Immaginatevi per un attimo di essere uno dei fondatori di un’agenzia pubblicitaria a Milano, una di quelle top. Se c’è una cosa che sapete fare, è suscitare nelle persone emozioni legate a un prodotto e a un servizio che promuovete. E questo lo sa anche la manager, molto distinta, che vi siede davanti. «Noi abbiamo - vi sta dicendo - un prodotto al quale teniamo moltissimo, un prodotto vitale per il futuro del nostro paese, e vorremmo offrirlo alle donne italiane». E voi sorridete perché prima ancora che la vostra nuova cliente finisca di parlare avete già fatto un po’ di calcoli: più di trenta milioni di donne italiane delle quali tra i 15 e 20 milioni saranno maggiorenni, fa almeno 12/13 milioni di potenziali clienti.
Ma dopo un anno di fatiche di marketing e buffi slogan come «Non pensare alla carriera, sii una mamma vera»; «Rinuncia ai quattrini e regalati i bambini»; «Basta pensare di portare la manna, fai la mamma!» vi rendete conto che vendere la maternità alle donne Italiane non è cosa affatto facile. È difficilissimo. Infatti l’Italia con un tasso di natalità pari a 1,3 bambini per donna nel 2013 ha stabilito un nuovo record negativo e da allora la situazione non è migliorata e non sembra migliorare. Ma poi vi viene un’idea: «Se tutte queste donne non hanno intenzione di diventare mamme, cosa vogliono?». Avete trovato il vero prodotto da offrire alle ragazze e alle donne italiane. Solo che purtroppo dopo un anno di sforzo vi rendete conto che anche la campagna per vendere lavoro alle donne non va. Non vola, dicono in ufficio. E ora?
Il tempo come valore dimenticato
Se usciamo dallo stereotipo che vede le donne a casa, dalla pressione sociale che ci circonda e ci chiede di essere mamme, dalla cultura prevalente che dice che le brave mamme non delegano, si occupano dei loro figli, sono sempre presenti e forse anche perfette, io credo che maternità e carriera non siano - e non siano mai state - due scelte opposte, alternative, ma, per dirlo nel gergo del marketing, siano lo stesso prodotto.
Io credo che il vero problema è che le donne italiane sanno che il loro tempo, il tempo che dedicano alle cose importanti nella loro vita, in Italia non viene apprezzato, non viene premiato, né quando fanno la mamma, né quando scelgono di non lavorare perché curano i propri genitori, ormai anziani, né quando, invece, lavorano. Perciò dal mio punto di vista oggi come donna in Italia non si tratta di scegliere fra lavoro e maternità, come molti, anche gli intervistati, credono. Si tratta per tutti noi di valorizzare finalmente il tempo delle donne, il tempo che dedicano molto spesso agli altri e troppo raramente a se stesse.

Perché? Perché maternità e lavoro sono due facce della stessa medaglia, perché possono essere due facce della stessa vita che desideriamo, che vogliamo per noi e per chi amiamo. Primo: Dobbiamo far combaciare meglio lavoro e maternità, e maternità e lavoro. Terzo: Dobbiamo lavorare sulla cultura di questo Paese. E io vorrei aggiungere: «L’essenza di una società moderna e umana dovrebbe essere aiutare uomini e donne a credere in se stessi, nel loro essere speciali, nella loro intelligenza, nella loro creatività e a credere nel valore del loro tempo. E il valore del tempo dovrebbe essere uguale per tutti. E a voi chiedo: che tipo di società volete?
La biologia della longevità e la "teoria della storia della vita"
Le madri con due o tre figli tendono a essere più longeve, lo sono meno se non hanno avuto figli o ne hanno avuti più di tre. Secondo una vasta ricerca condotta dall’Università di Helsinki e dal Minerva Foundation Institute for Medical Research, pubblicata su Nature Communications, il numero di gravidanze e il periodo in cui avvengono influenzano l’invecchiamento cellulare e la longevità. L’indagine ha monitorato per quasi mezzo secolo (dal 1975 a oggi) circa 15.000 donne. I dati parlano chiaro: le madri con due o tre figli tendono a essere più longeve.
