L'attacco lanciato dall’esercito israeliano sul campo di sfollati di Tal As Sultan, a nord ovest di Rafah, ha svelato al mondo immagini di un orrore indicibile e ha lasciato una cicatrice profonda sulla coscienza globale. In quell'evento tragico, che ha causato la morte di 45 vittime e ha ferito oltre 200 persone, la storia di un bambino, il cui corpo carbonizzato senza gamba e senza testa è stato mostrato al mondo dal padre, è diventata un simbolo straziante della sofferenza. Quel bambino è una delle vittime di un attacco che ha colpito un'area che era stata definita "sicura", ma nella Striscia di Gaza, come sottolineato da molte voci, nessun posto lo è realmente. Il nylon delle tende bombardate si è fuso con i corpi di coloro che, in quelle tende, cercavano disperatamente riparo dalla violenza.

L'esercito israeliano ha confermato l'attacco, dichiarando di aver colpito un’unità di Hamas e di aver ucciso due militanti. Il premier israeliano Netanyahu ha parlato di “un tragico incidente”. Tuttavia, questa descrizione contrasta nettamente con le testimonianze dirette e le reazioni internazionali. Le immagini dei corpi carbonizzati, ricevute dai partner locali a Gaza, sono state definite dall'organizzazione umanitaria ActionAid come “una cicatrice sul volto dell’umanità e della comunità globale, che finora non è riuscita a proteggere la popolazione”.
Il Fumo e il Terrore: Testimonianze dall'Inferno di Gaza
La realtà vissuta dagli sfollati a Tal As Sultan è stata raccontata con dettagli agghiaccianti. Un collega di ActionAid è sfuggito per poco a questa atrocità, avendo lasciato il rifugio solo un giorno prima dell’attacco. Un giovane attivista di ActionAid ha testimoniato quei momenti di terrore: “In pochi secondi, hanno bombardato una zona di tende a Rafah con più di otto missili. Non ci sono pietre o tetti; solo metallo e teli di nylon! Centinaia di persone pensavano di dormire al sicuro e di sfuggire alla morte. Ora, invece, decine di persone stanno morendo e decine o centinaia di persone sono ferite. Nessuno conosce ancora il numero esatto…”. Questa narrazione dipinge un quadro di vulnerabilità estrema e di distruzione indiscriminata, dove l'unica protezione offerta dai teli di plastica si è trasformata in una trappola mortale.
La sofferenza non si limita ai momenti dell'attacco. Da quando l’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi a Rafah, la quantità di aiuti umanitari che entra è diminuita in modo significativo, spingendo la popolazione verso la carestia. Questa situazione colpisce in modo sproporzionato le fasce più deboli, come sottolinea ActionAid: «Come sempre nelle situazioni di emergenza, sono le più colpite». L’accesso ai beni di prima necessità è sempre più difficile, inclusi prodotti essenziali per il ciclo mestruale e per la detersione. I prodotti per le mestruazioni sono quasi scomparsi dai mercati di Gaza e, quando disponibili, i prezzi sono alle stelle, costringendo molte donne e ragazze a usare pezze sporche o scarti delle tende, il cui utilizzo mette a serio rischio la loro salute. Questa condizione di estrema privazione è un ulteriore strato di degradazione e pericolo per la dignità e la salute delle persone.
Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari Umanitari e Coordinatore degli Aiuti d’emergenza, ha ricordato che «l’incursione a Rafah ha provocato lo sfollamento di oltre 800mila persone». Queste persone sono fuggite ancora una volta, temendo per la propria vita, e sono arrivate in aree prive di ripari adeguati, latrine e acqua potabile. L'operazione ha interrotto il flusso di aiuti verso il sud di Gaza e ha paralizzato un’operazione umanitaria già al limite della sopportazione, rallentando la fornitura di carburante necessaria per far funzionare ospedali e pozzi d’acqua. La conseguenza è una crisi umanitaria acuta e senza precedenti, dove la vita stessa dipende dalla disponibilità di risorse minime che vengono sistematicamente negate o rese inaccessibili.

