C’è un tema che ricorre in questo periodo di ripresa dell’anno scolastico: la difficoltà a tirare giù dal letto bambini e bambine al mattino per uscire di casa e andare a scuola o all’asilo nido. Questo genere di reazioni tendono a manifestarsi non solo all’inizio, durante la fase di inserimento, ma dopo ogni pausa scolastica, come le vacanze invernali di Natale o di Pasqua e quelle estive. È un problema rilevato da molti genitori con i quali ci confrontiamo: “Mio figlio non vuole andare a scuola, mia figlia non vuole andare a scuola” o “Mio figlio non vuole andare all’asilo” sono frasi che sentiamo spesso. Dal lunedì al venerdì svegliare i bambini al mattino per farli andare a scuola diventa, a volte, un’impresa impossibile. Il rifiuto della scuola si manifesta con ansia marcata e conseguente consistente agitazione, pianti protratti e disperati, suppliche, forte opposizione. Può succedere in modo improvviso oppure crescere lentamente nel tempo. Un bambino che non vuole andare a scuola mette spesso i genitori in una posizione difficile, oscillando tra il dubbio che sia solo una resistenza momentanea e il timore che ci sia qualcosa di più profondo.

Manifestazioni del disagio e segnali d'allarme nel bambino
Il rifiuto della scuola non è mai un evento isolato, ma si inserisce in un quadro di segnali che il bambino invia alla famiglia. Consideriamo il caso di una bambina di 4 anni che, dopo un inserimento abbastanza buono, ha fatto uno stop di due settimane a causa di un'influenza e da quel momento si dispera al solo pensiero della scuola. Piange continuamente, implora di non portarla a scuola, dice che ha paura e a casa non mangia più volentieri e si sveglia spesso la notte piangendo. Anche il rapporto con la sorellina ne risente molto. Le maestre riferiscono che la piccola piange e si rifiuta sia di lavorare che di socializzare con i compagni, cercando continuamente rassicurazioni.
In altri casi, il rifiuto si manifesta con sintomi somatici evidenti. Ogni mattina la domanda di rito è "non andiamo all'asilo eh?" e quando il genitore dice di sì, che bisogna andare, che si imparano tante cose, la bambina si adombra e di solito dice che ha mal di pancia, si irrigidisce e questa tensione continua con i brividi di freddo fino all'asilo. La bambina è sensibile, dolce, intelligente e vivace a casa, e quando ci ritorna sembra che niente sia accaduto. Questo contrasto tra il comportamento domestico e quello scolastico è un indicatore fondamentale. Un'altra manifestazione tipica è quella del bambino che, durante le prime 2 ore dopo la colazione, inizia a lamentarsi perché vuole la mamma e si rifiuta di fare quello che gli dicono le maestre, arrivando a non voler nemmeno entrare in mensa. In questi casi, l'opposizione e le proteste del bambino persistenti oltre le due settimane segnalerebbero un disagio al quale prestare attenzione.
Le cause del rifiuto: oltre il semplice capriccio
A prescindere dalla motivazione primaria che spinge i bambini e le bambine a non voler alzarsi dal letto e/o uscire di casa e andare a scuola, la cosa importante è tener presente che il nostro bambino o bambina non ce l'ha con noi, non lo fa apposta, non vuole mancarci di rispetto, non ci sta sfidando, non vuole provocare. La fatica di bambini e bambine è di ordine emotivo. Vediamo insieme quali possono essere le motivazioni più diffuse, ricordando che non sono certo esaustive, ma possono aiutarci a comprendere meglio gli atteggiamenti dei nostri figli.
- Sovraccarico emotivo e sensoriale: I bambini si sentono sovraccaricati solo all’idea. Questa dinamica può succedere anche a noi adulti: quante volte solo al pensiero di dover affrontare una giornata di lavoro impegnativa ci sentiamo oppressi? Ecco, a bambini e bambine può accadere la stessa cosa.
