Il Pensiero di Giuliano Ferrara: Tra Moratoria sull'Aborto e Controversie sulla Violenza

Il panorama intellettuale e politico italiano è stato, in diverse occasioni, scosso e arricchito dalle posizioni spesso intransigenti e provocatorie di Giuliano Ferrara. Giornalista, direttore de 'Il Foglio', Ferrara è noto per la sua capacità di generare dibattito e per il suo approccio critico a temi sociali e morali di grande risonanza. Tra le sue battaglie più significative, emerge con prepotenza quella legata alla questione dell'aborto, una "crociata" che ha suscitato reazioni forti e ha delineato un confronto serrato con altre visioni della società e dell'etica. Le sue riflessioni non si limitano però a questo tema, ma toccano anche questioni più ampie legate alla violenza e al conflitto, creando un quadro di pensiero complesso e talvolta contraddittorio agli occhi dei suoi critici.

Giuliano Ferrara

La Crociata per la Moratoria sull'Aborto e l'Interpretazione della Legge 194

Giuliano Ferrara è divenuto un convinto promotore di una "moratoria sull'aborto", un appello che si inserisce in un contesto di dibattito già acceso sulla Legge 194. “Una moratoria sull’aborto non può non trovare d’accordo chi, come il Movimento Cristiano Lavoratori, è da sempre un convinto sostenitore della difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale”, ha affermato il presidente nazionale del Mcl, Carlo Costalli, evidenziando come l'iniziativa di Ferrara abbia incontrato il favore di settori conservatori e pro-life. La proposta di Ferrara, infatti, viene presentata non solo come un gesto etico ma anche come una critica all'applicazione della normativa vigente. Secondo il direttore del 'Foglio', "in Italia, la legge 194 non è stata applicata integralmente, soprattutto in riferimento a quelle parti che sono a difesa della vita e che sembrano essere cadute nel dimenticatoio". Questa lettura implica un tradimento dello spirito originario della legge, che, a suo dire, dovrebbe anche tutelare socialmente la maternità, sradicare l'aborto clandestino e permettere l'emersione del fenomeno dell'interruzione di gravidanza. Invece, per Ferrara, in questi trent'anni, "abbiamo tradito l'ispirazione della legge, e abbiamo reso l'aborto un fatto moralmente indifendibile."

Il suo approccio si è manifestato con toni forti e paragoni audaci. Commentando un'inchiesta su presunti aborti illegali a Genova, Ferrara ha dichiarato: "A Genova è stato ucciso un bambino per un reality show, solo perché la persona non voleva che si sapesse in giro. La trovo una cosa pazzesca e una vergogna senza precedenti che tradisce in pieno la legge 194". Egli ha rincarato la dose, affermando che "se questo è un diritto di aborto, allora dobbiamo scrivere negli ospedali e nei consultori il motto 'Abort macht frei', ovvero l'aborto rende liberi, parafrasando quello che c'era scritto davanti al cancello di Auschwitz 'Arbeit macht frei'". Questa scelta retorica, di accostare l'aborto a un simbolo di orrore storico come Auschwitz, è stata ampiamente discussa e ha rafforzato l'immagine di Ferrara come provocatore. L'espressione "A Genova ucciso un bambino per un reality show" è diventata persino il titolo di prima pagina del suo quotidiano e uno slogan per manifesti in diverse città italiane, a testimonianza della volontà di imprimere il suo messaggio con forza nell'opinione pubblica.

Manifesti pro-vita

Ferrara critica anche chi, come l'ex ministro Livia Turco (che lui ribattezza "ministro delle 'Pari inopportunità di morte'"), ha cercato di minimizzare l'impatto della sua campagna. Egli esorta i suoi detrattori a "leggere bene le cronache di Genova, e vedranno cosa c'è scritto", respingendo l'idea che sia lui il responsabile del "clima" intorno a questi fatti. La sua visione si fonda sulla convinzione che "oggi non interessano più a nessuno i motivi per i quali si abortisce. Si va dal ginecologo, ad esempio uno come Viale, si chiede un certificato, e si segue il decorso normale". Questa constatazione, a suo avviso, denota una normalizzazione inaccettabile dell'interruzione di gravidanza.