Mohammed Rajab, nato e cresciuto a Gaza, padre di quattro figli, ha condiviso una testimonianza cruda e dolorosa sulla realtà dell'inferno-Gaza. Ci ha spiegato come il nylon incandescente delle tende bombardate si è fuso sul corpo di chi pensava che quei teli di plastica fossero l’ultimo riparo. Ha descritto l'atroce conseguenza: “La pelle inizia a bruciare e se non si muore, le ustioni sono così gravi da rendere invalidi”. Le sue parole non sono "pornografia del dolore", ma una necessità di spiegare la realtà a chi non può immaginarla. Rajab ha chiesto di immedesimarci con le loro vite, di immaginare l’odore acre dei campi profughi senza servizi igienici, il caldo intollerabile che diventa mortale nell’abitacolo della tenda, le zanzare, il pianto dei bambini che hanno fame, sete e paura, e il rumore continuo dei droni israeliani che volano sopra le teste. Ha riassunto la situazione con una frase devastante: “Tutto questo per 24 ore moltiplicato per otto mesi di guerra. La gente sta impazzendo, la tensione è altissima. Si litiga per ogni cosa, anche per una cipolla. Siamo depressi, arrabbiati, senza speranza. Non abbiamo cibo, costa tutto troppo. Nemmeno le sigarette ci sono rimaste: oggi una sigaretta costa 30 euro. Non ci sono contanti per comprare i beni di prima necessità, tutti i bancomat sono esplosi”. La distruzione del tessuto sociale e la disperazione quotidiana hanno raggiunto livelli insostenibili. Inoltre, la mancanza di ospedali funzionanti trasforma un raffreddore in polmonite e un mal di pancia in un’infezione incurabile, rivelando un sistema sanitario al collasso.
Il Grido di Dolore e la Risonanza nell'Arte
L'immagine del bambino senza testa ha travalicato i confini della cronaca, penetrando profondamente nella sfera emotiva e artistica. È diventata il soggetto di opere di vignettisti italiani come Mario Natangelo e Leo Ortolani, che hanno cercato di 'rovesciare' l'orrore su carta e sui social. Natangelo, abituato a trattare temi di guerra e morte, ha confessato di evitare certe immagini, ma una di esse, vista "a tradimento", lo ha perseguitato: un uomo a Rafah che mostra il corpo mutilato di un bambino, scuotendolo come un bambolotto, la testa mancante. Quell'immagine gli si è infilata in testa, e solo vedendo Ortolani disegnarla, ha capito che doveva essere vista e riproposta.

Ortolani stesso ha scritto nel suo post un commento incisivo: “Ci sono video e immagini di un nuovo raid compiuto dall’esercito israeliano su un campo profughi di palestinesi, rifugiatisi lì, su sollecitazione dello stesso governo israeliano. ‘Andate là, perché così non vi beccate il bombardamento di Rafah’. E poi, con la scusa che fosse una base di Hamas, li ha bombardati. 35 civili morti. Tende bruciate. Corpi bruciati. Nell’indifferenza che tutto questo suscita nel resto del mondo, mi resta negli occhi quest’uomo che regge e mostra quello che a prima vista potrebbe sembrare un bambolotto rotto. È un bimbo senza testa. Un bimbo senza testa, bruciato.” Ha aggiunto con forza: “Sono mesi che vedo orrori di questo genere. Orrori sui bambini. Mesi che il genocidio dei palestinesi continua. Non mi abituo a queste immagini. Mi dispiace, esercito israeliano. Non mi abituo. Non ci riesco. Non so come ci riusciate voi. Un bimbo senza testa. Questo è il 2024. Questo è il pianeta su cui vivo. Su cui nessuno impara niente. Non commentate.” Le sue parole riflettono una profonda indignazione e una sfida diretta all'apatia.
Dall’ultima città del Sud della Striscia di Gaza, quel piccolo corpo carbonizzato, senza gamba e senza cranio, con ancora addosso il pigiama della notte e mostrato al cielo dalle mani di un padre disperato, è diventato il simbolo di un nuovo massacro già ribattezzato del 27 maggio. La domanda “L’avete vista?”, proveniente da chi vive al di là del muro che divide Rafah dall’Egitto, non è solo una domanda raccapricciante, macabra, irripetibile, ma un disperato tentativo di assicurarsi che l’orrore sulla loro terra, sulla loro pelle, sia chiaro a tutti. Come scrive Reham Moeen, 27 anni, in un raro momento di connessione a internet: «Perché chi non ferma queste atrocità è complice di chi le compie». La conta dei morti dell’attacco dell’esercito d’Israele sul campo di sfollati Tal as-Sultan, a nord-ovest di Rafah, è arrivata a 45 persone uccise oltre ai 200 e più feriti. Moeen ha espresso la frustrazione per le reazioni ufficiali: «Delle scuse di Netanyahu, delle indagini degli Stati Uniti, delle condanne dell’Europa ce ne facciamo ben poco. Forse non siamo considerati esseri umani. Per stanare due miliziani hanno ucciso decine di civili».
