L’uguaglianza tra uomini e donne è stato un obiettivo fondamentale in Cina, un principio sancito da politiche e leggi significative nel corso della storia recente del paese. Tuttavia, con l'introduzione e l'applicazione della politica del figlio unico, le donne sono state discriminate ancor prima di nascere, e la loro situazione in molti ambiti ha continuato a peggiorare. Non solo la discriminazione si è aggravata nettamente negli ultimi 15 anni, ma la Cina è l’unico paese al mondo in cui le donne sono discriminate ancor prima di nascere: secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese, sarebbero oltre 30 milioni le “donne mancanti”, ovvero abortite o, nel migliore dei casi, non registrate alla nascita. Questa complessa realtà si manifesta in molteplici forme, dall'abbandono alla nascita fino allo sfruttamento e al traffico di esseri umani, radicandosi in dinamiche culturali, economiche e politiche che hanno plasmato il destino di milioni di bambine e giovani donne.
Il Traffico e lo Sfruttamento delle Minori: Una Rete Criminale Profonda
Un esempio lampante di questa problematica è l'ultimo dei tanti casi venuti alla luce. Lo scorso 25 febbraio un tribunale cinese ha condannato Chen Ming, direttore dell’orfanotrofio statale di Hengdong, nello Hunan, tuttora latitante, a un anno di prigione per tratta di esseri umani. Altre nove persone hanno ricevuto condanne dai tre ai quindici anni, mentre una ventina di funzionari pubblici sono stati incriminati e licenziati. Questa indagine ha rivelato che, dal 2002 a oggi, un vasto intreccio di persone ha gestito questo traffico criminale, operando attraverso la copertura del sistema delle adozioni internazionali, organizzate in modo da rendere segreta l’identità della famiglia adottante. Solo nell’ultimo anno, l’orfanotrofio avrebbe comprato dai trafficanti almeno 80 minori - pagati dai 300 ai 500 dollari - per rivenderli successivamente a coppie straniere in cambio di una cifra che oscillava intorno ai 2mila dollari. Per non destare sospetti, i pagamenti avvenivano sotto forma di “generose elargizioni” all’istituto. L’efficienza del sistema criminale organizzato era garantita dalla complicità di alcuni dirigenti dell’amministrazione locale, provata, tra l’altro, dall’indagine contro il direttore delle sedi locali di assistenza sociale e dal suo successivo licenziamento.

Questo non è un caso isolato, ma si inserisce in un crimine consolidato. Nel giro di un anno, la corte di giustizia di Fujian ha condannato a morte due persone per aver comprato 82 bambini dalle rispettive famiglie e averli poi rivenduti a coppie di Singapore. La polizia di Shanghai ha bloccato un sito internet su cui erano stati pubblicati annunci di vendita di bambini e, nel luglio scorso, sono state condannate 52 persone, nella regione meridionale del Guangxi, perché scoperte a trasportare 28 neonate avvolte in borse di lana e plastica. Durante la tratta non mancano gli abusi: i bambini rapiti vengono spesso picchiati e violentati dai numerosi intermediari attraverso cui vengono smistati. Nonostante ciò, in molti casi sono le stesse famiglie a vendere i figli a causa dell’estrema povertà. A fronte di poche centinaia di persone condannate negli ultimi anni, tuttavia, non si può calcolare il numero dei minori rapiti e venduti. Secondo stime dell’Unicef, il dramma dello sfruttamento e del commercio dei minori investe, oggi più di ieri, milioni di bambini.
Questo problema ha mille radici e si manifesta con specificità di genere. Gran parte dei minori trafficati sono ragazze che vengono sfruttate nella prostituzione o vengono vendute a famiglie che desiderano garantire una moglie al figlio. I ragazzi, invece, costano solitamente più delle ragazze perché ritenuti più adatti a certi scopi specifici: in molti casi un maschio è garanzia di continuità della famiglia, ma soprattutto assicura un’ottima forza lavoro nei campi. Le vittime predilette dei trafficanti di minori si trovano nelle famiglie di contadini e, in primo luogo, tra gli immigrati che vivono ai margini delle grandi città, isolati in quartieri poveri e privi di qualsiasi collegamento con le autorità locali. Alcuni sociologi sostengono che, paradossalamente, questa ondata di sequestri è iniziata in corrispondenza del boom economico, negli anni novanta, e sembra crescere quasi proporzionalmente al livello di ricchezza del Paese. La corruzione diffusa è uno degli ostacoli principali allo sradicamento del fenomeno. Huang Jinxia, membro di Save The Children in Cina e responsabile di due progetti nelle province dello Hunan e del Guangxi, ha dichiarato che comprare un bambino illegalmente, e poi ottenere la legalizzazione tramite funzionari pubblici corrotti, è più semplice e rapido che seguire le vie legali. Di fronte a questa realtà, il governo, dal canto suo, ha annunciato l’apertura di un centro nazionale per l’assistenza di donne e bambini vittime dello sfruttamento.