Il "discorso di Ferrara si basa quasi integralmente sul parallelismo tra la pena di morte e quella che, riprendendo una proposta simile, potremmo chiamare pena di aborto." Tale parallelo ha senso, a suo avviso, "unicamente se l'embrione è una persona." E Ferrara, naturalmente, "la pensa così, ed è liberissimo di farlo". Questo lo porta a suggerire un "anacronistico determinismo genetico", facendo riferimento alla "propria struttura cromosomica" come elemento fondamentale nella definizione della persona. Egli vede la "sentenza 'Roe contro Wade' che il 22 gennaio 1973 decretò l'incostituzionalità della legge del Texas che vietava l'aborto" come "catastrofica". Da quel momento, "la libertà di abortire diventò un diritto costituzionale", trasformando "l'aborto in una questione di privacy delle donne, misconoscendo che il permissivismo in materia di omicidio è un qualcosa di critico." Per Ferrara, la sua "moratoria" è dunque "una scelta non una persecuzione penale", ma piuttosto "un invito a risparmiare gli innocenti, i bambini e il loro diritto a nascere."

La Contesa Intellettuale: Adriano Sofri Contro Ferrara

Le posizioni di Giuliano Ferrara non hanno mancato di generare reazioni forti, in particolare da parte di Adriano Sofri, amico di Ferrara da oltre trent'anni. Sofri ha dedicato un libro, intitolato 'Contro Giuliano. Noi uomini, le donne, l'aborto', in uscita da Sellerio, per contestare la "crociata contro l'aborto" di Ferrara che, a suo dire, "mina ogni idea di sessualità felice". In un'intervista, Sofri riconosce a Ferrara, "in un corpo da elefante, se non da Sancho Panza, un'anima donchisciottesca", ma entra subito in polemica. La critica principale di Sofri si concentra sulla visione che Ferrara ha della società, divisa in due: "di qua il mondo femminista e libertario, di là il mondo familista e cattolico". Sofri suggerisce che Ferrara, "quando si ripudia un mondo, si è tentati di calunniarlo", come dimostrato dalla sua frase secondo cui "le donne non sono solo quelle coi capelli tinti di viola, i tacchi alti, e il grido dell'ideologia sempre in gola". Sofri, invece, ribatte che "il grido dell'ideologia è allarmante da qualunque parte provenga, ma i tacchi alti e i capelli viola (non è la fata turchina?) possono essere una meraviglia".

Sofri difende la Legge 194, affermando che essa rappresenta "il confine di qua dal quale si può cominciare a discutere". Sebbene Ferrara stesso "ripete di non volerla toccare", Sofri teme che egli "sottovaluti che l'apparente rassegnazione della gerarchia cattolica nei confronti della legge è solo questione di rapporti di forza: quando l'aria cambiasse, ne farebbero un solo boccone". La posizione di Sofri si fonda sul principio dell'autodeterminazione femminile: "Io provo a immaginare l'autodeterminazione di ogni donna, rispetto allo Stato o agli uomini o alle altre donne, come una inviolabile questione di sovranità territoriale. Il corpo delle donne appartiene alle donne, e fino a quando la creatura che cresce dentro il corpo della madre non se ne sia staccata, non c'è diritto di ingerenza umanitaria che possa violare questa sovranità personale." Egli sottolinea la peculiarità del rapporto madre-nascituro, che sono "due e tutt'uno", un caso unico. In tal senso, l'Habeas corpus, se non riconosce questo, "non è un vero diritto, ma un privilegio dei maschi per i maschi".

Limitazione dell'aborto o libertà di scelta? Storia e dibattito sull'interruzione di gravidanza

Sofri accusa Ferrara anche di "indelicatezza, che a lui sembra franchezza", soprattutto quando proclama che "l'aborto è omicidio". Alla domanda implicita se le donne che abortiscono siano assassine, Ferrara risponde "No, protesta lui, assassini siamo io, tu, la società". Questa posizione, che nelle sue intenzioni è "indulgenza - c'è l'omicidio, ma non c'è l'assassina - si traduce in un'espropriazione", secondo Sofri. Le donne, che Ferrara vede come "recipienti passivi delle nuove vite da dare ai loro uomini", finiscono per essere "tramiti irresponsabili della stessa vita mancata nell'aborto. Uccidono, ma non sono state loro: siamo 'io, tu e la società'".