Israeli ceasefire violations: Attacks reported in Rafah, khan Younis and Gaza city
La Condanna Internazionale e il Contesto Geopolitico Complicato
Il massacro di Rafah ha scatenato un'ondata di indignazione e condanne a livello globale, portando a un ulteriore inasprimento delle tensioni internazionali. Questo attacco è avvenuto pochi giorni dopo che la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato a Israele di fermare la sua offensiva militare nella zona, e poco dopo che la Corte Penale Internazionale aveva dichiarato di richiedere mandati di arresto per i leader israeliani. In risposta, Israele ha bombardato Rafah con una brutalità definita "senza precedenti". Gli osservatori stimano che Israele abbia bombardato la città dei rifugiati più di cento volte dopo la sentenza della ICJ, dimostrando una palese noncuranza delle direttive internazionali.
Le reazioni delle organizzazioni internazionali sono state immediate e severe. L’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) ha descritto le immagini provenienti da Rafah come l’ennesima prova che Gaza è “l’inferno sulla terra”. Medici Senza Frontiere si è detta “atterrita” dall’aggressione, che “dimostra ancora una volta che nessun posto è sicuro”. Quelli di ActionAid sono “indignati e affranti” dall’assalto “inumano e barbaro” al campo di Rafah, ribadendo che «le immagini dei corpi bruciati provenienti dai nostri partner sono una cicatrice sul volto dell’umanità e della comunità globale». Il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla casa ha scritto che «attaccare donne e bambini mentre si rannicchiano nei loro rifugi a Rafah è un’atrocità mostruosa», invitando a perseguire legalmente Israele.
I leader occidentali hanno espresso il loro orrore. Josep Borrell, il capo della politica estera dell’UE, si è detto “inorridito dalle notizie provenienti da Rafah sugli attacchi israeliani che hanno ucciso dozzine di sfollati, compresi bambini piccoli”. Il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto di essere “indignato dagli attacchi israeliani che hanno ucciso molti sfollati a Rafah”, affermando categoricamente: “Queste operazioni devono cessare. A Rafah non ci sono aree sicure per i civili palestinesi”. Anche il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha espresso una forte preoccupazione, dichiarando: «Ho l’impressione che Israele stia seminando un odio che coinvolgerà figli e nipoti. Hamas è un conto, il popolo palestinese un altro». Ha aggiunto che, sebbene convinto che Israele dovesse risolvere il problema con Hamas, «fin dal primo giorno abbiamo detto che la situazione andava affrontata in modo diverso». Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha annunciato l'intenzione di chiedere ai colleghi dell’Unione Europea di sostenere le sentenze della Corte dell’Aia e di prendere provvedimenti se Israele continua con le operazioni a Rafah, evocando esplicitamente la possibilità di sanzioni contro lo Stato ebraico, dopo aver riconosciuto la Palestina insieme a Irlanda e Norvegia. Significativa è stata anche la presa di posizione della Germania, un Paese che, a causa degli orrori nazisti, ha sempre scelto di appoggiare o comunque non criticare Israele, ma che ora mostra un chiaro cambiamento di rotta.
Dall'altra parte, gli Stati Uniti, pur avendo precedentemente cercato di scongiurare l'offensiva a Rafah, hanno mantenuto un sostegno incondizionato a Israele, come dimostrato dai 26 miliardi di dollari in aiuti, di cui 14 di “incondizionato aiuto militare”, comprendenti soldi per la difesa aerea, munizioni e sviluppo di tecnologie offensive. L'America per ora di fatto tace, con solo un commento del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale che afferma: «Stiamo coinvolgendo attivamente l’IDF (l’esercito israeliano) e i partner sul campo per valutare l’accaduto e sappiamo che l’IDF sta conducendo un’indagine». Questa posizione è vista da molti come una complicità che incoraggia l'impunità di Israele. La Cisgiordania, spesso a margine delle cronache, continua a subire violenze. Nel campo profughi di Nur al-Sham, a Tulkarem, sono stati uccisi 11 palestinesi in un'operazione israeliana, con case fatte saltare in aria e ambulanze bloccate, impedendo soccorsi ai feriti.