Il Dramma delle "Spose Rapite" e il Traffico Transfrontaliero
Un esempio toccante di questa vulnerabilità è la storia di Seng Moon. Aveva 16 anni e andava ancora a scuola quando la cognata le ha prospettato la possibilità di un lavoro ben pagato in Cina, come cuoca. Seng Moon non voleva accettare quella proposta, ma la cifra che le era stata proposta era molto superiore a quello che avrebbe potuto guadagnare lavorando nel campo profughi dove viveva. Alla fine, Seng Moon accetta la proposta ma ad attenderla, una volta varcato il confine, non c’era un posto di lavoro ma un destino da “sposa” con un uomo sconosciuto. Racconta: “Mia cognata mi ha lasciato in una casa. La sua famiglia mi ha chiuso in una stanza e mi ha tenuta legata. Ogni volta che quell’uomo cinese mi portava da mangiare mi violentava. Due mesi dopo, mi hanno trascinato fuori dalla stanza. Il padre di quell’uomo ha detto: ‘Ecco tuo marito, ora siete sposati. Siate gentili l’uno con l’altro e costruite una famiglia felice’”. Sette mesi dopo Seng Moon ha scoperto di essere incinta. Quando ha dato alla luce un bambino e ha chiesto di poter tornare a casa ha ricevuto una risposta choccante: “Nessuno ti fermerà. Se vuoi tornare a casa puoi farlo, ma non puoi portare via mio figlio”.
Il Myanmar è al collasso, ma il mondo se ne frega. Che succede?
Quella di Seng Moon è una storia comune tra le donne - giovani e meno giovani - rifugiate nella regione del Kachin: rapite o portate con l’inganno in Cina per essere vendute a facoltosi uomini cinesi. Molte di loro hanno raccontato che le famiglie che le hanno acquistate sembravano più interessate ad avere un bambino piuttosto che una “moglie”. Questa tratta di giovani donne lungo il confine che separa il Myanmar dalla Cina affonda le proprie radici nella cosiddetta “Politica del figlio unico” adottata nel Paese tra il 1979 e il 2015. L’obbligo, imposto dal partito comunista, a mettere al mondo un solo figlio per ogni coppia ha determinato un grave sbilanciamento nel rapporto tra i sessi a causa della tradizionale preferenza per i figli maschi.
Il gender gap tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni è in crescita e continua ad aumentare, come si legge in un rapporto di HRW. Le “donne mancanti di oggi” sono le bambine mai nate tra gli anni Ottanta e Novanta, le bambine uccise subito dopo la nascita o quelle abbandonate a cui sono state negate le cure a causa nei primi mesi di vita. Questa situazione alimenta il traffico dal vicino (e povero) Myanmar, che arricchisce trafficanti senza scrupoli. Nel Nord del Paese - dove si concentrano decine di campi profughi - le donne devono farsi carico dei figli e dei parenti anziani mentre mariti, padri e fratelli sono impegnati nel conflitto. “Devono mantenere le proprie famiglie, ma hanno poche opportunità lavorative, molte sentono di non avere altra scelta che cercare lavoro in Cina,” si legge nel rapporto. “I salari sono più alti, anche quando si lavora illegalmente, e i posti di lavoro sono abbondanti. La frontiera è vicina e facile da attraversare, con o senza documenti di viaggio”.
È difficile fornire dati che permettano di inquadrare con precisione un fenomeno così sfuggente e arduo da indagare. Secondo la “Myanmar Human Rights Commission” nel 2017 sono state 226 le donne trafficate in Cina. Mentre il Dipartimento per i servizi sociali, ogni anno offre assistenza a un numero di donne che varia tra le 100 e le 200. Lo stesso Dipartimento ha rintracciato 1.115 vittime di tratta tra il 2010 e il 2017, di cui 185 con meno di 18 anni. Ma questi numeri sono solo la punta dell’iceberg. Le donne trafficate in Cina hanno raccontato di essere state vendute per cifre molto differenti tra loro: da un minimo di 3mila dollari fino a 13mila. “Le famiglie che le hanno acquistate in alcuni casi credevano che il prezzo pagato fosse quello per la dote,” si legge nel report. “Ma in molti casi chiaramente sapevano di essere coinvolti in un’operazione di tratta”. Ad adescare le giovani vittime sono amici, persone conosciute, persino familiari. Alcune delle ragazze hanno accettato di partire per la Cina con la speranza di trovare un lavoro per pagarsi gli studi. Per gli sfollati l’istruzione è gratuita fino alla scuola secondaria: Seng Ja Htoi aveva bisogno dell’equivalente di 980 dollari per pagare le tasse d’accesso alla scuola superiore: “Pensavo di lavorare alcuni mesi durante l’estate per pagare le tasse scolastiche,” racconta la ragazza. Invece è stata venduta da una donna del suo stesso villaggio per l’equivalente di 3.200 dollari.