Perché accade? La risposta risiede nella «teoria della storia della vita». Come spiega la ricercatrice dell’Università di Helsinki, Mikaela Hukkanen, «gli organismi dispongono di risorse limitate. Se molta energia viene investita nella riproduzione, questa viene sottratta ai meccanismi di riparazione e mantenimento dei tessuti». Si tratta di un vero e proprio compromesso energetico: il corpo «paga» la prole con l'usura cellulare. La vera novità dell’analisi risiede nell’impiego degli orologi epigenetici. Analizzando i campioni ematici di oltre mille partecipanti, gli esperti hanno misurato l'invecchiamento dei tessuti, scoprendo che la molecola conferma le tendenze demografiche: le gravidanze avvenute tra i 24 e i 38 anni sono associate a modelli di senescenza più favorevoli.

E non è tutto: chi ha avuto molti figli - o nessuno, per ragioni che potrebbero includere lo stile di vita o condizioni pregresse - risulta organicamente più «vecchio» della propria età anagrafica. Un dato inatteso riguarda proprio chi non ha avuto figli: anche in questo gruppo è stato rilevato un invecchiamento più rapido rispetto a chi ha vissuto poche gravidanze. Nonostante il fascino delle evidenze emerse, i coordinatori della ricerca sottolineano un punto fondamentale: queste conclusioni servono a leggere i cambiamenti sociali, non sono raccomandazioni per vivere più a lungo.
«Una persona biologicamente più anziana rispetto alla sua anagrafe ha un rischio di mortalità più elevato. I nostri riscontri dimostrano che le scelte di vita lasciano un’impronta duratura, misurabile molto prima della vecchiaia», afferma Miina Ollikainen, la professoressa di Epigenetica e autrice responsabile del progetto. «In alcune analisi, avere un figlio in giovane età è risultato associato a un invecchiamento precoce. Anche questo potrebbe ricollegarsi alla teoria evoluzionistica, poiché la selezione naturale può favorire una riproduzione anticipata per accorciare i tempi di generazione, pur comportando costi sanitari nel lungo periodo». Oggi le famiglie sono più piccole e l’età del primo parto è aumentata notevolmente rispetto al periodo analizzato.
Nuove madri nell'era digitale
Scarica un'app per il ciclo mestruale, che le dice cosa mangiare secondo le diverse fasi, che umore aspettarsi, come aumentare le possibilità di concepire; quando scopre di essere incinta sblocca la «modalità gravidanza», e sullo schermo compare «un grappolino di cellule che galleggiava pigro intorno a una sfera venata». L'app si chiama Flo, e l'esperienza di visualizzare lo zigote, poi embrione poi feto, comparato per dimensioni e forma prima a un pisellino poi a un fico poi a un'albicocca eccetera, è comune tra le donne che in quest'epoca si preparano a diventare mamme. Altrettanto comune è l'esperienza social: «I brand ci misero 48 ore a trovarmi».
Due giorni dopo il test di gravidanza positivo, su Instagram iniziano a spuntare pubblicità a tema. Vitamine prenatali, abbigliamento premaman, persino videogiochi di simulazione con la protagonista incinta. «Una volta che fui incinta, la pubblicità su Instagram si fece così personalizzata da sembrare intima, benché fosse esattamente il contrario: rappresentava l’annientamento della mia privacy». Sono tra le prime righe di Un'altra vita (Einaudi), il memoir della gravidanza e del puerperio di Amanda Hess, giornalista del New York Times che scrive di cultura digitale e tecnologie.
Gli algoritmi dell’informazione e la nuova editoria | Marina Geymonat | TEDxTorinoSalon
Hess, a suo agio con app, piattaforme social e device, li usa dapprima in modo entusiasta. Le utenti anonime della chat di Flo, che si augurano reciprocamente di concepire e descrivono i loro parti splatter terrorizzando le altre. Le newsletter su come vestirsi e come mangiare. I medici privi di empatia che Amanda incontra; i forum dove cerca disperatamente le conseguenze teratogene dell'ansiolitico assunto, una volta soltanto, per calmarsi dopo il test di gravidanza positivo. Le voci delle app di domotica come il lettino autocullante, o la macchina per il rumore bianco, che informano i genitori nell'altra stanza che «il tuo bambino è tranquillo» o «ha bisogno di te». I guru della «maternità consapevole» che parlano dei traumi inflitti ai millennial dai loro genitori, dicendo loro esplicitamente che saranno «i genitori migliori della storia», ma implicitamente anche che basta un piccolo errore e i loro figli saranno traumatizzati per sempre.
