso la causa di comportamenti problematici e di crisi. Molti comportamenti problematici si scatenano nel tentativo di prevenire l’esposizione a un frastuono doloroso, e possono presentarsi anche ore prima che il rumore si verifichi. Quando un bambino si tappa le orecchie, non sta compiendo una stereotipia motoria, ma si troverebbe in un ambiente troppo stimolante che non è affatto detto lo sia anche per noi, indi per cui non ha senso insegnargli a non farlo.

La diagnosi di autismo arriva in seguito a un processo diagnostico complesso, di conseguenza non è possibile rispondere affermativamente in modo affrettato. I comportamenti che descrivono potrebbero essere legati a varie condizioni, non solo necessariamente legate al neurosviluppo, ma va indagata anche la situazione familiare, il contesto e fare una approfondita anamnesi. Sarà poi il medico di base a orientare eventuali approfondimenti al servizio di neuropsichiatria per sostenere il minore e/o ad un consultorio per sostenere i genitori. È fondamentale comprendere che, in ogni lavoro che deve essere fatto, c’è un elemento di divertimento, e approcciarsi al mondo sensoriale del bambino con pazienza, metodo e supporto specialistico può fare la differenza nella sua crescita.

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