La Preferenza per il Figlio Maschio e l'Infanticidio Femminile: Radici Storiche e Culturali
La radice di molta della discriminazione di genere in Cina risiede in una profonda preferenza culturale per il figlio maschio. Lo testimonia una conversazione raccolta dalla giornalista Xinran, dove una contadina del villaggio chiede insistente: "Hai mai sistemato una bambina?" La giovane sposa di campagna sa bene che è suo dovere dare alla luce un maschio, ed è convinta che ogni donna, come lei, quando mette al mondo una femmina sappia altrettanto bene cosa fare: deve trovare il modo di "sistemare" la bambina, di sbarazzarsi di lei. Deve, suo malgrado, abbandonarla. L'abbandono delle bambine appena nate era, ed è tuttora, una pratica tristemente diffusa in Cina, e non solo nelle zone rurali, ma anche nel resto del paese, complici le ristrettezze economiche e una legge sulla pianificazione delle nascite che per anni ha imposto a ogni famiglia un figlio solo.
Alle bambine più fortunate il destino ha riservato l'amorevole accoglienza di una famiglia adottiva in un paese occidentale. Per molte altre nascere femmina ha significato essere brutalmente uccise appena venute al mondo. La Cina ha una storia di infanticidio femminile che dura da 2.000 anni. I missionari cristiani arrivati alla fine del XVI secolo scoprirono che l'infanticidio femminile era praticato: le neonate venivano gettate nei fiumi o su cumuli di spazzatura. Nella Cina del XIX secolo, l'infanticidio femminile era molto diffuso. Le letture dei testi Qing mostrano una prevalenza del termine nì nǚ ("annegare le bambine"), e l'annegamento era il metodo comune utilizzato per uccidere le bambine. Altri metodi utilizzati erano il soffocamento e la fame. Lasciare un bambino esposto alle intemperie era un altro metodo per ucciderlo: veniva messo in una cesta poi posizionata su un albero. I conventi buddisti creavano "torri per bambini" dove le persone potevano abbandonare un bambino; non è tuttavia chiaro se venisse lasciato in quel luogo per l'adozione o se fosse già morto e, in quel caso, lasciato nella torre per essere sepolto. Nel 1845 nella provincia di Jiangxi, un missionario scrisse che questi bambini sopravvivevano fino a due giorni mentre erano esposti alle intemperie, e che coloro che passavano di lì non ci facevano caso.

La maggior parte delle province cinesi praticava l'infanticidio femminile durante il XIX secolo. Nel 1878, il missionario gesuita francese Gabriel Palatre raccolse documenti da 13 province, e la Pontificia Opera dell'Infanzia Missionaria trovò anche prove di infanticidio nello Shanxi e nel Sichuan. In Cina, la pratica dell'infanticidio femminile non era del tutto tollerata. In particolare, il Buddismo era piuttosto energico nella sua condanna. I Buddisti scrissero che l'uccisione di giovani ragazze avrebbe portato cattivo karma; al contrario, coloro che salvavano la vita di una giovane ragazza intervenendo o tramite doni di denaro o cibo avrebbero guadagnato buon karma, portando a una vita prospera, una lunga vita e successo per i loro figli. L'atteggiamento confuciano nei confronti dell'infanticidio femminile era conflittuale. Attribuendo valore all'età rispetto alla giovinezza, la pietà filiale confuciana diminuiva il valore dei bambini. L'enfasi confuciana sulla famiglia portò ad aumentare le doti che a loro volta portarono a una ragazza molto più costosa da crescere rispetto a un ragazzo, facendo sì che le famiglie sentissero di non potersi permettere tante figlie. L'usanza confuciana di tenere il maschio all'interno della famiglia significava che il denaro speso per l'educazione di una figlia insieme alla dote sarebbe andato perso quando si fosse sposata, e come tali le ragazze erano chiamate "merce che perde denaro". Un libro bianco pubblicato dal governo cinese nel 1980 affermava che la pratica dell'infanticidio femminile era un "male feudale". La posizione ufficiale dello Stato sulla pratica è che si tratta di un retaggio dei tempi feudali e non è il risultato della politica del figlio unico dello stato.