Un'altra critica mossa da Sofri riguarda l'uso che Ferrara fa di figure autorevoli come Bobbio e Pasolini. Sofri sostiene che "nella passione della sua crociata Giuliano non esita ad arruolare testimoni autorevoli (e maschi) come Bobbio o Pasolini." Ma, a suo avviso, Ferrara li fraintende. Bobbio, in un'intervista, "faceva l'errore di anteporre il diritto del concepito a quello della madre: se lo si accettasse, di fronte a una minaccia fatale per la vita della madre o del concepito si dovrebbe sacrificare la madre. Ciò che è impensabile per la legge e la morale, e può avvenire solo in casi eroici." Con Pasolini, il fraintendimento sarebbe "totale". Nel famoso articolo sul 'Corriere' in cui si diceva 'contro l'aborto', Sofri chiarisce che "Pasolini si dichiarava per le stesse ragioni contro la nascita. La temerarietà di Pasolini - poco capita allora, e ignorata dall'uso del 'Foglio' - consisteva nel dire che la sovrappopolazione è la minaccia principale alla terra, e dunque bisogna opporsi alla sessualità riproduttiva, e di conseguenza dire la cosa che più lo bruciava: che il coito eterosessuale è il vero bersaglio politico, a vantaggio di una sessualità dissociata dalla riproduzione. Aborto? No grazie. Nascita? No grazie. Fate l'amore, purché non facciate figli."

Adriano Sofri

Anche la parola "moratoria", tanto cara a Ferrara, è oggetto di critica da parte di Sofri, che la definisce "un furto con destrezza". Egli osserva che "era appena stata votata la moratoria sulla pena di morte, e Ferrara l'ha afferrata e l'ha girata all'aborto". Tuttavia, per Sofri, "alla lettera, moratoria dell'aborto non significa niente: gli Stati possono sospendere le esecuzioni capitali, ma le donne non possono sospendere sine die gli aborti. Dunque si tratta di uno slogan suggestivo, ma niente più." Sofri distingue questa "moratoria" dalla necessità di condannare "le demografie forzate di Stato, come la legge cinese del figlio unico, che sequestrano la volontà delle donne e delle famiglie, decretano l'abolizione di sorelle e fratelli, spingono a sopprimere le nuove nascite femminili, in ciò aggiungendosi a una cultura patriarcale e maschilista sempre in auge". Ferrara, a suo avviso, "fa l'errore di mettere sullo stesso piano la libertà personale delle donne, che è il distintivo più prezioso delle democrazie, e l'invadenza brutale dello Stato che sottomette i corpi dei cittadini, e fisicamente delle donne, alla tirannide del corpo sociale." Una mobilitazione contro la demografia coercitiva e la persecuzione delle bambine, per Sofri, "è un compito urgente e meraviglioso, e unirebbe le persone oltre le demarcazioni di partito o di confessione. Il nome mediocre di moratoria non sarebbe all'altezza di un così bel programma. Sarebbe bello un titolo come: 'Il mondo salvato da una bambina'".