L'Inconcludenza della Guerra e l'Urgenza di una Soluzione
Il governo israeliano, il suo premier e le sue forze armate sembrano trovarsi in un “corto circuito politico e comunicativo”. Mentre assicurano di aver fatto di tutto per rispettare il diritto internazionale e per evitare un massacro di civili, il fatto che il massacro di civili ci sia stato, e sia avvenuto con modalità orrende, significa che è sfuggito alla loro possibilità di controllo. Significa letteralmente che non si riesce a evitarlo nemmeno se si vuole evitarlo, rendendo i massacri inevitabili anche quando si agisce con maggiore cautela, come sembrava accadere in questi giorni. Ciò solleva interrogativi fondamentali sulla natura stessa della campagna militare.
Israele ha le sue ragioni, dato che Hamas ha iniziato la guerra e continua a essere una minaccia, lanciando razzi verso Tel Aviv. Tuttavia, il fatto che dopo otto mesi di guerra senza quartiere e con migliaia di civili morti l'organizzazione non sia stata estirpata, conferma la previsione degli analisti: l’obiettivo della “vittoria totale” proclamato da Netanyahu non è raggiungibile con una campagna militare a meno di non prolungarla per anni con costi umani, politici ed economici insostenibili.

Ci si chiede allora cosa si dovrebbe fare. La risposta, secondo molti, è ciò che chiede l’America, il Paese senza il quale Israele non esisterebbe. Il processo politico che ha in mente l’America ha come destinazione uno Stato palestinese e il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli arabi, compresa l’Arabia Saudita. Ma a Israele interessa solo la seconda parte. La prima la respinge: il suo governo di estrema destra, in modo simmetrico ad Hamas, vuole tutta la terra “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, mentre la sua opinione pubblica, in maggioranza, è scioccata dal 7 ottobre. Questo attacco a Rafah è un “paradigma” perché riassume tutto l’orrore e l’inconcludenza di una guerra lunga quasi otto mesi, evidenziando l'assurdità di una situazione in cui nessuno sembra avere il controllo.
Di fronte a tale scenario, l'appello finale si rivolge ai cittadini, ai politici e ai giornalisti: ribadire ogni giorno, senza stancarsi mai, che entrambi i popoli hanno diritto a un proprio Stato, alla pace e alla sicurezza. Chi è contro questa soluzione, o ostenta uno scetticismo che contempla solo lo status quo (un popolo con uno Stato e l’altro senza), è considerato parte del problema. Il miglior modo per amare e aiutare Israele non è quello di controllare il colore dei calzini dei giudici dell’Aia, ma di dire a Israele - con Mattarella, con Crosetto, con Biden, con il mondo intero - che è il momento di fermarsi. Nonostante le "scuse di Netanyahu, le indagini degli Stati Uniti, le condanne dell’Europa", che per molti sono insufficienti, il grido di chi chiede pace e giustizia risuona più forte che mai. Mohammed Rajab, con la voce rotta, ha concluso: “Non crediamo più che la pace sia possibile. Nessuno controlla il governo d’Israele, non rispettano gli accordi. È assurdo quello che succede qui.”

Questo è il contesto di un massacro che, come sottolineato dal poeta palestinese Mosab Abu Toha, è seguito alla notte tra domenica e lunedì a Rafah. La sensazione di disperazione e l'assenza di speranza per la pace sono palpabili. Israele ha cercato di "ammazzare un paio di capi di Hamas a Rafah" e ci è riuscita. Solo che l’attacco al «quadrante 2371» ha provocato un incendio che è divampato in una tendopoli di sfollati. Quarantacinque civili, tra cui molte donne e bambini, sono morti bruciati vivi. Duecento i feriti, molti ustionati gravi. Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratrice capo dell’esercito, ha definito l’episodio «grave» e ha rivelato che le forze armate stanno indagando su circa 70 casi di sospette violazioni del diritto umanitario a Gaza. Ma la gravità della situazione e la brutalità degli eventi hanno superato ogni possibile giustificazione, sollevando un clamore globale che non può essere ignorato.