Questo fenomeno non è esclusivo della Cina, ma trova parallelismi in altre culture. Il sistema della dote in India è una delle ragioni per cui si verifica l'infanticidio femminile; nel corso di un periodo di tempo che abbraccia secoli, è diventato parte integrante della cultura indiana. Nel 1789, durante il dominio coloniale britannico in India, gli inglesi scoprirono che l'infanticidio femminile nell'Uttar Pradesh era apertamente riconosciuto. Una lettera di un magistrato che era di stanza nel Nord Ovest dell'India durante questo periodo parlava del fatto che per diverse centinaia di anni nessuna figlia era mai stata cresciuta nelle roccaforti dei Rajah di Mynpoorie. Nel 1845, tuttavia, il sovrano di allora tenne in vita una figlia dopo che un esattore distrettuale di nome Unwin intervenne. Una revisione degli studi ha dimostrato che la maggior parte degli infanticidi femminili in India durante il periodo coloniale si verificava per la maggior parte nel Nord Ovest e che, sebbene non tutti i gruppi praticassero questa pratica, era effettivamente diffusa. Secondo l'attivista per i diritti delle donne Donna Fernandes, alcune pratiche sono così profondamente radicate nella cultura indiana che è "quasi impossibile eliminarle", e ha affermato che l'India sta subendo una sorta di "genocidio femminile". Le Nazioni Unite hanno dichiarato che l'India è il paese più mortale per le bambine e che nel 2012, quelle di età compresa tra 1 e 5 anni avevano il 75% in più di probabilità di morire rispetto ai maschi. Il gruppo per i diritti dei bambini CRY ha stimato che delle 12 milioni di femmine nate ogni anno in India, 1 milione sarà morta entro il primo anno di vita. Durante il dominio britannico, è stata segnalata la pratica dell'infanticidio femminile nello Stato indiano del Tamil Nadu tra i Kallar e i Toda. Nel giugno 1986 è stato riportato da India Today in un articolo di copertina Born to Die che l'infanticidio femminile era ancora in pratica a Usilampatti nel Tamil Nadu meridionale.

Anche in Pakistan, nonostante questa pratica sia punibile secondo la legge islamica, ci sono stati casi di infanticidio femminile per alcune ragioni, ad esempio, bambine nate fuori dal matrimonio e poi uccise per evitare lo stigma di illegittimità. Il Pakistan è ancora una nazione dominata dagli uomini e rimane una società patriarcale. Inoltre, ai ragazzi della famiglia viene riservato un trattamento preferenziale, ricevendo cibo e cure mediche prima delle ragazze. Avere un figlio fuori dal matrimonio in Pakistan è culturalmente un tabù. Quando le donne danno alla luce i loro bambini, spesso li uccidono per sfuggire alla vergogna o alla persecuzione. Tuttavia, il rapporto tra bambine uccise in questi casi è molto più alto rispetto ai bambini perché i maschi sono molto più apprezzati. L'infanticidio è illegale in Pakistan. Tuttavia, le persone non denunciano questi casi, rendendo impossibile per la polizia indagare. L'eliminazione di un certo numero di femmine pone un problema, poiché ciò riduce il numero di femmine che saranno in grado di avere figli. Nel 2017 le donne pakistane guadagnavano meno dei loro colleghi maschi, ossia meno di 100 rupie al mese, e spesso non sono tuttora in grado di ricevere un’istruzione che consentirebbe loro di avere orari di lavoro e una retribuzione migliori.
In molti paesi, l'infanticidio femminile è associato a lotte socio-economiche. Uno studio condotto in India ha trovato tre ragioni socio-economiche associate all'infanticidio femminile. Tale studio ha scoperto che l'utilità economica porta i ragazzi ad essere più considerati delle ragazze a causa del fatto che essi possono lavorare di più e portare più soldi alla famiglia rispetto alle femmine. A causa del fattore di utilità socioculturale dell'infanticidio femminile, per molte culture avere un ragazzo in famiglia è obbligatorio per portare avanti l'eredità della linea familiare. C'è anche un fattore religioso nell'infanticidio femminile.
