Ninna nanna, ninna oh: tra antichi presagi e moderne fragilità

Le ninne nanne rappresentano uno dei ponti più antichi e profondi tra le generazioni, un linguaggio verbale e non verbale carico di emozioni che accompagna l’accudimento dei figli sin dall’alba dei tempi. Queste melodie, spesso semplici, fungono da contenitori per vissuti complessi, permettendo di trasformare in parole “dicibili” stati d’animo faticosi, dolorosi e talvolta inconfessabili. Attraverso la voce materna o paterna, il genitore trova un modo per condividere la propria stanchezza e il senso di inadeguatezza che, talvolta, nel cuore della notte, porta a pensare: “ma chi me lo ha fatto fare?”.

rappresentazione stilizzata di una figura materna che canta una ninna nanna al proprio bambino in un ambiente domestico accogliente

Le radici oscure delle filastrocche popolari

Amiamo spesso scendere nella profondità delle parole, attraversare le cantilene come se fossero grotte antiche, e osservare quel lato oscuro che spesso ci parla più della luce. Ciò che appare semplice e infantile talvolta custodisce una verità più intima, come se una parte di noi aspettasse da tempo di essere riconosciuta. La variante più nota della celebre filastrocca recita:

“Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do, lo darò alla Befana che lo tenga una settimana, lo darò all'uomo nero che lo tenga un anno intero, non è figlio di Gesù che lo tenga sempre giù”.

Quanti di noi hanno sentito queste parole risuonare nella propria infanzia, recitate con dolcezza e ingenuità da madri, nonne o zie, ignare forse del carico simbolico inquietante celato dietro versi apparentemente innocui? Questa ninna nanna, come molte altre antiche filastrocche, nasce da un contesto storico intriso di superstizione, paura e religiosità. Il riferimento alla Befana, personaggio folkloristico amato e temuto al tempo stesso, è in realtà l'eco di figure femminili ben più oscure: le streghe. Nell'immaginario collettivo medievale, la Befana incarnava l'archetipo della vecchia saggia, ma anche della strega eretica che, con la sua presenza e i suoi poteri, attentava all'ordine stabilito dalla Chiesa.

Il battesimo e l'ombra del soprannaturale

Nella filastrocca, il bambino, soprattutto se non battezzato, viene simbolicamente affidato alla strega per una settimana: un periodo breve, punitivo, tollerato a fatica, in cui il bambino resta nel peccato originale. Più oscura e decisamente inquietante è la figura dell'uomo nero, incarnazione del demonio stesso, vestito di nero con il volto coperto. Nella filastrocca, il tempo in cui il bambino, ancora privo del battesimo, resta sotto la sua custodia si estende a un anno intero, segno di una minaccia più profonda alla salvezza eterna dell’anima.

Il battesimo veniva talvolta rimandato a causa di malattie improvvise o di condizioni di fragilità, come nel caso di bambini nati con disabilità, e questo rendeva ancora più temuta l'attesa. La frase conclusiva «non è figlio di Gesù che lo tenga sempre giù» diventa un chiaro riferimento ai bambini morti prima di ricevere il battesimo, destinati secondo la credenza popolare al limbo o persino agli inferi. Questa simbologia ci riporta direttamente alle credenze che proliferavano nel mondo contadino medievale, caratterizzato dalla paura dell'ignoto e dal controllo sociale esercitato dalla religione.

mappa concettuale delle figure del folclore europeo legate all'Uomo Nero e alle tradizioni di paura infantile

Geografia dell’Uomo Nero: tra miti e tradizioni locali

La figura dell'uomo nero è un demone o uno spirito che si manifesta in forme diverse per catturare la propria vittima. In Russia è noto come Buka, in Ungheria come Mumus o Bubus, nell'area tedesca come Butzemann, mentre negli Stati Uniti d’America è conosciuto come Boogeyman. Nei paesi ispanofoni tale figura è nota come El Coco. In Italia, nel Meridione ed in particolare nel centro e nel nord della Puglia, è spesso usato il "vecchio col sacco", un fantasma con compiti simili al tradizionale uomo nero, mentre nel sud della Puglia è identificato con il nome di "mamau".