Qualcuno però ci prova. E spesso, senza sorpresa, sono persone che con i social e il digitale ci lavorano, e ne conoscono meglio gli aspetti più invadenti. Claudia N., 35 anni, residente a Milano, è madre di una bambina di nove mesi. Da molti anni segue la comunicazione social di una grande azienda, e con i social media ha costruito una carriera. Come Amanda Hess nel suo libro, anche Claudia racconta che «Instagram ha capito subito che ero incinta, e mi ha subito proposto contenuti a tema. Come molte donne in quella fase della vita ero molto agitata già di mio. Non ho una grande esperienza di bambini, sono cresciuta da figlia unica in una casa senza cugini o nipoti, mi sembrava di essere totalmente impreparata».
«Ho iniziato così a salvare compulsivamente un reel dopo l'altro. "I tre segni che il tuo bambino potrebbe essere autistico". "Le tre posizioni da non assumere in gravidanza". "Tre cose di cui hai bisogno per dormire bene in gravidanza". "Se il tuo bambino fa questo movimento, potrebbe avere un ritardo". "Il peggior errore di molti genitori". "Cose che avrei voluto sapere prima di diventare madre". E così via. Naturalmente, più salvavo questi contenuti più "addestravo" l'algoritmo a propormene altri, con relative notifiche su notifiche. Ma mi sono accorta molto presto che anziché sentirmi più preparata e competente mi sentivo più insicura. Come se mi mancasse qualcosa».
Il ritorno alla realtà: consultori e professionisti
«Perché parlando con le persone nella vita vera, le mie amiche, mia madre, i medici, le ostetriche del corso pre-parto, invece stavo sempre meglio. Lì sì che sentivo fiducia. Oppure leggendo libri, cioè ragionamenti articolati in più di trenta secondi di video da persone di chiara autorevolezza. Le voci dei social ho iniziato presto a detestarle». Così hai tolto Instagram. «Era l'ultimo social che davvero usavo. Il mio account ora esiste, ma devo accedere dal pc per usarlo, non ho più notifiche, posso vedere qualcosa ogni tanto ma non è più un'ossessione. Il mio tempo al cellulare si è ridotto del 25%».
Oggi la scienza ha rivelato che i primi mille giorni di vita sono determinanti per programmare la salute e prevenire le malattie croniche con benefici a lungo termine, trasmissibili alle generazioni future. Come? Grazie a condotte salutari e fattori protettivi che svolgono un’azione plastica sul DNA e chiamano in causa fin dall’inizio proprio i futuri genitori. Studi clinici, epidemiologici ed economici documentano che uno stile di vita corretto già in fase preconcezionale si traduce in un guadagno di salute psicofisica per il nascituro e in un risparmio sulla spesa sanitaria per l’intera collettività.

«Le mamme di oggi aspirano a una relazione di cura che vada oltre l’evento parto, proteggendole dal senso di isolamento e abbandono che può manifestarsi nel puerperio», sottolinea Federico Spelzini, direttore della Struttura Complessa di Ostetricia e Ginecologia. «Per dare risposta a questa domanda assistenziale e prevenire il disagio psicologico perinatale, è nato il progetto "Close2MI", realizzato con il sostegno della Fondazione Ospedale Niguarda, per accompagnare la fase di avvio della relazione madre-bambino, migliorare la salute materna e favorire una genitorialità positiva».
Età più matura, rischio associato di malattie, difficoltà di conciliazione lavoro-famiglia: come sono cambiate le future mamme e il loro approccio al punto nascita? «Il comune denominatore è la richiesta di informazione e aggiornamento costanti sulla gestione del percorso e sulle misure via via adottate, pena il venir meno della fiducia, che è alla base della relazione medico-paziente», spiega Spelzini. «Ma, al di là dell'aspetto clinico-assistenziale, c’è un corollario non meno importante, la "patient experience", cioè la qualità dell'accoglienza, l'accessibilità dei servizi, il rapporto personalizzato con l’ostetrica».