La Politica del Figlio Unico e le sue Conseguenze Demografiche
All’origine dello squilibrio di genere in Cina, e delle gravi ripercussioni sulla condizione delle bambine, vi è la famigerata “politica del figlio unico” introdotta nel 1979 per prevenire il boom demografico. Se l’obiettivo immediato di contenere la crescita della popolazione è stato conseguito, le conseguenze di medio-lungo periodo sono state devastanti, non solo socialmente ma anche economicamente. Per questo, a partire dal 2013, il governo cinese l’ha progressivamente abolita. Oggi è illegale in Cina identificare il sesso prima della nascita per scopi non medici, o interrompere la gravidanza per preferenza di genere.
Il partito comunista però non può nascondersi dietro un dito, essendo il principale responsabile di questa situazione, secondo lo studioso cinese di problematiche di genere Lu Pin. «La legge sul figlio unico approvata nel 1979 peggiora questo squilibrio a favore dei maschi. Nelle aree rurali la legge sul figlio unico è sempre stata di fatto una 'legge del figlio unico e mezzo', perché le coppie potevano avere un secondo bambino se il primo era femmina». A fine 2013 la legge più odiata dai cinesi è stata allentata e ora le coppie formate da almeno un figlio unico potranno avere due bambini, sempre chiedendo prima il permesso allo Stato. Il partito comunista si vanta di avere impedito grazie alla legge sul figlio unico la nascita di 400 milioni di bambini. Questo numero non deriva solo dalle mancate nascite ma anche dagli aborti, almeno 13 milioni all’anno, volontari o forzati che siano. La legge ha causato diversi tipi di problemi: non solo i giovani figli unici hanno tutto il peso della famiglia sulle spalle, ma molti uomini pur volendo sposarsi non riescono a trovare una donna.
Secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese, sarebbero oltre 30 milioni le “donne mancanti”, ovvero abortite o, nel migliore dei casi, non registrate alla nascita. In media, nel mondo il rapporto tra i sessi alla nascita non è uguale, in ogni paese nascono più maschi che femmine - in ragione di circa 105 maschi ogni 100 femmine. Ma in Cina si è arrivati fino a 118 a metà del decennio scorso e oggi è ancora oltre 114. Nel 2019, i gruppi di età con i rapporti di genere più squilibrati (maschi per 100 femmine) erano 10-14 anni e 15-19 anni. Qui i rapporti di genere erano 119,10 e 118,39, rispettivamente, il che significa che c’erano circa 120 bambini ogni 100 bambine. I dati mostrano che, nel 2019, la provincia del Sichuan è diventata l’unica ad avere più donne che uomini, con il suo rapporto di genere al 96,7. Secondo Peng Xizhe, direttore del Fudan University Center for Population and Development Policy Studies, la provincia ha il più alto invecchiamento della popolazione, in quanto è quella con il più grande deflusso di giovani lavoratori verso altre province.

Lo squilibrio di genere nella popolazione cinese è migliorato negli ultimi anni, con il divario che si è ridotto da un record di 40,08 milioni nel 2006 a 30,49 milioni nel 2019, per effetto della tendenza all’invecchiamento della popolazione e degli sforzi per reprimere l’identificazione illegale del sesso del feto e la selezione illegale del genere. Tuttavia, lo squilibrio è aumentato vertiginosamente dopo il 2000 e nella popolazione in “età da matrimonio” (20-29 anni) è ancora più preoccupante. Il rapporto di genere tra le persone di età 20-24 e 25-29 ha raggiunto 114,61 e 106,65, rispettivamente, indicando che almeno un uomo su 11 non sarebbe in grado di sposarsi con una donna della stessa età. Secondo Peng, lo squilibrio di genere causerà una compressione del matrimonio tra 20 e 30 anni, specialmente nelle aree remote, rurali e povere, e porterà anche a un calo del tasso di natalità e di fertilità. Nel 2019 sono nati 14,65 milioni di bambini, 580 mila in meno del 2018. Nel 2017, invece, ne erano nati 17,23 milioni. Sempre nel 2017, il tasso di natalità era di 12,43 nascite per mille abitanti. Insieme all’aumento dell’età media e mediana (che oggi è di 38 anni, raggiungerà i 48 anni nel 2050), proprio la riduzione drammatica del tasso di fertilità è uno dei fattori da cui dipenderà la significativa decelerazione della crescita cinese, già a partire dal 2022. Di questo passo la Cina diventerà molto presto un paese vecchio, di figli unici e soli, con un’età media di 56 anni nel 2020 e una popolazione in età da lavoro inferiore ai 600 milioni.
La Cina, però, non ci guadagna affatto e questo è il motivo per cui le maglie della legge sono state allentate: secondo gli ultimi dati appena pubblicati dal governo, la popolazione attiva e in età lavorativa è calata di 3,7 milioni di persone in un anno.