La critica di Sofri si estende anche al tentativo di Ferrara di "immaginarsi donna". Pur riconoscendo che "la crociata di Ferrara ha costretto a pensare a cose rimosse per abitudine" e che "dello scandalo dell'aborto lui parla da vent'anni almeno", Sofri lo accusa di "annullare la distanza fra l'aborto immaginato degli uomini e quello vissuto delle donne". Quando Ferrara dice: "'C'è un bambino nella mia pancia'", Sofri ribatte: "Ma noi uomini non abbiamo un bambino nella pancia, e non riusciamo a figurarci di averlo." Cita un'amica che gli ha detto: "'Quando si parla di queste cose, voi uomini vi identificate col bambino, noi donne con la madre. Eppure nessuno ama il bambino come la madre'." Sofri trova emblematico l'episodio dell'ospedale napoletano, dove Ferrara "si è dato meno pensiero della violazione del corpo e dell'anima di una donna già in una condizione di dolore e debolezza, e ha fatto propria la causa del feto: 'Napoli, ucciso bimbo perché malato'." Sofri vede in questo "sconfinamento generoso" un'“appropriazione indebita”, sottolineando l'ironia del fatto che Ferrara si fosse spinto a "figurarsi malato di quella sindrome di Klinefelter", esibendo "i propri testicoli piccoli, le proprie mammelle grandi: 'Sono pronto a mostrarvele'". Sofri conclude ironicamente: "Tant'è vero che Giuliano non ha nessuna sindrome di Klinefelter: ha le palle piccole e le tette grandi, ne siamo capaci tutti".

Sofri concorda sul fatto che "certo che esiste il problema della selezione capricciosa delle qualità dei nascituri", e che "la protezione e la simpatia per la debolezza è il cuore della civiltà". Tuttavia, precisa, "si amano le persone, non la malattia." Infine, Sofri esprime dubbi sulla "conversione" di Ferrara, che si dichiara "non ancora religiosa, ma sì di vita, e un appello alla conversione altrui". Sofri si chiede: "È possibile una specie di 'conversione permanente', una velleità di conversioni che cerca di volta in volta la sua occasione? Ed è possibile restare per tutta una vita il Davide di qualche Saul, senza mai diventare il Davide di se stessi?" Per Sofri, Ferrara "può replicare che questa è la volta vera, e che l'aborto è lo scandalo supremo della nostra epoca. Io non riesco a credere nemmeno questo." Per Sofri, "una bambina, un bambino che viene al mondo è la cosa più bella, ma un embrione abortito non è la cosa più brutta - se mai si volessero fare paragoni -: la cosa più brutta è un bambino nato che muore di fame o di abbandono o di violenza, che si aggrappa al seno vuoto di sua madre".

Il Ruolo della Chiesa e la Misericordia Papale nel Dibattito

La posizione di Giuliano Ferrara sul tema dell'aborto si intreccia strettamente con il ruolo e la dottrina della Chiesa cattolica, sebbene non sempre in modo univoco o allineato. Ferrara vede nella Chiesa una "cattedra di umanità" e un'istituzione cruciale che dovrebbe "riconoscere pubblicamente il portato catastrofico della sentenza 'Roe contro Wade' che il 22 gennaio 1973 decretò l'incostituzionalità della legge del Texas che vietava l'aborto".

Tuttavia, egli nota una certa distanza tra la sua "battaglia pro-life" e la linea adottata dalla Chiesa di Papa Francesco. Ferrara non trova "nessuna imputazione da muovere al pentimento" e riconosce che "la Chiesa cattolica e il Papa hanno tutto il diritto di trovare al proprio interno tempi e modi più opportuni per assolvere il peccato dell'aborto. In questo caso, è chiara la linea della misericordia messa in campo da Francesco." Per Ferrara, "il clero, il sacerdozio consacrato, possono risolvere al loro interno, nel segno che il Papa ha scelto della misericordia, la questione. Questa cosa non mi fa nessuno scandalo." Ciò che lo preoccupa, piuttosto, è la "sordità culturale sull'aborto in generale", che "mi fa più specie".

Papa Francesco

Ferrara osserva che "il Papa sembra non volersene preoccupare troppo" della questione dell'aborto in termini di opposizione frontale, ritenendo che "le sue frontiere sono quelle della povertà e delle miserie sociali, frontiere certamente importanti." Egli interpreta la posizione del pontefice come quella di chi ritiene che "la biogenetica, la bioingegneria, il trattamento strumentale della vita e la sordità verso l'aborto siano caratteristiche del tempo a cui non si può fare una vera e frontale opposizione. E questo non c'entra nulla con la legittimità del perdono conferito a chi abortisce." Questa lettura evidenzia una distinzione tra l'amministrazione della misericordia individuale e un'opposizione più ampia e sistemica all'aborto.