Il nuovo profilo dei genitori millennial
Qual è il profilo delle mamme e dei papà millennials, che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni? «Rispetto al passato, un dato molto significativo riguarda l’età, sempre più avanzata, in cui si diventa genitori per la prima, e spesso unica, volta. Questo cambiamento porta inevitabilmente con sé un senso di ansia e insicurezza che genera una forte domanda di informazione e rassicurazione», rileva Martinelli. «Inoltre, con la denatalità crescente, viviamo in un contesto sociale e culturale sempre meno abituato alla presenza dei bambini nella quotidianità. Una volta si poteva contare su un vissuto familiare fatto di mamme, zie e nonne che collaboravano nell’accudimento di fratelli, sorelle e cugini. Lo stesso valeva nella vita di condominio e di quartiere grazie a reti amicali e di solidarietà: così si trasmetteva un sapere destinato a far parte del patrimonio di tutta la collettività. Ora che la coesione e il sostegno educativo del "villaggio" sono venuti meno, le neomamme e i neopapà si sentono molto più soli e insicuri».
Di qui, l’affievolirsi della fiducia nell’istinto genitoriale e la richiesta di acquisire conoscenze e competenze che, talvolta, vanno oltre il necessario, con l’effetto di medicalizzare o professionalizzare il ruolo materno e paterno. «Questi problemi sono in aumento e la gravidanza li porta in primo piano. Inoltre, l'educazione sanitaria stenta a raggiungere in modo capillare la collettività, soprattutto in condizioni di svantaggio per livello di istruzione e tenore di vita», afferma Spelzini. «Lo scoglio linguistico, poi, incide molto sulle pazienti extracomunitarie, che spesso si presentano all’appuntamento con la struttura in cui dovranno partorire con le conseguenze negative di una gravidanza trascurata».
Assistenza, sicurezza e qualità della cura
«Attualmente, al Niguarda, circa una mamma su 4 non è italiana e quindi abbiamo un osservatorio che riflette e amplifica i cambiamenti avvenuti anche nel resto del Paese, dove il 20% delle nascite si deve a donne extracomunitarie che portano il valore aggiunto delle loro tradizioni», racconta Martinelli. «Nelle interazioni con i piccoli, per esempio, le mamme africane compiono gesti spontanei e hanno uno stile di accudimento che riflette una saggezza antica. Ma questi automatismi non possono entrare in gioco e funzionare se non sono parte integrante del vissuto e dell’esperienza del proprio contesto di appartenenza. In Italia la crisi annosa della natalità, insieme allo slittamento dell’età in cui si affronta la prima gravidanza e ai nuovi assetti familiari e sociali, ha avuto l’effetto di impoverire quel prezioso patrimonio di conoscenze sul neonato e di competenze genitoriali che un tempo veniva tramandato fra le generazioni».
«Un indicatore importante della qualità assistenziale è l’orientamento volto a favorire il parto vaginale in assenza di indicazioni mediche al cesareo, che dovrebbe rimanere sotto una certa soglia, comunque variabile in base alla quota di gravidanze patologiche assistite nel punto nascita», spiega Spelzini. «Analogamente il ricorso all’induzione è indice di anomalie che non consentono il protrarsi del travaglio e tende ad aumentare nelle strutture di secondo livello, in cui si concentrano i casi di patologia. Dopo un pregresso cesareo, per non ripeterlo si può ricorrere al travaglio di prova che però richiede un’ammissione preliminare alla procedura».
Un aspetto spinoso riguarda la richiesta materna del cesareo in assenza di indicazioni cliniche. «Quando questa volontà viene confermata dalla madre anche dopo un’analisi dettagliata del rapporto costi-benefici, il medico può accoglierla riconoscendo il diritto della donna a decidere la modalità di parto in chiave di autodeterminazione, ma senza addurre motivazioni cliniche infondate, al termine di un percorso condiviso nei tempi e nelle modalità adeguate», sottolinea l’esperto.

Uno dei principali indicatori di qualità dell’assistenza sul versante neonatologico è un alto tasso di mamme dimesse con l’allattamento esclusivo: per centrare l’obiettivo un centinaio di ospedali - tra cui il Niguarda - sono ora impegnati nel nuovo progetto PAA (Policy Aziendale per l’Allattamento) e stanno seguendo il percorso per certificarsi “Punto Nascita per l’Allattamento” secondo i criteri stabiliti dalle società scientifiche e dalle federazioni professionali d’area perinatale italiane. «Il principale determinante di salute su cui concentrarsi dopo il parto è l’allattamento esclusivo al seno, continuato possibilmente per i primi sei mesi di vita», spiega Martinelli.