Discriminazione di Genere Pre-Nascita e Post-Nascita: Un Percorso Altalenante
Nonostante le sfide persistenti, l’uguaglianza tra uomini e donne è stata una politica statale fondamentale in Cina: nel 1950 la legge sul matrimonio ha accordato alle donne il diritto di proprietà, di divorzio e di libertà di scelta nel matrimonio. Oggi ci sono più di 100 leggi e regolamenti per proteggere pienamente i diritti e gli interessi delle donne e la Cina è riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come uno dei dieci paesi che più si impegna per la salute delle donne e dei bambini. Il divario di genere nell’istruzione obbligatoria è stato ampiamente colmato. Le donne rappresentano più del 40 per cento della forza lavoro del paese, e più della metà delle imprese cinesi su internet sono create da donne.
Tuttavia, il progresso non è lineare. Nel 2011 la Corte suprema del popolo ha reinterpretato la legge sul matrimonio, regredendo rispetto ai principi della rivoluzione comunista. La nuova interpretazione sostiene che la proprietà nel matrimonio spetta solo al titolare dell’abitazione, che di solito è intestata al marito, segnando un passo indietro significativo per i diritti delle donne. L’uguaglianza di genere dovrebbe essere un dato di fatto, come ha sottolineato Angela Merkel in occasione del 25° anniversario della Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino, ma abbiamo ancora molta strada da fare. Se in quasi tutti i paesi del mondo la disparità di opportunità, diritti e trattamento delle donne rispetto agli uomini è ancora irrisolta, in Cina assume contorni senza eguali.

Infatti, la Cina è l’unico paese al mondo in cui le donne sono discriminate ancor prima di nascere, con oltre 30 milioni di “donne mancanti”, ovvero abortite o, nel migliore dei casi, non registrate alla nascita. Anche se le femministe occidentali, soprattutto europee, non criticano Pechino, la Cina è il paese dove si verifica da almeno 30 anni la più grande discriminazione di genere al mondo. Sotto il regime comunista, infatti, ci sono 33 milioni di uomini in più rispetto alle donne. Ogni 100 femmine, nascono 115,88 maschi. Secondo i numeri riportati dalla Commissione per la salute nazionale e la pianificazione familiare, nel 2014 la popolazione cinese si è attestata su un miliardo e 36 milioni di persone. Di questi, 700 milioni sono maschi e 667 femmine.
Il governo comunista dà sempre la colpa alla cultura cinese, che tradizionalmente preferisce i maschi alle femmine, e ripete che la legge vieta ormai chiaramente alle coppie di fare test del sangue per conoscere il sesso del nascituro. Nonostante l’ultima stretta annunciata per impedire che la legge venga aggirata, in Cina è pieno di agenzie che inviano gli esami del sangue all’estero per aggirare i divieti. L'identificazione del sesso del feto tramite ultrasuoni è una tecnologia diffusa, e sebbene le autorità ribadiscano l'illegalità, il controllo è difficile. La stampa cinese parla di un recente incremento di neonate uccise dopo la nascita, oppure lasciate senza cibo e senza cure. Vi sono inoltre le bambine 'adottate' che vengono vendute ai trafficanti, con la scusa che è nato loro un fratellino, o semplicemente date agli orfanotrofi. Le “donne mancanti di oggi” sono le bambine mai nate tra gli anni Ottanta e Novanta, le bambine uccise subito dopo la nascita o quelle abbandonate a cui sono state negate le cure a causa nei primi mesi di vita.
Il Concetto di "Genericidio" e le Sue Ramificazioni Globali
Il profondo squilibrio di genere in Cina è un fenomeno che si inserisce in una più ampia problematica globale, definita sempre più spesso come "genericidio". Questo termine identifica l'uccisione sistematica, deliberata e selettiva rispetto al genere, mediante l'individuazione prenatale del sesso e l'aborto selettivo, o a seguito del parto con l'infanticidio o l'abbandono. Questa selezione è talvolta utilizzata per scopi di bilanciamento familiare, ma avviene più spesso come preferenza sistematica per i maschi perché in alcune culture le figlie femmine sono considerate un peso.
Secondo Amartya Sen, più di 100 milioni di donne sono "scomparse" a livello globale, un fenomeno che evidenzia una grave minaccia per la sicurezza delle donne nelle aree colpite, e che il Centro di Ginevra per il Controllo Democratico delle Forze Armate (DCAF) ha definito, nel suo rapporto del 2005 "Donne in un mondo insicuro", un "genocidio segreto" contro le donne. Il DCAF stima che il deficit demografico delle donne che sono morte per questioni legate al genere sia nella stessa fascia dei 191 milioni di morti stimati in tutti i conflitti del ventesimo secolo. Questo sbilanciamento di genere non è più solo un problema asiatico. A tutt’oggi la Cina rimane uno dei paesi in cui lo squilibrio tra i generi alla nascita è più alto: nonostante un leggero decremento negli ultimi 5 anni, nel 2012 in Cina si registravano ancora 113 nati maschi ogni 100 nate femmine, mentre in India e Vietnam il rapporto era di 112 a 100. Tuttavia, la mascolinizzazione delle nascite sembra essere oggi un problema di portata globale, con tracce osservate in diverse aree del mondo.