Dall'altra parte, l'iniziativa di Ferrara ha ricevuto l'appoggio di alcuni esponenti della Chiesa. "Il cardinal Bagnasco ieri sul Corriere della sera definisce la 'moratoria' un fatto 'lodevole' perché 'rappresenta un forte richiamo all'attenzione degli stati circa la tutela e la promozione della vita umana, così come è accaduto per la moratoria sulla pena di morte'." Questa convergenza di vedute tra Ferrara e la gerarchia ecclesiastica su alcuni punti ha contribuito a polarizzare ulteriormente il dibattito. L'articolo dal "manifesto" suggerisce che "c'è un atteggiamento intimidito di fronte all'offensiva contro la 194 lanciata dalla campagna per una «moratoria» contro l'aborto del Foglio," e che "l'iniziativa cade in un vuoto politico-culturale che non trova più i «sacri principi» dello stato laico, che naviga nel vuoto post-ideologico, sovrastato dai diktat vaticani." Si critica un "nuovo umanesimo" che "sembra rivolgersi unicamente al Vaticano," e dove "l'essere umano e la sua vita tornano prerogativa dell'al di là e dei suoi rappresentanti," causando un "azzeramento della memoria" delle "battaglie di civiltà" che portarono alla 194.

Ferrara e la Violenza: Un Paragone Controversio

Il pensiero di Giuliano Ferrara non si esprime solo sulla questione dell'aborto, ma tocca anche temi di violenza e conflitto, spesso con posizioni che i suoi critici considerano in stridente contrasto con la sua battaglia per la vita. L'articolo del "manifesto" mette in luce proprio questa dissonanza, definendo l'opera di Ferrara "di superba superiorità morale" sulla questione abortiva come "fiancheggiatrice del suo immoralissimo sostegno alla guerra, alla sua complicità con i teocon che in nome dei «valori occidentali» hanno giustificato massacri e torture."

Questa critica emerge in particolare dopo la vittoria all'ONU della moratoria sulla pena di morte, vista come un colpo per "i sostenitori della violenza e i detrattori della diplomazia". Ferrara, però, aveva in passato espresso visioni sulla guerra che suonano molto diverse dall'appello alla protezione della vita indiscriminata. Egli aveva scritto che la guerra è "qualcosa di «esemplare e efficace» di cui dovremmo tenere conto." Aveva sostenuto che "il sistema nemico deve essere annientato, e i suoi simboli criminali devono essere spezzati, quando si persegue la vittoria, unico figlio legittimo della guerra."

Il caso di Saddam Hussein viene portato come ulteriore esempio di questa presunta contraddizione. Alla vigilia della sua esecuzione, Ferrara, descritto dall'articolo come "il paladino della vita umana, il pietoso anti-abortista," aveva detto: "'Il corpo del vinto che pende dalla forca è, sarebbe, e purtroppo non sarà (Ferrara dubitava della condanna) il certificato di sconfitta destinato ai regimi di morte che dal Medio Oriente cercano di incendiare il mondo e vanno spenti nelle loro fiamme'." Questa affermazione, per i critici, rende "troppo" il fatto che "adesso la lezione di umanità venga da lì," e che "il cardinal Bagnasco e i politici cristiani si accodino alla retorica dell'innocenza bambina, del feto da salvare dall'egoismo di madri snaturate." L'articolo conclude con un'affermazione forte: "I bambini siamo noi a volerli salvare, sono morti a migliaia, sgambettanti sulle strade di Baghdad, per colpa di chi si nasconde dietro la croce dei «valori occidentali»."

Questo paragone tra la ferma opposizione all'aborto e il sostegno a determinate forme di violenza o guerra evidenzia una complessità nel pensiero di Ferrara. Da un lato, egli si erge a difensore della vita nascente con argomenti forti e richiami morali. Dall'altro, le sue posizioni su conflitti e condanne a morte suggeriscono una selettività nell'applicazione del principio della sacralità della vita, che i suoi detrattori interpretano come un'incoerenza o, peggio, come un'ipocrisia di fondo. La sua capacità di generare questo tipo di confronto è una caratteristica distintiva del suo impatto sul dibattito pubblico italiano.

Simbolo anti-guerra

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