- La noia e l'alto potenziale: Possiamo trovarci di fronte alla situazione opposta: ci sono bambini e bambine che durante la giornata scolastica si annoiano perché non trovano stimoli abbastanza interessanti. In particolare, bambini con un alto potenziale cognitivo raccontano la difficoltà nell’andare a scuola proprio perché si annoiano. Le conseguenze dirette sono la scarsa motivazione e lo scarso interesse, sensazioni che possono portare a perdere il piacere di andare a scuola.
- Difficoltà con i pari e contesti numerosi: I bambini possono avere difficoltà a instaurare rapporti con i pari e/o a lavorare in gruppi numerosi. Pensiamo agli ambienti di infanzia: le classi sono di solito numerose e ci sono bambini che faticano a stare tutto il giorno a scuola e a rimanere in relazione con compagni e compagne.
- Relazione con l'insegnante: Altri bambini possono essere a disagio con l’insegnante con la quale non sentono ancora di aver instaurato una relazione nutriente e di supporto. Un evento traumatico può essere una frase infelice, come riferito da una mamma: "una maestra le ha detto: 'se continui a piangere, la mamma non ti viene a prendere'". Da quel momento, la bambina continua a ripetere quella frase e non c'è modo di rassicurarla.
- Senso di inadeguatezza: Alcuni bambini si sentono inadeguati rispetto alle proposte didattiche che ricevono a scuola, sbagliati rispetto al contesto e/o non sufficientemente capaci di far fronte alle richieste e alle aspettative di educatori, educatrici e insegnanti.

L'ansia di separazione e il modello di attaccamento
Si tratta di ansia di separazione, della difficoltà a staccarsi dal care giver, solitamente la figura materna, di lasciarla sola. Molto importante è l'atteggiamento della figura di riferimento alla separazione, i segnali verbali o comportamentali in risposta alla protesta del bambino. L’io di un bambino si struttura, fin da quando è piccolissimo, nel rapporto con la madre, filtrato e completato dall’importantissima figura del padre. È grazie ai contatti, alle esperienze, agli insegnamenti, agli esempi, al calore e all’approvazione forniti dai genitori giorno per giorno, che il piccolo impara a conoscere gli altri, il mondo e se stesso.
Bisognerebbe capire meglio il tipo di rapporto che si è instaurato con lui. Sarebbe utile fare anche una valutazione dello stile di attaccamento, osservando non solo come si comporta in assenza del genitore, ma anche cosa fa quando vi rivedete: è scostante, arrabbiato, la evita? In questo caso si può ipotizzare un attaccamento insicuro di tipo evitante o ambivalente. Oppure l'abbraccia e si fa consolare? In questo secondo caso il genitore svolge perfettamente il suo ruolo di base sicura. La conquista della distanza personale verso i propri simili esige una maturazione lenta. Sembra così che solo dopo essersi rassicurato circa la propria identità, rompendo quell’unità simbiotica in cui si riassumono i primi rapporti con l’adulto, il bambino possa finalmente "dedicarsi" ad articolare il rapporto con il coetaneo.
Il concetto di "zona-cuscinetto" e temperamento
In un libro molto interessante di Bonino-Fonzi-Saglione si postula l’esistenza di una "zona - cuscinetto" che ciascuno di noi interpone tra sé e gli altri, sconosciuti ma non solo, in relazione alla propria cultura, alle proprie esperienze e al proprio temperamento. Ciascuno di noi possiederebbe una sorta di misura personalmente adeguata per avvicinarsi agli altri e, vicendevolmente, farsi avvicinare. La distanza personale maturerebbe intorno ai 3 anni, dopo l’attuazione del processo di "separazione-individuazione" dalle figure genitoriali.