Il Myanmar è al collasso, ma il mondo se ne frega. Che succede?
Nei primi anni ’90, valori superiori a 110 hanno cominciato ad essere registrati in Albania e Montenegro, oltre a Kosovo e parte della Macedonia, così come in Armenia, Azerbaijan e Georgia. Negli anni 2000, secondo le statistiche ufficiali, i livelli si sono stabilizzati intorno a 115-117 in Azerbaijan; dopo il picco di 120 sembrano essere leggermente scesi in Armenia (114 nel 2005); sono intorno a 111 in Georgia dopo forti fluttuazioni (106 nel 2005 contro 115 l’anno successivo). In Armenia, Azerbaijan e Georgia l’indicatore del rapporto tra i sessi alla nascita ha cominciato ad aumentare repentinamente e bruscamente dal 1991, in coincidenza con il collasso dell’Unione Sovietica. Il fenomeno è tanto più sorprendente in quanto si è verificato contemporaneamente in tutti e tre i paesi dell’area caucasica, in chiaro contrasto con i paesi confinanti come la Federazione russa, la Turchia o l’Iran, che non mostrano significativi allontanamenti dalla usuale e biologica distribuzione delle nascite per sesso.
Quali sono le cause di questo genericidio moderno? Si possono individuare tre specifiche condizioni per una “moderna” selezione del sesso. Primo, la selezione del sesso deve essere vantaggiosa: la pratica del genericidio è più spesso radicata in culture caratterizzate da una “preferenza per il figlio maschio”, dalla disuguaglianza di genere e da stereotipi contro le figlie femmine. I genitori ricorrono alla selezione del sesso solo quando percepiscono evidenti vantaggi dall’avere figli maschi piuttosto che femmine. Secondo, la selezione del sesso deve essere fattibile: è richiesto l’accesso ad accettabili ed efficienti metodi che alterino la distribuzione casuale e biologica del sesso tra i nascituri. L'introduzione di nuove tecnologie riproduttive sul finire degli anni ‘70, la diffusione di una contraccezione efficace e la liberalizzazione dell'aborto rappresentano pietre miliari di questa evoluzione. Terzo, la selezione del sesso deve essere necessaria: la riduzione della fecondità e la tendenza a favore della famiglia poco numerosa aumentano il rischio di non avere figli maschi, in condizioni naturali. La selezione del sesso del nascituro rappresenta una strategia efficace per soddisfare sia limitazioni della fecondità che obiettivi di composizione di genere del nucleo familiare: meno figli, ma almeno un figlio (erede) maschio.
Queste tre condizioni si realizzano simultaneamente nei paesi caucasici dei primi anni ’90, e ancora oggi non sembrano essere superate. A dispetto di importanti progressi nell’equità di genere durante il regime sovietico - in particolare in termini di accesso delle donne all’istruzione e al lavoro - l’influenza dei valori tradizionali è rimasta al centro delle attitudini di genere e delle percezioni. La tradizionale famiglia patriarcale e patrilineare è diventata un’istituzione ancora più forte in un periodo caratterizzato da un indebolimento delle istituzioni governative e dei servizi pubblici, e di diffusione del sistema di mercato. I figli maschi sono una fonte di protezione e sostegno, la cui utilità è stata rafforzata dalle incertezze del contesto economico e sociale in seguito all’uscita dal comunismo. In quegli anni, la sempre maggiore disponibilità e diffusione delle tecnologie di diagnosi prenatali, raramente accessibili sotto il regime, insieme alla “cultura dell’aborto” ereditata dal periodo sovietico, hanno fornito nuove vie alle coppie per evitare la nascita di femmine non volute. Le nuove tecniche o i farmaci abortivi sono un modo più “efficiente” di selezione del sesso del nascituro, una più “moderna” procedura medica, con costi che diminuiscono nel tempo e una più limitata visibilità sociale, e sono ancora oggi molto diffusi nell’area caucasica. Infine, i tassi di fecondità hanno subito un rapido tuffo dalla fine degli anni ’80; da una media di 2,5 figli per donna, i tre paesi caucasici sono ora scesi a 1,5 figli per donna, e quindi ben sotto il livello di rimpiazzo. La dimensione media della famiglia è precipitata, e avere gravidanze ripetute non è certamente la soluzione preferita per assicurare la nascita di un figlio maschio. Le famiglie caucasiche sembrano programmare la composizione familiare, non solo la dimensione.