Il supporto istituzionale e la tutela legislativa
La neomamma deve anzitutto nutrirsi bene, seguendo una dieta bilanciata e corretta che le fornisca il plus di calorie necessario a produrre il latte. «E deve garantirsi una buona idratazione, visto che il latte materno è composto all’87% da acqua». Nell’eventualità di disturbi come ragadi, ingorghi o mastite, può rendersi necessaria una supervisione competente della poppata. Per questo è importante che, oltre al pediatra di libera scelta, la neomamma trovi punti di riferimento sul territorio, come le strutture consultoriali, che danno consulenze qualificate ma che non sono accessibili ovunque.
Anche il periodo preconcezionale presenta criticità, per il rischio che gli aspiranti genitori non ricevano in tempo utile i messaggi di prevenzione, come spesso accade per l’acido folico. «Oggi sappiamo che per le donne in età fertile questa integrazione è in grado di contenere il rischio di anomalie del tubo neurale, ma perde la sua efficacia se praticata solo a gravidanza iniziata. Per questo la Società Italiana di Neonatologia ha proposto anche la supplementazione con acido folico di alimenti d’uso comune come farine e cereali», precisa l’esperto.
Secondo i criteri stabiliti dal nuovo progetto PAA per certificarsi «Punto Nascita per l’Allattamento», occorre anzitutto garantire il contatto pelle a pelle, laddove possibile, già in sala parto, posticipando controlli e procedure non urgenti. Questa buona pratica si è rivelata in grado di favorire il benessere del neonato, il suo adattamento alla vita extrauterina e l’avvicinamento al seno materno per esercitare l’istinto di suzione. E va preservata anche dopo il cesareo, magari demandandola al neopapà se la neomamma è impossibilitata.
Il secondo pilastro della nuova policy ospedaliera per l’allattamento è il rooming in, ossia il bebè in stanza con la mamma idealmente h 24 per favorire la conoscenza reciproca, l’avvio dell’allattamento a domanda, cioè su segnale del bambino, e la creazione del legame di attaccamento. «Sui benefici di questa pratica non si discute, e va sempre offerta e proposta con efficacia persuasiva alla neomamma, ma non le deve essere imposta come un obbligo», precisa Martinelli. «Si tratta di una misura di successo a patto che sia gestita da uno staff adeguato, garantendo un rapporto equilibrato tra il personale ostetrico-infermieristico e le mamme che hanno appena partorito. Se gli organici sono insufficienti e non è possibile dare un supporto personalizzato e, comunque, in tutti i casi in cui la neomamma si senta troppo stanca e fragile per affrontare questa esperienza, non deve essere colpevolizzata ma ascoltata e assecondata».
I piccoli prematuri e i neonati a rischio per patologie presentano problematiche complesse, spesso a carico di più organi e apparati, che devono essere affrontate da un’équipe multidisciplinare. «In questi casi, il neonatologo ha il compito di coordinare gli apporti dei diversi specialisti e calibrare gli interventi in base alle necessità specifiche nelle varie fasi di cura. E il neonato è al centro del pool di esperti che si occupano a 360 gradi del suo percorso terapeutico e che dovranno collaborare anche nel follow up post dimissione, quando la fase acuta sarà alle spalle», spiega Martinelli.
Il periodo di maternità obbligatoria è uno strumento importantissimo per la tutela della donna. Istituito per salvaguardare il periodo di recupero post parto e la salute del neonato, è un diritto riconosciuto dall’Inps. L’articolo 37 della nostra Costituzione stabilisce infatti che “le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. In determinate condizioni che impediscono alla madre di usufruire del congedo, l'astensione dal lavoro spetta al padre (congedo di paternità). Di norma questo periodo dura 5 mesi e la donna ha diritto all’80% della retribuzione media globale giornaliera calcolata sulla base dell'ultimo periodo di paga precedente l'inizio del congedo di maternità, anticipato dal datore di lavoro o pagato direttamente dall’Inps.
Lavoratrici iscritte alla Gestione Separata Inps e non pensionate in possesso del requisito contributivo previsto dalla legge per finanziare le prestazioni economiche di maternità hanno pieno diritto a fare domanda di maternità obbligatoria. Il Decreto Legislativo 26 Marzo 2001 n. 151, il "Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53" rappresenta il baluardo normativo a sostegno di questo diritto inalienabile.