Il nome Boogeyman deriva probabilmente dalla parola inglese "Bogman", usata per indicare uomini che, banditi dalle loro comunità, erano costretti a rifugiarsi nelle torbiere, territori paludosi in inglese chiamati "bogs". Un'altra interpretazione la fa derivare dai "bogie", spiriti meschini che vivrebbero nell'ombra. Il Butzemann della tradizione tedesca è simile a un coboldo. Un'altra figura importante del folclore germanico è il Krampus, diavoli che accompagnano San Nicola; secondo la tradizione, San Nicola ha addomesticato i Krampus e li ha resi suoi servitori, ma essi circolano con una frusta e un sacco pronti a catturare i bambini cattivi.

La parola come spazio di contenimento emotivo

Se le ninne nanne antiche appaiono talvolta terribili e di una brutalità che lascia spiazzati, è perché esse riuscivano a mettere in parole "dicibili" emozioni faticose e dolorose. Quando l'emozione passa dalla parola, dal pensato più o meno conscio, diventa un'esperienza più integrata che può proteggere dalla rabbia e dall'aggressività che un genitore sperimenta. Il neonato che piange nel cuore della notte, in un momento di grande stanchezza, può far sentire incapaci e frustrati. Ricordare il modo delle nostre nonne, che passavano dalla "parola" o dalla canzone innocua per poter dire l'inesprimibile, significa dare uno spazio al desiderio di interrompere anche aggressivamente la fonte di impotenza.

Comunicare ciò che sentiamo, attraverso una canzone o i ritrovi tra donne, era un modo per dare un posto "sicuro" a vissuti normali che in questo modo venivano espressi ma anche contenuti. Questi sentimenti, che l'etica sociale spesso non permette di esprimere, contrastano con la rappresentazione della madre come protettrice del focolare, un'immagine che oggi, in un contesto di calo delle nascite e spostamento in avanti dell'età genitoriale, viene caricata di aspettative irrealistiche di perenne felicità.

Le origini della letteratura italiana

Etimologia e magia nelle filastrocche

Ma cosa significa la parola "filastrocca"? Essa nasconde un legame profondo con la magia e l'astrologia. Nella Novella XXIV di Matteo Bandello, il termine "filastroccole" indica previsioni e divinazioni, inizialmente attribuite alle "strogole" che osservavano gli astri. La parola stessa, per aferesi, deriverebbe proprio da "astrologare", sottolineando come dietro il semplice gioco di parole si celasse una pratica profondamente radicata nella cultura popolare, tra superstizione e magia. Il fascino di queste nenie risiede proprio nel loro carattere duale: rassicuranti e perturbanti al tempo stesso, costruite per ammonire, capaci di instillare rispetto e timore reverenziale già nei più piccoli.

Il sapere magico sedimentato nei versi rappresentava una prima forma di educazione impartita oralmente, per preservare le tradizioni e mantenere il controllo sui comportamenti sociali. Pensiamo, ad esempio, alla poetica di Giovanni Pascoli nel suo componimento "Neve (Orfano)": “Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. canta una vecchia, il mento sulla mano. c'è rose e gigli, tutto un bel giardino”. Qui, la narrazione della vecchia che canta si intreccia con il sonno del bimbo, evocando quel giardino dove il piccolo s'addormenta, sospeso tra la realtà della natura e l'incanto della nenia.

La gestione dei sentimenti contrastanti nella genitorialità moderna

Esistono varianti legate alle diverse regioni in cui queste nenie si sono diffuse. Alcune sono dolci melodie per fare addormentare i bambini, come “fase la nanna begli occhi di sole” o “fase la nanna coscine di pollo”, altre invece conservano quel retrogusto di inquietudine che riflette la complessità dell'animo umano. Non dobbiamo temere la complessità di queste tradizioni, ma imparare a guardarle senza tabù o paura del giudizio altrui.

Il senso di inadeguatezza è un vissuto taciuto, ma è proprio la possibilità di condividerlo - magari attraverso la stessa forma espressiva che ci ha preceduto - a permetterci di restare in pace con noi stessi. La cura della famiglia e l'accudimento dei figli non devono necessariamente essere vissuti come un dono di cui sottolineare solo gli aspetti irreali e illusori di serenità. Riconoscere l'esistenza di vissuti aggressivi e frustranti non significa essere genitori peggiori, ma essere umani, in linea con quella saggezza antica che sapeva integrare l'ombra nella luce della ninna nanna.

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