Se la bambina è un’osservatrice (ecco la "zona-cuscinetto"), va benissimo, non c’è niente di sbagliato. Spesso i bambini che hanno timore di avvicinarsi ai giochi se ci sono altri bambini preferiscono sedersi e osservare a lungo i bimbi che giocano per poi parlare con il genitore di quello che fanno, come si comportano; insomma li "studiano". Questo comportamento indica che il bambino non si fida se non dei bimbi che conosce bene. A volte la componente della protezione familiare è molto forte e la protezione rende gli individui fondamentalmente fragili. Il legame con il bambino va arricchito di valenze autenticamente promotrici della sua autonomia e della sua personalità.

L'ambiente scolastico: quando la "giungla" spaventa
La scuola rappresenta uno spazio complesso che richiede relazioni con i pari e con gli adulti, rispetto di regole, capacità di concentrazione. Non tutte le scuole però sono uguali. Ci sono situazioni in cui i gruppi negli stanzoni sono spesso eterogenei, i bambini sono 45 "animucce scatenate" e le insegnanti li lasciano molto "liberi". In tali contesti, un bambino sensibile può sentirsi letteralmente aggredito. Se poi la "direttrice" è famosa per tenere ordine e disciplina con urla da caserma e sgrida spesso i bambini che piangono, il clima diventa ostile.
Bisogna opporsi alla convinzione che la vita sia dura e che i bambini debbano "farsi il carattere" attraverso una "overdose" di aggressività, violenza o cattive maniere. La vita è, innanzitutto, bella, colorata e fiorita e da qui si comincia. Se a un bambino rubano il gelato all'ora di pranzo e nessuno vede niente, forse la "giungla" è proprio nell'asilo. In questi casi, è fondamentale parlare con gli insegnanti per spiegare cosa non va, specialmente se il bambino ripropone modalità interattive aggressive e utilizza un linguaggio che non appartiene a modelli familiari.
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Strategie pratiche: pianificare la routine del mattino
Possiamo organizzare al meglio la routine del mattino per svegliare bambini e bambine e favorire un andare a scuola senza ansie e preoccupazioni attraverso cinque consigli fondamentali:
- Preparare in anticipo: Preparare tutto il preparabile la sera precedente ci permette di partire con il piede giusto. Più siamo organizzati, migliore sarà la gestione del risveglio e dell’uscita di casa perché riusciremo a risparmiare tempo e a non mettere fretta ai bambini causando inutili ansie e stress.
- Impostare una routine chiara: Definiamo degli step che siano il più possibile prevedibili, uguali, ripetibili di giorno in giorno. Per impostare la routine del mattino può essere d’aiuto un’agenda visiva: costruiamo un supporto sul quale possiamo attaccare delle immagini dei diversi momenti, coloriamoli insieme al bambino e appendiamoli sulla porta della cameretta.
- Rendere i bambini protagonisti: Facciamo sentire i bambini attivi e coinvolti. Al posto di chiedere: “Ti vuoi lavare i denti?”, proviamo con: “È il momento di lavarci i denti: preferisci farlo con lo spazzolino giallo o quello blu?”. Presentiamo due alternative entrambe valide per noi.
- Connettersi con il bambino: Dopo una notte di separazione è importante riconnetterci. Nel momento in cui riusciamo a mantenere la connessione relazionale, regoliamo con maggiore facilità l’uscita di casa.
- Non ambire alla perfezione: È normale e fisiologico avere qualche fatica al mattino. Impariamo a porci aspettative realistiche e usciamo dall’idea che tutte le mattine possano essere perfette.

Il momento del distacco: cosa dire e cosa fare
Il momento del distacco è cruciale. Una cosa importante è mostrarsi fiduciosi e tranquilli, perché i bambini hanno una enorme capacità di leggerci dentro e colgono ogni nostra preoccupazione. Se il genitore per primo non prende bene questa separazione, lui farà di conseguenza. Bisogna preparare il bambino al distacco, dicendogli in anticipo quello che accadrà: "mamma adesso ti accompagna all'asilo così potrai fare tante cose divertenti. Non preoccuparti perché tornerò a prenderti più tardi".