Il surplus di uomini nella società coincide con tassi crescenti di abusi sui minori, violenza domestica e tratta/rapimento di spose, rappresentando una grave minaccia per la sicurezza delle donne nelle aree colpite. Ciò aumenta anche la probabilità che le donne diventino vittime di malattie sessualmente trasmissibili dannose, che influenzano ulteriormente negativamente le loro vite e i tassi di popolazione. Un futuro problematico si prospetta a causa del fenomeno degli aborti selettivi, non immune da conseguenze sul piano demografico, sociale ed economico. Sbilanciamenti oggi rilevati in aree della Cina, dell’India e del Sud Est europeo sono destinati a far sentire i propri effetti tra una decina di anni, dal 2025 in poi. Un rapporto tra i sessi alla nascita troppo sbilanciato può provocare un “eccesso” di uomini, i quali rimarranno più numerosi delle donne anche alle età future, determinando così ritardi nei matrimoni, un aumento della competizione tra gli uomini non sposati a discapito di quelli più vulnerabili, ovvero i più poveri, meno istruiti o provenienti da aree remote, e infine un rapido incremento del surplus di uomini non sposati (si stima che il 10-15% degli uomini rimarrà forzosamente celibe). Un simile scenario può portare ad un aumento delle violenze di genere e dello sfruttamento sulla donna, tra cui una maggiore pressione su di essa a sposarsi e avere figli. Il ricorso alla selezione del sesso del nascituro deriva da, e allo stesso tempo rinforza, società patriarcali fondate su una disparità pervasiva nei confronti di ragazze e donne, intensificando le carenze di democrazia e le disuguaglianze di genere, e provocando in ultima istanza discriminazioni contro le donne in tutti gli ambiti della vita (occupazione, istruzione, salute, politica, ecc.). Una massiccia emigrazione maschile potrebbe essere l'unico fattore in grado di alleviare lo squilibrio sessuale tra gli adulti, tuttavia, la partenza di migliaia di giovani uomini fuori dal paese non rappresenta certamente lo scenario demografico più desiderabile.
Cosa può fare la politica per affrontare questo complesso problema? Il genericidio è determinato da un insieme di fattori diversi, ma la preferenza verso il figlio maschio è probabilmente quello centrale. Nella maggior parte dei paesi industrializzati, i bassi tassi di fecondità e l’ampio accesso alle tecnologie riproduttive moderne non hanno portato ad alcuna distorsione nel rapporto tra i sessi, semplicemente perché non c’è una forte preferenza di genere. Come ha recentemente esortato anche la Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere dell’UE, è necessaria la creazione di un ambiente educativo e sociale in cui donne e uomini, ragazze e ragazzi, siano trattati allo stesso modo, e in cui si promuovano immagini non stereotipate di donne e uomini. Per contrastare la mentalità di preferenza per il figlio maschio, occorre implementare politiche di sussidio delle giovani donne, offrendo, ad esempio, sostegno alle ragazze e ai loro genitori attraverso uno schema di trasferimenti monetari condizionati, di borse di studio o di benefit. Si dovrebbero superare i pregiudizi di genere nelle istituzioni tradizionali e nei diversi ambiti di vita, ad esempio elaborando leggi e riforme nei settori del diritto di proprietà, di successione, della dote, e della protezione finanziaria e sociale per gli anziani, ma anche riguardo l’accesso al mondo del lavoro e all’istruzione. Azioni di sostegno, misure politiche e buone pratiche come la campagna Care for Girls in Cina (che mira a sensibilizzare sul valore delle ragazze) e il sistema Balika Samriddhi Yojana in India (che fornisce incentivi economici per l'istruzione delle ragazze provenienti da famiglie povere) sono essenziali per cambiare le tendenze comportamentali nei confronti delle donne. L’esperienza della Repubblica di Corea è emblematica in questa inversione di tendenza. Qui, accanto ad un allentamento delle regolamentazioni di controllo delle nascite, la preferenza per il figlio maschio è diminuita sotto la spinta di una crescente irrilevanza del patriarcato grazie a nuovi schemi che supportano le bambine e le giovani donne, e ad un sostegno alla parità di genere da parte dello Stato, portando in pochi anni ad una flessione della tendenza di selezione del sesso alla nascita.