Se al momento di andar via piange e chiede di restare, lo si può accontentare per qualche minuto restandogli vicino, sempre verbalizzando le intenzioni: "mamma deve andare via, però se vuoi resto qui con te ancora 5 minuti". Un'altra cosa importante da dirgli è che, dopo il pranzo o la merenda, lo si andrà sempre a prendere; magari raccontategli i programmi della serata per dare un senso alla sua attesa. Adottate piccole strategie come la foto della mamma da tenere in tasca e riguardare nella nostalgia, o un oggetto transizionale se la struttura lo permette. Chiedete uno strappo alla regola se vedete il piccolo particolarmente fragile.
Gestione della gelosia e dinamiche familiari
Spesso il rifiuto della scuola coincide con cambiamenti in famiglia, come la nascita di una sorellina. Il bambino primogenito può accorgersi che, mentre lui è a scuola, la sorellina resta a casa con la mamma, e questo può innescare una forte gelosia. In questi casi, è utile raccontare al bambino, magari con foto o video, di quando anche lui era piccolo e i genitori erano tutti a sua disposizione. Bisogna fargli capire che ha avuto un privilegio assoluto che nessun altro figlio potrà più avere.
Per non aggravare la gelosia, è bene continuare a fargli fare delle cose da soli in condizione di privilegio, come andare in piscina o a fare la spesa solo con un genitore. Al ritorno da scuola, regalate ai bambini una dose di coccole doppia: cucinate i suoi piatti preferiti, fatevi raccontare la sua giornata e giocate insieme. Il piccolo deve capire che andare all'asilo è importante, ma quello che ha a casa non cambierà. I suoi affetti sono immutati e li ritroverà lì dove li ha lasciati.

Il reinserimento graduale e la collaborazione con la scuola
Se il rifiuto persiste dopo una malattia o una pausa, si potrebbe valutare di fare una sorta di mini-inserimento. Per esempio, non lasciatelo dal primo giorno all'asilo per un tempo prolungato. Provate a fargli fare solo la mattina e poi, da metà settimana, anche il pomeriggio. Se fino alla colazione sta tranquillo, ditegli che andrete a riprenderlo subito dopo e mantenete la promessa.
La strategia utilizzata da alcune insegnanti di chiamare i genitori per andare a riprenderlo appena piange può essere poco efficace e rischia di rinforzare il comportamento del bambino. È meglio riorganizzare l'inserimento in base a quello che il bambino può davvero sostenere. Chiedete un colloquio con l'insegnante di riferimento e raccontatevi il bambino; trovate una strada e una strategia comune. Se mamma ha fiducia nella maestra e la maestra viene investita del ruolo di amica per il bambino, il distacco sarà più semplice.
Quando rivolgersi a un professionista
Qualora il perdurare delle crisi diventasse eccessivo, conta il punto di vista degli operatori e degli esperti. Se il bambino manifesta un rifiuto sempre più intenso, se l’ansia cresce e iniziano a comparire assenze ripetute, si può entrare in quello che viene definito ritiro scolastico. In queste condizioni il bambino non sta evitando un impegno, ma sta esprimendo un disagio profondo. Forzare la frequenza senza comprendere l’origine della difficoltà può aumentare il malessere. Allo stesso tempo, interrompere completamente la frequenza può rendere più difficile il ritorno.
Per una consulenza di persona esistono molti centri validi e anche Consultori gratuiti. Un aiuto psicologico specializzato può fornire il supporto necessario per decodificare i discorsi del bambino, come il riferimento alla scuola "troppo grande" o la paura di figure autoritarie. Un esperto può aiutare i genitori a riflettere sull’intensità e sulle modalità dei loro rapporti con il piccolo, promuovendo un'autonomia autentica che permetta al bambino di vivere la scuola non come una minaccia, ma come un'opportunità di crescita e socializzazione.
